Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for aprile 2005

IN CORSIA 11

orologi dopo l'arco

C’è un arco, all’ingresso dell’ospedale. E’ un arco di ferro, traforato e pieno di lettere, o foglie, del liberty che corre nelle vene vecchie della città. C’era scritto qualcosa, una volta, prima che i rampicanti carnivori s’impadronissero dello scheletro di ferro battuto, divorassero la tempra nera passata nel fuoco.
Non si può più leggere, quel che c’è scritto.
Ma l’arco ha conservato le sue proprietà: passandoci sotto, le vite cambiano forma.
Entrano vite asciutte, distribuite, proprie. Passano sotto l’arco – i viticci si sporgono, dentati, giallognoli, feroci –  vorticano, si scompongono in molecole, atomi, attimi splendenti più piccoli degli elettroni nella barba di dio.
La figura che si ricompone e si drizza, oltre l’arco e il suo doppio disegnato dall’ombra, è un’altra.

Diventano vite condivise, collettive, con lunghi estuari paludosi. Vite affaccendate come alveari, vite lacerate a metà, vite con grossi ventri idropici, vite come macigni che rotolano da una parte all’altra, e poi ancora.
Vite in cui entrano plotoni d’esecuzione, vite calpestate più volte e stese in un cortile di cemento. Vite ronzanti, molteplici, allargate con le mani.

La vita di mia madre è immensa e traforata, adesso: dai piccoli archi a pianterreno entriamo e usciamo tutti, a orari convenuti. Abbiamo sporte, bottiglie di plastica, orologi. Custodie d’occhiali, santini, pacchi di garza.
Dalla seconda fila passano i visitatori, nei giorni dispari. Qualcuno si confonde, sbaglia arco e passo, la vita si muove e lo respinge, come un Colosseo vivo.
Al centro dell’arena, tra la sabbia del deserto, i martiri lottano in silenzio coi leoni. Il vento si alza e poi s’abbassa, capriccioso, incoerente. Fioriscono corolle, frutti tropicali. Nevicate improvvise disseccano ogni cosa, sporcano di brina i denti a sciabola della tigre. Cadono rose, gocce purpuree, globuli bianchi come perle. Frecce sibilano, con nomi impronunciabili a quattro sillabe e idrocarburi policiclici arrotolati nella coda.

Noi stiamo sugli spalti, ad applaudire, a urlare, a mormorare incantesimi. Viviamo per il prossimo scontro, per la battaglia navale, la danza delle spade, il giavellotto dalla punta di bronzo. Non ci accorgiamo nemmeno, di quel che siamo diventati.

Sotto, all’ingresso, i viticci penzolano dall’arco, ciechi e sensitivi al modo dei vegetali, aspettano al varco.

Read Full Post »

GUTTUSO MIT UNS

 

…ogni questione specifica batte su questo punto: la quantità di carne viva che ci sarà dentro un quadro o un libro …

Dal Chiostro del Bramante spuntano fiori carnosi, bandiere rosse, mani che reggono una cassata siciliana. Il gioco geometrico di pieni e vuoti, l’elegante sintassi il cui discorso di pietra ti convince subito – e ti faresti abitatore per sempre del cortile quadrato scandito dagli archi – rimpicciolisce, svanisce.
Renato Guttuso possiede, sfarzoso di colore, quel luogo (la mostra chiuderà il 5 giugno, dopo aver raccolto nella sua coda di cometa tropicale la primavera di pesco e brina di Roma, trapuntata di rossi cardinalizi e mimose papaline).

L’odore di colori a olio è fortissimo, e di sforzo: nessuna illustrazione, nessuna cartolina, solo un lungo, ragionato, passionale  sforzo di denudare le cose per vederle come esse realmente sono: travestimenti di idee.
Il che è realizzabile solo rendendo le idee quello che sono: cose. Cose con superficie, peso e colore, molto colore. Cose pienamente, assolutamente tangibili, visibili in ogni loro parte.

E il visibile non è quasi mai sotto gli occhi di tutti.

"Fumatori", "donne al telefono", uomo che mangia gli spaghetti: girare attorno a un’idea, che è così "cosa" da non essere più, o ancora, equivocabile.

Una colomba vola via dalle foglie di nespolo, le prese elettriche giacciono in posa da serpente esausto, le tenaglie e i fogli di giornale sono nature morte come altrove melagrane e uva bianca, la damigiana  è un intrico di grigio e giallo, un labirinto di vimini drammatico come una crocifissione, i tetti di Roma – quelli di via Leonina, che non è un caso, con la sua criniera di tegole e la zampata in agguato – compongono la città antica, la città desiderata, la città spiegata, la città segreta.
Il Colosseo è un osso calcificato, perché il pittore – cosa credete – è uno storico e racconta il presente.
La "Muraglia cinese" è una via stretta di pietra nelle vene vecchie delle montagne, perché il pittore – cosa credete – è un poeta e trasforma il passato.

Il pittore è immerso in fitte conversazioni: dialoga con Caravaggio (accanto alla Stiratrice nuda il ragazzo del "Martirio di San Matteo" spalanca la stessa bocca), con Klimt (la sua Danae ha dita digrignate e un dio di dobloni d’oro tra le cosce), con Durer (lo invita – pieno di treccioline e pieghe di lino com’è, ieratico e implacabile nelle iridi trasparenti – al suo atelier, gli offre la cassata, i biscotti al latte, una tromba marina, l’angelo azzurro sul sofà), con Picasso  (la testa del maestro fa ululare Guernica stessa di dolore, nel giorno della sua morte: il "Lamento per la morte di Picasso" è tangibile, incarnato e rossosangue come un verso di Garcia Lorca, come un’idea), con Van Gogh (bendato, porta al bordello il proprio orecchio tagliato, come un omaggio misterioso: che i poeti e i pittori portino sempre pezzi insanguinati di se stessi in giro per  bordelli?).

Il pittore ridipinge mille volte se stesso, cosa tra le cose e idea tra le idee, non diversamente da limoni, crocifissioni, garofani rossi, funerali di Togliatti, mostri sui tetti di Bagheria e sul bordo nero dei sogni. Ridipinge mille volte la stessa donna, che qua e là chiama Marta, o Melancholia, perché il corpo è impenetrabile come un’idea.  Dipinge bordelli, o ginecei che sono cataloghi di idee in forma di donna, e sono quadri politici, come sono politiche le nature morte, le foglie, le rose nel bicchiere, il carretto siciliano coi cavoli, dipinto con una scena dell’Opera dei pupi dei nostri tempi.
Dipinge allegorie – o armadi – che sono crudo realismo.
Dipinge ritratti dal vero, che sono quadri astratti.

Ha dipinto, infine, con ventitré anni d’anticipo, l’agonia contraddetta di Concettina, la bambina con la vestina gialla che corre fuori, mentre la Speranza lotta con la Speranza : i pittori hanno l’autobiografia di tutti, dentro.

 

 

Read Full Post »

IN CORSIA – 10

la crocifissione delle madri

La corsia ha i suoi santi.
Stanno negli angoli, con gli occhi fosforescenti, le braccia larghe, sempre sul punto di pronunciare una parola. Padre Pio, per lo più – il saio marrone, le bende sulle mani, qualche volta il gioiello granata d’una goccia di sangue – che è appiccicato al muro, tra la spalliera e la presa per l’ossigeno, piegato sotto i cuscini, appuntato con uno spillone, disteso nei cassetti.
Maria, col manto celeste misericordia, che rammenta a tutti la Madre del capezzale, la Madre che accosta il cucchiaio alle labbra riarse, la Madre che passa una mano fresca sulla fronte, la Madre che seppellisce in una sabbia dolce la ferocia e la fame delle madri.

Il crocifisso sta sul muro, in alto.  Il suo sguardo spiovente prende ogni cosa. Qualche volta il chirurgo, passando, solleva la testa: si fissano brevemente, poi distolgono gli occhi. Tornano a occuparsi degli altri. Nell’aria, un vago rumore di cesoie rammenta qualcosa, forse che Atropo non è sazia, e aspetta in sala operatoria. Si fanno scuri in volto, il Cristo e il chirurgo, e proseguono, pastori di dolore.  

Da qualche giorno c’è un santo nuovo, lo sguardo ancora vago.
Lo mescolano alle fronde secche d’ulivo che vanno arricciandosi e perdono l’argento, ai rosari di plastica consumata, alle boccette incoronate piene d’acqua miracolosa che sa di pozzo e di lontano. L’hanno ritagliato dai giornali, con la faccia polacca larga sotto la mitra, le dita corte da contadino che luccicano dell’oro di Pietro, la malattia che disegna una smorfia come di sorpresa, come la loro.

In corsia li fanno, i santi.

Ieri guardavano scettici un tedesco affacciato al balcone, gli occhi troppo neri per essere azzurri, le linee del viso dure come una "c" del verbo "cioire", i capelli bianchi come non sarà mai il fumo del camino di Roma.
In corsia vogliono padri, pastori, quantomeno martiri.
Adorano cuori di Gesù straziati da spine, vergini siracusane con gli occhi o i seni posati su un vassoio, giovani trafitti in corsa da cento frecce .
Non sanno niente di dottrina, in corsia.
E del tedesco Concettina – che s’è risvegliata cieca e profetessa come sua nonna – dice che ha gli occhi tinti.
Non brillano, nel buio illuminato a giorno della corsia, dove nessuno – uomini e santi – può chiudere le palpebre.

ps: la corsia non finisce mai: 1 2 3 4 5 6 7 8 9.

Read Full Post »

FINNEGAN'S CONCETTINA

spes contra spem

Era scivolata e s’era fatta male al piede, Concettina.
Restava a terra, la vestina gialla macchiata d’un rosso scuro, quasi marrone – la terra è come sangue vecchio, il sangue ricorda la terra che sarà – gli occhi velati, d’un nocciola con innumerevoli foglie. Il respiro irregolare, il cuore frettoloso.

 La primavera intanto opprime la terra, l’ossessiona con la sua mania di germoglio, le fa piangere spesse lacrime verdi. Forse piove, perché ci sono gocce trasparenti che cadono senza sosta, frantumano la notte e poi ancora.

 "Concetta, Concetta" chiamano da laggiù: le voci s’allungano come corde, vogliono allacciarla. Concettina corre.
Dalla flebo piove una pioggia glucosata e salina, e lei sta immobile nell’acquazzone, la vestina gialla inzuppata che stinge, come macchie di luce.
Concettina attraversa qualsiasi cosa: foreste, abiti, illusioni. Un matrimonio, due figli, otto aborti. Medico condotto con indennità di cavalcatura. Sindacalista col fazzoletto rosso. Il suo sogno piove a gocce, e lei non si scansa.

 Era uscita con la vestina gialla, è caduta e s’è fatta male, Concettina.
Il bip del monitor divide la sabbia nella clessidra, disegna i movimenti del cuore, una punta in alto e una in basso. Concettina è certa di averne almeno una decina, di cuori: sono tutti a pezzi, stanotte. Concettina cammina scalza sui cocci.

 "Non si sveglia" si sussurrano i parenti, allineati davanti al letto, che naviga piano nella corrente della corsia. "Non si sveglia" concludono i medici, la faccia d’argento e cromo, i cappucci delle bic che spuntano dai taschini dei camici. "Non si sveglia" dice a se stessa la figlia, che vede nitidamente la Crocifissione della Madre, come accade ogni volta.

 Concettina è una bambina spaventata, la vestina gialla stropicciata dove si nasconde un povero affetto. Ha un cuore deluso, troppe sorelle, la stessa energia dei castagni e della terra marrone, come il sangue vecchio. Concettina combatte, cade e combatte per settantacinque anni. E’ una bambina vecchissima, Concettina.

 Nella sacca del drenaggio si raccoglie un rosso cardinalizio, qualche goccia macchia il lenzuolo bianco. Nell’angolo del corridoio, una madonna celeste allarga le braccia. Anche i medici allargano le braccia. Il respiro di Concettina è affannoso: corre lungo la strada dei castagni mentre la terra gira in fretta. Salta una guerra, un boom economico, una stagione di piombo. Abita in riva al mare, e spalanca ogni giorno le persiane ammirando la perfetta quiete della bellezza, respirando il sale ad ampie boccate. 

 Nello stesso ospedale, quindici anni fa, Concettina vegliava la madre, una vecchia crespa dal naso diritto. Da sole nel buio evanescente della corsia, la vecchia respirava affannosa, perduta in altri sogni. Concettina la guardava affondare, guardava la Crocifissione della Madre, guardava se stessa nell’identico letto, i capelli come raggi attorno alla testa, i gioielli trasparenti delle flebo, i pizzi da imperatrice sulla camicia da notte.

 "Concetta, svegliati" ora glielo dicono tutti, senza crederci. Sono arrivate le sorelle dal Nord, le comari vecchie dal paese, i medici di turno dall’altro lato dell’ospedale. I figli girano come squali prigionieri in una vasca troppo piccola. Il tempo gira nella vasca troppo piccola della corsia. Concettina dorme ancora.

 "La primavera è una febbre" diceva Concettina camminando tra i castagni crocifissi. In mente aveva Dafne trasformata in albero, le braccia protese in rami, la gola piena di linfa.
Un tubo drena la gola di Concettina, piena di linfa bianca. Più giù, i polmoni sono vasche troppo piccole. Concettina diventa un albero, la parola morta in gola, le braccia protese in legno e foglie.
La febbre sale col suo passo di mercurio.

 "Non si sveglia" concludono i medici, e scappano lontano. "Non si sveglia" dicono le infermiere, e chiudono il turno di notte facendo passare la tessera di plastica nell’orologio.
Dio, di lontano, esita, in mano la tessera di plastica, davanti all’orologio. Pensa a Concettina con la vestina gialla, mentre va a scuola tra mucchi di neve fresca. L’angelo della morte aspetta un suo cenno, appollaiato come un’aquila sul davanzale.

 "Non si sveglia" dice a se stessa la figlia, stringendo la mano di legno di Concettina. Vede le Madri affondare una nell’altra, crocifisse, con lo stesso viso diritto. L’odore delle foglie è forte, nauseante: la primavera sa di ammoniaca e liquido di contrasto.
Nella sala della Tac si parla pianissimo, i medici frusciano e adorano silenziosi la divinità del tubo di metallo che legge la vita. Dio sorride, davanti agli dei analfabeti di metallo, ma guarda anche lui il diagramma, le ombre cinesi dove il male si nasconde, come da sempre.

 Concettina dorme e non sogna, la vestina gialla strappata, le braccia di legno, le foglie morte che esitano, la pioggia salina e glucosata che riempie di sussurri la stanza vuota. Nessuno la chiama più, e Dio avvicina la tessera di plastica all’orologio. Concettina è marrone, come terra o sangue vecchio, la vestina gialla è scomparsa, nel gorgo marrone o rosso che sta ingoiando ogni cosa.
"La speranza è l’ultima…" dice il medico – la parola "morire" gli resta in gola come una spina – mentre il cappellano con gli occhi pieni di sonno unge la fronte di Concettina. La speranza combatte nei cieli contro la speranza.
"Spes contra spem" mormora la figlia, ricordando che qualcuno lo ha dipinto, quel quadro, e c’è la bambina vestita di giallo che sta correndo fuori. Con un movimento impercettibile del cuore, si rassegna.

In quello stesso istante, Concettina si sveglia.

ps: mia madre si è svegliata, dopo sei giorni. Dicono che è un miracolo, ma io non credo ai miracoli. Credo alle speranze, al dolore, al caso, alla tenacia della vita. Credo che Dio non ami nemmeno lui quella dannata tesserina di plastica che segna la fine del turno. Il turno di notte.

Read Full Post »

PORFIDO

l'anello di Pietro va in pezzi

In un punto della piazza c’è un cerchio di porfido, nero. E’ il punto illusorio in cui la foresta dorica di 284 colonne diventa un prospetto lineare, una fila soltanto di steli e lo spazio attorno e dietro.
Non è l’unica illusione, o verità ottica, della piazza. C’erano settantamila persone, venerdì notte, e nessuna sensazione di folla, come se ciascuno fosse una colonna sola d’una fila di colonne.
Ciascuno sul cerchio di porfido, gli occhi rivolti a due finestre illuminate, per vedere se la morte poteva riuscire a nascondersi, come le colonne. Era un’illusione.

La morte, probabilmente, stringeva il suo volo in cerchio sulla piazza – gli stracci neri al vento che striavano le nuvole, cancellavano le punte pallide delle stelle – e ciascuno percorreva l’agonia a modo suo.
Io ero lì per mio padre, mi sembra. Guardavo le finestre e continuavo a vedere la porta blindata del reparto di terapia intensiva, dietro la quale  la morte raspava con le unghie piene di terra. Seguivo la stessa rotta, però: pensavo a come i pensieri attraversavano e poi abbandonavano mio padre – come stavano facendo con quell’uomo anziano vestito di bianco – un respiro dentro e uno fuori, un rumore insensibile e assordante che arrivava fino al fondo della piazza, faceva tremolare la fiamma delle candele infisse tra i sampietrini – una foresta di candele, di colonne, di alberi.

Ogni agonia ripete la mia, mi dicevo, e continuavo a vedere – dal cerchio di porfido – mio padre croficisso sul letto, crudelmente trattenuto dai tubi, dai chiodi, dai denti d’acciaio della macchina. E nessuna gloria, di là, nulla se non una vasta bocca nera pronta a ingoiarlo.
Quel silenzio cominciava a infiltrarsi, a spandersi come olio santo già al di qua. Lo stesso della piazza, dove la folla nuotava nell’olio, tra le colonne, le candele, i punti illusori da cui guardare i cieli allineati, perfettamente vuoti.

In terra, la terra non ne sapeva, come al solito, nulla: attorno a Roma una cintura di peschi in fiore sollevava braccia cariche di rosa acceso. I tetti spartivano l’azzurro tra le tegole, i capolavori continuavano ad ardere silenziosi nei musei, nelle gallerie delle meraviglie. La vita era indifferente almeno quanto la morte.

Ma c’era un punto da cui li vedevi allineati, non un bosco ma una sola colonna, non la vita o la morte ma qualcos’altro, non i peschi o i sampietrini, non un sacerdote dagli occhi luminosi e i gesti di pastore o mio padre col torace scavato. Non cornacchie o angeli in giro sui tetti, non candele o scettri, non una notte d’inverno in piena primavera.

Un punto illusorio, al centro della piazza.

ps: venerdì e sabato ero a San Pietro, per quei casi della vita che ti portano lì o qui. Un amico m’ha detto "aiòn". Io penso "kairòs", e forse è la stessa cosa, vista da un diverso cerchio di porfido del lastricato. O forse kairos è sempre il momento in cui si racconta, e si ordinano le colonne, le agonie.

Read Full Post »