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Archive for maggio 2007

una delle sette meraviglie moderne, forse (Fabrizio Clerici)

 In famiglia abbiamo il culto delle sette meraviglie: zia Mariella, zia Lisa e mia mamma, la sorella maggiore con le scuole alte, s’erano riunite, una volta, e avevano fatto il punto definitivo sulla questione. Un pomeriggio memorabile. Mia madre se ne ricordava metà, e sul Colosso di Rodi e le Piramidi d’Egitto erano d’accordo tutte e tre. Ma le altre. "I giardini di… , i giardini di Pennsylvania" proponeva zia Mariella, "Transilvania!" la correggeva zia Lisa, quella con gli occhi e il nome di lago di montagna e un’indole da prefica incendiaria. "Ma siete pazze? – faceva mia mamma – la Pennsylvania è in America". "Ma la Transilvania no –  si piccava zia Lisa – Non puoi fare la prepotente solo perché sei la maggiore".  Una volta scartata la Croce Odorosa di Patrasso, sulla quale zia Lisa avrebbe giurato, e la statua criselefantina di Athena, per la quale zia Mariella aveva un debole, immaginandosi Athena a bordo d’un elefante nel Sahara, e una volta accettato il Mausoleo di Alicaranasso ("Non esiste, ci prendi in giro" faceva a mia madre zia Lisa, che ha una natura sospettosa. "Se esiste Alicarnasso esiste pure Atlantide" incalzava zia Mariella) si misero d’accordo su tutte e sette.

Poi se l’erano copiato e ricopiato, l’elenco. La prova vivente, per quanto estinta, che i soldi dell’istruzione di mia madre (l’unica, la prima laureata) erano stati davvero ben spesi.
 Zia Lisa lo tiene nel primo cassetto del comò, assieme alla pistola del marito morto. Mia mamma lo teneva nel suo libretto segreto, assieme a numeri di telefono, date di compleanni e formule magiche. Zia Mariella se lo porta dietro, copiato nell’agendina, ché non si sa mai. “Se incontro qualcuno che vuole fare lo spiritoso, io subito gli dico: e quali sono le sette meraviglie del mondo?” e ne ha zittito più d’uno, così, la zia.
 Ieri mattina mi mostrava la sua libretta dei numeri, delle cabale, delle schedine e delle meraviglie: cadevano telefoni di case perdute, di amici defunti, di cause perse; nomi di dèi e nemici da non dimenticare; ricette di formaggio di leonessa, insalata di rancori o liquori al mandarino e mandragola; fasi lunari; scongiuri; monumenti crollati migliaia di anni fa.
“E quali sarebbero, le sette meraviglie nuove?” m’ha chiesto con sospetto.
“Stanno votando, zia. Lo sapremo a luglio, il sette luglio, cioè 07-07-07” le ho detto, sicura di toccare il tasto sensibile della sua fiducia nelle matematiche della sorte, nelle coincidenze, nelle profezie che s’autoavverano e si dichiarano attraverso i numeri.
“E chi sono i candidati?” ha fatto, gli occhi affessurati, un principio d’ira ziesca che già muoveva una piccola mareggiata sulla spiaggia accanto.
“Oh zia, sono ventuno monumenti di tutto il mondo. Chessò, il Cristo di Rio” e ho mimato le braccia spalancate e pantocratrici del Cristo aereo ubriaco d’altitudini, per ammansirla. S’è impercettibilmente rilassata – Cristo non si discute – ma non del tutto. “ Poi?” m’ha incalzata.
“Mah” ho preso tempo io, sudando freddo perché non sapevo come mimarle il bianco definitivo del Taj Mahal, i templi di Angkor coi tetti vivi, il silenzio granitico delle teste dell’Isola di Pasqua. “La Statua della Libertà” ho detto e fatto, reggendo una fiaccola immaginaria, forte d’un secolo di film americani. Ha fatto una smorfia mezza.
“La Torre Eiffel!” ho esclamato con la voce di Archimede che scopre un teorema. “Ma è tutto ferro, quello” ha risposto con un certo sdegno. Ha scosso appena le spalle, sbarazzandosi di secoli di francese, di gattò di patate, di macramè, di cartoline, di viaggi di nozze, di profumi parigini color malva, o indaco, di quelli che portava a casa il fratel prodigo, quello andato, scomparso, tornato e poi morto giovane, perché certe cose si pagano.
“Comunque – le ho fatto io con la voce dello scrutatore, o del rappresentante di lista, o del commentatore di spoglio, di quelli professionisti che stanno fuori dai seggi anche trentasei ore di seguito – il Colosseo è in buona posizione, ai primi posti, è sicuro…”.
“Ahhh” s’è illuminata lei. “Perché, vedi, il Colosseo – m’ha spiegato – è già a forma di meraviglia”.
“Non c’è dubbio, zia, non c’è dubbio”.

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una meraviglia si polverizza nei cieli (Fabrizio Clerici)

 Zia Mariella è sbarcata alle otto in punto. E’ scesa dalla nave che si chiama “Caronte” (forse sfugge, a quelli che non sono meridionali meridionali, l’umorismo nero e il crudo realismo, l’inventiva metafisica e la beffa sofista che ci volevano per chiamare “Caronte” le navi che fanno la spola tra le sponde, impegnate in ritorni senza fine, che è come non partire mai, non morire mai)(ma tanto d’inferni ce n’è fino che si vuole, qui, e d’immortalità).
 Aveva una sporta con dieci uova della gallina piccola, la borsetta elegante, la cappottina estiva, le calze nere velate, le scarpe comode però. Aveva un bollettino dell’Ici già compilato, un rosario, cento volantini elettorali della sinistra che non è più quella di una volta (domenica 27 ci sono le comunali: la zia partecipa per antico amore e prova di devozione, e fa di tutto, l’attacchina selvaggia, la capoclaque, l’addetta alla mensa, la leva-malocchio ufficiale, la fischiatrice ai comizi degli avversari), alcuni amuleti, la schedina del 1964 mai giocata dal nonno (gliela trovarono nel taschino, dopo l’infarto), spiccioli (anche monete da cento e duecento lire, per nostalgia), un rossetto nuovo, un corno rosso, un’immagine di Padre Pio.
 Veniva a sbrigare faccende nell’isola, cose di dentisti e bollette che richiedevano di passare il mare, questo mare domestico che portiamo imbrigliato nel porto piccolo, nell’affaccio del cortile, nello spicchio della finestra del bagno, nell’orizzonte vago dove situiamo – noi di quella sponda di là – gli isolani, i tramonti, i turcomanni, l’avvenire che, si sa, è capovolto e sta più a sud di noi.

La zia usa il mare, non si sogna nemmeno d’immaginarlo: è come la strada, lo spartitraffico, l’edicola, il lampione. Il mare necessario che – lei non lo sa e non lo sospetta – fa da confine all’anima, la esercita quotidianamente, la provoca, le sciorina lo spettacolo del meraviglioso e del fantastico che, ogni giorno, ci tengono vivi e allungano la nostra giovinezza.
 Meraviglioso, appunto. Tanto che io – giunta di supporto logistico, parentale e metafisico alla trasferta, ché non si dica mai che qualcuno di noi viaggia senza la famiglia attorno – le ho detto, guardando l’azzurro metallico (maggio quest’anno è un aprile con qualcosa di novembre), la fronte caparbia delle nuvole basse e la qualità terrosa dello Stretto di oggi: “Zia, lo sai che stanno facendo già le 
elezioni  per le nuove sette meraviglie del mondo? Lo Stretto non ci starebbe bene?”.
“Altre sette?” s’è impensierita la zia.

(continua…)

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ritratto di famiglia in un esterno (Fernando Botero)

  Sì, siamo partiti tutti. Con dieci pullman, cappellini, scarpe comode, colazione al sacco. Figuriamoci se ci facevamo scappare il “Family Day”, noi che da queste parti siamo così attaccati al focolare (e qualche volta ce lo portiamo dietro, il focolare, in comode porzioni da 7,65 o anche 28 millimetri, dipende), e mettiamo la Famiglia al di sopra di tutte le leggi umane e divine.
  Io dovrei essere la capofamiglia, ma non è così certo. Sono femmina, meridionale, comunista. Femmina dominante, meridionale credente e praticante, comunista recessiva. Garantisco reddito, difendo la mia quota di produttività ed efficienza, pago le bollette, sostengo lo sguardo del portiere e dell’amministratore e stabilisco i consumi. Ma nessuno prende ordini da me, nemmeno il gatto. Nemmeno io.
  Mio figlio: nove anni, le orecchie di mio padre, i miei capelli. Un bel senso dell’umorismo, l’attitudine ad inventare le parole, una sensibilità preoccupante, ma ancora ben rivestita di sano egoismo infantile (quand’è che si perde, quell’equilibrio tra la scoperta e la sconfitta? Io non me lo ricordo più, quando).
  I miei genitori. Il fatto che siano morti non impedisce che ci appartengano, e che noi apparteniamo a loro (e, soprattutto, che loro fossero con noi al Family Day: mia madre con lo sciammisso verde e mio padre in giubbotto e camicia a righe, elegantissimi). Ci parliamo tutti i giorni, d’altronde. A volte litighiamo, ma come quelli che si amano.
  Il mio compagno, con la sua famiglia. Perché mica esistono, le persone, nel vuoto pneumatico. Così lui, il bel D., ha sempre con sé i suoi figli (due), suo padre morto, suo fratello lontano (che ha anche due figli dal primo matrimonio e alcune fidanzate, che non sono più fidanzate ma ci sono, entrano nei nostri discorsi e nella sua vita, quindi le devo contare). Ha anche sua nonna, uno John Wayne siciliano e femmina. Qualche volta si porta a cena pure Chopin, che sta appollaiato sull’appendipanni o sul pianoforte, con la faccia smunta: gli offriamo il vino rosso, ma lui fa di no con la testa. Ora dice che vuole adottare Don De Lillo (non so se avete presente: è uno scrittore con qualcosa di miracoloso), e stiamo facendo le pratiche.
 Il mio ex marito e le sue fidanzate sono arrivati a parte, con un pullman di quelli grandi.
  Le zie: sono un numero imprecisabile, diciamo un tot. Sono alte e grosse, oppure piccole e nere (a volte si trasformano: sono piccole gigantesse, nane smisurate, e passano per le porticine o sfondano i muri e gli specchi). Sono donne pericolose, con misteriosi contatti col passato. Zia Ciccilla che morì giovanissima, d’un morbo sconosciuto: la sua bellezza leggendaria è l’argine e il confine di tutte le bellezze possibili. Zia Rosalba, la pensionata più adolescente che si sia mai vista, specialista in turchesi, arte moderna e carciofi ripieni. Zia Mariella che veste i morti, e ogni tanto sente trafficare alla porta, come faceva il nonno Stefano, e allora sa che qualcosa sta per succedere ed è vero. Quindi aggiungo pure il nonno Stefano, messaggero degli dei, morto quarantadue anni fa. E nonna Anna, che io ricordo nel nome e nel culto delle cose perdute: continuo a sognare la sua casa, che ha sottopassaggi segreti fino alla Magnagrecia, al fondo dello Stretto e alla Luna. Poi nonna Vincenza, quella bella con la pelle bianca e gli occhi chiaroveggenti che fece il primo figlio a dodici anni, e ogni tanto chiedeva alle commari: “Me lo tenete un poco?” e andava a giocare con le bambole. Ma poi si riprese di colpo, come succede qui, dall’infanzia, e passò a un’età adulta segnata da uno spaventoso controllo della realtà che arrivava fino ai sogni altrui.
  Mi viene in mente che la capofamiglia vera, forse, è nonna Carmosina, lo splendore che visse fino a centocinque anni ma continua a fare polpette, aggirarsi nel corridoio e controllare la dispensa. Il suo ritratto è appeso nell’ingresso, e lei fa segno di sì o di no, quando entra qualcuno, ma solo io lo so. Io e gli altri della famiglia.
  Poi c’era anche, con noi, la mia amica, che ha una sorella, una madre e un cane, Isotta la romantica. Anche lei porta nella famiglia un sacco di legami con altre famiglie: ospitiamo zie e zii, cugini, prozii, nonni defunti e fantasmi di passaggio. E anche fidanzati, amici e loro famiglie.
  Il mio gatto ha tutti i problemi dei deportati (viene dall’Ungheria), e certi segreti felini molto profondi, ravvisabili assai raramente, in scatti improvvisi mentre dorme e sogna, in dispetti feroci con cui condisce il suo attaccamento incondizionato, in certe perplessità misteriose attraverso le quali ci fissa anche per ore. Ma abbiano portato anche i gatti che furono: il tigrato scomparso in campagna (sospettiamo se lo siano mangiato in salmì, nella terra in cui mangiano gatti, ghiri e falchi pecchiaioli), l’angora morto d’una malattia crudele, il ladro con un occhio nocciola e uno verde, la gatta spagnola dei miei zii tonti (c’erano pure loro, con la maglietta della salute e i panini con la mortadella che hanno mangiato nascosti in bagno, per non doverli offrire).
  Abbiamo portato anche alcuni mobili, che fanno parte della famiglia per diritto e per natura: è stato un po’ complicato caricarli sul pullman, e poi portarceli in corteo, ma la famiglia è sopravvissuta a due guerre più una di mafia, un boom economico, almeno tre recessioni, innumerevoli tradimenti e lettere anonime, una ventina di cause civili e un’apparizione della Madonna, e quindi cosa volete che sia. C’erano la cassapanca del corredo, il tavolino ovale, i tappeti. L’orologio con la cassa melodiosa e gli spazi segreti dove il tempo s’accumula, e ogni tanto bisogna dargli una botta perché non s’incanti, e continui a ripetere ore già vissute. Il piatto di ceramica dove lasciavano cadere le chiavi (e quindi fa parte della famiglia pure quel suono, il rintocco che faceva ogni ritorno), la credenza. Le lenzuola, naturalmente, coi monogrammi intrecciati e analfabeti. Gli scialli con le frange del periodo degli scialli con le frange (ci sono stati, in famiglia, periodi di sottobicchieri, di bavaglini, di copriletti ricamati, ma il mio preferito è quello degli scialli). I libri. L’enciclopedia “I quindici”. I quaderni. Il mio professore di latino del liceo. La mia migliore amica del ginnasio. Un bambino di cui ero innamorata, infelicemente, alle elementari. I gerani. La mia collezione di sassi. La vestaglia azzurro polvere di mia madre. Le foto. Il canterano. I bicchieri. La vecchia casa sul mare, tra la vigna e la spiaggia, tra l’infanzia e l’adolescenza, tra la Calabria e la Sicilia. Le matite e i plaid scozzesi. I ficus benjamin. Il pallone rosso. La vecchina che viveva nel cantinato di mia nonna. Mio cugino che sta in Spagna. Le candele e l’alloro della casa vecchia. Le scarpe.
 Sfilando prendevamo un isolato intero, ed era proprio bello.

  Ci hanno chiesto il certificato, quando siamo arrivati, e io l’ho mostrato, con tanto di timbri e firme: era una famiglia naturale, cosa credete, con tutti i sacramenti al posto giusto. Le firme erano di Bruno Vespa, Paolo Crepet e il Gabibbo. E noi, una vera famiglia italiana.

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immaginazione pornoromantica

 Pornoromantica  è decisamente affascinante.
E’ complessivamente malva, viola chiaro e forse verde segreto, con occhi lunghi, capelli cortissimi, piccoli globi d’argento appesi ai lobi che le sfiorano le misteriose vene del collo. Ha scarponi, una borsa come un naviglio e una marsina a delicate trame violette su violetto. Una timidezza forse antica, forse domata, forse solo presunta s’affaccia sul bordo, si ritrae, si fa un giro nel mezzanino dell’albergo liberty. La curiosità manda lampi, tale e quale al faro della zona falcata. Due o tre anelli ripetono l’argento attorno al pollice.
 La brioscia è in difficoltà, la solita: non crede nelle domande, non ha niente da chiedere. Non crede nemmeno nei fatti, figuriamoci. E’ un mistero, come possa fare il suo mestiere.
 Se uno s’è letto il libro  di Pornoromantica, e magari il blog – e conosce da sempre l’impasto di voci, il chiacchiericcio, la tessitura dei testi che crescono dentro se stessi, cuociono a fuoco lento, post dopo post – non ha proprio niente da chiedere.
"Come mai pornoromantica?" chiede – invece – la brioscia, professionale (e mentalmente si risponde: perché sì, perché è una cosa perfetta, come tutti gli ossimori, e una volta che uno se la trova ha fatto bingo: le parole inventano le cose).
"Per amore mi sono inventata quella parola… " risponde Pornoromantica – e lì si apre la prima fessura spaziotemporale, perché la brioscia soffre di castelli in aria, di flash back nel passato altrui, di fughe narrative che non potrebbe scrivere mai sul giornale. Che non potrebbe scrivere da nessuna parte, nemmeno qui.
Si trova a pensare: che bello, un amore che fa inventare le parole. E prova a ricostruirlo a partire dalla qualità limpida degli occhi di Pornoromantica, dall’argento che diffonde i suoi elettroni nell’aria di maggio, dal pomeriggio che scorre leggerissimo nelle strade del centro, nella hall dell’albergo liberty, sotto il ficus magnolioide che si mangia la piazza.
 Ma sì, l’amore ci salverà, e la curiosità. Che fa inventare le parole, i blog, i libri interi. E dalle parole, i blog, i libri interi si rituffa nei corpi, navigandoli, esplorandoli, rivestendoli d’argento, di malva, di verde, di magnolia e di maggio.
La brioscia soffre le sue domandine scritte con la matita: e dove, e come e quando e perché e qui e lì e il blog e i lettori e l’editore, mentre sta pensando ad altro, a come catturare il fascino di Pornoromantica, dove situare esattamente sulla mappa i fiori viola della marsina, le maniche appena lunghe che lei tira a nascondere le mani, le lune delle unghie, la grana della voce. E brioscia non vorrebbe, ma ogni volta è inevitabile confrontare la scrittura con chi scrive, il corpo immaginato col corpo reale. Caterina, l’io narrante del libro, è bianca come il latte, con un segno di vittima assieme esposto e nascosto, una fragilità leggera come una macchina da guerra. Pornoromantica è più sottile, geometrica, risonante. Sta seduta leggermente inclinata in avanti, ha minutissimi gesti di difesa continuamente scongiurati. Mangia la realtà a piccolissimi morsi, ma tutta.
 La brioscia scivola piano sulla sedia, forse vorrebbe scomparire sotto i fogli 4×4 fregati alla stampante. Ha la mente piena di possibili vite di Pornoromantica, mentre lei parla le vede disegnarsi brevemente nell’aria ferma, scomparire, riformarsi con la logica di cristalli e di favola che di solito si trova solo nei caleidoscopi.

 Finalmente ha chiesto tutto, brioscia. Il come il dove il perché e il quante volte. Del perché il bacio è la pietra angolare (e pensa al suo fidanzato dagli occhi verdi, la brioscia, che bacia come se ne andasse della sua vita)(sì, ne va della sua vita). Del perché l’educazione sessuale di tutti noi passa ancora per il "fai da te" (nel senso più ampio del termine, si capisce) (e infatti la brioscia suddetta fino alla tenera età di tredici anni credeva che le mestruazioni fossero pratiche da sbrigare mensilmente in un apposito ufficio, che il sesso orale non esistesse e che dentro l’organo maschile ci fosse un osso, pensate). Del perché – vabbè, lo so che in questo blog puritano e ascetico non siete abituati a questo linguaggio, ma citare è uno sporco lavoro e qualcuno deve pur farlo – "il pompino è il più pornoromantico dei baci" e ci vuole emozione, dedizione e curiosità, come per tutto il resto ma forse pure di più.
 Allora, messi via i fogli, Pornoromantica e brioscia s’incamminano per strada, alla ricerca del costume perfetto per uno scampolo di mare siciliano. E chiacchierano di perizomi, di primavera, di ex amori: la loro conversazione è un sistema di circoli, rombi, piccoli fiori che si perdono verso l’alto. Incontrano maestre delle elementari, compagni di tango, commercianti di costumi, posteggiatori. Ridono. Il pomeriggio perfetto di maggio riempie tutta la strada, con un miele leggero appena increspato dal vento pulito di sud ovest.

 Uffa. Volevo raccontare il mio incontro con Pornoromantica, le rispettive posizioni ideologiche sul perizoma – lei è una convertita, io una renitente talebana – la significative convergenze sul sesso orale e sulla necessità di corsi di bacio perfetto fin dalle medie.
Volevo raccontare le solite difficoltà di brioscia a credere alle sue stesse domande a beneficio del lato b, al puro scopo di incrementare (anzi dirò di più e  di peggio: implementare) il marketing del libro, che alla fine sembra dedito – il marketing, ma in fondo il giornalismo tutto –  a solleticare il porno più che il romantico (brioscia:
cosa resta se al pornoromantico togli il romantico? Pornoromantica: l’italiano medio… ), perché all’editore comunque interessa soltanto trovare un’altra Melissa P.  – che il perverso dio del best-seller l’abbia in gloria – e dell’aspetto letterario-evolutivo con retrogusto di liberazione non gliene importa una benemerita, sostanziale cippa.
E invece m’è uscito il solito post piagnucoloso, una vera elegia da menopausa. Non me ne voglia Pornoromantica: io studio, m’impegno, mi applico, ma resto una romantica del cappero. Basta, da domani cambio vita.
(nel frattempo, leggetevi il libro e il blog di Pornoromantica, che vale la pena)(e anche il pene, direbbe una pornoromantica vera, accidenti).

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un porta paure firmato (De Chirico)

 La paura sta raggomitolata nel suo spazio. Esistono appositi porta-paura, dappertutto. Quelli da viaggio, per esempio. Dalla notte prima – del viaggio – e a volte prima ancora, si aprono automaticamente, e lasciano uscire incubi, aerei caduti che volano con l’ala rotta lungo il corridoio, scheletri, valigie rubate, strade dal nome incomprensibile, malattie tropicali, metropolitane bloccate, tassisti di Lisbona, rapinatori col coltello.
 Il porta-paura da viaggio è come un bagaglio a mano, non più grande d’un beauty-case, e si può comodamente portare con sé. Però spesso non vale la pena: le paure da viaggio di solito finiscono alla partenza, e si corre il rischio di trascinarsi appresso un porta-paura perfettamente vuoto.
 Le paure più comode stanno in un taschino, sono sottili come un carta di credito: paura di finire i soldi, di cadere sul marciapiede, di trovarsi nell’ingorgo di lunedì, di mettere il piede su una cacca di cane. Ma quelle le perdi subito, o scadono, se non le usi entro una certa data.
 Le paure da ufficio si possono mettere nell’armadietto, ma solo se la serratura funziona: quelli del turno di notte rubano tutto, e bisogna stare attenti. La più voluminosa, però, a volte non entra nemmeno lì, e tocca lasciarla in garage, con l’antifurto: la paura di non farcela. La paura d’avere sbagliato lavoro, che dopo vent’anni è aumentata considerevolmente, conviene gonfiarla dall’apposito beccuccio, e lasciarla ondeggiare fuori dalla finestra. Nei giorni di scirocco, però, può volare via, in mezzo alla sabbia rossa e al sale sporco: poco male, però, perché lo scirocco tende ad accecare, e tutti hanno lo sguardo in basso e perdono la speranza e il senso del cielo, e tutti quei palloni per aria non li vede nessuno.
  I porta-paure da passeggio sono anche molto eleganti: di pelle, di camoscio, di nabuk scuro o chiaro. La paura di non essere abbastanza bella, abbastanza femmina, abbastanza sicura, abbastanza alla moda. Perché non basta un vestitino, una calza, la scarpina giusta: è una paura antica, di prima dell’adolescenza, quando gli occhiali ti pesavano sul naso,  la maglia di lana pungeva e di tette nemmeno l’ombra, ma gli ormoni già cominciavano i loro viaggi, e nascevano certe fantasticherie del corpo, tutte del corpo, che macchiavano la biancheria e i sogni. Poi lui che ti guardava, non ti guardava, ti confrontava con quelle della terza gi, che erano donne fatte, pure col rimmel, e tu eri, come sempre, fuori posto, fuori tempo. Così quell’ansia non ti è passata mai, e quando ti vesti scegli sempre con cura il porta-paura più adatto, di pelle, di camoscio, di nabuk. Scuro o chiaro.
  La paura della notte non conviene metterla in un porta-paura, primo perché in genere sei a casa, e puoi pure lasciarla ai piedi del letto, o al limite sul balcone, se fa troppo rumore o ha bisogno di bere o fare pipì; secondo perché ancora non ne hanno inventati di così grandi. Non fidatevi, di quelli che dicono: i nostri porta-paura possono portare qualsiasi paura. Non è vero.
La paura dell’uomo nero non entra da nessuna parte, hai voglia a piegarla e ripiegarla, e illuminarla con la torcia scaccia-paure. Poi, tanto, sei sempre tu che ti guardi i film horror che quella paura la trovano, ne prendono un capo, e piano piano lo tirano, lo tirano e la paura diventa gigantesca.
La paura della notte mangia di tutto, è nata prima di te e probabilmente è pure ereditaria: qualche volta ci sento ululati di lupi del paese di mia madre, che d’inverno era un circolo di fuochi isolato dalla neve; qualche volta sento fischiare una pallottola, come quando la nave inglese s’incendiò davanti al porto, e mio padre e gli altri monelli andavano a vedere la nave fantasma che sparava da sola, e ogni tanto qualcuno restava lì con un fiore di sangue e di sorpresa sul viso, una vittima civile, dicevano (come adesso). Mia nonna c’ha versato una certa paura del soprannaturale, di pastorelli che vedono madonne, e madonne con gli occhi fosforescenti che bucano il buio nel tinello (e io mi sogno sempre la casa della nonna, che era una casa di cunicoli che portavano al secolo prima, o anche più indietro).
  Ma la paura più grande, la migliore, quella che porto con me sempre, ma a pezzettini – perché è così grande che ho dovuto affittare un capannone, e vado tutti i giorni a spalare, a sistemare la paglia, ad annaffiare, a pulire le guarnizioni – quella non ha un suo porta-paura specifico. Predilige le borsette di perline, le custodie di raso delle scarpe da tango, le tasche della vestaglia rossa, i portapenne. La trovo nell’astuccio del rossetto, tra i fogli, nel bloc-notes. E’ qui, nelle fessure della tastiera, sull’angolo del monitor, attaccata al fermacapelli, sulle pantofole. Oggi, particolarmente, so che l’avrò accanto a pranzo, a specchiarsi nei coltelli, a disegnare col dito sul vetro della bottiglia. La troverò in macchina, seduta nel posto accanto, tra una traccia e l’altra del cd, ripiegata nel libretto. L’indosserò con le calze, appesa all’orlo della gonna, attorno al bottone della maglia. La porterò con me come un foulard di seta, una mantello, un gigantesco palloncino color melanzana, che si agita al vento di maggio, e probabilmente cresce col crescere della sera, che cova fin da mezzogiorno, tende alla sua liberazione odorosa – sa di gardenie e mare – per nostro tormento. Gli odori, e le musiche, specialmente, la nutrono. Le altre paure comunicano misteriosamente con lei, con un sistema di tubi, fessure, condotte. E’ alta come un palazzo di dieci piani, visibile dall’altra sponda dello Stretto. Fa un rumore sommesso, ma perfettamente percepibile, specie verso il tramonto, quando, per misteriose ragioni – forse legate alle maree –  s’intensifica. Io parlo, e canto, qualche volta, per non sentirlo, ma so che c’è.
E’ la paura di non essere amata.

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ditelo coi fiori (Marc Chagall)

Bandiere – Assenti, anzi presenti ma come se non. Se le portano dietro a Comiso, a Portella della Ginestra appresso a Bertinotti, persino al concertone romano, ma è tutta scena. La bandiera rossa di mio nonno è sepolta con lui, di nascosto al signor parroco, che sennò nemmeno gli avrebbe benedetto la bara e stavano tutti lì col fiato sospeso, sicuri che il nonno si sarebbe incazzato tanto da resuscitare, e prendere quel parrino per il collo, come aveva già fatto d’altronde, e sbatterlo fuori da casa sua. 
 Zia Mariella, che veste i morti e presiede a tutti i passaggi tra i mondi, fa sempre l’inventario dei defunti, ché non si scordino niente: il lenzuolo del corredo, il rosario ma senza medaglietta – ché nelle bare non si mettono immagini sante né croci – le scarpe buone ma senza lacci – e non perché al defunto non venga in mente di strangolarsi, piuttosto perché lì non si portano nodi, circoli, incroci, non più. 
 E poi niente fede, perché l’oro non si seppellisce (e io da piccola non ci pensavo che era per tenere lontani i tombaroli: credevo che l’oro avesse una soprannaturale qualità di luce, e che patisse il buio e la lontananza dalla vita, e m’immaginavo l’oro dimenticato nelle tombe che rimbalzava, e continuava ad agitarsi, a brillare, dimenticato, afflitto).
 Lei distese con cura amorosa la bandiera di mio nonno sul corpo rigido: la stoffa rossa splendeva come un’amarezza.

Canzoni – Tantissime. Zia Mariella m’ha detto: domani m’ascolto "Bandiera rossa" due volte, mattina e sera. E io: zia, chiamami quando attacchi il giradischi. Sì, nipote, che ti fa bene.

Capretto – Dappertutto. Per lo più al forno con le patate e le cipolle, ma c’è chi lo fa in umido con i piselli: sono scuole di pensiero. Noi siamo di patate e cipolle, soprattutto rosse. Zia Mariella le mangia a morsi, che fanno bene al cuore e tengono lontano il malocchio. Sa sbucciarle evitando le esalazioni di pianto che s’attaccano agli occhi. La zia ha lacrime di ferro filato, di pietra dura: una cipolla non la farà mai piangere, se non ci riesce la vita. Però si tinge le dita d’amaranto, e il profumo insistente, ossidato, misterioso le rimane attaccato per giorni alla pelle, fa parte del suo odore naturale, che è di foglie nascoste, di sale marino, di muschio, di palude, di legni. Lo stesso odore di mia madre.

Cortei – Non si usano più. Mio nonno se lo faceva ogni anno, coi baffi sistemati e il garofano rosso (e la bandiera). Tre chilometri di marciapiede, la banda, gli striscioni che ogni tanto sbattevano coi pali della luce: quel rumore di passi, le esplosioni d’ottone dei piatti e il fruscìo mi sono sempre sembrati il rumore della democrazia. Che scema.

Cielo – Il cielo del primo maggio è tradizionalmente infido. Mostra il sole, dapprima, poi piano piano distribuisce le nuvole, le piazza sempre più vicine, più buie. Il primo maggio s’intristisce fin da mezzogiorno, qualche volta piove.

Garofani – Rossi. La zia ne porta quattordici sulla tomba del nonno. Lei comunica così coi defunti: primo maggio garofani rossi, pasqua palma e ulivo benedetti, natale stelle di natale o agrifoglio, una rosa ai compleanni e un garofano bianco ogni volta che qualcuno le viene in sogno. Mimosa l’otto marzo, singapore per scacciare i sonni inquieti, casablanca per spegnere la dimenticanza. Girasoli per l’estate, gladioli mai. Calle per la primavera, gardenie per sospirare, gerbere malvolentieri. Fresie quando spera qualcosa, rose bianche ogni volta che può. Sempreverde per ricordar loro qualcosa che sa lei, nebbiolina per nascondere, iris per bellezza, anemoni per antipatia. Ciclamini per fingere, gerani per un patto segreto, gelsomini per assurdo.

Sera – La sera del primo maggio porta odori di carne arrosto, di spiaggia, d’estate promessa e lontanissima. I pontili esalano respiri marini, o l’erba del ciglio delle strade, o i cespugli già carichi, e tutto si mischia e sale le colline della città, cerca uno sfogo dentro la notte, il cui corpo aromatico e oscuro ti viene a turbare negli androni, sui terrazzi, davanti alle soglie. Per fortuna l’indomani è il due maggio.

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