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Archive for luglio 2010

Spartizioni

 Il primo non so quando ha cominciato. Forse ieri mattina, forse due notti fa, mentre la spazzatura bruciava in mille fuochi segnaletici che disegnavano il profilo della città dall’altra costa (la città s’è presa invidia di Napoli, e c’è un odore di Napoli, una nostalgia del fuoco e dell’orrore che si avverte chiaramente ad ogni angolo di strada).
 Insomma, quello ha preso un coltello, o qualcosa di affilato, è salito in cima un cassonetto, una catasta di cassette di frutta o un lampione e se n’è tagliato un pezzo.
"Hanno detto che cominceranno da qui – ha spiegato quando qualcuno l’ha visto – e allora io mi piglio questo pezzo". E ha tagliato, senza troppa precisione, un quadrato di Stretto, affondando bene la lama nell’aria fitta, attraverso la caligine marina, le scie grasse delle navi bianche che, per lo scirocco, filano sotto costa, caute, scuotendosi i fianchi per dolori invisibili. Se l’è messo sottobraccio, e s’è avviato verso qualche condominio occhiuto scavato nella collina, o qualche baracca sotto il cavalcavia, o qualche villetta schierata lungo l’osso dell’autostrada. Ha lasciato un foro quadrato, nero nero, giusto al centro.
Da allora è stato un assalto.
Arrivano con coltelli, mannaie, temperini. Ognuno se ne taglia un pezzo: "E perché dovremmo lasciarglielo a loro?" si dicono l’un l’altro, annuendo con forza. Intendono i signori degli espropri e dello sbancamento che faranno il Ponte, il ponte delle Due Mafie, con piedi di cemento visibili dal satellite, e profondi fino alla bocca di Cariddi. Enorme come certe bugie grandi quanto dirigibili, paesi o isole intere. Ma le bugie cominciano sempre da qualche parte, e se guardi all’inizio, nel gambo delle bugie, c’è sempre qualcosa di rotto, di sbreccato, di rovinato.
E qui siamo abituati a non lasciare niente. Siamo cavallette sfortunate, formiche rosse piene di fame, affamati per storia, indole e genetica.
Così, c’abbiamo dato dentro di coltello, mannaia, temperino. Pure forbici, e persino forcine: pezzetti minuscoli di Stretto che brillavano come stelle marine, e si potevano mettere fra i capelli. Lavoravamo tutti con impegno, staccando questo e quello. Le finestre di Villa San Giovanni, che in certi giorni le puoi aprire da qui, o sbirciare nelle case. Gl'incendi sulla dorsale, le ginocchia azzurre della Calabria immerse nell’acqua. Il muro abbagliante d’un complesso penitenziario, sopra Catona, che però si chiama "Conca d’oro". L’antenna solitaria del pilone, che gratta i cieli e sbriciola le stelle da sotto. Ognuno si staccava quello che voleva. Io ero incerta tra un garofalo che s’era aperto proprio lì davanti – un fiore di mare con petali d’insidia, quando le correnti di Ionio e Tirreno (che hanno un sale diverso e vecchi rancori) si scontrano – e un giro di gabbiani attorno all’albero d’una nave, coi loro stridi preistorici.
Non c’è voluto molto: dopo un paio d’ore sono arrivati i picciotti con trinciatoi e motoseghe, zappe e picconi, e i camion dei clan ch’erano già pronti per il movimento terra. Hanno cominciato le demolizioni da Capo Peloro, lavorando con metodo, nemmeno fossero le imprese dello Stato.
Alle nove di stasera non ce ne sarà rimasto per nessuno.
E sai quanto ti costerà, un pezzettino di Stretto, al mercato nero?

Non sto scherzando. Qui le due trivelle dimostrative del Ponte che va avanti, gigantesco cementizio e inconcepibile come questa legislatura, sono lì che trivellano, le cricche si leccano le labbra e siamo tutti rassegnati all'idea che, fra qualche anno, avremo qui davanti, dove ora si stende questo mare chiuso e ribollente, questo mare trasversale e antico, solo un enorme spazio nero e quadrato, come un recinto o un cortile di cemento armato. La rassegnazione fa odore di cassonetto, pesce marcio, pannolini, bucce d'anguria. Non si sente altro odore, per ora e forse per sempre.


 

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E dire che nemmeno mi pungevano. Le zanzare, che pure erano democratiche ed egualitarie, laggiù tra i delta delle fiumare che cambiavano di posto ogni notte. Zanzare autarchiche, che si levavano al crepuscolo dai loro nascondigli (sottovasi, argini, pozzanghere cittadine di oleosa bellezza, dove si specchiavano inclinati i palazzi d’edilizia popolare e i cieli arancioni e meridionali) e salivano in sciami silenziosi verso la città di carne. Eravamo abbronzati, accaldati: allora l’aria condizionata era solo nelle banche e nei supermercati, e in casa era tutto un industriarsi di cannizzi, ventagli, correnti d’aria organizzate tra porte e finestre (mia madre era l’architetto dei venti, li orchestrava ogni mattina dopo averne studiato intensità e direzione, ché lo scirocco portava dentro e il levante peggio, ma la tramontana era pulita e spingeva ogni cosa, il caldo le zanzare e l’odore di soffritto, alla casa della vicina), ventilatori a pale che ogni tanto si fulminavano e facevano saltare l’impianto con esplosioni da festa paesana.
 
  Eravamo abbronzati, accaldati e anche persuasi che fosse in qualche modo un prezzo necessario, per l’estate che allora era infinita e piena di sottopassaggi, stanze tigrate, albicocche, prìncipi, notti vere.
Poi, era anche vero che loro, le zanzare, s’erano divise la famiglia a metà: mia madre e mio fratello, i santi lazzari, si consolavano dicendo a me e mio padre che avevamo il sangue amaro, e nemmeno le zanzare ci volevano. Io facevo le boccacce ma segretamente ne soffrivo. Tra le tante perfezioni mostruose di mia madre, anche quella mi mancava: il sangue dolce. E la mattina me li cercavo, addosso, i puntini rosse, e qualche volta li disegnavo col lampostil: già da allora non sopportavo il nesso causa-effetto, o pensavo si potesse in fondo invertire, come avviene con le parole.
Il mio sangue restava amaro, amaro, amaro.
  Dopo non m’importò più molto. Fino al matrimonio col vampiro. Era un pasto superbo, per le zanzare, quasi come gli esseri umani (io, soprattutto) erano per lui. La notte sciami orientali e asiatici scendevano a trovarci, lasciando del tutto intatta me, e succhiando a lui il sangue mille o duemila volte. Era il suo candore ingannevole, il suo odore segnaletico e fasullo, sospetto. Ma le zanzare erano anche più sceme delle donne, e accorrevano allo stesso modo.
  Una volta andammo a Stonehenge, il cerchio di pietre confitto nella piana inglese di Salisbury: una delle cose impossibili a credersi, in quella terra di cabine rosse e monarchie coi sottoteiera (non possono stare nella stessa nazione, la carta igienica profumata di rose, la moquette in bagno, la regina madre e i megaliti: non ha senso).
 Era campagna, aperta e inglese. Presto, su ciascuno dei visitatori – era un pomeriggio fosco, d’estate corrucciata e algida – cominciò a formarsi una nuvola d’insetti. La avevamo tutti, sospesa a un metro dal capo: una nuvola nera, brulicante, di moscerini o chissà cosa, che ci seguiva dovunque andassimo. Ebbene, la sua, del vampiro, era tre volte più grande delle altre. Contemplai affascinata per ore quelle folli aureole nere, quegli ultracorpi sospesi che si spostavano seguendo gli esseri umani e mi scordai del tutto delle pietre.
 Il mio sangue restava amaro pure per gli insetti inglesi.

 Anni dopo il fidanzato vegetariano, con un debole per le cause perse, lanciò un proclama di difesa delle zanzare, che nel frattempo s’erano geneticamente modificate, s’erano intigrite e urbanizzate ed erano uguali ai barracuda tropicali che infestano i nostri mari. Le zanzare erano come il campionato, ormai: si gioca ogni giorno e non c’è più gusto.
 Il vegetariano sosteneva che non si dovevano uccidere, le zanzare: e che diremmo noi – sosteneva con la sua vocetta da primo della classe anziano –  se un gigante provasse a ucciderci? Io tacqui per un certo tempo, perché mi funziona pur sempre l’imprinting della donna zitta, o forse è il mio orgoglio calabrese che m’impedisce d’ammettere subito che mi sono accoppiata con un cretino. Ma a un certo punto glielo dissi: io non vado in giro a scassare le palle ai giganti mordendoli per succhiargli il sangue. Il vegetariano s’offese a morte, per fortuna.
 
 Oggi il mio sangue è molto migliorato. Lo dolcifico regolarmente con grandi dosi di sostanze segrete (letteratura, amore non vegetariano, vino rosso, tango argentino, ricordi) e le zanzare m’ignorano per libera scelta. Ma le zanzare oggi sono alleate con altre specie, i pappataci i zappagghiuni i tigri i papi, e sono una cosa diversa. Signora mia, non le fanno più, le zanzare, come una volta.

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  I feroci condomini sono di pattuglia sin dal mattino presto.
S'aggirano entro i vialetti, tra le siepi di gelsomino e pitosforo, lungo le cancellate di ferro battuto. Forse nemmeno dormono, contentandosi di cullare il fucile a canne mozze sul dondolo del terrazzo grande, appisolandosi per un istante o due in faccia al plenilunio spettacolare che non sta lasciando più i nostri cieli.
 Dormono per alcuni secondi, fino a che il peso del sonno gli fa cadere di lato la testa, e allora drizzano il collo di scatto, e si guardano attorno, ostili. Poi s'assestano sul cuscino con le frange, e riprendono a fare la guardia. Il pitbull di nome Pasquale gli dorme sui piedi, un filo di bava che cola dal muso scontroso. Talvolta si sveglia anche lui, e abbaia a lungo contro il cielo, le stelle e il lago, che di notte è perfettamente immobile e marcisce lentissimo sotto la superficie salata, insaporendo le cozze.
  Il mattino arriva salutato da salve d'uccelli e miracoli sullo Stretto: la luce sorge tutta assieme, da sotto in su, e le palazzine rosa del condominio sono fenicotteri di mattoni che scendono ad abbeverarsi, tra il supermercato che alza con fragore le sue trentotto saracinesche e la fila di cassonetti spalancati dove abitano le mosche luccicanti.
 I condomini fanno la prima ronda entro le otto, otto e mezzo, controllando col decimetro tutti i palmi di proprietà, contando le bouganvillee e verificando la tenuta dei cancelli. Qualche volta li oliano, con lo stesso olio del fucile: il cancello scatta come un grilletto, avanti e indietro. Mitragliano tutti i vicini, poi passano ad attaccare quelli del condominio di fronte, che li beffano ogni anno, con qualche lavoro di trivella ad agosto, con apparecchiature misteriose che disturbano i segnali della parabola, con sacchi di spazzatura di misura irregolare. Quando hanno sparato a tutti, sono pronti a uscire.
  Scendono nel parcheggio e lo percorrono tutto, fino al cortile delle autoclavi, dove i gelsomini stellati e tropicali tracimano, anticipando ogni anno la fioritura. Li guardano con gli occhi stretti, i condomini, perché sono cespugli anarchici che non tengono in alcun conto i millesimi e la proprietà. Meditano sempre di sradicarli, e sostituirli con una rete d'acciaio elettrificata, verde. Ma cazzo quanto costa.
  Misurano i posti auto disposti per lungo, aiutandosi con le mani e con la memoria – non c'è mai giustizia nei metri quadri, accidenti – e poi passano alla zona a spina di pesce, verificano che gli specchietti siano correttamente allineati, e i copertoni non escano dalla striscia di biacca dipinta sul selciato, pronti a gridare: sconfinamento! Qualche volta beccano uno nuovo, o un visitatore, o un vero abusivo capitato per caso che ignora tutte le leggi della ripartizione dello spazio sociale, la geometria censuaria e decimale e bizantina che regola la dimensione delle vite. Allora i condomini erga omnes respirano pesante e scendono in guerra: sparano col mortaio regolamenti, strappano la sicura di circolari che scoppiano con grande fragore, muovendo le foglie della palma perenne. Qualche volta caricano la mitraglietta coi verbali delle assemblee condominiali. Non fanno prigionieri. Nelle case ombrose, sotto le pergole di legno attorno a cui s'attorciglia la vite americana, dietro le tende di tessuto, i vetri camera e gli infissi anodizzati, le mogli preparano le gocce per la pressione, in un bicchierino di carta. Sorridono il loro particolare sorriso silenzioso delle mogli.
 I condomini intanto si sbracciano, disegnano con un dito sul muro mappe catastali di alta precisione, e un po' d'intonaco si sbreccia e cade, e questo è un segno molto chiaro. I condomini non smettono fino a che il cancello non s'è chiuso dietro l'estraneo, e la proprietà è salva. Allora tornano in casa, a spiare per l'ultima volta tra le fessure della tapparella, mentre un silenzio di calce secca riempie di nuovo il cortile che si prepara al mezzogiorno.
 Le lucertole passano rapide, saettando tra le siepi, entro camminamenti nascosti tra la precisione dei confini e i punti millesimali del condominio che farebbero morire di disperazione i condomini, se solo potessero controllarli tutti. Buchi dei mattoni forati, passaggi celati nel cuore dell'oleandro (la pianta preferita dai condomini: rosa e velenosa, come un sorriso di buon vicinato), cancelletti dai denti larghi: tutto cospira contro le recinzioni con cui i condomini consacrano il loro inalienabile diritto alla proprietà, alla sicurezza, alla felicità.
  Piazzano sui muri cocci aguzzi di bottiglia, filo spinato, lance appuntite che spartiscono l'azzurro implacabile del giorno. Sistemano negli angoli i fili senzienti dell'antifurto, le fibre occhiute che moltiplicano i loro sguardi, la loro vigilanza, il loro febbrile possesso, che – dicevano i romani –
va dalla terra al cielo e forse pure oltre: qualche volta guardano dritto nella luna, che è così vasta e gialla, in queste sere, da poggiarsi in bilico sul pilone, con un rumore sgonfio di mongolfiera, e pensano a tutta quella proprietà indivisa, tutto quel terreno da recintare, tutti quei crateri sprecati.
Allora sospirano e muovono il piede, e il pitbull grugnisce, nel sonno.

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Lo Stretto salpa al mattino presto, o forse ancora di notte: il giorno non arriva da est e non è per davvero luce, il giorno sale come un fumo o una combustione spontanea di particolari ciottoli rosa, un vapore d’acque ferrigne, una vibrazione insopportabile che anima le lingue di terra, i vortici di sale, i pontili. Lo Stretto si disancora lentamente e comincia la sua massiccia navigazione, in senso longitudinale, attraverso il mediterraneo.
Una propulsione misteriosa si sviluppa sotto tonnellate d’acqua e di roccia, sotto strati di nomi accumulati, terricci, ceramiche a figure rosse e nere, ruote di carro, cocci di bottiglia, monete ossidate con profili di tiranni, pallottole, vanghe, croci e ossa umane e disumane. Nessuno sa esattamente cosa sia: qualcuno dice i vulcani, qualcuno i giganti e i centìmani imprigionati nelle segrete e nel tempo, qualcuno persino gl’incendi rossi che tormentano il dorso nero delle colline, durante le notti. I motori girano sempre più veloci, col rumore di turbina del giorno che sale – o scende: non è chiaro il movimento della luce, né la sua natura. Le eliche gigantesche si muovono, aspirano le acque ioniche e tirreniche e formano vortici e garofali, distintamente percepibili anche nei giorni di foschia: sono i buchi nell’acqua dello Stretto, la sua costante lezione d’impossibile.
Le eliche girano, e lo Stretto salpa lentamente, col suo apparecchio di terre, coste, colline e il suo sistema chiuso e aperto di correnti. Noi stiamo nelle nostre città costiere, oppure nei paesi interni – ci sono paesi che guardano il mare e paesi che lo ignorano, paesi che si distanziano dal mare e paesi che tendono il collo fin quasi a toccarlo, per esempio con strade o file di lampioni o palazzine o leggende persistenti o sogni. Noi stiamo sulle spiagge, per ora, preferibilmente le spiagge attorno alla punta, ai piloni gemelli che non perdono mai la distanza reciproca (che è il loro modo di starsi vicini, di non mancarsi).
Lo Stretto naviga sicuro, fermo, al centro del mare, con la sua scriminatura di correnti, i suoi andirivieni tra le sponde, il suo chiacchiericcio ininterrotto: noi guardiamo la Calabria, che qualche volta è azzurra e immersa in se stessa, qualche volta è nitida e vicina, davanti alla porta di casa, e non puoi spalancare una finestra senza urtare qualcosa, una palma, un porticato, una tettoia di lamiere.
Lo Stretto gonfia le vele – che qualche volta sono immense, bianche e triangolari con vertici appuntiti che toccano il cielo, qualche volta sono basse e stracciate, e vi s’impigliano nuvole nere, gabbiani grigi, fili della biancheria – e naviga, naviga tra le terre.
Ci sono un gran numero di barche, navi e zattere, bastimenti e portacontainer, luntri e velieri, pescherecci e motoscafi, disseminati tra le terre e i mari, che ci guardano passare. Vengono da ogni dove, si piazzano lì, tra gli scogli o in mare aperto, alla fonda nelle rade, all’imboccatura dei porti, solo per guardare lo Stretto che passa, lento maestoso e antico, nella sua navigazione quotidiana.
Lo Stretto avanza a velocità moderata e costante, sempre trasversale e parallelo: taglia oriente e occidente, li gira in modo imprevedibile tra i suoi confini, dove il nord e il sud, il prima e il dopo, il sotto e il sopra sono una cosa diversa. Diversa dagli altri luoghi.
Si trascina i suoi bagnasciuga cangianti, le sue spiagge di sabbie e ciottoli, i suoi scogli smeraldini, e la gente radunata sulle navi – i velisti i croceristi i pirati gli scafisti i pescatori i marittimi i pendolari i bucanieri i passeggeri i turisti i contrabbandieri i balenieri – li guarda passare, dalla punta alla coda dello Stretto, che è un immenso pesce di roccia viva, coralli lavici e cavità polmonari piene d’acqua.
Lo Stretto sfila con la maestà naturale delle balene, col senso liquido dei venti delle meduse, con la furbizia punica del pescespada. Lo Stretto si divincola dimenando un poco i fianchi, attraversa i guadi, conducendo le sue greggi bianche di navi agnelle avanti e indietro. La gente le guarda passare, guarda sfilare le coste sicule o calabre, e nessun punto somiglia mai a un altro, o a se stesso. I paesini lunghi s’intersecano sui litorali, aggrappati alla navigazione lunga dello Stretto, tirrenica o ionica, a seconda dei giorni e delle correnti.
Io non lo so con certezza, ma dicono che lo Stretto attraversi ogni giorno tutti i mari, oceani compresi, per tornare la sera al suo posto. Di sicuro attraversa il mediterraneo, perché le reti di luce che getta ogni giorno sono ogni sera cariche di suoni, echi, riflessi, pesci, sillabe. Meduse, pescigatto, conchiglie, sirene. Orche, orchi, seppie, tartarughe. Greci, fenici, romani. Arabi, normanni, spagnoli.
Gli equipaggi lo vedono passare, e c’è sempre qualcuno che grida: Lo Stretto, c’è lo Stretto… e tutti salgono in coperta a veder passare le sponde e i mari e le colline e il cielo e i pesci e i fari e le navi. Il sartiame fa razzia di nuvole, spazza i cieli, le tolde – torri, ciminiere, pali della luce, cristi lunghi, campanili, viadotti – ondeggiano pericolosamente. Qualche volta le terre ci si specchiano, capovolte, e ciascuno può leggere sull’acqua il rovescio trasparente della sua propria vita, e trarne conforto, o disperazione.
Allora rimangono lì a guardare, con un nodo in gola, fino a che lo Stretto non è un punto lontano, incontro a tramonti o albe o altre cose indecifrabili. Le vele, sono le ultime a sparire.

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Io mi ricordo, di Capaci.
Mi ricordo quella sensazione di titanic, di fine del mondo. Anche perché ero in redazione, e le notizie nelle redazioni arrivano così presto e così oscure che si fa sempre fatica a capire le dimensioni di quello che accade. Ma ho la sensazione che le dimensioni, in questo caso, non siano state comprese per molto, molto tempo.
Mi ricordo che non capivamo, che era solo un altro modo per non crederci.
Perché, in fondo, quelli che a volte credono di meno alla mafia e alla ‘ndrangheta sono quelli che ci vivono in mezzo e accanto e sopra e sotto (come il diritto di proprietà dei romani, che arrivava fino alle stelle e fino agli inferi, qui le Cose Nostre arrivano esattamente fino a lì, alle stelle e agli inferi, che poi certe volte sono la stessa cosa).
Non crediate che noi abbiamo una nozione più precisa della mafia di uno che sta a Bressanone o a Forlì. Per quanto ci riguarda, potrebbe essere come Gomorra, un paese immaginario che per le misteriose proprietà delle altre dimensioni sta qui ma è invisibile, è inconoscibile.
La mafia è talmente brava a essere ovunque, che è come se non ci fosse. E tu magari non sai riconoscerla, nell’assessore che fa bitumare inutilmente le strade, nell’acqua che sparisce dalla condotta a una certa ora, nel bar sotto casa che cambia continuamente gestione, nelle gru che allungano il collo in tutti gli angoli del cielo, e i palazzi inutili ed enormi che, piano su piano, occupano tutto lo spazio libero e anche quello già occupato.
Non sai riconoscerla nel tizio del baracchino della frutta, nel compagno di scuola che veniva sempre vestito di nero perché gli avevano ammazzato un sacco di fratelli e cugini, e un giorno è sparito pure lui, partito per chissà quale vendetta o comando.
Non sai riconoscerla nei fori dei proiettili sui cartelli stradali o sul costato del Cristo Sparato di Zervò.
Non sai riconoscerla nell’economia oscura, volatile eppure ferrea che governa certi cortili, certe piazzette, certi angoli di strada.
Tu dici: io non so, ed è vero.
Non basta che loro siano Capaci di tutto. E’ che noi, noi così non siamo capaci di niente.

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sì, siamo in un circo. nella parte delle bistecche lanciate alle tigri

Se dovessi acclarare che la Costituzione è stata sostituita nottetempo col regolamento del Monopoli;
se dovessi acclarare che – dopo le ministre Simpatia, Modella Domani, Cinema ed Eleganza – la nuova moda sono i ministri ventiquattrore, i ministri-lampo, e forse in futuro avremo pure i ministri retroattivi, o i ministri usa-e-getta che sono pure più ecologici;
se dovessi acclarare che le intercettazioni ledono la privacy di onesti cittadini che si sono fatti una posizione lavorando duramente dai gradini più bassi della (Onorata) società, fino da quand'erano picciotti;
se dovessi acclarare che la 'ndrangheta si è padanizzata, parla con lo sciusciù milanès, compra condomìni e sta preparando un suo padiglione all'Expo, sezione imprese italiane nel mondo, e magari vota pure per la Lega;
se dovessi acclarare che quattro sfigati pensionati, ormai annoiati dal tressette, avevano deciso di fondare la P3 solo per svagarsi un poco, anche perché d'estate le bocciofile chiudono;
se dovessi acclarare che la cricca sta approntando la sua manovra economica, con tanto di piani di edilizia, grandi opere anzi grandissime, ecoballe, ecomostri, cenette e cotillons;
se dovessi acclarare che per costruire un grattacielo nella Valle dei Templi occorre solo una ricevuta firmata dal portiere;
se dovessi acclarare che andremo tutti in pensione a novant'anni compiuti, direttamente dalla cassa integrazione senza passare dal via;
se dovessi acclarare tutto questo, io penso che resterei sconvolta. Ma poi mi dico che no, non è possibile che sia accaduto a mia insaputa, e senza saperne io il motivo, il tornaconto e l'interesse.
Mi dico che è fantascientifico almeno quanto il 2012, la laurea del figlio di Bossi o il Ponte sullo Stretto. Mi dico che simili cose non possono succedere, in un Paese appena appena normale. Vero? Vero? Vero?

Pezzullo uscito oggi sull'Unità, ma in gestazione mentale da un po'. In effetti, mancano un sacco di altri "se dovessi acclarare" (non sapete per una calabrese farcitrice come me quanto è difficile contenersi nello spazio di milleottocento battute: il mio horror vacui ha orrore), non tutti così politici.
Chessò: se dovessi acclarare che ho passato più di metà della mia vita a occuparmi di quisquilie, mentre i miracoli si appoggiavano ai nostri lampioni;
se dovessi acclarare che tutti i miei sforzi per essere migliore di mia madre, o anche solo diversa (e questo parallelismo tra diversa e migliore dice già tutto quello che io non posso dire, o verrei immediatamente incenerita dai caschi blu del Super Io);
se dovessi acclarare che la mia militanza nel partito del bello e del giusto è solo illusoria, transitoria, fallace e probabilmente fallimentare;
se dovessi acclarare che la parte migliore di me è già trascorsa;
se dovessi acclarare che le cose di cui ho più paura sono tremendamente vere;
se dovessi acclarare che la mancanza d'amore è quasi meglio dell'eccesso d'amore, e io ho rischiato di non sopravvivere a entrambi;
se dovessi acclarare che l'illusione non si può mangiare, è molto nutriente lo stesso ma io non so come fare a masticarla;
se dovessi acclarare che tutto quello in cui credo non crede per nulla in me;
se dovessi acclarare che non so come si acclara nulla, a partire da me…

continua fino all'infinito e oltre…)

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Sarà la crisi, ma quest’anno le mariecristine scarseggiano, come i ricci di mare e gli eppiauar gratis.
Rare teste mesciate, gioielli appena laminati e asciugamani di Missoni fasulli denunciano la preoccupante sparizione delle mariecristine dalle nostre spiagge, forse dalle nostre vite.
Ma altri personaggi s’affacciano alla ribalta balneare, per dimostrarci che la vita è sempre la migliore delle fiction.
Per esempio Baby Jane.
E’ un incrocio tra Bette Davis e Mirigliani, e si tumula di solito nel lettino accanto al nostro, per interminabili sedute di abbronzatura ai limiti dell’autocombustione. Infatti è ebano scuro con sfumature d’incendio. Ma i riccioli biondi sono sempre perfetti, trattenuti da mollette di strass e fiori carnivori di plastica fucsia che fanno pendant col bikini fiorato pesante, come un giardino pendulo di Babilonia o un’aiuola della stazione centrale.
Però è simpatica, ride vezzosa e dice sempre: “Non ci credereste mai che ho sessantaquattro anni”. Infatti non ci crederemmo mai. Ma pensiamo che solo il Carbonio 14 potrebbe stabilire con certezza la sua datazione.
Quasi di fronte sta Lady Godiva-Visnù, in posa da trimurti con le sue ancelle, la bruna anoressica e la bionda tormento. Ha i capelli più lunghi che io abbia mai visto, le arrivano al ginocchio e lei li tira, li avvolge, li annoda come i cavi delle navi traghetto. Poi ne fa un cono assiro che si appunta sulla testa, e siede ieratica nel lettino di centro, tra le due cortigiane che le fanno vento con la testa e le servono caffè freddo rituale, ghiaccioli di menta e marlboro. Io la guardo affascinata, e qualche volta le presenterò anch'io un’offerta. Una medusa morta, o un panino del chiosco col prosciutto antichizzato, o una bottiglietta di tè che qui costa quanto la mirra.
A volte scendono in acqua con circospezione; Lady Godiva scruta tutto il litorale, dà una scossa d’assestamento al seno (che è una quinta coppa effe) e si leva in piedi, ondeggiando come nelle processioni degli elefanti. Le ancelle si mettono ai lati e la scortano in acqua, salmodiando.
Quando s’immergono, succede qualcosa. Forse lo Stretto, che è un vecchio mare sacro e suscettibile, si rivolta nel fondale e rimescola le correnti. Io sospetto che sia invidioso.

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Ieri – nel girone dantesco della spiaggia di domenica pomeriggio – l'ho saputo con chiarezza: io odio la gente almeno quanto amo l'umanità. Sopraffatta dalla vergogna, me ne sono scappata a casa dove, in fondo, c'era pur sempre gente, ma almeno me la sono scelta e in un caso persino fabbricata da sola.
E dire che ero andata al lido degli anziani, quello dei cinquantenni diroccati ma ancora idealisti – per intenderci, quelli che ieri erano con me a fare il sit-in davanti alle trivelle, ridicoli ma temibili avamposti del Ponte delle bugie – quello delle famiglie multiple (noi laici abbiamo un gran senso della famiglia, come sanno tutti), quello che una volta si chiamava Legambiente ed era una forma di resistenza umana e balneare ed oggi è pressoché indistinguibile dagli altri lidini geneticamente modificati con dosi di eppiàuar e calcio saponato e musica tekno fino al bagnasciuga e oltre.
Ma non c'è scampo, alla televisivazione coatta delle nostre vite, e dunque la domenica ha pian piano assunto la sua dimensione tragica di reality balneare, le sue caratteristiche di alveare furioso dove è abolita ogni distanza prossemica (e talora pure ogni traccia di deodorante), la sua protervia di campionato delle molestie attive e passive.

Erano un milione circa, equamente distribuiti in centocinquanta metri di litorale. Piantavano nella sabbia mozziconi, bucce
d'anguria, cingomma masticata, chiodi, bambini. Giocavano a pallone, a palletta, a tennis, a pingpong, a rugby colpendo a caso tutto quello che si muoveva, nuotava o respirava.

Scendevano in acqua con la grazia dei bufali muschiati, e restavano
nella pozza a celebrare amori, gossip, deiezioni vicendevoli.

Lo Stretto, per giunta, che è un vecchio mare insofferente e
'mpituso, per dispetto secerneva pantani, o stagni, o correnti maligne, o flussi d'immondizie flottanti d'incerta provenienza.

Il tutto sovrastato dagli altoparlanti che altoparlavano incessantemente, distribuendo la democrazia ottusa e livellatrice del rumore che chiamano musica, che chiamano spot, che chiamano jingle, che chiamano – sigh e sob – parola.

Io ero persino affascinata, da tanto orrore, e ho resistito finché ho potuto. Poi mi sono detta: sei sempre la minoranza, povera te. Ho preso la borsa e, scansando la lotta grecoromana dei bambini accanto e il fuoco amico delle parole crociate della signora di lato (che risolve solo quelle a due lettere, tipo “sigla di Reggio Calabria”, oppure “Iniziali di Totti” e passa il resto del tempo a chiedere a me “capitale di Sao Tomè”, “il dramma scritto da Ulderico Mòzzichi nel 1765”, “nome del cugino primo di Stefano Bartezzaghi”), bombardata da una canzone che ricordava la sala macchine del polo siderurgico, sono scappata, chiedendomi dove ho sbagliato.
Ma lo so, dove sbaglio: dovrei diventare ricca, comprarmi una villa romita immersa nel silenzio e contemplare da lontano il mio amore per l'umanità, a distanza di sicurezza dalla gente.

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Campato in aria

Oggi faceva prove d’oceano, lo Stretto. E’ d’umore incostante e mutevole, per adesso, e bisogna capirlo. D’altronde, è sempre stato un mare inquieto e sperimentale, continuamente alle prese con prodigi, divinità fino all’orlo e popolazioni rissose e piene di pretese.
 In questi giorni le prova tutte: abbiamo avuto quattro mari dei caraibi, due mari normanni, un lago salato, un mare del nord (bellissimo: ha pure messo su un magnifico temporale sulle alture calabre, e tirava fulmini bassi che rimbalzavano e facevano eco fino a qui) e, oggi, un imprecisato tentativo d’oceano dalle onde lunghe piene di alghe e falsi serpenti che s’arrotolavano alle caviglie. Qualcuno ha pure visto una medusa blu, un barracuda screziato e sirene sconosciute che parlavano altre lingue.
  L’altro giorno mi pare fosse d’un turchese imparziale e caraibico, ma bastava immergerti per capire che no, era solo un trucco, un inganno fenicio imparato chissà quando: le correnti erano a strisce calde e fredde per tutto il litorale, come una tessitura incomprensibile ma non irrazionale (è pur sempre un mare greco e umanista). Potevi solo percorrerlo chiedendoti, come al solito, con indulgenza, cosa si sarebbe inventato ancora (ché qui mica si viene a fare il bagno, si viene a prendere battesimi e lezioni di stupefacenza e d’impossibile).
  “E’ incazzato” m’ha detto a mezza voce la nonna di Pietro, una donna rocciosa che incontro tutti gli anni, di vedetta sul bagnasciuga perché i tritoni non gli rubino il nipotino. Ha quella vecchiaia serena ma non rassegnata che tutte ci augureremmo, con certi tipi di quiete raggiunta, attorno agli occhi e alle labbra, che non escludono i piaceri, le inquietudini e i ricordi, almeno non tutti.
  M’ha indicato l’ombra che da qualche tempo grava nera sul litorale, e noi tutti ci sforziamo d’ignorare, come certe disgrazie annunciate, la crisi economica o il disamore. Sotto il suo sguardo giustamente severo non potevo fingere che non ci fosse, e così mi sono voltata. Il ponte di bugie, nero temporale, stava lì, a due campate, come un arcobaleno di sventura. Proiettava un’ombra lunga, storta, attraverso la quale non volavano nemmeno i gabbiani, che pure, saggi e spazzini come sono, non gli fa schifo niente e non temono niente. I canadair gialli passavano di sotto e di sopra, nei loro voli generosi dentro e fuori del mare, con scie d’acqua e pesci che spengono gl’incendi.
  “Diventa ogni giorno più nero” m’ha detto quella donna implacabile con gli occhi di civetta sacra. A ogni bugia, a ogni legge assurda, a ogni decreto romano-barbarico quel ponte s’ispessisce, diventa più grande e opaco, e nessuna luce ci passa.
Non so fino a quando potremo fingere che non c’è, ma lo Stretto no. Lui vuole già scappare, e prova ogni giorno le sue correnti, i suoi vortici, i suoi dissapori salini e i suoi venti alati. Qualche giorno non lo troveremo più, se ne sarà andato via, navi traghetto e mostri e sassi di fondale e garofali e capitani estinti e tutto, e a noi resterà solo quell’ombra gigantesca, come una beffa.

E' che sono francamente spaventata. Mai m'è sembrato si sia raggiunta una tale follia perfettamente istituzionalizzata e legalizzata. Quello si fa le leggi su misura, come le cravatte di seta o i rialzi delle scarpe, mentre il Paese è sempre più straccione, disperato e gonzo. Ogni giorno faccio il bagno qui, proprio dove dovrebbe sorgere il ponte, con la concentrazione d'un teorema, come se dovessi rendere una testimonianza giurata. Sì, giuro che io c'ero, quando tutta questa bellezza se ne stava qui, circondata di sfacelo ma (ancora) quasi intatta, sacra a suo modo. Giuro che io m'indignavo, quando le bugie diventavano perfettamente legali. Giuro che non sapevo come fare, se non dolermene ad alta e bassa voce, e scriverne in un blog, e sperare che cose così enormi diventassero finalmente visibili, nei cieli di tutti.

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Quindici centimetri di meno, quindici chili di più ed è Masino sputato.
Questo è il primo dei pezzulli scritti per l'Unità, che in un momento di follia ha deciso di dedicarmi uno spazio quotidiano, per portare alla ribalta nazionale il mio cortile di zie, miciazze, vivi e morti. Ecco la versione non tagliata, per i miei due lettori.

La resistenza umana c’è ancora, c’è sempre, e possiamo leggerla a volontà nel Web, dove si twitta, si feisbucchia, si blogga ma soprattutto si resiste, si resiste, si resiste. Una voce dal profondo Sud calabro-siculo. Dove le brioches sono una prova dell’esistenza degli dèi e della speranza, quotidiana, fragrante, come appena sfornata.
 
Possiamo farcela.
La lunga estate calda comincia sotto pessimi auspici, ma possiamo farcela.
Il mio filosofo privato – il portiere Masino – me l’ha chiarito all’indomani della tragedia Nazionale dell’anno: la caduta degli Azzurri dall’altra parte del mondo (cosa su cui, peraltro, esisteva un’apposita profezia di zia Enza, la fattucchiera della mutua: non potevamo vincere  perché non siamo abituati a star appesi al contrario).
Masino non ha mai letto Vico, ma Vico avrebbe amato Masino, e forse pure imparato qualcosa su corsi e ricorsi storici. “S’aviva a chiudiri”, ha detto. Si doveva chiudere. Ovviamente il cerchio.
Masino ne ha viste troppe e ha una pazienza minerale: quando – nella sua guardiola confessionale – gli confido le mie ansie per la manovra economica, la Padania che progetta la bomba atomica, Napolitano con le tasche piene di stilografiche, la signora del quinto che lava il terrazzo con l’acido muriatico, lui mi risponde con una sola parola: “Spittassi”.
Che tecnicamente significa “aspetti”, ma con tutta una masinitudine taumaturgica che non si può spiegare per iscritto, e ha a che fare non con un’attesa passiva ma piuttosto con una speranza attiva e vigile.
Ora, i corsi e ricorsi e la masinitudine ci dicono con chiarezza che Lippi ha chiuso un qualche cerchio cosmico dalle parti del centrocampo, che la nuova Nazionale sorgerà magnifica azzurra e progressiva, che la Costituzione reggerà con la sua vecchia pellaccia (lo dice zia Enza, che tifa per la Costituzione come altri per l’Inter) e che la signora del quinto non m’ucciderà tutti i gerani.
Non è poco, per un’estate che comincia con l’elaborazione del lutto.
Spittassimo.

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