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Archive for giugno 2005

GARDENIE

quando i ricordi battono alla tempia

Non vengo a capo, delle gardenie.
Ogni volta mi consentono d’avvicinarmi, m’allacciano con le volute candide del loro interminabile profumo, mi promettono viaggi all’indietro, soddisfazioni del cuore, memorie condivise e poi invece niente.
Il loro ritrarsi non è misurabile, qualche volta non si percepisce neppure: sono talmente presenti, talmente dentro l’istante, talmente affondate fino all’elsa nel tempo che saresti tentata di pensarle qui, assieme a te e alle cose. E invece no.

Il grado d’assenza delle gardenie non si può valutare in alcun modo. L’orlo verso cui ti spingono è lo stesso da cui t’affacci per veder vorticare, in fondo, più in fondo, le loro girandole stellate dirette all’infinito, con sicurezza leggiadra.
Sono fiori compatti, d’un bianco talmente fitto da essere impenetrabile (e quando lo screzia di verde una giovinezza appena più aspra sanno negarlo bene, una volta dischiuse). Eppure, socchiudendo gli occhi, vedi chiaramente come siano fatte di tanti strati aderenti e sottili, similmente all’anima, della quale comprendi meglio la natura presente e sfuggente, quando t’approssimi senza pregiudizi alla gardenia.

Come i baci, non puoi sentirle appieno ad occhi aperti, perché il loro genere d’incanto funziona in vari mondi, non strettamente contemporanei, qualche volta persino nemici. Anche se non hanno nemici, le gardenie, pur non avendo una natura pacifica. Non nacquero per incendiare, come i tigli, né per sciogliere il pianto, come il glicine. Non furono forgiate in forma di fiore assoluto per proclamare supremazie, come le orchidee. Non sanno niente degli esercizi di splendore concentrato delle rose, che comunque restano tutte al di qua della barriera animale della vita.
Le gardenie no, invece.
Sono carnose, pregne, enigmatiche come solo certi corpi, fatti di carne, come solo i ricordi che si levano in forma di vapori dai corpi – le memorie, le chiamano – come solo il dolore del non esistere più, del tempo, del dopo e della morte, che soli sanno conferire grazia funerea, assoluta, straziante ai corpi.

Sono infatti fiori strazianti, in qualche misura. Il loro profumo è un cigolìo tormentoso, come certi violini, come certi tanghi che sono una sola corda sottile di metallo che disegna tutte le nostalgie, come certe assenze che aspiriamo, chiudendo gli occhi, pieni di doloroso qui e adesso che è invece mai più e in nessun luogo.
D’altronde, muoiono con la stessa tenacia dei corpi, ingialliscono e marciscono in vita con un attaccamento superiore, di natura animale. Muoiono vigili, a occhi aperti. E non abbandonano, neanche per un attimo, la loro sicura direzione d’altrove, il loro convincimento, la loro insensata, irresistibile promessa.

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solstizio all'opera

Perché sono necessarie, indispensabili. Perché ti chiamano in gioco subito, tutto intero. Perché toccano il sesto senso scoperto, quello tra i polpastrelli e la bocca dell’anima, tra i ricordi e l’agguato mortale teso nel buio dai gelsomini. Ci sono domande, nella vita, che ti folgorano. Per esempio questa: a che cosa serve il solstizio?
L’ho letta, per caso, in un marchingegno infernale che l’ottimo Tez  ha inserito in fondo al suo blog, una specie di spia dei passaggi, un proiettile tracciante, un contatore di passi che segna i luoghi da cui si giunge lì.
Un oggetto fascinoso, inquietante. Se l’avessi io, passerei tutto il mio tempo a guardarlo, come faccio di solito con le palle di vetro col Colosseo e la neve, oppure con gli acquari tropicali coi pesci angelo. Potrei starci ore, senza persuadermi che può finire. Quindi mi guardo bene dal piazzarlo qui, o altrove. Però non posso fare a meno di subire il suo fascino da sirena, quando passo da Tez. Senza cera per le orecchie, senza Ulisse, senza requie, mi ritrovo assolutamente deliziata/straziata dai passaggi misteriosi che segnano questo luogo, dico il Web, questa sfera, dico la blogsfera, fatta solo di traiettorie e di passaggi, se ci pensate.

Dunque.
Leggo, nel contatore di passi-acquario tropicale-palla di vetro con la neve, che si può arrivare da Tez passando da Google, il benemerito, il totem del sapere. Bisogna chiedergli quella cosa magica: a cosa serve il solstizio?
Ecco, scopro di colpo che da sempre volevo saperlo, a cosa serve il solstizio. Di più: non è solo che vorrei saperlo, è che detto così è quasi bello, anzi è decisamente bello. Comprerei subito un romanzo che s’intitolasse "A cosa serve il solstizio".

Mentre digito, commossa, l’indirizzo del totem, penso a come potrei rispondere io. A cosa serve, per me, il solstizio.
Un tempo, molto tempo fa, un solstizio funzionò come eclissi. Di sole.
Era un momento di passaggio. Appunto, il momento scelto da un’altra persona per passare oltre me, e decisamente sopra di me.
Immaginavo quel solstizio come – chessò – la cupola d’una magnolia, una tenda di perline, un’ala di Mar Rosso. Lo sentivo nell’aria, fosco roteante e minaccioso, fin dall’inizio di giugno, come un uragano sospeso lì solo per me, o un buco nero che palpitava, col ritmo cardiaco delle stelle scure. Sentivo il suo rumore di cardini, che riempiva cigolando tutto il cielo.

Molti anni dopo, guardando indietro, rividi quello stesso solstizio non più grande d’una moneta. Una moneta d’argento esatto, che scintillava. Mi ci ero comprata la libertà e anche di più. Mi ci ero comprata un grande amore, addirittura.
Dunque, il solstizio serve a cambiare vita. Più di una, persino.

Ma vediamo se Google lo sa, pensavo.

Google, come tutti i totem, non sapeva nulla. Metteva assieme le parole, come altri fanno con i solstizi e le vite. Con le magnolie, le perline, le monete.
Google voleva solo spacciarmi un lungo pezzo sulla metafisica: "a cosa serve la metafisica oggi?". C’entrava il solstizio perché Eratostene ci s’era calcolato il raggio terrestre, e questo sarebbe un risultato fisico – scriveva l’autore pescato da Google – reso possibile solo da interrogativi metafisici.
Nient’altro. Solo incroci casuali di "a cosa serve" e di "solstizio".
Di magnolie, perline, monete, vite e passaggi. Di fisica e metafisica.

Beh, tanto io lo so, a cosa serve il solstizio.

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ITE, MISSA EST

fotografia della morte

Alla messa dell’ottava, la morte era seduta in terza fila.
L’aria tiepida veniva respinta dalle porte istoriate, che cigolavano sui cardini ogni volta che entrava qualcuno spingendo forte con le mani. Tutta la chiesa era immersa per tre quarti nell’acqua grigia del marmo, quello antico, che rivestiva i muri fino al segno della soprelevazione. Al di sopra, una pietra serena ridava speranza, assieme con i mosaici celeste e oro dei santi evangelisti.
La morte non batteva ciglio, ma si compiaceva sottilmente della tristezza infiltrata nelle venature del marmo, nella posa delle mani della figlia della defunta – che non credeva a niente, se non al silenzio assordante che le veniva dalla tomba della madre – nella curva degli occhiali di corno del prete, che stava predicando senza convinzione da buoni dieci minuti.

 
La morte era composta nel suo tailleur primaverile, ed era sola sul banco: nessuno le si era seduto vicino, forse perché la circondava come una bolla di gelo, sia pure in quella chiesa piena di sospiri freddi e spifferi d’inverno in mezzo a giugno.
I dolenti non l’avevano notata – solo alcune zie con l’occhio lungo che tenevano i registri del rispetto cittadino e familiare – ma il prete sì. Così provò a guardarla negli occhi, mentre descriveva le fiamme dell’inferno. Dietro di lui, gli sguardi fissi e rotondi dei santi martiri e di San Giorgio uccisore del drago, coi calzari e la lancia.
La morte gli sorrise, e lui tornò serissimo, e finì in fretta la predica.

All’uscita, la morte s’avvicinò, con un passo lievissimo, alla figlia della defunta, che in quel momento pensava così all’indietro che quasi incespicava sulle commessure del pavimento: da quando era morta sua madre non faceva che ripassare gli anni e i gesti, combattendo a ogni momento coi trucchi della memoria.
“Signorina – disse la morte quietamente, con l’accento paesano – non vi siete fatta il segno della croce”. Non era un rimprovero, però: la voce della morte suonava dolce.
“Io non sono credente, signora” rispose educatamente la figlia, con la voce di quindici anni prima, perché non era tornata indietro del tutto, per rispondere.
“E perché siete qui?” continuò la morte un poco sfacciata. Dietro di loro gli occhi dei santi cominciavano a sbiadire nella luce delle lampade, e la navata era sempre più grigia e sottomarina.
“Perché non voglio offendere nessuno – disse la figlia, tornando ora da distanze stellari, incuriosita da quella sconosciuta con gli occhi acuti nella faccia sfuggente e stretta – e perché credo nei simboli, in effetti”. Fece un gesto vago indicando non si sa bene se i banchi, i parenti, il tabernacolo degli anni Settanta che sembrava un’inferriata, un santo con una lunga piuma impugnata come una spada. Spiegare l’inspiegabile era un addestramento familiare che aveva da sempre, ed era abituata a seminare sguardi perplessi. Ma credeva, anche, che l’incomprensibile aiuta, a piccole dosi.
Solo che quella sconosciuta sembrava comprendere, ben più di quanto la cappottina beige e i modi di parrocchiana potessero mostrare.
“Sapete una cosa? – disse la morte – Lo credo anche io, da sempre. E non mi sbaglio mai: se ne accorgono tutti, verso la fine”. Sorrise e se ne andò, con una camminata oscillante e lesta, come di vecchi calli e sollecitudini.
La figlia uscì perplessa, ma segretamente consolata. L’incomprensibile aiuta, a piccole dosi.

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LA CITTA' DEI TIGLI

i tigli illuminano a giorno la notte

Dal balcone più alto m’arriva, sul vento, la città di giugno.  E’ una città affamata, già torrida, su cui infuria lo strapotere dei tigli.
Qualcuno li piantò nei viali disposti a croce, subito dopo il terremoto, e loro
si presero tutto lo spazio sotterraneo e tutta l’aria di giugno, quando arriva il tempo.
Perché qualche volta dormono per due anni, e gli anni pari dei tigli sono tristi e autunnali. Sono anni sonori, quelli, in cui le foglie a punta fanno rumore di rimpianto, specie la sera.
Ma quando è l’anno giusto, allora i tigli si gonfiano, diventano giganteschi e allargano enormi cupole profumate sotto le quali vorticano ceneri gialle accese come zolfo d’un particolare inferno odoroso. Prendono possesso delle strade, cancellano ogni altra cosa: annichiliscono lo struggimento del glicine, l’inquietudine dei pini marittimi, la calma primordiale dei ficus.
Camminiamo ubriachi di tigli e di città, e abbiamo certi sguardi appiccicosi, perché il potere dei tigli arriva dove non vorremmo, e dove non sappiamo nemmeno. Portiamo fiaccole gialle, combattiamo aspramente, strofiniamo ogni spigolo dell’anima contro la carta vetrata della tenerezza, della lontananza, di ogni cosa irrimediabile (l’assenza, l’amore, la morte, l’isola).

Li piantarono perché erano grandi e promettevano ombra e voce. Nessuno sapeva che avevano un cuore tormentoso, e – chiuso nel loro seme caparbio e impenetrabile – ogni potere su desideri, api e fantasmi.
Così, nel giugno dispari dei tigli, al mattino presto, dal balcone più alto si vedono sciami di desideri, fantasmi funamboli che camminano in equilibrio sui cavi, api operaie fitte attorno ai semafori o fra le
antenne del tram. Dappertutto la cenere dei tigli semina contraddizioni e nostalgie, direzioni sbagliate, ripensamenti, ribellioni senza forma.

Da lontano si percepisce solo un alone giallo, e un rumore come di remote esplosioni, nell’aria.

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Concettina sale in cielo, in barca

 

Concettina se n’è andata.
E’ salita sul davanzale della sua stanza 323 al reparto Medicina – quello con un lieve odore di canfora, un primario gentile e una statistica terribile – e ha guardato fuori.
L’angelo della morte volava a cerchi larghi sull’ospedale, le viti intrecciate ai mattoni continuavano a succhiare liquidi a occhi chiusi, i fili delle flebo oscillavano impercettibilmente alla brezza che saliva dal mare.
Concettina ha guardato giù, poi ha guardato ancora dentro la stanza.
Noi stavamo tutti attorno a lei, lontani almeno quattrocentomila chilometri quadrati.

Concettina ha guardato ancora, poi ha messo un piede fuori, nell’acqua nera della notte, agitandola un poco. Era indecisa.
La canoa dell’angelo navigatore era lì ormeggiata fuori dalla finestra, molto più in alto delle cime esauste dei pini marittimi.
In tutta la città dai tigli cadevano esplosioni, catastrofi profumate che spostavano tonnellate di nostalgia nell’aria.

Il respiro intanto era una guerra: persa vinta, persa vinta, persa vinta, persa vinta

Concettina non voleva decidersi, restava con un piede dentro la notte, che era gelida e di giugno. Noi la guardavamo, vicini milioni di chilometri cubici. Le sue mani ci sfuggivano, seguivano forme a noi invisibili, come le sue labbra. Pensavamo fossero baci, ed erano morsi, o forse viceversa.
Intagliavamo con ogni specie di coltellino la sua dura corazza di solitudine, c’ingegnavamo in ogni modo a inciderla, dividerla, penetrarla. E lei niente: si rifaceva a ogni secondo, più spessa.

persa vinta, persa vinta, persa vinta, persa vinta

Concettina di colpo s’è drizzata, ha spalancato gli occhi, d’un nocciola ch’era quasi azzurro, d’un nero ch’era quasi verde. Era così tutta intera, tutta Concettina, e così immensamente lontana, chilometri di paura, di rivolta, di dolore. Acque nere, spiagge, montagne conficcate fino all’elsa, ciottoli rimestati, bottiglie piene di sale, spalliere d’edera cominciate mille anni fa: la geografia che Concettina attraversava non era conoscibile o misurabile.

persa vinta, persa vinta, persa vinta, persa vinta

L’ho guardata nel fondo di quella lontananza irrimediabile, dove non aveva alcuna importanza che fossi sua figlia, o che fosse lei, la figlia. Era così sottile, inimmaginabile, sola sull’orlo.
Siamo cadute allacciate, mentre tutto si scomponeva in alfabeti casuali, e il mondo indubbiamente crollava dentro se stesso.

Intanto la notte si cancellava veloce, ora l’alba spingeva lei pure, sbrigativa come sempre la luce. O forse era solo pietosa, la luce che si sprigionava come da un globo intatto e rifaceva la terra. Un giorno non ancora camminato, nitido, pieno di profumi tutti nuovi, che facevano ricrescere le piume agli angeli, e aumentavano la fiducia immortale dell’edera. 

Concettina ha spinto via la canoa, s’è lanciata fuori.
L’ultimo respiro è entrato, non è mai uscito. Ecco, è così. Un respiro che resta dentro.

Concettina, stanca di miracoli, è morta mercoledì alle 5,25.

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L'ANGELO MECCANICO

l'angelo piange

 

Soffriva, l’angelo meccanico.
Volava con rumore di ruggine e ingranaggio nel cielo ossidato del tramonto. Le ali erano vapori di benzene, fiamme d’altoforno lo cingevano d’azzurro.
Le creature si scostavano, perché scottava ed era alieno più degli angeli altri, quelli con piume di gallina vera e quelli coi riccioli di legno dorato.
La carlinga dell’angelo pulsava di dolori immaginari, o forse le valvole s’erano inceppate, perché il suo cuore cromato perdeva colpi, e giri.
Più di tutto, gli spiacevano quel becco allungato, quell’anima di compasso, quei giunti cardanici nelle ossa lunghe delle zampe.

Il giorno che giunse alla ciminiera della fabbrica abbandonata si sentì improvvisamente a casa.

La fabbrica era ischeletrita piano piano, sulla spiaggia di ciottoli bianchi, di fronte a un mare perfettamente turchese. L’avevano costruita pieni d’ottime intenzioni e di bugie, e non aveva funzionato un solo giorno. L’avevano inaugurata con la fanfara, la fascia tricolore e cinquemila disoccupati che battevano le mani piene di calli. Ora erano state abbandonate, la fabbrica e la spiaggia, e ci venivano le cicogne a fare i nidi nei comignoli, i granchi incrostavano i pontili, le tartarughe marine scavano in pace le buche per le uova.
Nella fabbrica, ogni giorno gli stipiti cedevano un poco, e il sale si mangiava le intelaiature. Il vento di scirocco certe volte giocava a rincorrersi nei corridoi, ululava per divertimento. In paese sentivano, e dicevano che nella fabbrica c’erano i fantasmi, e nessuno ci metteva più piede, nemmeno per rubare i mattoni di cotto o i fili di rame dell’elettricità.
La fabbrica abbandonata, in realtà, moriva di solitudine. Si struggeva ogni giorno di dimenticanza e di rimpianto, e chiudeva gli occhi al riverbero del sole. Sognava, la fabbrica. Sognava creature dal lungo becco che si prendessero cura di lei.

L’angelo sentì il richiamo.
Scese in giri sempre più stretti verso le bocche aperte delle ciminiere. Il suo cuore meccanico rispondeva ai chilometri di cavi, ai tiranti d’acciaio, alle lastre che rivestivano i muri, ai bulloni avvitati a metà che sporgevano come frutti esagonali dalle travi, alle presse immobili nell’aria rarefatta e salina. Il suo cuore d’angelo sentiva distintamente il dolore delle cose.
Volo giù, e la fiamma delle sue ali scaldò l’acciaio inerte della fabbrica. Il suo strido rimbalzò sulle superfici riflettenti, gli tornò indietro come un saluto.

Ora l’angelo abita la fabbrica davanti alla spiaggia. Sono felici.

ps: scritto sotto l’influsso magico del bellissimo acquerello di Mario Bianco, dal titolo "Nuovo Angelo" (grazie Mario: regalare immaginazione è di pochi angeli), e della storia della fabbrica abbandonata di Saline Joniche, costruita su una spiaggia bianca e turchese e lasciata lì a morire.

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