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Posts Tagged ‘manginobrioches’

 

gameuno

Ebbene sì, dopo quattro giorni di attenta lettura della rete, dico la mia sulla puntata 3 della stagione 8 di Game of Thrones, che, se non altro, è destinata a rimanere come quella che ha prodotto la più alta densità di post, messaggi, recensioni e meme della storia, gloriosa, della serie.

Lo dico subito: mi è piaciuta, certamente, ma non come mi era piaciuto, fin qui, tutto o quasi l’universo Got. Mi è piaciuta, e sto per scrivere l’avverbio chiave, convenzionalmente. Come mi sono piaciute centinaia di altre cose, e non nel modo specialissimo in cui mi piaceva una serie che aveva – prima di tutto – il potere immenso di sovvertire ogni regola narrativa, mettere in crisi ogni certezza, ogni legame sentimentale coi personaggi. C’è a mio avviso solo un’altra serie tv a cui riconosco lo stesso passo ardito e lo stesso potenziale “distruttivo”: Gomorra. Ho sempre detto che Gomorra è Got senza draghi, e oggi che, peraltro, trasmesse dallo stesso canale e pubblicizzate assieme, conoscono una stranissima sovrapposizione (e non vi dico la sovrapposizione di trame ed eventi, che ha dello stupefacente), le chiamo scherzando Gotmorra, ma non scherzo granché.

La cosa che mi aveva avvinta, di Got, è la potenza con cui sono stati scolpiti i personaggi (e qui c’è poco da fare, l’impianto è quello del ciccione maledetto, George R.R. Martin, che il Dio della Luce lo abbia in gloria e Ciro Di Marzio lo protegga), le loro motivazioni umane troppo umane che l’elemento magico non sovverte e sovrasta mai ma cerca, maldestramente a volte, di servire, sempre insidiato dall’errore e dalla cecità umana (e questo ne fa una narrazione sul potere e non sul potere della magia). Non è nemmeno la lotta dei buoni contro i cattivi (semmai, come in Gomorra, la lotta dei cattivissimi contro i pessimi), ma il confronto di personalità vaste, con zone d’ombra e di luce che articolano ulteriormente il confine tra giusto e ingiusto, ragioni di stato e stati della mente, psicopatologie individuali e tabù collettivi, politica e religione. Dove si apprezza, assieme, l’appartenenza eppure lo scarto, il riconoscimento eppure il sovvertimento, l’adesione condivisa eppure la capacità di deviare verso un percorso tutto individuale.

Ci sono personaggi che evadono dai recinti e altri che dopo lunghi giri tornano a casa, ma il nostos è esso stesso un’epica, e non si torna mai a Itaca come si era partiti: i ritorni di Jon Snow, di Arya, di Jorah, della stessa Daenerys sono tutti diversi tra loro, così come il tornare sui loro passi di tanti altri, da Jaime a Theon (il Gioco del trono comincia a Grande Inverno e l’ultima stagione ricomincia da lì – anche dichiaratamente, con precisi rimandi al pilot).

C’è un femminile potente ma schiavizzato, che trova – pagandole a prezzi sempre molto alti – originali forme di emancipazione dal maschile tossico e attorcigliato sul possesso, del corpo del trono del regno, e quando non lo fa e semplicemente lo replica cade dentro lo stesso buco nero, la stessa vorace Porta della Luna che tutto macina e digerisce e fa scomparire. C’è la divisione verticale del mondo tra ricchi e poveri, nobili e ignobili, che marca profondamente le dinamiche tra individui.

Ma tutta questa bella complessità, che si è lentamente stratificata tra le stagioni, ora è davvero a rischio appiattimento, visto che si corre verso una conclusione, che vogliamo sperare non sarà pacificante, ma che ci piacerebbe non fosse solo inutilmente contundente. Vorremmo ancora – siamo abituati male – le modalità dello spiazzamento, della sorpresa perturbante, della meraviglia dolorosa. Cose che, narrativamente, sembrano essersi perse a favore d’una grandiosità indubbia ma un po’ stereotipata. Che per la serie che faceva a pezzi gli stereotipi è un ben triste contrappasso.

Detto ciò, si può serenamente seppellire – come in una cripta – ogni discussione sulla verosimiglianza tattica della battaglia di Grande Inverno: sì, resta una cosa logicamente inspiegabile come un’intera armata dothraki, per giunta fiammeggiante, sia inghiottita in meno di un minuto da un’orda scomposta di morti che poi, comunque, viene impegnata per ore e ore da tutti gli altri (nemmeno con spade flambè). Però volete mettere l’ondata di trepidazione che corre sui volti (compresi i nostri) quando Melisandre “accende” l’armata e poi il tuffo del cuore quando vediamo le luci laggiù spegnersi? Ecco, quella è la risposta: il saliscendi di emozioni. Le discese ardite e le risalite.

Il fatto che, poi, una volta riavutici, ci siamo detti macheccazz, vuol dire, invece, un’altra cosa: bene ma non benissimo, ci avete presi per un minuto circa (appunto, un’unità di misura di armata dothraki accesa) e poi ci avete buttati fuori dalla sospensione dell’incredulità. Tanto che stiamo discutendo forsennatamente da giorni, su punti sui quali non avremo mai una risposta.
Così come il volo di Arya alle spalle del Night King, la sua capacità di camminare tra i morti in silenzio (ma è il rumore, che li attiva? In biblioteca sembra di sì, ma altrove onestamente non è chiaro).
C’è anche, in rete, la teoria che l’altrimenti inspiegabile urlo di Jon Snow al drago zombie sia in realtà un “Go, go, go” ad Arya, non tradotto nei sottotitoli e di fatto sfuggito al 99 per cento degli spettatori (come quasi ogni dettaglio di quella battaglia, persa tra i pixel e per la quale ci vogliono settaggi degli schermi da commissionare direttamente agli ingegneri della Nasa). Ci può stare, certamente, ma se sfugge al 99 per cento di chi guarda forse non è una buona idea.
Non è la vita, cazzo, è una fiction, e le chiediamo di essere congruente e chiara, e lei ce lo deve.

In altre parole: se devi rappresentare il buio, non puoi mettere il set al buio: devi illuminarlo in modo da farci percepire il buio, ma farci vedere che diavolo ci sta succedendo dentro. Lo stesso vale per il caos: l’unico modo di rappresentarlo, è farlo con ordine. E’ il paradosso della rappresentazione che, mi spiace darvi questa notizia, non coincide con la realtà.
(piccola postilla: Stanley Kubrick per girare “Barry Lyndon” usò soprattutto la luce naturale e, per gli interni, le candele, come si usava nel Settecento: ditemi se c’è qualche scena che occorre schiarire…).

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Detto ciò, sì, la puntata non è stata male e ci ha preso, con momenti di vero pathos e malgrado momenti troppo convenzionali. Per dire, magnifica la Mormontina che parte urlando, alta un metro e un bottone, contro il gigante, ma che lo infilzi nell’unico occhio (perché mai poi la doveva portare lassù e guardarla, quando sappiamo che i morti non manifestano alcuna curiosità o interazione col resto del mondo che non sia distruttiva?) è cosa, da Polifemo in qua, davvero abusata.

Ci siamo commossi su Jorah, che cade solo quando la sua regina è salva, e avrebbe resistito ancora chissà quanto per pura forza di volontà (come Beric che sbarra il passo da solo nel corridoio, come Boromir trafitto dagli Uruk-hai); ci siamo commossi su Theon, che quando recupera pienamente la sua parte Stark (e il suo cammino è stato uno dei più drammatici e dolorosi) muore, e muore di slancio e abnegazione; ci siamo commossi allo strano dialogo tra Sansa e Tiryon, che sembrano sull’orlo dell’harakiri e invece, in puro stile Folletto, sgusciano via (ecco, quel dialogo e quel baciamano sono stati un’eco del remoto mondo perduto del ciccione, il Got straniante e bizzarro che conoscevamo e ci aveva catturati).

Ora il mondo magico sembra quasi finito (minchia, una minaccia durata stagioni e stagioni e dissolta così: ci è voluto più impegno per liquidare l’Alto Passero…)(e infatti l’esplosione del tempio e il montaggio della sequenza ci resteranno in mente per sempre, la battaglia di Grande Inverno si può mettere agli atti e dimenticare serenamente), e comincia il regno degli uomini, si torna al vero gioco, il Gioco del Trono: scomparsa Melisandre (ma si può fare qualcosa per recuperare quella collana? Chiedo per un’amica), scomparsi i servitori del Dio della Luce (che a questo punto è contento? Voleva questo? Ha sempre avuto un ufficio stampa di merda, dovremmo consigliargli lo staff di Salvini), scomparsa la minaccia dei morti. Certo, restano le magie di Bran (servirà ancora? Ma sarà solo un oracolo a servizio del potere, ancora del Gioco?), le abilità oscure di  Arya (bellissimo personaggio, forgiato con la luce e l’ombra, assieme luminoso e spaventoso).

Ora quelli terribili sono i vivi: Cersei, che forse è incinta e forse no (con il suo riposizionare ogni volta l’alveare da difendere, facendosi ape regina ma che rinuncia al femminile per incarnare un maschile sadico e atroce come quello che l’ha fatta soffrire e schiavizzata; con il suo senso della famiglia paragonabile a quello di Gomorra, per cui si ama, si tradisce e si uccide la stessa persona, fondando sull’appartenenza reciproca ogni bene e ogni male); Euron, che è della schiatta dei disturbati sadici (linea Joffrey, Ramsay, Robert Arryn) ma almeno sa combattere.

Di nuovo una linea buoni-cattivi che, semplicemente, in Got non esiste: esistono schieramenti, opportunismi, motivazioni, distinguo. I personaggi interamente “positivi” sono pochi, e più opachi degli altri: ogni giusto ha dovuto esercitare molte ingiustizie per difendere la sua giustizia; molti giusti, molti innocenti (penso a Hodor, a Shireen, a Talysa, a tutte le vittime dei sadici) sono stati semplicemente travolti e spazzati via degli ingiusti, senza ragione, senza contrappeso, senza redistribuzione del male. L’innocenza è un lusso che nessuno, a Got (a Gomorra), può permettersi.

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Sarebbe molto bello se ora non si disperdesse tutto quel malessere, quel senso di ingiustizia e dolore, quella contrizione in cui ci hanno condotti le stagioni migliori di Got (e Gomorra), e ci conducessero a un finale che sì, la produzione ha già annunciato “agrodolce”, ma che speriamo non sia un aroma artificiale con retrogusto di mirtillo. Vogliamo un pasticcio di Frittella, pieno di frattaglie, cotto nel burro e condito di lacrime e spezie amare. Gusto Got, senza retrogusto di redenzione, di giustizia, di fanservice.

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Amici gomorroici, diciamocelo: la quarta stagione di “Gomorra – La serie” è già fenomenale, col suo sapiente intreccio di arcaico e avveniristico, di feroce e lucido, di locale e globale (lo so, sembrano le definizioni di due cose precise: la mafia e il capitalismo, a volte indistinguibili tra loro).

Siamo oltre la morte di Ciro, che è un punto nel tempo e nello spazio: infatti Genny e Sangue Blu ci tornano in pellegrinaggio, sulla barca, perché questo mondo è costellato di cose sacre, a loro modo. Tipo giuramenti di sangue, vendette, legami: inviolabili, a loro modo. E affascinanti, come può essere affascinante un pitone che fissa un coniglio, o un Genny Savastano col maglioncino di cachemire che in ascensore, dietro le lenti fumè, fissa la bionda Leena, maga della finanza internazionale spregiudicata.

Ci sono ben altri orizzonti, in questa stagione: tanto la terza era claustrofobica, cupa, chiusa in scantinati e angoli ciechi, murata persino nel dialetto più impenetrabile, quanto questa è di vetro e alluminio anodizzato, si spalanca sui parchi londinesi e i panorami di cristallo della City, o anche i bar alla moda e le terrazze eleganti di Bologna. Metà della quarta puntata è in inglese (ma tanto non cambia niente, visto che tre quarti degli spettatori usano i sottotitoli) e stavolta le riprese non sono da sopra ma da sotto, e il mondo appare chiaro e luminoso, con la luce diffusa ed elegante di uno studio di Piccadilly. Dimenticatevi lo squallore delle Vele di Scampia, o gli stucchi napoleonico-psichedelici delle case dei boss: qua ci sono soldi veri, eleganza antica. Ma, come dice Genny, “a merda sta ovunque, sulu che tiene culuri diversi”. Magari grigio perla o rosso regimental o biondo glam.

Così la schianata (sarebbe l’ascesa per noi meridionali) a Londra di Genny – il quale mica vuole cambiare vita (non avrete creduto a tutte le scemenze dei giornali?), ma solo vestito e pettinatura (ed era pure ora che lasciasse la cresta mohicana che portava da quando era tornato dall’Erasmus in Honduras) – che doveva trasformarsi in una epica di sfatta e nella truffa del secolo (con tanto di simil-Banksy che irride i truffati), si rovescia nell’ennesima vittoria del Metodo Savastano: sospetta di tutti, parla poco e osserva molto, ricattali con quello che hanno di più caro, e soprattutto uccidili quando non se lo aspettano. E bye bye, Leena.

Si pensavano, i signori della City, di avere a che fare con quello che obiettivamente Genny sembra: un pitecantropo incapace di esprimersi se non in napoletano gutturale (in effetti, ci accorgiamo, non senza sorpresa, che comprende benissimo l’inglese, ma gli sentiamo dire solo due frasi, tipo “where is my gold?” o “where is the key?”, ma con l’accento secondiglianese), che non saprebbe distinguere un manager vero da un truffatore in doppiopetto. Ma sbagliavano, perché Genny i propri simili li sa riconoscere benissimo, sempre e ovunque (“non è coi curriculum ca si conoscono ‘e persone”). Così, quando il suo “ingegnere” Alberto Resta – inquietante esempio di quella classe di professionisti magari molto abili che fanno da anello di collegamento tra i gruppi criminali e i grandi affari, e sono in effetti dei traduttori simultanei, traducono un mondo in un altro e viceversa (procurano commesse miliardarie, sanno come confezionare un progetto, e poi lasciano che la mano criminale spiani le difficoltà, elimini la concorrenza e soprattutto procuri i capitali) – lo porta negli studi foderati di moquette e boiserie, e interloquisce flautato con gente che ha studiato economia a Oxford, lui non si fa mica incantare. Noi, ci facciamo incantare.

Noi, che abbiamo persino creduto che lui – che ha lasciato il reame in mano a Patrizia, ufficialmente bossa e protettrice di Secondigliano, Prima del suo nome, Signora dei muccusilli, Guagliona Scetata Assai, Distruttrice di catene, Tramite di don Pietro, Assassina di Scianel – volesse uscire dal crimine, quando invece voleva solo spostarlo su un piano più ampio. Non una piazza di spaccio ma una pista d’atterraggio. La più grande d’Italia. Ma finanziata, costruita, gestita con gli stessi sistemi della piazza di spaccio: coi soldi sporchi, i metodi assassini, la corruzione in alto e la paura in basso.

Genny che, quando i compagni di scuola del figlio Pietro gli boicottano la festa di compleanno, occupa la scuola con pagliacci e animatori, perché l’unica regola per la famiglia Savastano è che le regole non valgono

Semmai, le sorprese sono femmine, stavolta. Patrizia, il boss del cambiamento, con la strategia di accogliere tutti, anche i guaglioni che sbagliano, ma non devono scassare il cazzo e sbagliare troppo; Patrizia che ha la “famiglia” più grande di Napoli ma non ha più famiglia; Patrizia che ci prova, a cambiarsi d’abito e stare dall’altra parte della boutique (lei che faceva la commessa a Posillipo), ma resta la ragazza goffa dalla camminata sgraziata, la ragazza con la coda di cavallo, il chiodo striminzito, i jeans troppo stretti. Azzurra, il vero mistero antropologico della serie: una donna bella, istruita, intelligente e persino fine (l’unica che porti capi eleganti e non solo costosi), che per misteriose ragioni è davvero innamorata di Genny, rischia la vita per lui, rinnega suo padre, si rinchiude nei quartieri fatiscenti, lei che viveva negli attici romani, parla un inglese perfetto, sa come condurre una trattativa d’affari, eppure sembra non volere altro che il ruolo di regina consorte.

In verità, Gomorra non è un paese per donne. Per esseri umani, anzi.

La scena più bella, però, è il folgorante incipit della quarta puntata: la madonna d’oro che viene squagliata e rifusa in lingotti, per comprare la società inglese che serve da copertura per l’areoporto Savastano. La madonna dal manto celeste, identica a quella che Donna Imma aveva fatto rimpiazzare al centro della piazza di spaccio. La madonna dalle braccia allargate, bianca e celeste. La madonna che è un altro dei simboli sacri dissacrati. La vernice che viene lavata via, prima di fondere la statua, è la metafora perfetta: è solo un sottile strato di trucco, che Gomorra usa per fingere che ci sia qualcosa di sacro, ma serve a nascondere la realtà dei suoi soliti traffici, il suo oro sporco, la sua impudicizia nel servirsi di qualunque cosa.

La stagione quattro segue le diramazioni di Gomorra, oltre i quartieri concentrazionari che ormai abbiamo girato in lungo e in largo (anzi in stretto): le infiltrazioni nei palazzi comunali, negli studi professionali, nelle banche. I sindaci eletti a cinquanta euro a voto, i professionisti di prestigio che chiudono affari ma chiedono l’ “aiutino” di una bomba o un’intimidazione (salvo poi ricevere anche loro una scatola con una mano mozzata, tanto per fare capire chi comanda), le seconde e terze generazioni di criminali che studiano fuori ma tanto poi tornano, e non sono cambiati. Gomorra come magma che sta sotto ogni crosta, come melma di ogni fognatura, come fuoco di ogni terra dei fuochi. E la vicenda del terreno che il padre di famiglia, la cui moglie ha un cancro devastante (come tanti che vivono nella terra dei fuochi), non vuole vendere ci commuove, almeno fino a quando non scopriamo che è stato lo stesso padre di famiglia a interrare, dietro compenso, quei fusti di veleno che probabilmente hanno causato il cancro alla moglie. Perché l’economia malata è un circolo vizioso, la moneta cattiva scaccia sempre la buona e l’azione cattiva azzera sempre quella buona.

E Gomorra è anche fuori città, nelle campagne, dove i Levante allevano cardellini e commissionano omicidi: è la figura più narrativamente consueta, quella del boss antico, Gerlando Levante, zio di Genny, che passa tutto il suo tempo tra le gabbiette, a sussurrare agli uccellini e accoppiarli, mentre fuori i suoi passano il tempo a sussurrare ai sudditi e accopparli. Il miscuglio di vecchio e nuovo stavolta è potente, perché Gomorra si estende nello spazio e nel tempo, e tutto è Gomorra.

Quando accusano questa serie di disegnare un universo totalizzante fanno un solo errore: non è la serie, non è la narrazione. E’ la realtà.

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elezioni

La benemerita CEFC (Commissione elettorale fatta in casa) viene in soccorso al Parlamento alle prese con la legge elettorale, dopo mesi e mesi di arrovellamenti e scazzi istituzionali, comprendendo bene i dissidi intestinali del Pd, che dopo aver appoggiato il Monocameralismo Perfetto Tendende al Nullicameralismo e l’Uninominale Teocratico Assoluto, detto Matteorellum o anche RenziSonIoEVoiNonSieteUnCazzellum, o anche BastaUnSiellum, si trova, con geniale colpo di (spezzeremo le) reni e virata a 180 seggi, a presentare un Rosatellum chiarum chiarum, sistema elettorale a bacca rossa vinificata in bianco, ovvero il centrosinistra degli ultimi anni.

Monocameralismo no? Uninominale no? Listini blocchini e birichini no? E allora tutto assieme, o Accozzeglium: uninominale ma proporzionale ma listino ma coalizione ma redistribuzione secondo curvatura terrestre, orbita di Saturno, indice FTSE Mib (si legge Fuzzi Mib: fuzzi fuzzi, che Dio perdona a tutsi) e tasso di colesterolo.

Capirete che noi, italiani medi, non possiamo farcela. Non ci arriviamo. Preferiremmo imparare a memoria le istruzioni di un (buonanima) videoregistratore, pure in giapponese, piuttosto che provare a capire cosa diavolo state combinando.

Ecco quindi la semplice, efficace, geniale proposta della CEFC: l’Ikellum.

Il modello Ikea ha fatto scuola, e con una convenzione con il gigante svedese sarà possibile recarsi al voto anche presso i megastore più vicini a voi.

Con l’Ikellum ciascuno potrà fabbricarsi da solo il sistema elettorale, senza complicati montaggi o istruzioni in cartaginese o fastidiose battaglie parlamentari. Senza brugole o cacciavite o larghe intese. Basterà portare il kit al seggio, ritirarsi in cabina pochi minuti e consegnare il manufatto. I migliori cinque verranno esposti al Quirinale.

Nel kit dell’Ikellum sono a disposizione:

  • Camere, fino a cinque: se ti piace il monocameralismo usane solo una, ma per autentici cultori della materia le Camere da arredare possono essere anche cinque: Cameretta (proprio la tua), Camera dei Deputati, Camera degli Imputati (che garantisce, finalmente, una efficace rappresentanza di genere), Senato delle Ragioni, Senato dei Sentimenti (tutti i sentimenti e i risentimenti: è ammesso infatti il Voto Avverso o Voto SonCaxxiTuoi: un elettore calabrese potrà votare Alfano in Sicilia per giocare un tiro mancino ai cugini siciliani, un elettore valdostano potrà votare Razzi in Abruzzo, chiunque potrà votare Salvini in Padania)(ovviamente, spazio ai collegi di nuova formazione per coprire, finalmente, territori fitti di elettori e ancora inspiegabilmente sconosciuti e non compresi dalle leggi elettorali: Padania, Atlantide, Paperopoli, Molise, Narnia, Grande Inverno e Mordor).
  • Collegi impilabili: da uno a un milione. Puoi rendere collegio il tuo quartiere, il tuo condominio, il tuo palazzo e persino la tua cameretta (vedi sopra). Allo studio, per le prossime elezioni, la cassapanca-collegio e la mensola-collegio. Persino un pratico collegio portatile per campeggiatori e vacanzieri.
  • Candidati: la vera rivoluzione dell’Ikellum. Chiunque è candidabile. Presentabili, impresentabili, laureati, diplomati, analfabeti, sarchiaponi. Basta con l’ingiusta discriminazione di condannati o ignoranti! Anche un galeotto, un interdetto dai pubblici uffici, un bocciato alla maturità, un serial killer di congiuntivi possono dare alla Repubblica la loro sofferta esperienza. Un condannato per frode fiscale ne sa certo di più sulle tasse di uno che le ha sempre pagate e basta, no? E un diplomato avrà maggiore distanza ed equanimità di un immunologo per decidere sui vaccini, senza farsi plagiare dalle lobby degli scienziati o fuorviare dalla comunità scientifica internazionale. Ma anche un analfabeta è una garanzia: non potrà mai farsi influenzare dai libri.
    E poi, basta con le nomine di leader e candidati da parte dei partiti (come giustamente sostengono alcuni innovativi movimenti, attraverso i loro leader e candidati nominati): ciascuno potrà essere il candidato di se stesso. L’obiettivo realmente democratico è una legge elettorale che riesca a far eleggere sessanta milioni di italiani da sessanta milioni di italiani. L’Uninominalismo Assoluto, o Solipsellum. 1! 1! 1!

Il montaggio è molto semplice: scegli un candidato, o anche più candidati (da 1 a 60 milioni), lo inserisci delicatamente nel collegio selezionato (non c’è bisogno di colla o viti: il candidato assumerà immediatamente la forma e l’estensione del collegio, disponibile in vari colori), poi deponi il tutto dentro la Camera prescelta. In caso di scelta multipla, le Camere sono inseribili una dentro l’altra, con un coperchio universale (il brevetto è del Diavolo, che ormai in quasi settant’anni di frequentazione del Parlamento, e adesso col fondamentale supporto di Andreotti, ha imparato a farli).

Consegna al seggio, e attendi fiducioso: la Maratona Mentana, cui affluiranno i dati delle Prefetture e dei Megastore, darà i risultati in tempo reale.

Tieni con te lo scontrino, e potrai partecipare all’estradizione di un verdiniano a caso.

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L’ultimo a salire a bordo fu Donald Trump: era il più grosso, e l’imbarcazione s’inclinò pericolosamente da un lato. La giovane signora Trudeau lanciò un urletto, e Melania Trump la fulminò con lo sguardo, mentre stoicamente cercava di mantenersi in equilibrio sulle Louboutin tacco dodici. Per quanto ispirato allo stile Jacqueline, il tailleur celeste – che in effetti faceva uno strepitoso effetto ton-sur-ton, in quella giornata d’azzurro inequivocabile che il cielo siciliano di maggio spingeva in tutti gli angoli delle cose – non era la mise più adatta da indossare, quella mattina. Andava meglio agli uomini: grisaglia o fresco di lana, i loro abiti sembravano più confortevoli, sotto i pesanti giubbotti di salvataggio. Shinzo Abe indossava il suo, di taglia piccola, con disciplina nipponica, mentre Emmanuel Macron continuava ad agitarsi, e a tirare giù le maniche del completo blu, con gesto nervoso. Al suo fianco, Brigitte lo osservava al suo solito modo, attento ma non materno, e lo sosteneva semplicemente appoggiandosi a lui. Quei due sembravano sempre una sola persona. I Trump, invece, fecero oscillare ancora a lungo il barcone, nel tentativo di sistemarsi come se fossero seduti su qualche poltrona del club: Melania con una scheggia del legno tirò un filo dei collant, e fu quasi possibile leggerla, la parola che le affiorò alle labbra, rigorosamente serrate in un sorriso Chanel Rouge Allure Velvet d’una meravigliosa tonalità fucsia. Accanto a lei, Theresa May sistemò nervosamente una ciocca bianca dietro l’orecchio. I Gentiloni si tenevano le mani, senza guardare nessuno.

Vuole partire?” disse in un tedesco durissimo Angela Merkel, e lo scafista le rivolse una specie di ghigno da cui lei distolse subito lo sguardo.

Sulla spiaggia di Mazzarò un applauso partì dalle migliaia di persone che s’erano assiepate fin dal mattino presto, per vedere quella cosa prodigiosa del G7. Anche l’Isola Bella era piena di gente, e qualcuno s’era arrampicato fino in cima e agitava bandiere per salutare i Grandi della Terra che salpavano. Erano bandiere arcobaleno, e rosse, e celesti, e qualcuna pure gialla, coi tratti di Giulio Regeni, un altro martire che la folla di martiri aveva riconosciuto come suo.

C’erano libici, ghanesi, eritrei. C’erano siriani, senegalesi, nigeriani, somali. C’era tutta l’Africa profonda e c’era l’Asia dolente. C’erano, tra loro, anche profughi in patria: siciliani senza lavoro, calabresi senza casa, meridionali e settentrionali senza futuro. Formavano un’unica massa indistinta: i Piccoli della Terra. E c’erano molti bambini, tra loro, piccoli dei Piccoli. Sopravvissuti a deserti di sabbia e di mare, nati sotto tende, in mezzo a binari, passati attraverso tunnel di filo spinato e altre forme di muro.

I Piccoli guardavano i Grandi, stipati come erano stati loro, poco o molto tempo fa – molti siciliani, e calabresi, e meridionali e settentrionali erano figli, o nipoti, di emigranti, e quelle scene le portavano comunque dentro. E poi, per migrare e restare senza radici non occorre muoversi, a volte.
Il barcone oscillava sul mare cristallino, dove potevi contare le pietre del fondale una per una, e i gabbiani facevano girotondi stridendo, come se fosse una festa marina, e in un certo senso lo era.
I Grandi avevano preso il posto dei Piccoli, per provare quello che succedeva loro da mesi e da anni, e cercare di capire.

Quando il barcone si mosse, infine, qualcuno urlò più forte, e tutti applaudirono. Buon viaggio!”, aveva detto.
Melania Trump serrò le belle labbra velvet fucsia, e guardò fissa verso la prua. Tra poco sarebbero stati in mezzo al mare. Anche loro.

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No, non sono, non sarò mai più un’elettrice del Pd.
No, non apprezzo Renzi, anzi lo trovo nocivo per la democrazia interna del partito e più in generale per l’equilibrio universale e cosmico tra le supercazzole e la realtà.
No, non apprezzo il Pd di adesso, ma provo grande simpatia umana per tanti militanti, tanti amici che ci hanno speso tempo ed energie, e alcuni lo fanno ancora, e ho profondo rispetto di questa loro scelta (oltre che di una storia davvero nobile).

Sì, trovo che le primarie siano un’espressione di civiltà, comunque.
Sì, non vedo perché non dovrei fidarmi, visto che c’è chi si fida di piattaforme private.
Sì, la contrapposizione “primarie online”/ “primarie fisiche” è un’idiozia, ma è pur vero che alle primarie del Pd hanno partecipato svariati milioni di persone, mentre altro tipo di “primarie online” si sono giocate su poche migliaia di voti o anche meno. E no, non credo che la democrazia sia una faccenda di chi ce l’ha più lungo, certamente, ma se devi criticare un sistema, accertati del sistema che hai messo su tu, prima.

Detto questo, oggi ho votato per le primarie del Pd.

Ciò non vuol dire che io voterò (mai più) Pd.
L’ho fatto solo per dare un segnale, per portare un sassolino e metterlo lì, accanto alla strada. Il sassolino dice: cari signori, il fatto che questa forza politica non mi convinca non vuol dire che io sia disposta a vederla mettere fuori gioco da bande di fanatici dominati da un culto della personalità e telecomandati da un blog, o da fascisti desiderosi di chiudersi nel fienile col fucile e sparare a vista contro qualunque cosa si muova, anche un’idea.
Sappiate che, comunque, in un futuro parlamento io sarò sempre dalla parte di forze come il Pd – con tutte le sue contraddizioni, le sue cose inaccettabili, le sue forzature. Per combatterle, certamente. Da sinistra. Perché io credo che esistano eccome, la destra e la sinistra, anzi siano ancora più necessarie di prima, per impedire a chiunque di dirsi “del popolo” mentre è fascista, o di dirsi “di centrosinistra” mentre è un revival democristiano di bassa qualità. Che sia necessario studiare la politica (e cioè la storia, le geografie, le economie, le ideologie, le psicologie), e individuare i principi, per non confonderli con le tattiche; individuare gli ideali, per non confonderli con i fini; individuare l’etica, per non confonderla con la prassi.
Che non esistono soluzioni valide per tutti (e se vi dicono che su un qualsiasi problema si deve valutare di volta in volta, senza porsi su posizioni ideologiche fuorvianti, vi dicono una bestialità), ma esiste la contrattazione, il dialogo, la dialettica, il peso delle minoranze e la responsabilità delle maggioranze.

In un futuro Parlamento, probabilmente io sarò con la sinistra minoritaria e illusa, perché sono convinta che sia necessario che esista e sia ben riconoscibile, come le stelle (non cinque) per chi naviga . E combatterò di certo contro il Pd, la nuova Balena Bianca. E m’incazzerò, e imprecherò contro Renzi e i suoi puffi, le sue rottamazioni di simboli imprescindibili, le sue arrampicate sugli specchi (il buon vecchio Eco la chiamava “speculanabasi”), e difenderò il mio 3 per cento necessario.

Sembra assurdo, ma oggi ho votato per mantenere quel mio posto minoritario e illuso, quel mio diritto all’utopia di combattere contro il Pd, e difendere questo mio diritto dal fanatismo becero di chi si sente senza macchia e senza paura, e invece è senza idee, senza ideologia, senza misura, senza ritegno, senza senso, ed è smanioso di fare piazza pulita di chiunque altro non la pensi come lui. I nuovi crociati che negano, semplicemente, le competenze e le complessità, perché sono convinti che basta “informarsi” (che sarebbe studiare, però, non solo leggere un blog) per saperne più di chiunque e poter scegliere su qualunque cosa: economie, etiche, diritti, doveri.

Ho votato perché gli sia un pochino, pochissimo, quasi niente più difficile, dire che l’Italia è già loro.

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Salvini a Messina

protesta messina

Ciao Salvini,
bisogna capirlo, che la vita oggi è dura, con tutti quei grillini che si mostrano molto più bravi di te a parlare con le pance e altre frattaglie del Paese, e per racimolare i tuoi futuri voti devi fartene, di giri, in tutti i laghi e in tutti i luoghi, e così oggi sei sbarcato persino a Messina, dove mai la tua fantageografia ti avrebbe condotto se non ci fosse il progetto di un hotspot che qui preoccupa tutti e dove c’è odore di paura dello straniero, si sa, tu arrivi baldanzoso.
Peccato, caro Matteo, che oggi ci fosse soprattutto polizia, ad aspettarti. Gli agenti erano molti di più dei tuoi sostenitori e probabilmente anche dei ragazzi che hanno dato vita a una pacifica protesta, in quell’angolo assurdo dove sorge il Palacultura e che oggi era l’Angolo della Sciangazza (per non messinesi, la Sciangazza è una corrente fredda e maligna che ti viene a stanare anche nel cuore della più calda giornata d’aprile: questo per dire che pure la natura partecipava, del nostro sgomento).

Tu, egregio Matteo, dovevi fare una conferenza stampa, ma in realtà è stato un piccolo comizio a porte chiuse e a inviti, ben asserragliato dentro il Palacultura (sì, lo so, tu non cogli l’ironia della cosa: qualcuno, ancora più ironico, ti ha persino regalato un libro, dal titolo “Anticristo”, e tu lo tenevi lì davanti a te), presenti solo noi della stampa (ma le domande ce le siamo strappate alla fine, quando mangiavi l’arancino, che poi è stato onestamente uno dei momenti più dialetticamente qualificanti della mattinata) e una cinquantina di tuoi sostenitori, che ti avrebbero applaudito qualunque cosa tu avessi detto. E infatti lo hanno fatto.

A parte i poveri medici del “118”, che hanno esposto il problema (vero e drammatico) dei tagli selvaggi (ma pare che la trattativa al Ministero della Salute sia andata bene, quindi speriamo che non ti prenda tu il merito di aver risolto alcunché, come è stato ventilato da qualcuno stamane), abbiamo sentito i tuoi slogan preferiti: basta invasione, prima gli italiani, basta la vecchia politica (eppure in sala ce n’erano, di sostenitori della vecchia politica. Pensa, la stessa che ha portato la città nel baratro dove si trova da anni…).

Ah Matteo, le cose migliori sono state quando hai indossato la maglietta “Messina” e quando hai mangiato l’arancino, per mostrare che noi meridionali mica ti stiamo antipatici come dicevi una volta: una volta, pensa, gli stranieri, i drenatori di risorse, gli sperperatori e la rovina d’Italia eravamo noi. Io ho provato a ricordartelo, e tu mi hai risposto – come nei film di fantascienza fanno gli androidi rotti, che ripetono le frasi fatte, o come fa Siri quando si confonde – che ci sono 7 milioni d’italiani in povertà, e quindi prima loro. Pure se sono meridionali, quindi. Mi hai detto “Tutti cambiamo”. Che ci voleva la colonna sonora di Morricone.

Poi mi hai chiesto, tu a me: “Ma la Lega ha mai governato Messina?”. Veramente, Matteo, avete governato l’Italia, e molto a lungo. Se ora il 118 è a pezzi, e Messina è a pezzi (come tutta la Sicilia, dove il tuo centrodestra vinse 61 a zero), e il lavoro non c’è e i giovani se ne vanno (come hai detto tu), forse qualcosa c’entrano, i governi degli ultimi vent’anni.
Ma non si sfugge alla ferrea legge della supercazzola, e della smemoratezza.

Quindi ciao Matteo, è stato bello vedere che sei esattamente come in televisione: un indossatore di magliette

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curde

Noi calabresi, sentendo magnificare le donne dell’Est proprio per quelle cose contro cui lottiamo da anni, tipo considerare l’uomo un essere superiore, perdonargli tutto e fare di tutto perché possa sentirsi sultano di un harem privato, dove circolano solo cose marmoree in perizoma ma capaci di fare un ragù di capra che levati, abbiamo cominciato una ricerca, come dire, cardinale.
La Calabria dell’Est è soprattutto Crotone, e l’avamposto di Capo Colonna che scruta il mare verso Oriente. A Crotone una volta c’erano le fabbriche, ora ci sono i call center: le operaie sono diventate operatrici, poi precarie. Come, d’altronde, in tutta Italia. No, non sono quelle che proponeva la Perego.
Passato il mare, più a Est ci sono le donne greche: le abbiamo viste scendere in piazza Syntagma e fare la fila ai bancomat. Ora sono impegnate: devono sopravvivere, ma al modo delle donne, che comprende far sopravvivere tutti – mariti, figli, genitori, parenti stretti e non, amici, gatti, cani, ogni specie di creatura domestica o selvatica che faccia parte della famiglia. No, non ci siamo.
Salendo, in effetti c’è un vasto mondo di donne dell’Est: le ceche, slovene, moldave, polacche, russe, ucraine, o almeno quelle che non si sono spostate all’Ovest per lavorare, o quelle che non hanno sposato Donald Trump. E no, anche loro non sono proprio quelle di “Parliamone sabato”. Lavorano, studiano, portano pesanti eredità del passato; e lì le nonne non sono state angeli del focolare ma cittadine dell’impero sovietico trattate come uomini. Probabilmente è più vicina a quella balorda idea della cucinatrice sfornatrice di figli compiacitrice di maschi mia nonna, di una qualsiasi nonna ucraina.

Non abbiamo scelta: andando ancora a Est arriviamo dritti in Asia, e lì sono cose amare. In Arabia, Yemen, Iran, Afghanistan, Pakistan le donne combattono con la schiavitù da secoli: le donne che sono ultime degli ultimi, in luoghi in cui gli ultimi sono tantissimi. Le donne velate e violate. Velate dagli stati teocratici, dove il velo è segregazione, esclusione dallo spazio pubblico. Le donne violate e assassinate nell’India misogina e repressa. Le donne che appartengono all’uomo, anche giuridicamente, e hanno bisogno d’un guardiano o un tutore. E d’essere invisibili, per mostrare modestia e non turbare l’autocontrollo del maschio (che, follemente, è “superiore” alla femmina ma poi fa tanta fatica a controllarsi e quella che deve controllarsi fino a sparire è lei. Boh: nelle questioni dei diritti civili femminili l’ossimoro è una figura chiave). No, non sembrano le spensierate dee marmoree in perizoma.
Non parliamo poi delle combattenti curde: belle, forti, guerriere. Pari, soprattutto (bisognerebbe organizzare seminari maschili da qualunque Paese a Kobane, per dire: tornerebbero redenti, e il pianeta migliorerebbe).

Non resta che andare ancora a Est.
Le donne cinesi, dopo secoli di decimazioni (le neonate venivano soppresse, e persino negli anni 80 la legge “del figlio unico” ha mietuto milioni di vittime. Femmine) e mutilazioni (sapete cosa significa “Loto d’oro”? Probabilmente nessuna Paola Perego ne parlerà mai. Googlatelo), sono arrivate allo status di cittadine. Schiave anche loro, prima del comunismo, ora del capitalismo turbo (capitalismo capto ferum victorem cepit, diciamo): quelle non uccise alla nascita sono spesso solo braccia (ma non gambe e piedi, sempre per quella faccenda del “Loto d’oro”) da lavoro.
Certo, forse le giapponesi piacerebbero nella trasmissione di Paola Perego: ma non tutte, le giapponesi. Le geishe giapponesi. Loro sì che sembrano proprio quelle del vademecum: compiacciono, sono sexy, non frignano, non pretendono, perdonano. Peccato che siano (state) delle professioniste, e quindi non vale.

Non ci resta che continuare a cercarle, queste donne dell’Est. Passato l’Oceano, ci troviamo in America. Pardon, nelle Americhe: quelle delle brasiliane che passano ballando il samba e quelle delle argentine che passano ballando il tango e quelle delle messicane che passano il confine per fare da colf nelle case delle protagoniste di “Sex and the City” (tanto per restare nel target di “Parliamone sabato”). No, niente da fare: questo Est non ci convince.
Non resta che proseguire: c’è un Atlantico di mezzo, lo stesso mare che le navi degli emigranti (si chiamavano così un secolo fa quelli che oggi si chiamano “migranti economici”) percorrevano al contrario: verso Ovest. Ma siamo tutti l’Ovest o l’Est di qualcun altro.

Infatti, di Est in Est, torniamo nella nostra parte del mondo: è l’occipite dell’Africa che ci viene incontro. L’Africa carica di dolori, di schiavi, vecchi e nuovi, di donne mutilate, di donne zittite, di donne cancellate: seppellite vive nella miseria, nello sfruttamento, nella colonia assoluta. Sì, quel tocco di schiavitù che il “decalogo” pereghiano raccomandava c’è senz’altro, ma non è proprio quello.
E ci ritroviamo al punto di partenza, di Est in Est, senza aver trovato nulla: è molto strano, ma a volte i luoghi comuni non stanno né in cielo né in terra.

Firmato: una donna dell’Est, Sud, Nord, Ovest

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