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Archive for marzo 2006

la prescelta (Piero della Francesca)

 Nel cerchio delle madri c’erano madri giovani e vecchie. Madri di molti anni, con bellezze svanite appena percepibili negli angoli del volto, madri giovani dai denti affilati. Madri coi capelli di ragazza, in trecce nere grosse quanto il braccio d’un uomo, piene di nodi segreti. Madri sottili, trasparenti, probabilmente morte da anni.
Il cerchio delle madri decideva ogni cosa. Si riunivano in un punto della notte, così oscuro da essere ignoto a tutti. Gli angeli stessi le sorvolavano senz’accorgersene, perché non avevano sangue che potesse sentirle, loro che erano nati da un’esplosione di luce o volontà. Nemmeno dio poteva scorgerle, esiliato nel suo palazzo al di sopra della terra, in cui esse arrivavano come tramontana, calmeria di scirocco, nuvole sanguigne, echi di sacrificio che lui leccava dal filo del coltello.

 Il cerchio delle madri decideva ogni cosa. Ora dovevano decidere quale sarebbe stata la madre del Promesso. Una madre agnella da consegnare ai secoli. Una madre dal manto celeste, dalla cenere di rose, dai lunghi gigli. Una madre che avrebbe dovuto spegnere nella sabbia dolce la rabbia e la ferocia delle madri. Una madre che avrebbe incarnato le madri, buona da mangiare per mille anni.

 L’orlo dell’altipiano ruggiva di temporale, le foglie tremavano appena, il resto dei mortali era sepolto nel sonno,  e le madri in cerchio, zitte, guardavano i lampi rifettersi sulle fronti pallide, meditando nel loro modo terrestre, interamente umano, privo di parole riconoscibili. Gli angeli gemelli e messaggeri, partoriti da uno specchio, attendevano poco fuori dal cerchio, ch’appariva loro soltanto una confusa architettura vegetale, piena di viticci e fiori color carne, agitati a caso dal vento d’orlo e di bufera. L’inquietudine mordeva la loro consistenza d’etere, inspiegabile.

 Le madri tacevano il loro silenzio profondo, ruminante. Di lontano, era piuttosto un brontolìo, un boato, una vibrazione costante paragonabile allo sforzo della terra di girare nel suo verso consueto.
La tensione s’esprimeva in temporali, venti scomposti, intorbidimento delle acque, brutti sogni.

 Il dio voleva un simbolo, una madre di pura luce dalla braccia allargate. Le madri volevano che non dimenticasse il dolore delle acque, il peso, la fatica. Il dio voleva si drizzasse nella luce composta, inequivocabile, priva d’ombra. Le madri volevano che portasse con sé la ferita originaria. Il dio voleva ch’avesse la mano pietosa, che passa sulla fronte, chiude gli occhi, consola della vita. Le madri volevano che quella mano segnasse il confine tra i mondi, come esse fanno da sempre.

 Infine, scelsero.

Vabbé, sapete che io partecipo indegnamente alla  nobile Settimana artistica – questa volta dedicata a Piero della Francesca – portando soltanto collezioni di incubi. La Madonna del parto mi sembra bellissima e terribile come tutti i simboli, che non erano belli o decorativi, e parlavano di morte. In particolare è la mano che mi attira, il punctum del dipinto. Quello – se ne esiste uno – è il confine trasverso fra i mondi. Se è vero che Piero della Francesca costruiva puri mondi di luce ultraterrena, privi d’ombra, tutti sintassi della mente, è pure vero che nessuna madre sarà mai così priva di sangue, di mistero, di mani di traverso sull’affiorare temibile della vita.

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un bicchiere d'acque (Magritte - La corde sensible)

 Con l’acqua il paese di mia madre cominciava e finiva.
Cominciava con la fontana dell’Acqua medicinale, che aveva sette virtù: faceva i denti bianchi, catturava la luna, dava sapore al pane, curava la gotta, la mossa di stomaco, la risipola e i sogni veritieri, ma non poteva nulla contro il malanimo. La fontana era dopo la curva, circondata da pietre e felci preistoriche.
Dove andiamo? Andiamo all’acqua medicinale.
E così io e le mie cugine passeggiavamo fino all’acqua e poi indietro, dopo aver bevuto alle cannelle di ferro, che erano sempre appannate come di brina, perché l’acqua era gelida, e veniva da un altro mondo, molto più antico del nostro. Infatti non aveva sapore d’acqua: era amara come l’erba, o forse salata come i castagni, o scura come certi boschi impenetrabili che circondavano da ogni lato il paese. Aveva un sapore sottile, diritto in fondo, inspiegabile.
Questa è acqua buona, dicevano a noi di città, ridendo coi loro denti bianchissimi e sgranati.
Sì, annuivamo noi, il mento gocciolante e la bocca intorpidita.
L’acqua, intanto, scendeva nei nostri organismi cittadini, pesante come la salute delle pietre, della valle e della montagna, che risaputamente sono immortali, e più vecchie di dio.

 Il paese finiva all’argine della fiumara, invece, che era acqua cattiva, incostante e femmina.
Appariva, spariva, spingeva la sua lingua di detriti dentro il sottobosco, spaventava gli animali e insidiava le case.
La fiumara ci odia tutti… e qualche giorno… , diceva mia nonna, che aveva il gusto delle catastrofi. Diceva che la sentiva scorrere sotto terra, sotto la strada, sotto la casa, e qualche giorno si sarebbe portata via tutto il paese. La sentiva anche d’estate, quando diventava un ruscello o anche meno, un niente, un ricordo, una sete d’acqua e pietre spaccate dalla rabbia e dal sole.
Lei diceva che un ventre d’acqua tiene ogni cosa, e tutto finisce e comincia lì. Come il paese.

 Questo per rammentare che oggi è la Giornata dell’acqua.
Perché, dai tempi di mia nonna, l’acqua s’è trasformata. Ora gira in vestiti di pvc anche molto eleganti, e la invitano ai convegni degli ambientalisti, la fanno recitare negli spot. Ora ne hanno paura, non perché è troppa ma perché non ce n’è abbastanza. Ora si può parlare dell’acqua secondo la percentuale di sodio, gli oligoelementi e il ph. Il punto è che è rimasta a scorrere là sotto, e la possiamo sentire, lontana e minacciosa.

 E mi viene in mente anche un’altra acqua, di cui m’hanno parlato ma che non ho mai visto o toccato: l’acqua delle saline di Trapani. Anche quella col sale è una guerra antica. Lo si deve attirare fuori dal mare, farlo venire in superficie, bianco come la luce. Così l’acqua passa la sua via crucis per perdersi, sparire, tornare altrove, dappertutto.
E l’acqua non è inodore, incolore e insapore. L’acqua può avere un sacco di nomi. Guardate un poco qui : tutti i nomi dell’acqua delle saline, l’acqua tormentata e spinta via dagli uomini. L’acqua che – secondo mia nonna – prima o poi si vendicherà.
Chissà, fra centomila anni il mondo sarà un cristallo di sale, e l’acqua una corona di ghiacci, in sogno.

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mari d'erba, anche (Cristina's World - Andrew Wyeth)

 Si possono ereditare, le paure?
C’è un modo per trasmetterle, come si trasmettono i capelli crespi, le ossa pesanti e l’insofferenza alla primavera e allo scirocco? Ci sono paure che appartengono a una famiglia, e si ripetono ordinatamente, nel ricamo a piccolo punto dei geni, come si ripetono la forma del naso, l’inclinazione alla fantasia o alla menzogna, l’allergia alle polveri e al polline?

 I giorni che mia madre aveva gli occhi d’acqua era perché s’era sognata il mare. Un’onda anomala che, dalla perfetta quiete, s’alzava gigantesca e strappava la bambina dalle braccia della donna. La bambina ero io, la donna era lei. E l’onda, cos’era l’onda?
 Che poi non era stata nemmeno la prima a sognarsi il mare, in quella stirpe di gente di montagna profonda, così remota e chiusa in se stessa che erano tutti pronti a giurare che nemmeno esisteva, il mare. Ereditavano la diffidenza per i pesci e la mancanza di iodio, che certe volte si manifestava facendo ingrossare a dismisura il collo delle donne in un gozzo che costringeva a tenere aperti almeno tre bottoni della camicetta. Il gozzo si portava, poi, come si portavano tutti i segni della sorte.
Quando le chiedevo perché avesse il collo così gonfio, che pareva uno dei tacchini del parroco, mia nonna si toccava e mi diceva che era la gola, piena di parole non dette e conservate lì.
Io allora andavo dietro la casa e dicevo tutte le parole che mi venivano in mente, e poi andavo a controllarmi il collo nello specchio del salotto. Per abitudine e spavento, non ho mai più conservato parole da nessuna parte, nel timore di diventare una donna-tacchino, una donna-idolo, una donna-nascondiglio-di-parole come mia nonna e le altre.

 Tanto, anche mia nonna si sognava il mare. Non l’aveva mai visto, ma sapeva che era lì, una bocca liquida enorme e minacciosa, interamente salata, che di tanto in tanto l’inghiottiva nel sonno, e devastava la casa. Si svegliava anche lei con una pena che non poteva raccontare, e forse il gozzo cresceva di volume, con tutte quelle parole e quella paura del sale conservate lì.
 Le mie zie fanno sogni pittoreschi pieni d’insidie e allegorie, dove spesso c’è il mare. Ma loro adesso vivono in città, e il mare lo conoscono bene, perché lo vedono dietro la strada ferrata e la rotonda del lido. Qualcuna ha pure il costume da bagno, e fa tuffi igienici alle sette del mattino, quando la spiaggia è umida e autunnale, e le suore portano i vecchi dell’ospizio a passeggiare e respirare lo iodio.
 Non è quello, si capisce, il mare dei sogni.

 Il mare dei sogni lo dividiamo in segreto, quando io, come loro, sogno l’onda che mi lascia viva ma mi batte e mi toglie ogni cosa. Mi sveglio anche io con gli occhi pieni d’acqua e una sensazione di perdita che mi trafigge.
 Il mio amico psicanalista dice che temiamo semplicemente noi stesse: il mare è la madre, la sua profondità insondabile, la sua crudeltà, il suo istinto divoratore, la sua propria violenza. Il mare ci strappa gli affetti per evitare che Medea si svegli da sola, in qualche nascondiglio di parole e paure, e mostri la sua faccia da dea dimenticata e feroce, che pretende sacrifici.

 Io non lo so. So che stanotte ho sognato il mare, e continuo a togliermi alghe e gusci dai
capelli e dal cuore. So che ho le mani salate e una paura terribile della primavera, che oggi è addirittura impietosa e sfacciata. So che sono in pensiero per tutti quelli che amo, e vorrei che fossero qui attorno, vorrei nasconderli dentro di me, al riparo dal mare. Anche nel collo, pazienza.

 Ma si possono ereditare, le paure?

 Post ombelicale, ahimé, dopo una notte d’incubi. E’ che la paura mi sta di misura come un abito ben tagliato. Forse è lei il nascondiglio, il mio.

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CONFINI

mappe scritte dentro e fuori di noi (Pedro Cano - Zirma)

 La vita confina a sud col mare, a nord con le cime, a est con le albe inafferrabili, a ovest coi tramonti spessi. In basso confina col parquet, col selciato, con le attese – ma alcune alzano la testa, con onde a punta come certi elettrocardiogrammi pieni di sussulti – col tappeto vecchio, con le piante nude dei piedi sulla sabbia granulata o sui ciottoli, che siano quelli preistorici delle isole o le briciole di palazzina della spiaggia nostra addomesticata e morsicata. A volte, con scarpe di pelle nera col cinturino d’argento che chiude un lembo di notte, a volte con pantofole foderate d’uso e smemoratezza. In alto confina con le nuvole, coi fili tesi, con certi movimenti d’ala, con la pioggia che si prepara nelle profondità cave dei cieli, con la gonna di dio. In alto confina con certi desideri, angeli o stelle cadenti con la coda di fiamma. Confina con gli aerei, la posta, la velocità, il muro del suono. Confina con certi sogni che galleggiano come mongolfiere, ed è irrilevante che siano tuoi.
 In basso, la vita confina con le pozzanghere, l’erba, il rumore di carta delle foglie. Confina con il sonno, che ci sprofonda in territori capovolti, dove il basso e l’alto si scambiano i vestiti. Confina con certi amori ripiegati, coi segreti, con ciò che sta sotto le pietre. Coi pesci.
 Con la musica, la vita confina in alto, in basso, a sinistra, a destra: ci sono musiche che si spostano di lato e altre che ci anticipano verso l’alto o ci tirano giù. Ci sono musiche così tutto attorno che occorre stare fermi, e aspettare, ma anche musiche che consistono d’un filo solo, diritto fino al prossimo mondo.
 Con la morte, la vita confina in modo imprevedibile: con certe fotografie, certi pensieri che ti strappano al sonno, certi silenzi ripetuti, certe impossibilità di capire, certe perdite interminabili, goccia a goccia. Con un anello mai più indossato, una voce che piano piano svanisce dalla memoria sonora, una stampante che compone, riga per riga, un certificato.
 Con le parole, la vita confina da dentro, dove non possiamo guardare, come non possiamo guardarci in faccia, mai, se non davanti allo specchio.
 Dappertutto, la vita confina coi ricordi. Ci si muove in spazi strettissimi, affollati dai ricordi di tutti – che prendono un sacco di spazio e trasformano incessantemente le cose. Quando ci voltiamo, niente è com’era. Nemmeno noi.

Tutto questo perché il nuovo sacripante  è dedicato alle cartografie, ovvero come le scritture ci tracciano i confini e la strada, dentro e fuori, e come noi siamo incessantemente de-scritti e modificati dalle parole che siamo e camminiamo, nelle mappe di noi stessi.
(vi segnalo in particolare la magica Carta da zucchero di Colfavoredellenebbie, il Don Camillo alla pizzaiola di Flounder e la cartotomia della mia caracaterina, colei che della penna fa bisturi, e tutte le mappe del cuore di sphera).

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fiorire

 Si è troppo parlato – in questi giorni – di donne, e di otto. E io che mi rigiro da nove mesi questo sasso nel cuore ora sono qui ad attendere che l’otto diventi nove, scorra via. Nove mesi fa è morta mia madre, mercoledì otto giugno, alle cinque del mattino.
 Il mercoledì ha delle ceneri, dentro, e questo lo so da sempre. Ceneri gialle come la mimosa triste che era nel giardino della casa al mare, e che mia madre detestava. C’era una guerra, tra lei e la mimosa. La mimosa pioveva, spandeva il suo odore dolciastro, allargava nel buio le sue radici sotto la casa, meditando di sollevarsi di colpo e sradicarci: ne percepivamo il disegno da certe crepe nel vialetto, e dall’inclinazione dello stipite. Mia madre le diceva cose crudeli, non si sentiva minimamente obbligata dalla sua soffice iconografia, dalla sua aria perennemente celebrativa, dalla sua finta innocenza. La mimosa ricambiava quell’odio, e spargeva ceneri profumate che non si cancellavano mai.
 Il nespolo, di fronte, non partecipava alla contesa: s’estraniava in una sua certa aria orientale, e nella dedizione al dovere di albero da frutto. La mimosa, invece, era diabolica: non aveva altro scopo che ornarsi, e infastidire mia madre.
 Lo vedevamo che non c’era scampo. Mio padre, che era uomo di pace e non capiva appieno il linguaggio delle piante e delle cose, si limitava a contenere i danni. Uomo pratico, raschiava i quadrati di cemento del vialetto e seminava con cura il prato inglese nelle intercapedini. Lo trovavo così dissimile da me e da mia madre da indignarmi con lui, e ora che semino prati inglesi e raschio sentieri – col suo stesso amore del particolare, la sua comprensione degli angoli minimi, la sua intelligenza delle mani – percorro la nostra somiglianza come un paese conosciuto eppure distrutto, dove mi fermo a piangere ad ogni passo. 
 

 Così, quando lei gli disse: “potala”, con le labbra strette e gli occhi vermigli, lui potò serenamente la mimosa. Io li guardavo dall’alto, e non sapevo per chi parteggiare.
La mimosa divenne un tronco nudo, al quale mia madre appendeva cappelli, pentole e la gabbia del canarino. Detestavo quel modo di vendicarsi che aveva, e sottilmente lo temevo. C’era un cuore di rabbia e furore dentro di lei, vecchissimo, e capace di incenerirci tutti. Quasi come la mimosa.

 La vendetta non durò poi a lungo. Mio padre le disse che ci voleva un altro albero, e per un giorno intero strapparono le radici interminabili e tenaci della mimosa, che si era spinta fin dentro al cuore della montagna, fin dentro il mio amore annodato e mascherato di insofferenza, fin dentro al cuore duro e antico di mia madre, fin dentro i tramonti drammatici d’agosto che dipingevano fiamme vive su tutte le cose. La guerra finì, e loro comprarono una tamerice, così esile e silenziosa, così salina di indole che non ci diede mai più pensieri.
 Io m’affacciavo, e avevo un bel dire “tamerici salmastre ed arse”, lei non rispondeva. Mia madre allora sorrideva il suo sorriso feroce e interamente vivo, di quella vita vorace che si fa beffe dei nomi, e spinge profonde le radici come se non dovesse morire mai, e lottare sempre.

Ecco perché odio le mimose.

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l'inferno degli oggetti

 Non so se a voi è capitato. A Magritte, a Bosch e a me sì.
Gli oggetti, capite. La pantofola, il pettine, il piumino. Il coltello, dio ce ne scampi. E l’imbuto? E il portacipria? E i fiammiferi? E lo scolapasta (specie quello di metallo, coi piedini e l’anima asburgica)?
Loro stanno lì, fermi, ma appena noi voltiamo le spalle cominciano a sussurrarsi cose, a cambiare leggermente di posto. Ci spiano, sognano di noi, nutrono sogni d’oggetto immensi e molto pericolosi.
Eppure noi ci fidiamo di loro, continuiamo a chiuderci in casa da soli con loro, gli parliamo, li crediamo perfettamente addomesticati, li amiamo persino. Perché sì, è vero, a parte il bancomat – che a me fa l’effetto della mano nella Bocca della verità e ogni volta cerco di dirgli paroline dolci per ammansirlo, ma resto ansiosa fino alla fine e sono convinta che la cabina di vetro fumé non mi lascerà uscire mai più e mi toccherà vivere per sempre attaccata alla macchinetta, una specie di polmone d’acciaio del credito e della punizione degli insolventi – io amo gli oggetti, e ho molta fiducia in loro, e forse non dovrei.


 Perché io lo so che i libri sono insofferenti, eppure continuo a metterli in ordine sugli scaffali, mentre – è chiaro – loro vorrebbero spargersi per tutta la casa, fare radici sui tavolini, arrampicarsi sugli stipiti, essere dimenticati in terrazza. E’ chiaro e devo constatarlo ogni giorno. Ho provato a metterli in ordine per dimensione, autore, argomento, e niente, loro non ci stanno. Trovavo continuamente Leopardi nel bagno, Freud in cucina e Stephen King in qualunque altro posto. Sicché ho capito, tardi ma ho capito: i libri giocano a zona. Mi sono attrezzata, e da allora va decisamente meglio: cerco di sistemarli per peso specifico, umore e stato d’animo. Quelli pesanti, densi, con le pagine piene piene fino al bordo che qualche volta colano fuori – sudamericani, romanzi storici, fumetti, biografie, libri di fotografie, Neruda, Garcia Lorca, l’atlante anatomico e il dizionario di psicanalisi – in basso, via via gli altri in alto, fino agli haiku, Peter Handke e i libri zen che galleggiano nel vuoto dell’ultimo scaffale, appena sotto il soffitto.
Non che questo gli basti, eh. Continuo a trovarne dappertutto: Antonio Pizzuto nella dispensa, Gadda nel forno a microonde, Borges affacciato al vasistas delle scale. Però almeno.

Solo che coi libri è più facile, perché conoscono le nostre parole – se le guardano l’un l’altro, di notte, e si fanno leggere le quinte di copertina dai vicini di mensola – mentre con gli altri oggetti no.
Sicché io so bene che la matita mi guarda male, da quell’occhietto nero e penetrante, e certe volte vorrebbe beccarmi e qualche volta lo fa (ma anche le pagine – ammettiamolo – specie quelle più servili delle enciclopedie, quando siamo distratti ne approfittano per morderci di taglio, rivelando la loro attitudine di rasoi). Temo il compasso, il cacciavite americano, la prolunga dell’antenna. Adotto ogni precauzione per servirmi dello sturalavandino.

 E, in fondo, questi sono oggetti d’uso. Sono molto più pericolosi i soprammobili: senza fingere servitù, senza doversi nascondere dietro la pietosa bugia d’una funzione, sono oggetti puri, ontologia applicata, l’essere per essere. Più di tutti, si sa, le bomboniere.
 Le bomboniere sono un vertice della capacità creatrice dell’Homo Faber, dalla selce scheggiata in qua. A mia madre piacevano, negli anni abbiamo collezionato lumache di lustrini lunghe ventisette centimetri, cubi di cristallo rosa, infiorescenze cangianti col motorino rotante nella base, pere d’alabastro, pesciolini di vetro di murano, veneri di Milo con un orologio incastrato nella pancia.
Mia nonna, che era saggia, metteva un centrino sotto ogni oggetto: tutti pensavano che fosse per garbo e senso del bello, io so che erano incantesimi, per evitare che quegli oggetti così intensamente oggetti se n’andassero in giro a meditare vendette.

 Io lo so, e voi pure: siamo circondati, e se c’è un inferno, sarà un inferno pieno di spazzole, pattine, matite rotte e soprammobili swarovski (soprattutto soprammobili swarovski).

Partecipo con questo indegno espediente alla Settimana artistica (sì, lo so, non se ne può più delle catene di Sant’antonio dei blog, ma siamo umani e inventiamo soprammobili, che cosa pretendete), dedicata al sommo e brulicante Hieronymus Bosch  (scelto stavolta da Biz), che non poco inquietò la mia immaginazione di bambina coi suoi supplizi e ancor di più con le sue delizie . I miei dotti amici inventori della Settimana artistica vi spiegheranno ogni cosa delle sue fonti e della sua arte e dei suoi simboli, io mi limito a ricordare ed ammettere che mi fece pensare, due o tremila anni fa, che i mondi possono essere infiniti, paralleli e convergenti, tutto assieme. Mica è poco.

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