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Archive for the ‘de bello gallico’ Category

 

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L’ultimo a salire a bordo fu Donald Trump: era il più grosso, e l’imbarcazione s’inclinò pericolosamente da un lato. La giovane signora Trudeau lanciò un urletto, e Melania Trump la fulminò con lo sguardo, mentre stoicamente cercava di mantenersi in equilibrio sulle Louboutin tacco dodici. Per quanto ispirato allo stile Jacqueline, il tailleur celeste – che in effetti faceva uno strepitoso effetto ton-sur-ton, in quella giornata d’azzurro inequivocabile che il cielo siciliano di maggio spingeva in tutti gli angoli delle cose – non era la mise più adatta da indossare, quella mattina. Andava meglio agli uomini: grisaglia o fresco di lana, i loro abiti sembravano più confortevoli, sotto i pesanti giubbotti di salvataggio. Shinzo Abe indossava il suo, di taglia piccola, con disciplina nipponica, mentre Emmanuel Macron continuava ad agitarsi, e a tirare giù le maniche del completo blu, con gesto nervoso. Al suo fianco, Brigitte lo osservava al suo solito modo, attento ma non materno, e lo sosteneva semplicemente appoggiandosi a lui. Quei due sembravano sempre una sola persona. I Trump, invece, fecero oscillare ancora a lungo il barcone, nel tentativo di sistemarsi come se fossero seduti su qualche poltrona del club: Melania con una scheggia del legno tirò un filo dei collant, e fu quasi possibile leggerla, la parola che le affiorò alle labbra, rigorosamente serrate in un sorriso Chanel Rouge Allure Velvet d’una meravigliosa tonalità fucsia. Accanto a lei, Theresa May sistemò nervosamente una ciocca bianca dietro l’orecchio. I Gentiloni si tenevano le mani, senza guardare nessuno.

Vuole partire?” disse in un tedesco durissimo Angela Merkel, e lo scafista le rivolse una specie di ghigno da cui lei distolse subito lo sguardo.

Sulla spiaggia di Mazzarò un applauso partì dalle migliaia di persone che s’erano assiepate fin dal mattino presto, per vedere quella cosa prodigiosa del G7. Anche l’Isola Bella era piena di gente, e qualcuno s’era arrampicato fino in cima e agitava bandiere per salutare i Grandi della Terra che salpavano. Erano bandiere arcobaleno, e rosse, e celesti, e qualcuna pure gialla, coi tratti di Giulio Regeni, un altro martire che la folla di martiri aveva riconosciuto come suo.

C’erano libici, ghanesi, eritrei. C’erano siriani, senegalesi, nigeriani, somali. C’era tutta l’Africa profonda e c’era l’Asia dolente. C’erano, tra loro, anche profughi in patria: siciliani senza lavoro, calabresi senza casa, meridionali e settentrionali senza futuro. Formavano un’unica massa indistinta: i Piccoli della Terra. E c’erano molti bambini, tra loro, piccoli dei Piccoli. Sopravvissuti a deserti di sabbia e di mare, nati sotto tende, in mezzo a binari, passati attraverso tunnel di filo spinato e altre forme di muro.

I Piccoli guardavano i Grandi, stipati come erano stati loro, poco o molto tempo fa – molti siciliani, e calabresi, e meridionali e settentrionali erano figli, o nipoti, di emigranti, e quelle scene le portavano comunque dentro. E poi, per migrare e restare senza radici non occorre muoversi, a volte.
Il barcone oscillava sul mare cristallino, dove potevi contare le pietre del fondale una per una, e i gabbiani facevano girotondi stridendo, come se fosse una festa marina, e in un certo senso lo era.
I Grandi avevano preso il posto dei Piccoli, per provare quello che succedeva loro da mesi e da anni, e cercare di capire.

Quando il barcone si mosse, infine, qualcuno urlò più forte, e tutti applaudirono. Buon viaggio!”, aveva detto.
Melania Trump serrò le belle labbra velvet fucsia, e guardò fissa verso la prua. Tra poco sarebbero stati in mezzo al mare. Anche loro.

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giulio

Ho pubblicato un post sul blog “Giulio siamo noi”, perché sempre chiederemo #veritàperGiulioRegeni.

Eccolo: https://giuliosiamonoi.wordpress.com/2016/10/17/il-corpo-di-giulio/

Ciao, Giulio.

 

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l'uomo coi fiori

Io l’ho visto, come tutti voi, più d’una volta: l’uomo coi fiori. L’uomo con lo zainetto Nike e un mazzo di fiori, avvolto in carta verde. Era l’unica cosa colorata, forse viva, nel tunnel della metro invaso dal fumo e dal panico, tra la gente che camminava sui binari, e non c’era niente altro da vedere, se non sagome indistinte, e poco da sentire, se non echi lontanissimi, e il fiato della paura, che però forse era anche il nostro di noi che guardavamo, in cammino dietro quell’uomo, dentro una tragedia di cui non vedevamo nulla ma sapevamo tutto, come di solito succede a chi le cose le vive davvero, e vede solo tunnel bui e fumo, e magari le documenta per quello che sono, e tutti noi – che da casa c’abbiamo la visione panoramica, gli schermi divisi, i media accostati a far scintille tra loro (una volta si faceva per accendere il fuoco: si strofinavano i legnetti. Ora si fa con le notizie) – a guardare e immedesimarci, che è la nuova frontiera dell’informazione.

Così ero dietro l’uomo dei fiori, per molto tempo, almeno fino a quando qualcun altro è sbucato dal tunnel e ha fatto altre foto, altri filmati da guardare per immedesimarci tutti, #nousommesBruxelles.
L’uomo dei fiori portava i fiori nella metro delle nove, proteggendoli dagli spintoni, tenendoli ben alti, persino nel tunnel del buio. L’uomo dei fiori aveva la sua destinazione precisa, il suo cammino segnato, la sua fede incrollabile.
E io ho pensato a lui tutto il giorno: avrà consegnato i suoi fiori? Cosa gli avrà detto, cosa avrà fatto la persona a cui li stava portando? Lo avrà abbracciato, con tutti i fiori? Li avrà buttati via per abbracciarlo meglio, saperlo sopravvissuto con tutta la certezza del corpo, con quel modo di stringersi a un altro che è – sempre – trattenerlo qui, qui e adesso, al riparo dalla morte, dal caso, dall’instabilità del mondo?

E voi direte: ma come, ci sono tanti morti e tu pensi all’uomo coi fiori? Non sarai anche tu di quelli che mettono bandiere, e lumini, e si colorano il profilo su facebook o twitter, e sì, portano fiori?
Sì, io sono di quelli che portano i fiori. Quella mattina, a Bruxelles, c’erano in circolazione altre persone con un bagaglio speciale, una destinazione precisa, un cammino segnato, una fede incrollabile. Avevano un guanto nero, uno aveva un cappello. Non portavano fiori, ma esplosivo imbottito di chiodi.
E ora le anime belle mi diranno: ecco, loro portano esplosivo, tu che fai, porti i fiori? Sì, rispondo, io sono come l’uomo coi fiori. Nel tunnel buio io porterò sempre i fiori. Che la Storia (quella grande, lassù) è tutta tunnel bui e occasionali varchi di luce, esplosioni che ci mettono in fuga e binari lungo cui camminare col cuore stretto dall’incertezza, e la storia (quella piccola, quaggiù) anche di più, ma, infine, cosa saremmo senza quei fiori, quella promessa d’un abbraccio che ci sciolga dalla presa della morte?

Un uomo che amo molto – un uomo coi fiori – m’ha detto: se quei fiori sono arrivati a destinazione, l’umanità ha ancora una speranza.
Ecco perché io porterò sempre i fiori.

Se ci trovi dei fiori, in questa storia, sono tuoi.

 

qui il link per il video dell’uomo coi fiori: http://www.ilmattino.it/primopiano/esteri/bruxelles_attentato_metro_malbeek-1626387.html

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Greeks

Siamo greci da almeno centoventotto generazioni, da quando nel Mediterraneo circolavano ceramiche a figure rosse e nere, la notizia del giorno era che una donna (Kyniska di Sparta, per la cronaca) aveva vinto una gara olimpica («signora mia, non ci sono più le olimpiadi di una volta») e lo spread era fra il tetradramma di Atene e il decadramma d’argento di Siracusa.
Abbiamo nomi greci, usiamo parole greche e ancora di più – e persino a nostra insaputa – concetti greci, idee greche, sia astratte che concrete, in forme di colonna, di anfora o di divinità. C’è talmente tanta Grecia diffusa per ogni dove che oggi ci duole tantissimo il suo stesso dolore. Specie alle zie, che questa parentela la vivono come qualunque altra: con empatia e senso del sacro.

«Che poi non capisco – faceva zia Enza, da sempre portatrice del dubbio metafisico (che è un’altra parola e un’altra idea greca) – come fa a fallire un Paese? Può fallire un’impresa, una bottega, un progetto. Ma come fallisce un Paese intero? E di chi è, in quel caso, la colpa? Chi sono, i greci?».
«E perché – la incalzava la sorella, che c’ha il pragmatismo idealistico fin da piccola – allora chi sono gli italiani?».

E lì la cosa si faceva davvero – come è giusto, e in Meridione di più – roba da sofisti. Che erano quelli che portavano alle estreme conseguenze la logica, fino alla curva dell’assurdo, dove di solito finisce la logica e pure la finanza mondiale.
«È colpa dei greci, se la Grecia affonda? Di tutti i greci? E se ora l’Italia fallisse, sarebbe colpa mia? Siamo anche noi greci?» s’interrogava, in accanimento metafisico, zia Mariella.
«Sì – le ha risposto, ieratica, zia Enza – Tutti i popoli sono greci, i greci perdono, tutti i popoli perdono».
Si chiama sillogismo. Indovinate chi lo ha inventato.

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Ecco, questa sarebbe una soluzione

Vi confesso, miei quindici amati lettori, che sono confusa come non mi capita spesso (e sì che vivo in Italia, anzi al Sud, anzi in Sicilia, e voto a sinistra, quindi sono abituata al surrealismo magico-tragico).

Questa cosa dei ragazzi e dei bambini, palestinesi e anche israeliani, che muoiono (colpiti da razzi, bombardati in casa, rapiti e bruciati vivi, rapiti e bruciati morti, esposti milioni di volte nelle vetrine pro e contro di tutto il subcontinente mediatico globale) sta qui come un chiodino, di quelli che ti fanno male ogni volta che ti muovi.

Sì, i bambini e i ragazzi. La carne viva di un popolo, anzi di tutti.

Leggo tutto quello che trovo, guardo le foto e ascolto i reportage e vi confesso che è uno di quei casi in cui una quantità maggiore di informazione aumenta i dubbi anziché scioglierli. Ogni guerra è un pasticcio abominevole, ma questa tra israeliani e palestinesi lo è ancora di più: risalendo negli anni – prima dell‘intifada e prima dell’Olp, prima di Israele e dello Yom Kippur – ripercorrendo queste geografie inquiete – le terre di prima e di dopo, le strisce occupate e le occupazioni striscianti, le terre promesse e le promesse seppellite nella terra, le alture e le bassezze, i muri del pianto (tutti, ovunque), Suez e le macropotenze appostate, lupigne, sempre affamate – , l’intreccio di interessi internazionali, mire losche, strategie economiche, fanatismi, miraggi, proiezioni mistiche, aiuti interessati, attacchi interessati, difese in malafede, carità pelose, terrorismi opportunisti, idealismi deliranti ha generato un mostro, un groviglio in cui distinguere diritti e ragioni è difficilissimo. La Giustizia guarda oltre, quando passa di lì. Il Diritto fa finta di non vedere. Gli dei di ogni fazione fanno quello che facevano fin dai tempi di Omero: partecipano alla guerra, ognuno dalla sua parte.

 

Eppure sarebbe relativamente semplice.

Non ho dubbi, quando guardo le mamme che corrono, angosciate, inciampando nel velo (io, che pure detesto le culture che fanno di quel velo uno strumento di oppressione e vincolo, di schiavitù e sottomissione). Non ho dubbi quando vedo i ragazzi che sorridono dall’ultima foto prima di essere uccisi. Non ho dubbi quando vedo i bambini, vivi e morti, tra le macerie. Non ho dubbi quando sento raccontare quanto sia spaventoso vivere sotto una pioggia di razzi (e i razzi sono di due specie: quelli scalcinati che non esplodono, ma pur sempre qualcuno li ha pagati, o qualcuno li ha offerti, chissà in cambio di cosa, e qualcuno li ha voluti e armati e lanciati; quelli micidiali che colpiscono il bersaglio, qualunque sia, e tutto ciò che c’è attorno. E i razzi sono di una sola specie: quella delle cose inaccettabili, da qualunque parte vengano). Non ho dubbi quando vedo la miseria, che è già oltraggiosa in questo mondo, oltraggiata ancora con la distruzione gratuita, col terrore.

 

No, io credo che non si possa prendere una terra a qualcuno che la abitava già, ma è pur vero che credo – simmetricamente – che chiunque sia ospitabile, che ogni terra o risorsa può essere condivisa, che si può restare umani sempre, davanti a qualunque cosa: lo dico ogni volta che a Lampedusa sbarca qualcuno. E subito non è più questione di terra e confini, ma di vita condivisa, di famiglie che sono uguali dappertutto, di un solo pianeta che visto dall’alto non ha muri di alcun genere (avete mai visto le foto di Luca Parmitano dallo spazio?).

E lì entriamo nello zappato, direbbe mia nonna. Anzi nel non zappato perché è recintato col filo spinato e difeso dalle mitragliatrici o dalle fionde e i bastoni (e capirete bene che non sono uguali, popoli che combattono come nei film di fantascienza e popoli che combattono come nel Paleolitico superiore. Sono uguali solo in una cosa: nel fatto che continuano a combattere).

 

E dunque? Dunque penso che la divisione, come sempre, non sia tra popoli cattivi e popoli buoni ma tra popolo (uno solo, quello ferito, quello spaventato, quello colpito nella sua carne viva, quello a cui era stato detto che tutto andava bene e che invece si trova a vivere in zona di guerra, quello che viene usato come scudo umano o come alibi internazionale; che sia israeliano o, più facilmente e più spaventosamente spesso, palestinese) e signori della guerra, che siano potentati economici o fazioni religiose. Ed è una divisione orizzontale e sfuggente, più imprendibile e complicata della carta geografica dei Territori. Una divisione antica quanto il mondo, micidiale.

 

Vorrei aiutare i popoli, e condannare i signori della guerra. Vorrei restituire le terre, ma anche, soprattutto, condividerle (a partire da Lampedusa, figuriamoci), vorrei usare tutto il denaro con cui si comprano armi e si blindano confini per irrigare campi, costruire scuole, riparare case, comperare medicine e libri. Su tutte le terre utili, e strappando al deserto, al mare, al nulla quelle che sembrano inutili. Per tutti i popoli, anzi per l’unico popolo che conosco: quello delle madri, dei figli, dei padri. Lo so, equivale a dire che voglio la pace nel mondo (cosa di cui pare ci si debba vergognare, ormai) e soprattutto non posso farlo (pensate che non riesco nemmeno a dire la mia sul Senato elettivo, figuriamoci).

Però almeno questo: sappiate che non potete trascinarmi nel gioco di buoni e cattivi. Io so esattamente chi sono i buoni. E’ la Storia, che non lo sa.

ps: questo è il post di una idealista sconclusionata che crede ancora che alcune armi non convenzionali siano superiori alle armi convenzionali (un esempio di arma non convenzionale è quello della foto in alto. Un altro sono le parole). La Storia, e quasi tutte le geografie, mi danno torto. Per questo ho un blog: per consolarmi di quanto siano stronze, la Storia e le geografie. 

 

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