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Archive for luglio 2014

Ecco, questa sarebbe una soluzione

Vi confesso, miei quindici amati lettori, che sono confusa come non mi capita spesso (e sì che vivo in Italia, anzi al Sud, anzi in Sicilia, e voto a sinistra, quindi sono abituata al surrealismo magico-tragico).

Questa cosa dei ragazzi e dei bambini, palestinesi e anche israeliani, che muoiono (colpiti da razzi, bombardati in casa, rapiti e bruciati vivi, rapiti e bruciati morti, esposti milioni di volte nelle vetrine pro e contro di tutto il subcontinente mediatico globale) sta qui come un chiodino, di quelli che ti fanno male ogni volta che ti muovi.

Sì, i bambini e i ragazzi. La carne viva di un popolo, anzi di tutti.

Leggo tutto quello che trovo, guardo le foto e ascolto i reportage e vi confesso che è uno di quei casi in cui una quantità maggiore di informazione aumenta i dubbi anziché scioglierli. Ogni guerra è un pasticcio abominevole, ma questa tra israeliani e palestinesi lo è ancora di più: risalendo negli anni – prima dell‘intifada e prima dell’Olp, prima di Israele e dello Yom Kippur – ripercorrendo queste geografie inquiete – le terre di prima e di dopo, le strisce occupate e le occupazioni striscianti, le terre promesse e le promesse seppellite nella terra, le alture e le bassezze, i muri del pianto (tutti, ovunque), Suez e le macropotenze appostate, lupigne, sempre affamate – , l’intreccio di interessi internazionali, mire losche, strategie economiche, fanatismi, miraggi, proiezioni mistiche, aiuti interessati, attacchi interessati, difese in malafede, carità pelose, terrorismi opportunisti, idealismi deliranti ha generato un mostro, un groviglio in cui distinguere diritti e ragioni è difficilissimo. La Giustizia guarda oltre, quando passa di lì. Il Diritto fa finta di non vedere. Gli dei di ogni fazione fanno quello che facevano fin dai tempi di Omero: partecipano alla guerra, ognuno dalla sua parte.

 

Eppure sarebbe relativamente semplice.

Non ho dubbi, quando guardo le mamme che corrono, angosciate, inciampando nel velo (io, che pure detesto le culture che fanno di quel velo uno strumento di oppressione e vincolo, di schiavitù e sottomissione). Non ho dubbi quando vedo i ragazzi che sorridono dall’ultima foto prima di essere uccisi. Non ho dubbi quando vedo i bambini, vivi e morti, tra le macerie. Non ho dubbi quando sento raccontare quanto sia spaventoso vivere sotto una pioggia di razzi (e i razzi sono di due specie: quelli scalcinati che non esplodono, ma pur sempre qualcuno li ha pagati, o qualcuno li ha offerti, chissà in cambio di cosa, e qualcuno li ha voluti e armati e lanciati; quelli micidiali che colpiscono il bersaglio, qualunque sia, e tutto ciò che c’è attorno. E i razzi sono di una sola specie: quella delle cose inaccettabili, da qualunque parte vengano). Non ho dubbi quando vedo la miseria, che è già oltraggiosa in questo mondo, oltraggiata ancora con la distruzione gratuita, col terrore.

 

No, io credo che non si possa prendere una terra a qualcuno che la abitava già, ma è pur vero che credo – simmetricamente – che chiunque sia ospitabile, che ogni terra o risorsa può essere condivisa, che si può restare umani sempre, davanti a qualunque cosa: lo dico ogni volta che a Lampedusa sbarca qualcuno. E subito non è più questione di terra e confini, ma di vita condivisa, di famiglie che sono uguali dappertutto, di un solo pianeta che visto dall’alto non ha muri di alcun genere (avete mai visto le foto di Luca Parmitano dallo spazio?).

E lì entriamo nello zappato, direbbe mia nonna. Anzi nel non zappato perché è recintato col filo spinato e difeso dalle mitragliatrici o dalle fionde e i bastoni (e capirete bene che non sono uguali, popoli che combattono come nei film di fantascienza e popoli che combattono come nel Paleolitico superiore. Sono uguali solo in una cosa: nel fatto che continuano a combattere).

 

E dunque? Dunque penso che la divisione, come sempre, non sia tra popoli cattivi e popoli buoni ma tra popolo (uno solo, quello ferito, quello spaventato, quello colpito nella sua carne viva, quello a cui era stato detto che tutto andava bene e che invece si trova a vivere in zona di guerra, quello che viene usato come scudo umano o come alibi internazionale; che sia israeliano o, più facilmente e più spaventosamente spesso, palestinese) e signori della guerra, che siano potentati economici o fazioni religiose. Ed è una divisione orizzontale e sfuggente, più imprendibile e complicata della carta geografica dei Territori. Una divisione antica quanto il mondo, micidiale.

 

Vorrei aiutare i popoli, e condannare i signori della guerra. Vorrei restituire le terre, ma anche, soprattutto, condividerle (a partire da Lampedusa, figuriamoci), vorrei usare tutto il denaro con cui si comprano armi e si blindano confini per irrigare campi, costruire scuole, riparare case, comperare medicine e libri. Su tutte le terre utili, e strappando al deserto, al mare, al nulla quelle che sembrano inutili. Per tutti i popoli, anzi per l’unico popolo che conosco: quello delle madri, dei figli, dei padri. Lo so, equivale a dire che voglio la pace nel mondo (cosa di cui pare ci si debba vergognare, ormai) e soprattutto non posso farlo (pensate che non riesco nemmeno a dire la mia sul Senato elettivo, figuriamoci).

Però almeno questo: sappiate che non potete trascinarmi nel gioco di buoni e cattivi. Io so esattamente chi sono i buoni. E’ la Storia, che non lo sa.

ps: questo è il post di una idealista sconclusionata che crede ancora che alcune armi non convenzionali siano superiori alle armi convenzionali (un esempio di arma non convenzionale è quello della foto in alto. Un altro sono le parole). La Storia, e quasi tutte le geografie, mi danno torto. Per questo ho un blog: per consolarmi di quanto siano stronze, la Storia e le geografie. 

 

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