Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for aprile 2006

lui, forse (autoritratto)

  Lo incontro per caso, in una mattina autunnale d’aprile.
“Questo non è il colore consueto della luce – mi dice – ma è quello giusto”.
Come se sapessi di cosa parla annuisco, e mi siedo vicino a lui.
Il luogo è un imprecisato belvedere della Città dello Stretto, un po’ grigio e un po’ celeste, fitto d’antenne e serbatoi, ma con quella vastità contenuta, quella promessa di spazio, quella distanza eppure prossimità che resta l’impronta dello Stretto.
“Qui ci starebbe bene una crocifissione” dice lui, con un lieve gesto della mano, come se tracciasse una, o tre croci.

 “Qui siamo crocifissi da un sacco di tempo” gli rispondo, e stringo un poco gli occhi perché mi sembra che il suo gesto abbia lasciato lievi tracce nell’aria: rami neri, corpi curvi, dolori ortogonali, ma anche una rassegnazione come quella delle pietre. Quella la riconosco, ci appartiene da sempre.

“Rassegnarci ci viene facile” gli rispondo, incongruamente, ma lui capisce. Fa un cenno con la sua bella testa bruna, e volge gli occhi pieni d’una luce così limpida da essere oscura.

“Di che colore hai gli occhi?” gli chiedo, perché non ho un nome, per quel colore.

“I colori non esistono – mi dice lui, ma è una provocazione meridionale, sia pure rivestita di compostezza, tagliata con bordi nitidi che non appartengono a queste terre – i colori sono un pretesto… come dite voi… una copertura”. Sorride, con un lato solo della bocca, e torna a guardare verso lo Stretto con i suoi occhi color pretesto e attesa e luce.

Mi viene in mente che “colore” e “celare” sono parole sorelle, gemellate nel modo segreto ed evidente dei nomi.

“Il colore nasconde le cose” dico, ma forse sto soltanto chiedendo.

“Come la luce” mi risponde, o forse dice soltanto.

“E non c’è niente che ci dichiari?” gli chiedo.

In una lunga pausa, tra noi s’insinua una brezza turchina, che sa certamente di sale e di zagara.

“Le lacrime, il sangue, i gesti” fa lui, dopo un certo tempo.

 

“Gesti?”lo guardo come se m’aspettassi una risposta dal suo volto infinitamente composto e reticente. “Quale gesto, per esempio?” insisto.
Solleva la mano destra, come per farmi tacere, o attendere, o ascoltare.
Riconosco quel gesto. L’ho già visto. Ricordo un mantello d’un azzurro soprannaturale, un azzurro attesa e sospensione e quiete. Un azzurro-lettura, un azzurro-pausa, un azzurro-consapevolezza e accettazione e dolore e certezza e dubbio.
 L’aria si gonfia impercettibilmente, come una promessa d’acqua. Non c’è nulla di nitido, l’altra sponda s’allontana, sparisce quasi nella foschia, lo Stretto s’allarga e l’isola perde i confini. L’isola è la sola terra al mondo, ai suoi bordi sono nuvole incerte, nebbia, nulla.
“Uscire dall’isola è molto difficile – dice lui, che guarda con attenzione le metamorfosi del cielo e dell’aria – forse è impossibile”.
“Dici che ce la portiamo dietro, ovunque?” gli chiedo senza guardarlo.
Fa un gesto come un sì, o un no.
“E la luce, provi a cambiarla, e la purezza, a cercarla nell’olio, nel nord…” continua come se non m’avesse sentito.

 Ha una piega amara, di colpo, come una disillusione inconsolabile. Gli occhi diventano neri, e più chiari. Mi sembra bellissimo, e doloroso.
“Ma tu sei tornato, infine?” non posso trattenermi dal chiederglielo, e so che è una domanda senza senso, senza fine.
“Nessuno torna davvero, nessuno se ne va davvero”, mi dice, e sorride pianissimo.
Si alza e va via. O forse resta, non so.

 partecipo, ovviamente in ritardo, alla Settimana artistica dedicata a un mio concittadino, l’inafferrabile Antonello da Messina, l’enigmatico e anfibio Antonello, un po’ siculo un po’ fiammingo, un po’ dimenticato un po’ indimenticabile, infinitamente ignoto, soprattutto in quello che di lui si può vedere…

 

Annunci

Read Full Post »

MANI

adamo tocca dio, per dirgli qualcosa

 E’ che mi piacciono le mani avulse.
Non un paio di mani, o le mani di qualcuno. Le mani solo mani. Le mani in posa d’anima ferma. Le mani zitte.
No, non le mani giunte, che sono mani ideologiche, e nemmeno le mani tese, o strette, le mani piene d’azioni che vengono da un’altra parte.
Le mani in sé, le mani distese, le mani in potenza. Consapevoli e senza gesto.
Così ho cominciato a raccoglierle.
 Ho mani di legno, d’argilla, di metallo. Una piccola mano d’oro. Una coppia di mani di resina, e una mano di marmo rosa.
Ho persino una mano-paese, si chiama Pentedattilo, perché c’è davvero un paese su cinque dita, offerto ai cieli di creta della Calabria bassa.
Mi piacerebbe una stanza tutta piena di mani, e tutte in assoluto silenzio.

 Avevo, qualche secolo fa, un cugino sordomuto. Lo chiamavamo Sciamighè, perché era il suono che aveva imparato ad articolare alla scuola dei sordomuti per indicare se stesso, un riassunto sonoro del suo nome e cognome.
S’era emancipato, aveva viaggiato e lavorava a Milano, e quanto tornava ci portava la cioccolata svizzera vera. Ma io lo temevo.
Avevo paura dei suoni con cui pretendeva di parlare, così brutti e aspri e sforzati, e avevo paura dei suoi gesti, delle sue mani enormi che ondeggiavano.
Lui se n’accorgeva, e nel suo modo sensibile mi stava lontano, per non spaventarmi. Un giorno, però, s’avvicinò e mi prese la mano. La mise nella sua, che era grande per tre volte, e mi disse qualcosa nella sua lingua mugghiante. Io non lo capivo.
Lui insisteva, la mano enorme sotto la mia, che era piccolissima, allora (ma anche adesso non trovo mai anelli della mia misura, eccetto la fede, che non mi va più perché – io ne sono convinta – s’è ristretta).
Intervenne mia madre, che faceva la traduttrice tra i mondi.
Le mani si parlano tra loro, mi disse.
Non è necessario usare la voce, le mani si parlano anche se noi non le sentiamo.
Poi lui si portò la mano all’orecchio, come una conchiglia, e annuì ascoltando, da sordo, tutto quello che la mano muta aveva da dirgli.

Ora, se porto la mano all’orecchio, in quella conchiglia vuota sento tutte le voci perdute, anche la sua.

è che oggi mio figlio m’ha regalato una mano per la mia collezione: un guanto di plastica trasparente pieno d’acqua in cui  galleggia un pokemon blu. è bellissima. e così abbiamo parlato di mani, e gli ho raccontato del cugino gigante e muto che ci portava la cioccolata e parlava con un sacco di mani. sono sicura che anche lui, adesso, ha la conchiglia del mare vuoto dove potrà trovare tutto quello che ha sentito, e soprattutto quello che non ha sentito mai.

(per giunta, oggi ho anche fatto due cose che volevo fare da molto tempo: scrivere la parola "perspicuo" e pubblicare le mani di Michelangelo, quelle di Dio e Adamo che si parlano, di Dio che dà ad Adamo un’illusione, ma eterna, e Adamo che gli dà il senso dell’errore e del vuoto, e noi non lo sappiamo ma Michelangelo, e le sue spirali furenti, sì)

Read Full Post »

MENU' DI PASQUA

tavola di pasqua (Guttuso)

 Spezzatino di campane
I cieli si rompono d’improvviso a mezzanotte, anche se è una notte di lega leggera, smerigliata e coi soffitti altissimi. Poi suonano ancora, al mattino, alle dieci e alle undici e soprattutto alle dodici. Sono piccoli pezzi, angoli di bronzo, punte di petto, con circoli di grasso. Fanno un sughetto denso, calloso.

 Pecorelli di pasta reale
Stanno accovacciati con lo sguardo fisso delle vittime, il dorso trafitto dallo stendardo, le zampe accostate al corpo. Fanno odore di zucchero e sacra rappresentazione; dentro le loro carni di mandorla scopri l’inganno pallido e uguale che ci tiene tutti assieme, lutto e nascita, gioia e dolore, gloria e perdita.
Pasqua è la festa ingannevole in cui la morte si traveste, di nuovo, da vita. Come se non sapessimo che è sempre lei.

 Insalata di palme
Sono appese con le mollette del bucato sui sagrati, le lunghe foglie pennate intrecciate in modi abili. La folla le agita, pronta a pentirsi. Lo sventolìo le mescola all’aria impaziente di tuberose, gerani rossi e gelsomini a grappolo, che soverchia e scaccia il loro odore secco di fibra e trama. Eppure, sono tutti ad annusare l’odore della vittoria, e nessuno sa dire quale odore sia.
(Anni fa mia madre aveva un colf cingalese, si chiamava Valentino e resisteva come poteva a questo mondo. La prima volta che entrò in casa la girò tutta e venne a dirci, con la faccia preoccupata: qui non ci sono crocifissi. In effetti era una casa religiosissima, ma in senso pagano. I suoi occhi asiatici non avevano visto le bustine di sale grosso legate col nastro, le scope scacciaguai appese dietro la porta, la manciata di pietre a forma d’occhio nel cassetto dell’ngresso, le collane di peperoncini sui balconi, accanto ai mascheroni di ceramica. Mia madre ci pensò un attimo, e poi corse a prendere la palma benedetta, che lei conservava per tutto l’anno in un vasetto: la palma sempre più asciutta e sfibrata, l’olivo che s’andava accartocciando, d’un argento sempre più marrone e nero. Valentino si tranquillizzò: "Siamo protetti, allora", disse).

 Capretto
Sta al centro della tavola, col suo odore di griglia e sacrificio che toglie i peccati dal mondo. Incoronato di rosmarino, insaporito e truccato d’origano, circondato di patate, immerso nei suoi succhi: Pasqua è una festa carnivora dai denti appuntiti. 

 Calderone di Calderoli
Minestre di ministri inamovibili che continuano ad allungare il brodo dei tentativi disperati, dei disconoscimenti, delle delegittimazioni al dente. E’ la zuppa calda quotidiana, quella che i telegiornali passano agli orari del rancio. Molti la sorbiscono lentamente, col cucchiaio. La trovano persino buona. 

  Fronte liscia
Sulla faccia di Provenzano non c’è scritto assolutamente nulla. 

 Carciofi
Qualcuno sa e ha già detto detto che la democrazia è come i carciofi, la loro struttura complicata, il loro sapore difficile, pieno di svolte, vuoti e pieni, angoli, amarezze. Si mangiano rovesciati, alla giudia, immersi nel prezzemolo, oppure ripieni di mollica cunzata, o in teglia con le patate, o in tortiere rotonde. Sono sempre uguali a se stessi, con le spine e i cuori di paglia. Sporcano le mani, e bisogna saperli toccare e pulire. Sono un tesoro da meritarsi.

 Cioccolata
E’ l’ultima arrivata al banchetto. Fruscia di stagnole, ammicca, luccica.
Quest’anno è anche più nera del solito, viaggiando a ritroso verso il passato più oscuro, amaro e amazzonico. Oppure la fanno con le mandorle a pezzi, in uova dentate e granulose e spesse che si spaccano molto a fatica.
Dentro l’uovo c’è un altro uovo.

 Cudduraci
Uova, farina, zucchero, strutto, sale, vaniglia. Dolci di consolazione e augurio, in foggia di canestri, colombe, circoli magici. La pasta circonda le uova sode, che si mangiano a parte, rompendole contro gli spigoli e mormorando benedizioni. Dolci di protezione e speranza, si scambiano con agnelli seduti, uova cave, ciambelle legate coi nastri.
A un certo punto ci accorgiamo – lungo la tavola interminabile, a cui stanno seduti vivi e morti, presenti e assenti – di nutrirci soltanto di simboli.

Read Full Post »

angelo dello spoglio (Dalì)

 Tutto era pronto.
Le prime elezioni della Nuova Repubblica. Una repubblica conquistata con le unghie e i denti. Erano almeno trentamila anni che le Gerarchie Media e Infima lavoravano nella Resistenza e per il Partito Repubblicano. Gli Angeli, servi della gleba celeste, dalle miniere di topazi, dai campi d’incenso e, soprattutto, dalla sala fuochisti del Primo Mobile, s’erano piano piano svegliati dal loro sonno millenario, abituati com’erano a lavorare ed esultare, senza farsi domande. Alle feste comandate gli distribuivano arpe per fare musica e rami di palma e ulivo da agitare nelle piazze. Il giorno dopo – che infatti si chiamava Lunedì dell’Angelo ed era una specie di Primo Maggio – erano tutti in gita sull’Eden, e poi in coda in autostrada fino al martedì, quando dovevano timbrare il cartellino, e si ricominciava.
 Non che Principati e Arcangeli stessero meglio. L’economia era un disastro: le merci non le voleva più nessuno, e c’era una concorrenza terribile dei prodotti extracomunitari “made in Tao” e “Dolce e Corano”e, da un poco, della “Linea Zen” – che poi non si poteva dire, ma pure i Serafini li compravano al mercato nero, e se li portavano nei superattici in cima ai grattasettecieli, lassù nel cielo delle Stelle Fisse, dove le proprietà costavano un occhio per occhio della testa e c’erano panorami stupefacenti e vista sull’Empireo.

 Eppure le Gerarchie Infime erano le più popolari, in Terra, anche perché Angeli e Principati dovevano farlo per obbligo di leva: trent’anni almeno come Custodi. A chi capita capita. Che poi lo sanno tutti come vanno queste cose, c’erano i soliti raccomandati che gli capitavano umani facili facili, pii o dalla vita breve e silenziosa (c’era un posto chiamato Terzo Mondo dove fare il Custode era semplicissimo, una cosa di tutto riposo e pure veloce, e valeva lo stesso, ti timbravano la scheda ed eri a posto). Se non avevi raccomandazioni, allora la cosa si poteva fare anche più seccante, specie nell’ultimo secolo, più o meno, che la vita media s’era allungata, e correvi il rischio di confermare la leva pure fino a novant’anni, e ti saluto.
Che poi questi Custodi mica venivano rispettati: era tutta una lagna, tutta una richiesta, tutta una preghiera d’intercessione, e gli umani non stavano mai fermi, erano promiscui, spericolati e correvano pure in moto senza casco, che i turni diventavano massacranti, e la paga sempre scarsissima e le licenze rare.
 Non che agli Arcangeli andasse meglio. Loro si vantavano, che avevano studiato, che erano militesenti, che avevano compiti di responsabilità. Figurarsi. Che ancora quello lo sta pagando, quell’Annuncio. Era un semplice telegramma ordinario, e chissà lui che cosa aveva combinato, che era cambiata addirittura la Storia. Intanto, di lui – Gabriele, si chiamava – non se n’era saputo più niente. Anzi, uno dei primi atti della Nuova Repubblica – era stato uno dei punti più importanti del programma – doveva essere proprio una Commissione d’inchiesta su Gabriele e gli Angeli Spariti.
 Il Partito repubblicano, in effetti, era stato fondato dalla Gerarchia Media, ovvero Dominazioni, Virtù e Podestà. Alfabetizzati – specie quelli che per contratto dovevano volare cantando in forma di lettere, sulla Prima rete, negli intervalli – coi privilegi del ceto medio e pure, per alcuni, prospettive di carriera. Vabbé che, tanto, mica avevano libri di storia – la storia era vietata per decreto, ed erano ammessi solo l’Esegesi dei Testi e l’Innologia comparata – ma s’erano industriati, e c’era tutta una resistenza, una rete segreta con sedi nascoste nel Limbo, dove tanto nemmeno gli Angeli della Milizia andavano volentieri, in mezzo a quella nebbia, con quelle anime strane dei non battezzati che li cacciavano a pietrate, gridando: fuori dalla nostra striscia. C’erano state pure alcune aggressioni, ma era stato messo tutto a tacere, e quegli Angeli erano stati mandati al Settimo Cielo, come guardiani delle ville, e s’erano sistemati e nemmeno scendevano più a trovare i parenti.

 Il sogno di tutti, in effetti, fin da quando uscivano dall’uovo, le ali ancora sottili come cannucce spiumate, la pelle tenera e trasparente, l’aureola tremolante, era diventare Spiriti Contemplativi. Sui giornaletti, nelle edicole, era pieno di fotoromanzi i cui protagonisti erano tutti Cherubini bellissimi, con lunghe chiome bionde, occhi celesti e aureole d’oro puro. Sì, le tinture erano molto diffuse, e non c’era Angelo che non ci provasse almeno una volta, a arricciarsi i boccoli e farsi sbiancare le ali, ma insomma. Le lenti a contatto colorate erano carissime, e per comprare una tunica come si deve – magari col bordo di porpora e le paillettes – ci voleva la paga d’un mese.
 Solo una volta l’anno, all’elezione di Mister Universo, chi si sentiva davvero all’altezza poteva tentare. Il Partito repubblicano disapprovava queste manifestazioni: servono a tenervi sottomessi, dicevano ai militanti. Ma era inutile: a una certa ora erano tutti davanti agli schermi di EteRai, a guardare “L’Isola dei Serafini”, “Ok, il cielo è giusto” e “L’eternità in diretta”, e invidiare le Veline che svolazzavano con le loro alucce d’argento al talk-show di Dionigi lo pseudo-Aeropagita.
Era dura, e il Partito repubblicano c’aveva messo secoli. Che dico, millenni.
Ora, finalmente, c’erano riusciti.

 Lui, Lui in persona, aveva indetto libere e democratiche elezioni, e aveva promesso di rispettare la volontà popolare. Lo aveva annunciato da tutti gli schermi – che erano suoi fin dal Caos Indiviso, di cui era il maggior azionista, anche se da tempo aveva trasferito quasi tutte le quote al fratello, e s’era tenuto per sé solo i diritti di proprietà dell’Ottavo cielo, per non far parlare di conflitto d’interessi quegli scocciatori dei Repubblicani.
I Troni e i Serafini che lo circondavano, e facevano parte della Coalizione della Mistica Rosa, annuivano e confermavano tutto, nelle interviste del telegiornale.
Un gruppo di reporter avevano tentato il colpaccio: cercavano d’intervistare il Figlio, che da anni s’era ritirato, chi diceva in India, chi diceva in qualche isola dell’Egeo. Un mistico senza speranza, un hippie, un comunista, un idealista innamorato degli umani, che solo per una volta aveva tentato di ribellarsi, e sappiamo tutti com’era finita. Roba che per tremila anni non s’era mosso più nulla.

 Ma ora era cambiato tutto, e gli angeli, che avevano ricevuto per posta i certificati elettorali, si recavano ai seggi allestiti per tutti i cieli. Roba mai vista. Un’affluenza superiore al 90 per cento. Anche se, nei seggi, il personale era inesperto e molto emozionato, e succedevano continuamente incidenti, che le cabine erano piccole, e certi angeli dovevano lasciare fuori le ali, e alcuni non capivano bene come si doveva fare, e stavano dieci o anche vent’anni a rimuginare sulle schede, che fuori s’allungavano file d’elettori. Ma, certo, tempo ce n’era.
Insomma, alla fine fu tutto fatto. Nella notte cominciò lo spoglio, e gli exit poll già davano per certa la vittoria dei Repubblicani. Con cinque punti di distacco almeno.
 Lo spoglio fu molto complicato, e durò diecimila anni: il capo della commissione elettorale era San Tommaso, e quello voleva vedere le schede una per una, sennò non ci credeva. Alla fine il portavoce, un Angelo Messaggero di grande esperienza, si presentò alle telecamere per comunicare il risultato.
I Repubblicani avevano vinto, con venticinque voti di vantaggio.
 Metà degli angeli s’alzarono in volo, facendo frinire le ali così forte che in Terra si scatenarono uragani. L’altra metà restarono in un silenzio così assoluto che alcuni deserti ghiacciarono di colpo.
 “I cieli sono spaccati” titolò, in tempo reale, lo schermo etereo appeso sopra il Primo Mobile.

 La confusione era sovrana. Tutti avevano dimenticato i propri compiti, e nel frattempo l’Universo ne aveva approfittato: guerre, pestilenze, meteore, torri gemelle, elezioni. Crollo delle blue chips e dell’indice mib, diminuzione del tasso di natalità, crisi delle vocazioni, chilometri di code ai caselli, Ici al nove per mille, per non parlare della Tarsu. Pioveva, pure. I Custodi avevano disertato in massa, o presentato certificato medico, e c’erano milioni di umani allo sbando.
 Lui s’affacciò alla finestra, infine. “Signori, il momento è grave. E io vi dico: cos’è un venticinque di fronte all’eternità?”. Con un gesto grave della mano – una cosa che gli riusciva sempre bene, da quando l’aveva scoperta per caso, quel giorno, esercitandosi a tirare pietre piatte da far rimbalzare, quando aveva gridato, così per scherzo, “fiat lux”, ed era successo quello che era successo – con un gesto della mano, velocissimo, abolì il numero venticinque. I cieli tornarono tutti al loro posto.

Read Full Post »

banchetto elettorale

 “Ma che sapore ha la democrazia?” m’ha chiesto mio figlio entrando nel seggio elettorale. Che tra noi facciamo sempre questo gioco: che sapore avrà la luce? e le bugie? e le barzellette? e l’amore? Perché il nostro sogno sarebbe avere una fabbrica di caramelle “tutti i gusti più uno”, al sapore – anche – di bugie, barzellette, luce, amore, democrazia.
 “Tu che dici, tesoro?” gli ho detto, mentre ci accoglieva il familiare odore di scuola, che è di gesso, palestra e legno vecchio. Votiamo da sempre al seggio 123 della scuola elementare, al quale si arriva per un camminamento di banchi e cartelli stampati, sempre lo stesso. Andiamo in orari morti – durante il pranzo o la partita – così non troviamo file, e possiamo scambiarci i nostri pareri, e goderci lo spettacolo spartano della democrazia. Uno spettacolo alla rovescia, così povero e burocratico. Un rito laico di spago e matita copiativa (che poi è da sempre l’oggetto del desiderio di mio figlio, che ha otto anni ma vota, perché nel segreto della cabina lascio che sia lui a mettere la fatidica croce, caricando quel semplice gesto di tutta la sacralità che posso, in tempi senza sacro). Un rito da protezione civile, nelle scuole trasformate in accampamenti, coi poliziotti all’ingresso e gli scrutatori come milizia civile. 
 

Ho sempre fatto la scrutatrice, quand’ero ragazza. Mi piaceva quell’arruolamento di tre giorni, quella separazione dal mondo che era fatta per garantire la prosecuzione del mondo. Mi piacevano i cerimoniali di ceralacca con cui si sigillavano la parola data, il voto espresso, la pochezza sbrigativa del rito più importante di quelli che reggono la nostra vita comune.
 Il mio primo seggio fu in un rione d’estrema periferia, dove la città era ancora dei campi grami e spelati, e spingeva le sue dita d’antenne e case popolari fin dove poteva. Il presidente era un uomo schivo e tremebondo, terrorizzato dalle responsabilità e dal verbale, che gli provocava crisi di sussulti, come se a un vampiro avessero mostrato una bibbia.
I votanti erano per lo più gente semplice, poco avvezza alle carte e alle formalità. Specie gli anziani, che ci mettevano moltissimo a votare, e li sentivamo – qualche volta – agitarsi e sospirare e tormentarsi dietro il paravento di compensato. Poi uscivano con le schede ancora spalancate, e noi correvamo con un gridolino a salvare la segretezza del voto, mentre loro s’asciugavano il sudore.
 Mi ricordo un elettore, in particolare.
Era un anziano finto, perché la sua età anagrafica era del tutto diversa da quella che si leggeva nei solchi del viso e delle mani. Era un anziano vero, perché aveva vissuto chissà quali epoche scomparse, inghiottite dalla terra e dalla sua faccia segnata.
Quando – toccava a me – gli chiesi un documento cominciò a urlare che nessuno aveva il diritto di chiedergli niente e lui non avrebbe dato niente né a me né a nessuno. Nel gioco impersonale che stavamo giocando tutti, io ero lo Stato, né più né meno delle urne di cartone, dei verbali, della pila di schede firmate, dei carabinieri, delle tasse, del postino che porta precetti e gabelle. Il presidente faceva finta di non sentire – era uno di quegli uomini-struzzo che preferiscono fingere di non esserci, quando la storia, qualsiasi storia, si muove vicino a loro – e io non potevo insistere ma nemmeno consegnare le schede.
 Lo confesso, mi chiesi, di fronte a quell’energumeno, che senso avesse farlo votare, che cosa mai avrebbe potuto scegliere, così murato nella sua ira, nella sua ignoranza difensiva, nella sua violenza preventiva. Mi chiesi – e credo che succeda a tutti, prima o poi – cosa significhi, quanto pesi, quanto valga, perché debba esistere il voto, quel voto, un voto. Mi chiesi se il voto non sia un’utopia, come ogni scelta, come ogni democrazia. Un dogma forse necessario, sicuramente inspiegabile.
 Sono le stesse cose che mi chiedo ogni volta che rileggo “La giornata d’uno scrutatore” di Italo Calvino, e cioè prima di ogni elezione. Sono cose che mi chiedo senza darmi risposte, o meglio senza darmi altra risposta che andare lì, dietro quel paravento, con la mia matita in mano, a tracciare un segno in croce. Farlo ogni volta, e dargli spazio, in mezzo ai dubbi e ai tormenti e alla tentazione scettica di considerare ogni nostro “fare” come disfatto in partenza.

 L’elettore rissoso sbraitò ancora un poco, fino a che io non invitai formalmente il presidente a chiamare la forza pubblica, e bastò l’affacciarsi d’una divisa per ammansire quell’uomo, che pure comprendevo, nella sua ira senza direzione, e che mi sforzavo di tutelare, nei miei gesti di miliziana della democrazia, nei miei discorsi d’uguaglianza che, pure, venivano sistematicamente messi sotto scacco dal confronto massiccio con la gente, con la sostanza reale di quell’etimo: “democrazia”.
 Fu il mio primo bagno di dubbio, e il primo di moltissimi altri.

 Ieri ho raccontato tutto questo a mio figlio, mentre uscivamo dalla scuola. Lui ci ha pensato, e m’ha detto: “Allora è un sapore amaro ma in fondo dolce, o dolce ma in fondo amaro”. Ecco, una cosa così.

Nell’occasione, in queste ore gonfie che covano, ho scritto una ri-lettura di Calvino,  qui.  E vi invito a leggere questa riflessione, sul nostro "fare" che è sempre troppo poco, e indispensabile.

Read Full Post »

La manifestazione

 Il Nano Feroce era piccolo quanto un bambino di dieci anni. Però faceva spavento, con quei capelli tinti di mogano e aggiustati col riporto, gli stivali da podestà e il frustino sempre in mano. Camminava come un uomo alto, infatti, girandosi compiaciuto in mezzo alla folla miserevole dei paesani acciaccati dalla sorte e dalla guerra incipiente.
 In sua presenza non si doveva mai dire la parola “basso”, e nemmeno “corto”. Oppure si finiva in Albania, nelle miniere o quantomeno a raccogliere le cacche dei cani da caccia, nella sua proprietà.
Che poi non era davvero sua proprietà. S’era impadronito della Casa del popolo, davanti alle scuole delle suore, e s’era pure recintato il giardino, e l’aia dove razzolavano le galline requisite.

 Tanto, le uova gliele portavano i paesani, come giusto contributo alla causa. E pure il vino nuovo, il pane di casa e il formaggio. Le olive, quando era stagione, e i ciccioli caldi di maiale. Anche il sanguinaccio, che gli piaceva assai perché – diceva – “il gusto del sangue è cosa da uomini”. Però ci doveva essere molto mosto, zucchero e anche tante mandorle, nel suo. Che di cioccolata non se ne trovava più da un pezzo.

 Il Nano Feroce s’era fatto da solo, ripeteva. In effetti, nessuno sapeva dove fosse stato, o cosa avesse fatto, prima di spuntare col documento che diceva che lui era il Podestà e tutti dovevano ubbidirgli. Che era finito il tempo dei nobili e dei preti, e ora c’erano gli uomini, al governo. Gli uomini alti, lasciava intendere, drizzandosi sul suo metro e quarantuno e sbattendo i tacchi.
 Gli stivali glieli lucidava il ciabattino, tutte le mattine. Sputava sulla spazzola, prima di strofinarli, e sputava con tanto gusto e impegno che gli stivali venivano lucidissimi.
Se è per questo, c’era anche altra gente volenterosa che si preoccupava di pisciare negli angoli del cortile del Nano, per proteggere la casa dal malocchio. E si preoccupavano tanto spesso e con tanta diligenza che fu necessario distaccare nel cortile la Milizia (all’epoca rappresentata dal campanaro, il custode del cimitero, un mastro d’ascia invalido e il nipote scemo del podestà), per fare la guardia.

 Perché i paesani erano diligenti, altroché.
Per esempio, il Nano gradiva che lo salutassero con un motto in latino, di quelli che Lui aveva fatto scrivere sui muri. Chessò, “frangar non flectar”, oppure “audaces fortuna juvat”. E così, quando passava il Nano, era tutto un “fango, non fetta”, oppure “adaggio fottuta gghiovi”.

 Ma il Nano regnava sul paese, sorridendo dal vano della finestra, accanto alla chiesa dell’Arcangelo. Faceva un discorso ogni domenica, dopo la messa, quando la piazza era piena di gente, e diceva che tutto – da quando c’era Lui – andava bene. Le greggi aumentavano, il latte scorreva a fiumi, le castagne erano tante che non si sapeva dove metterle, per non parlare delle erbe selvatiche e della gramigna, e Roma rivendicava l’Impero.
Quando succedeva qualcosa – in una notte di dicembre un incendio si mangiò duecento case, un’epidemia di febbri di stomaco si portò via un sacco di bambini e di vecchi, cento uomini validi furono arrestati dal maresciallo Petrosillo per “associazione per delinguere” e storie di roncole e coltelli – la colpa era dei comunisti. Che erano pure ricchioni, amici dei negri e degli ebrei e coglioni senza rimedio. Che c’era differenza tra essere coglioni e averceli – e qua il Nano scrollava con forza la patta dei pantaloni, ben piantato sui tacchi, sforzandosi di allargare la mascella, sul collo corto, come faceva Lui.

 Nei primi giorni di ottobre del 1935 – era un autunno d’oro sporco, indecifrabile e gonfio come un’estate – il Nano convocò un’”adunata oceanica” nella piazza dei Santi Martiri. Il campanaro suonava a rintocchi forti, perché tutti dovevano venire, anche dalle campagne: Lui avrebbe parlato per radio agli italiani, per dire una cosa importantissima.
 La piazza era già piena: uomini sudati, con la giacca appesa sulla spalla, ragazzini scalzi che si tiravano moccio e pietrisco, persino animali. Le donne no, stavano nei vicoletti, la mano sul fianco e il fazzoletto annodato sulla testa. Qualcuna più in basso, che si lanciava sguardi neri con qualche giovanotto.
 Il Nano – che quel giorno indossava la sua migliore uniforme, col fez e la sciarpa tricolore con la ‘nnocca – aveva invitato il medico, il farmacista, il parroco e le signorine Sabbia, che erano tutti nel salotto a bere rosolio e mangiare piparelli. Sul davanzale di pietra della finestra aveva fatto piazzare la radio, che era alimentata da una batteria d’auto (in paese non c’era la corrente elettrica, come non c’erano le fogne, l’acqua e la giustizia). Di lato c’era il messo comunale Lo Sardo che, col braccio fuori dalla finestra, teneva una canna in cima alla quale era legata l’antenna.
 Ci misero un pezzo a far funzionare la radio: un miliziano accendeva, e il messo comunale Lo Sardo doveva regolare l’antenna, sporgendosi fino quasi a cadere in strada. Ogni tanto si sentiva una parola, lontanissima e piena di crepitii, come se bruciasse, oppure due note di un qualche inno pieno d’ottoni e grancasse. E Lo Sardo piegava di più il braccio, oppure si sollevava sulle punte.
Accanto a lui, il Nano stava in piedi su una panchetta, rigido, che dal davanzale sporgevano le medaglie di latta. Era alto almeno due metri, in quel momento, e forse di più.

 All’ora giusta il Nano intimò il silenzio, e tutti trattennero il fiato. Solo qualche belato, o un suono di campanacci veniva da lontano, dallo sdirrupo alle spalle della chiesa. Si sentì come un grattare di unghie, una serie di fruscìi e poi niente. Il Nano battè con forza il piede sulla panchetta, la faccia piccola piena di dispetto. Il messo comunale Lo Sardo si sporse ancora di più, sollevando col braccio anchilosato l’antenna. Niente, nemmeno un rumore. La radio taceva.
 Allora il Nano, indispettito, comiciò lui pure a trafficare con la manopola, sbuffando. Lo Sardo era quasi tutto fuori dalla finestra, sporgendosi come per acchiappare con la canna le voci dell’aria.
L’apparecchio emise una scarica potente, che fece sobbalzare tutti e quasi precipitare Lo Sardo dalla finestra e il Nano dalla panchetta. Seguì un fischio potentissimo, che tutti si portarono le mani alle orecchie, e poi una parola sola, a volume altissimo: “Corto!”.
 Era la voce di Lui, senza dubbio. Chissà cosa stava dicendo, mentre annunciava la guerra all’Etiopia. Ma la radio, l’etere, l’aria sottile della montagna, il braccio e la canna e l’antenna di Lo Sardo, la gente, dio, le pecore, il bosco, i castagni, il diavolo, la sorte o chissà cos’altro fecero passare soltanto quella parola. Corto.

 Ci fu un silenzio profondissimo, largo quanto la piazza. Ma la parola ancora vibrava, sospesa nell’aria, tanto che tutti guardarono in alto, per vederla. Corto. Corto. Corto.
E cominciarono tutti a ripeterla: corto, corto, corto. Centinaia di voci, campanacci, belati. Corto, corto, corto. La parola proibita sgorgava con gusto, dilagava e riempiva la piazza e si versava nella valle, rimbalzava contro la montagna e tornava indietro. Corto, corto, corto. Le donne, gli uomini e i ragazzi. Corto.
Lo Sardo aveva gli occhi sbarrati e le labbra strette per non ripetere pure lui – la canna e l’antenna ancora in mano, il braccio orma
i di legno fuori dalla finestra. Nel salotto, le signorine Sabbia abbassavano gli occhi, ma il medico sorrideva attorno al sigaro, e il parroco si guardava le mani, prendendo nota mentalmente di recitare una preghiera di pentimento e contrizione per la soddisfazione che gli gonfiava il petto magro.
Corto, corto, corto. Il Nano biascicava, e ora era un metro e quaranta scarsi, e forse pure di meno. I miliziani lo guardavano con gli occhi dei vitelli, e non sapevano cosa fare. Corto, corto, corto.

 Insomma, il Nano sparì. E il podestà successivo era alto un metro e settantadue, almeno.

Questa cronaca semiseria di accadimenti quasi reali (più della metà è oro colato, lo giuro sulla pianta di basilico) per commentare i recenti accadimenti, visto che la storia non smette di ripetersi e i nani di tornare. La faccenda dei "coglioni"  (a proposito, guardate qui, in ecolaliste)  sarebbe puro folclore azzurro, se non ci fosse sotto una cosa assai più seria. Sì, mi sono offesa. Mi sono offesa mortalmente. Ma non perché mi ha insultata. O meglio, non mi ha insultata con quella parola. M’ha insultata rendendomi chiaro che, secondo lui e quelli come lui, è giusto e normale votare per chi fa i tuoi interessi. Non per chi sostiene le tue idee. Non esiste nemmeno, per lui, il pensiero che pagheremmo volentieri tutti tre volte l’Ici, per un poco di giustizia sociale in più, o uno Stato (delle cose e delle persone) dignitoso.  Che rinunceremmo volentieri a qualcosa per avere quello che crediamo, che riempie ben più dei portafogli. Non lo sfiora nemmeno, questo pensiero. Ecco cosa trovo offensivo e mortificante. amen.

Read Full Post »

danza del pallone

 No, perché a quel tempo io ero una juventina passiva.
Nel senso che mio padre era juventino d’una famiglia di juventini d’un quartiere di juventini, che non si capisce cosa c’azzeccavano, quei calabresi dell’estrema punta d’Italia, sotto il 38 parallelo – che al loro tempo le pale di fichidindia erano pure sul corso Garibaldi, e la città stava girata dalla parte dello scirocco – con la squadra più settentrionale d’Italia, così composta e torinese e ortogonale e aristocratica.
 Ma la leggenda familiare vuole che mio padre avesse trovato una figurina della Juve in una pozzanghera. Erano tempi grami, e qualsiasi figurina valeva quanto il Feroce Saladino. Mio padre non aveva disposizione alla semantica del caso – a differenza di mia madre e di tutte le mie zie, che leggevano ragnatele, fulmini e dolori reumatici – ma quella volta persino lui capì.
Raccolse il tesoro dalla fanghiglia e se lo portò nel cuore fino all’ultimo campionato, quello eccelso del 2004 di cui non avrebbe mai visto la conclusione (e certe volte mi chiedono perché piango, quando sento le classifiche della Domenica sportiva, e io non dico niente, perché non glielo posso spiegare: tra tutto il resto, la morte ci ha tolto pure due campionati, ci ha tolto).

 La figurina di Damasco di mio padre convertì tutta la famiglia: nonno Ciccio, che di suo aveva solo l’amore per i ciclisti, anche perché loro si vedevano sudare davvero, quando i mondi duravano uno stradone e una curva; zio Giovanni, che pure all’epoca era seminarista e pieno di sussiego, anche se poi abbandonò la tonaca per fare il capostazione; i centoventi cugini primi secondi e terzi; i compari innumerevoli che popolavano il quartiere, cioè l’intero mondo conosciuto.
Tutti juventini nati da una pozzanghera.

 Che poi si sa che questi amori immotivati – tutti gli amori lo sono, al nascere, e qualcuno pure al morire – diventano esclusivi e potenti. Così mio padre, che per il resto era uomo di ragione, pacatezza e illuminismo, davanti alla Juve diventava irragionevole, frenetico e superstizioso. Chessò, non calpestava le strisce, metteva gli stessi abiti dell’ultimo derby, faceva le corna quando passava un milanista.
Avendo passato l’infanzia con donne che mi mettevano pugni di sale grosso nelle tasche del grembiule e il venerdì recitavano formule contro il malocchio (ma doveva essere venedì, sennò niente), la follia scaramantica e domenicale di mio padre mi pareva innocua e persino confortante.
Naturalmente anche io e mio fratello eravamo juventini. Mio fratello si fece tutta la trafila dei maschi: le partite nel cortile delle suore, i pulcini del Bar Sport Cuore Bianconero, le figurine Panini legate con l’elastico. Io, femmina, non avevo obblighi di leva.

 Per giunta, mica si poteva essere solo juventini. La squadra cittadina era la Reggina, e valeva per tutti. La Reggina allora militava nelle parti basse di classifiche inferiori, sempre alle prese con stagioni difficilissime, dalle quali usciva per il rotto della cuffia. Eravamo tifosi perdenti e sofisti, e il tocco magnogreco che ci restava nel sangue serviva moltissimo, il lunedì mattina (che allora si giocava solo di domenica e una vittoria valeva due e basta, ma dava da mangiare per una settimana).
 A me piaceva andare alla partita, di domenica. Il campo sportivo era un mondo separato, con un odore di erba, cicche, cemento vecchio e CaffèSport Borghetti inebriante. Andavamo proprio tutti – tranne mia madre, che restava a custodire il resto del mondo – e occupavamo una fila intera di posti in gradinata.
La partita cominciava molto prima, durante il pellegrinaggio collettivo attraverso il quartiere – che era uno dei quartieri bassi costruiti dopo il terremoto, quadrati ma ingentiliti dal liberty meridionale e selvaggio che si coltivava qui. La partita erano le gradinate dove la città si ricomponeva, alta e bassa, città di paese degli anni Sessanta, che al Sud duravano pure negli anni Settanta e quasi Ottanta. La partita erano gli intervalli coi panini, le sciarpe fatte in casa, le ‘ngiurie, il pacco di sale che volava fino al bordocampo, le corone di peperoncini. La partita era piena di spine, di solito. Ma qui abbiamo avuto Borboni e feudatari, terremoti e saracini, e siamo abituati, a soffrire.
Tanto, poi c’era la Juve.

 Così fu naturale, anche dopo, proseguire.
Gli psicanalisti dicono che cerchiamo sempre la figura paterna, e dunque io cercavo con insistenza uno juventino. E ne ho incontrati di ogni specie, fino al mio ex marito incluso.
Poi incontrai un romanista. Ma questa è un’altra storia.

 Tutto questo perché la Bottega di lettura ospita oggi un mio pezzullo dedicato al calcio, una delle belle illusioni della vita (assieme al tango, alla letteratura, allo sformato di patate e mozzarella, ai golfini pervinca, ai commenti, all’amore)(non necessariamente in quest’ordine).

 

Read Full Post »