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Archive for luglio 2008

tempeste marine nella voce (per dare una pallida idea)

  Che noi in realtà lo sapevamo: il Mediterraneo parla un sacco di dialetti, ma una lingua sola. Un sardo-siculo-fenicio-castillano-enotrio-catalano-greco-normanno-arabo-ligure, con qualche inflessione locale. Una lingua originaria, spuntata dal mare – che è sempre lezione di coscienza e linguaggio – col suo armamentario di reti, desinenze, nasse, suffissi e vele bianche e nere.
  Noi non sapevamo di parlare così bene il catalano, ma ieri lo abbiamo saputo. Quando Franca Masu, un donna piccola alta quattro metri, una donna esile come un albero maestro, fragile come il ferro battuto, bella come una tempesta marina, è salita – scalza e nera – sul palco. Ha alzato una mano – una mano bella che comanda i venti e le ombre – e lo Stretto è stato subito ai suoi piedi. Navi, costellazioni e fari e tutto il resto. Perché ha riconosciuto l’altro mare, e la donna che lo portava nei gesti, nelle pieghe della gonna e dello scialle, nell’anello rotondo di turchese, nei capelli lucidi pettinati a crocchia. Nella voce.
  Franca Masu viene dalla Sardegna profonda, dove si parla la nostra stessa lingua: sale, dolore, astri che rigano le notti, soli rossi, una nostalgia cupa e acquatica, spiagge, vele, ritorni, sere intrise, sabbie, sassi dell’inizio del mondo, legno, argento vecchio. Le stesse sillabe, che lo Stretto ha riconosciuto, partecipando al sortilegio con le sue terre che cambiavano di posto, le sue stelle piantate sul lungomare, i suoi fanali appesi in cielo, le sue navi zitte, le sue sirene in ascolto.
Franca Masu ha cantato di Alghero, che nessuno di noi ha mai visto ma non ha importanza: abbiamo visto Chianalea, Ortigia, Faro, Scilla, Cefalù. Favazzina, Mortelle, Capo Peloro e Capo Spartivento, e questo può bastare, per un alfabeto.
  Così, Franca ha cantato a beneficio dei venti e delle sabbie, con una voce che passava in un istante da dentro la pancia alla punta della luna, dal fondo celeste del mare alla cima inquieta delle palme o delle dita. Ha inventato alberi, flotte, nasse che salivano cariche di aragoste, coralli, diamanti, alghe, dimenticanze. Ha cantato in catalano, in sardo, in castillano, in italiano. In jazz, in blues, in tango, in flamenco, in bolero, in tristezza e in trionfo, in pace e in agonia. 
  Accanto a lei un chitarrista dalle mani sensibili, un contrabassista, un percussionista scalzo che sapeva fare ogni cosa: i versi dei coralli, delle pietre, della risacca. L’acciottolato dei vicoli, il filo del coltello, la madrepora. Il tintinnìo che fanno certe tristezze, di sera, davanti al mare. Il rombo basso, tellurico, del ricordo.  La verità quando fa rumore di tela strappata.
  In quella foresta di suoni Franca era un albero vivo, da cui sgorgavano racconti in una lingua che sapevamo. Piano piano, era diventata altissima, più alta del pilone, vasta quanto la notte che a volte è così grande che lo Stretto non ce la fa a contenerla tutta, e si riversa fuori impetuosamente, rimescolandosi nel Mediterraneo, che non è solo un mare ma un cosmo e contiene mondi e notti e foreste.
  Quando ha raccontato la storia di Alfonsina il mare è uscito dagli argini e ci ha sommersi: nuotavamo trafitti dal dolore come pesci, mentre Franca liberava dalle mani cavallucci marini, anemoni e stelle. Cantava in sillabe d’acqua che noi potevamo respirare, come i pesci, e adornarci, se volevamo, con stelle marine di dolore, scaglie d’argento di dolore e collane di coralli d’un dolore rosso e vivido che brillava nel buio, e i naviganti potevano seguirlo senza perdersi, come una stella polare sommersa.
  Infine, Franca ha richiamato la notte e il mare con un gesto, li ha riposti nel segreto del suo petto e se n’è andata, come una cometa marina.

Insomma, ci vuole fegato a fare un festivallo cinematografico & co. in riva allo Stretto, alla fine di luglio, parlando di legge 180, violenza sulle donne, cinematografia araba e altre lepidezze (no, il dibattito noooooo). Ma qualche volta si viene ricompensati,  della fiducia e della curiosità, e ieri notte era una di quelle volte. Anche la notte prima, in verità. Un poeta (per fortuna) non laureato, Lello Voce, capitanando una flottiglia di farfalle da combattimento, davanti a una trama elettronica, ha parlato di follia: quella che si vede e quella che non si vede. E siccome la Voce di un poeta fonda un mondo, eravamo un bel mondo di folli che se ne rotolava per la spiaggia di Capo Peloro, tra le navi che ci attraversavano, le luci che cambiavano di posto e i fari che s’immergevano per nuotare di notte. Gli ho chiesto mezza poesia (sette anni prima lo avevo incontrato, e lui aveva spezzato una poesia come un pane, mezza per me e mezza per la mia amica Ughetta), me ne ha data una quasi intera, togliendogliene solo un pezzettino, come una mezzaluna.

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cosa ci resterà: cemento, ombra e un risentimento di nuvole (Magritte)

  Oggi faceva prove d’oceano, lo Stretto. E’ d’umore incostante e mutevole, per adesso, e bisogna capirlo. D’altronde, è sempre stato un mare inquieto e sperimentale, continuamente alle prese con prodigi, divinità fino all’orlo e popolazioni rissose e piene di pretese.
 In questi giorni le prova tutte: abbiamo avuto quattro mari dei caraibi, due mari normanni, un lago salato, un mare del nord (bellissimo: ha pure messo su un magnifico temporale sulle alture calabre, e tirava fulmini bassi che rimbalzavano e facevano eco fino a qui) e, oggi, un imprecisato tentativo d’oceano dalle onde lunghe piene di alghe e falsi serpenti che s’arrotolavano alle caviglie. Qualcuno ha pure visto una medusa blu, un barracuda screziato e sirene sconosciute che parlavano altre lingue.
  L’altro giorno mi pare fosse d’un turchese imparziale e caraibico, ma bastava immergerti per capire che no, era solo un trucco, un inganno fenicio imparato chissà quando: le correnti erano a strisce calde e fredde per tutto il litorale, come una tessitura incomprensibile ma non irrazionale (è pur sempre un mare greco e umanista). Potevi solo percorrerlo chiedendoti, come al solito, con indulgenza, cosa si sarebbe inventato ancora (ché qui mica si viene a fare il bagno, si viene a prendere battesimi e lezioni di stupefacenza e d’impossibile).
  “E’ incazzato” m’ha detto a mezza voce la nonna di P., una donna rocciosa che incontro tutti gli anni, di vedetta sul bagnasciuga perché i tritoni non gli rubino il nipotino. Ha quella vecchiaia serena ma non rassegnata che tutte ci augureremmo, con certi tipi di quiete raggiunta, attorno agli occhi e alle labbra, che non escludono i piaceri, le inquietudini e i ricordi, almeno non tutti.
  M’ha indicato l’ombra che da qualche tempo grava nera sul litorale, e noi tutti ci sforziamo d’ignorare, come certe disgrazie annunciate, la crisi economica o il disamore. Sotto il suo sguardo giustamente severo non potevo fingere che non ci fosse, e così mi sono voltata. Il ponte di bugie, nero temporale, stava lì, a due campate, come un arcobaleno di sventura. Proiettava un’ombra lunga, storta, attraverso la quale non volavano nemmeno i gabbiani, che pure, saggi e spazzini come sono, non gli fa schifo niente e non temono niente. I canadair gialli passavano di sotto e di sopra, nei loro voli generosi dentro e fuori del mare, con scie d’acqua e pesci che spengono gl’incendi.
  “Diventa ogni giorno più nero” m’ha detto quella donna implacabile con gli occhi di civetta sacra. A ogni bugia, a ogni legge assurda, a ogni decreto romano-barbarico quel ponte s’ispessisce, diventa più grande e opaco, e nessuna luce ci passa.
Non so fino a quando potremo fingere che non c’è, ma lo Stretto no. Lui vuole già scappare, e prova ogni giorno le sue correnti, i suoi vortici, i suoi dissapori salini e i suoi venti alati. Qualche giorno non lo troveremo più, se ne sarà andato via, navi traghetto e mostri e sassi di fondale e garofali e capitani estinti e tutto, e a noi resterà solo quell’ombra gigantesca, come una beffa.

E’ che sono francamente spaventata. Mai m’è sembrato si sia raggiunta una tale follia perfettamente istituzionalizzata e legalizzata. Quello si fa le leggi su misura, come le cravatte di seta o i rialzi delle scarpe, mentre il Paese è sempre più straccione, disperato e gonzo. Ogni giorno faccio il bagno qui, proprio dove dovrebbe sorgere il ponte, con la concentrazione d’un teorema, come se dovessi rendere una testimonianza giurata. Sì, giuro che io c’ero, quando tutta questa bellezza se ne stava qui, circondata di sfacelo ma intatta, sacra a suo modo. Giuro che io m’indignavo, quando le bugie diventavano perfettamente legali. Giuro che non sapevo come fare, se non dolermene ad alta e bassa voce, e scriverne in un blog, e sperare che cose così enormi diventassero finalmente visibili, nei cieli di tutti.

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tanghi lunari

M’era rimasta nel cuore, Siracusa. Non la solita Siracusa, che di suo è quasi insostenibile, porosa e dorata e antica com’è, piena fino all’inverosimile di cortili, palme africane, frammenti metallici staccatisi dal mare come giavellotti e infissi dovunque. Una città così aspra e aromatica da dare alla testa.
  E pensate cosa può essere, colma di tango fino all’orlo.
I Festival di tango, si sa, sono cose da tossicomani.
Solo chi ha perso ogni ritegno può concepire tre o quattro o anche cinque giorni immerso nel tango fino al collo, con milonghe che s’allungano per tutte le notti e i giorni, s’incrociano con le lezioni, le practiche, i passi spontanei sul lungomare, sul terrazzo dell’albergo, sulla piattaforma del lido.
 Il Festival di tango, si sa, è la Disneyland del tanguero, il Paese dei Balocchi. Per due, o tre o anche quattro giorni hai diritto a camminare solo con ochos adelante, se ti va, persino alle 13,30 su una strada statale senza lato dell’ombra (Siracusa non ha ombra: ruota su se stessa continuamente, ed espone sempre tutte le sue facce al sole), mentre l’asfalto diventa lentamente sugo al nero di seppia, e nessuno ci trova niente da ridire (sui tuoi ochos, non sul nero di seppia).
  Io mi preparavo da un anno. M’era rimasta nel cuore Siracusa, la scorsa estate, avvolta nel tango, con le pietre del duomo e del teatro, i tetti di tegole, le cuspidi barocche che sbucavano dalla trama rosso sanguigna dei nostri passi disegnati dovunque.
 Sono tornata ad abitare nello stesso posto, dove Ortigia comincia, come una luna di calcare attaccata alla città da una striscia di ponte. Avevo l’acquolina in bocca e una borsa piena di scarpe.
 Il tango s’è fatto sentire subito. Era appostato dovunque: nella cappelletta di SanSebastiano, dietro l’arco, dentro il piatto di pomodorini basilico menta e pescespada, sulla terrazza soffocata dal peso profumato dei gelsomini. Strisciava sornione, si spandeva come un vino, un latte nero e rosso che sommergeva lentamente la città, tutta la città, che comincia molto prima di Ortigia, due o tremila anni prima, e molto più in basso, nella roccia porosa che sta guancia a guancia col mare, o anche molto più in alto, nella luna sottile e islamica che si cullava lentissimamente sopra le piazze, al suono d’un suo intimo vals.

  Nuotavamo nel tango come sonnambuli, ma felici. La milonga s’apriva ufficialmente alle dieci di sera alla Fonte Aretusa, ma durava tutto il giorno e la notte, visto che continuavamo a ballare sulla piattaforma dello Zen, lungo le strade, attraversando piazza Archimede e piazza Pancali e tutti i vicoli che Siracusa allunga a capriccio, e che oggi ci sono e domani possono cambiare di posto e direzione, attraverso altri cortili nascosti, bouganville, gelsomini stellati dalla voce acuta, veneri diroccate. Continuavamo a ballare in sogno, mormorando parole di tanghi che c’erano rimaste attaccate, come il sudore. Il tango ci nutriva come un latte, come un vino nero e rosso e quasi non avevamo bisogno d’altro. Doccia di tango, e poi colazione di tango col miele o anche la marmellata o la ricotta di tango, e poi un tuffo nel tango, sorseggiando una birra di tango e piluccando macedonia di tango, mentre il cappello di tango ti ripara dal sole di tango, che ti abbronza ma ti brucia di tango. E granite di mandorla e tango, gelsi neri e tango, melone e tango (le brioche no, che a Siracusa non hanno imparato a farle: loro sono greci, non normanni, e semplicemente si rifiutano di farle lievitare).
E poi:

gli incontri.
 I mondi, vicini e lontani, s’incontrano tutti. Così è stato il festival più internazionale: c’erano un numero imprecisato di olandesi (in particolare una deliziosa coppia che ho incontrato ad una colazione in terrazza al mio Approdo delle Sirene, davanti a una crostata di frutta, cornetti alla ricotta, bouganville e Siracusa che si preparava al lanciafiamme di mezzogiorno), russi e russe, francesi, inglesi del Commonwealth. Ed è stato il festival più siciliano: palermitani, soprattutto palermitani generosi (i catanesi che ho conosciuto tendono a tirarsela in modo ingiustificato, a parte alcune felici eccezioni, per esempio l’elegante Gaetango, la fascinosa Scarlett e il cortesissimo Giuseppe), e palermitane con meravigliosi abiti rossi e bocche rosse che ridevano di gusto e d’allegria condivisa, come un’anguria, come un cornetto algida, come un tango. 
 Ho ballato con un olandese giovane (tre a zero per lui), con un tedesco meno giovane ma decisamente più alto (zero a zero ai rigori), con un francese che m’ha posata alla terza milonga (e ancora mi vergogno, e penso che abbiamo fatto bene a vincergli i mondiali, e alla faccia della sorella di Zidane), con un inglese che somigliava in modo inquietante a Sherlock Holmes.

gli abbracci.
 Gli abbracci sono la babele del tango. Si abbraccia in tutte le lingue, e non è questione di salon o nuevo o milonguero (che non esiste, è come l’esperanto o il greco antico, una lingua finta o morta). Si abbraccia secondo ogni inclinazione del corpo e della mente. Ci sono abbracci ergonomici, abbracci metafisici, abbracci inspiegabili secondo le normali leggi della fisica.
 L’abbraccio di quest’anno è senz’altro quello di Corina de la Rosa (e il fatto che non trovi nessuna foto con quel lato dell’abbraccio mi dimostra che le foto sono tutte sbagliate, e ci sono pochi lettori di braccia e abbracci, in giro). Lei lo spiega così: la mano sinistra della donna poggia sul dorso dell’uomo in corrispondenza del proprio petto. Come per sentirsi il cuore attraverso l’altro. E io la guardavo abbracciarsi il suo Julio, in quelle sere, e quel bel braccio tornito di tonnessa, di capodogliessa, di orca marina di sconcertante bellezza farcita scendeva sulle spalle di lui, e la mano era aperta come una stella marina, e diceva: questo è mio. Era suo, l’omaccione che riempie una stanza quando entra, lui e le sue risate omeriche e il suo fiasco di vino e la sua pancia generosa. E il suo cuore palpitava attraverso tutti e due, e potevamo vederlo, pulsava come una stella.
 (ci ho provato anch’io, ad abbracciare sentendomi il cuore attraverso l’altro, chiunque fosse. E il braccio sinistro, questa cavezza che certe volte diventa pesantissima, quando ne facciamo un cavalletto, un appoggio fraudolento, una truffa dell’asse, era leggero e forse pure leggiadro, chissà. Se fosse passato un lettore di braccia di donne chissà cosa avrebbe letto, quelle notti).

la questione Veron.
altrove, e più dottamente, s’affrontò la questione. Ma qui s’impone.
  Maestro onnipresente ma non ballante (cioè non istituzionalmente ballante: di suo s’è divertito, in milonga, con ballerine nostrane che sono state scannerizzate ben bene dal 90 per cento delle donne presenti), il bel (bel?) Pablo è stato l’attrazione oscura del Festivallo. Persino la proprietaria del mio B&B, estranea al tango ma non alle mitologie dei rotocalchi, mi chiedeva ingiustificatamente ogni giorno: "Hai visto Pablo?" con un fremito d’invidia curiosa nella voce. Tanto che mi sono sentita praticamente obbligata, alla fine della lezione di milonga (sì, sono della minoranza etnica degli estimatori delle lezioni di milonga), a farmi scattare una foto col telefonino, che diamine. Mica c’ho qualcosa di meno dei bulli di YouTube.
  Allora, Veron. Io m’aspettavo una primadonna isterica, e invece ho trovato un cardinale fiorentino. A parte l’abbigliamento hip-hop, le sue lezioni (io ne ho fatte due: Boleos e Milonga, ovvero diamoci alle frivolezze, che ce n’è tanto bisogno signora mia) sono state un miracolo di chiarezza, contegno, struttura didattica.
  Tre passi in due tempi, poi quattro passi in due tempi: ragazzi, la milonga è l’arte del controtempo e il miracolo della comunicazione diretta tra i corpi, visto che non c’è tempo per i comandi, e "il passo è la marca". E noialtri lì a battere controtempi sul parquet, che in breve risonava come un villaggio africano in una notte di festa. Sì, la milonga è una tribù, anche.
 E Veron resta un mistero. C’entra, col tango? Forse sì. Forse.

i Balmaceda, o della geometria.
Che tu, quando li vedi ballare, quando ascolti i loro siparietti divertenti, le loro liti per finta o per davvero, li pensi tutti fuoco & passione, tutti istinto. Invece no. Sono i Pitagora del tango ( i Pitangora?). Gli Archimede della milonga. Le loro lezioni sono teoremi: Corina, col suo bell’italiano scivoloso e castillano, parla continuamente della "relazione col bacino dell’uomo", delle bisettrici e delle convergenze parallele. Persino la loro irresistibile zaraza, quella spezia indecifrabile che anima da dentro i passi, è frutto di linee, equazioni e numeri insondabili. Scompongono ogni passo, ogni gesto, con acribia da ricercatori del ciclotrone, e ti spiegano come a ogni forza corrisponde una forza uguale e contraria, che non c’è niente di casuale in quel mirabile dialogo di corpi e tu pensi che è proprio vero, che a un Julio tonante, con quel fisico assurdo, la pancia e le braccine, corrisponde un Julio che scivola come senza peso disegnando arabeschi con le punte, a una Corina soave e matronessa, dai fianchi larghi come certe divinità magnogreche, corrisponde una Corina dalle gambe come fruste, dai piedi sensibili e alati che fa tre colgade di fila (ma non sono colgade, guai a chiamarle colgade: sono figure costruite sul cateto, più il pi greco della loro mostruosa attrazione fisica, diviso lo stupore del pubblico per quelle manifeste sfide alla gravità dei corpi).
  E quell’abbraccio indissolubile, fermo come un baricentro della notte, al di sopra del fuoco d’artificio di fianchi e gambe e piedi, è una riprova di quello che sai, o non sai, o sai di non sapere: nel tango (come nella musica, nella letteratura, nella cucina o nell’amore) il massimo del rigore è il massimo della libertà. Accidenti a lui.

le lezioni.
E qui non parliamo di tango, ma di strumenti di distruzione di massa.
 Per esempio un capannone della zona industriale (quella dove Siracusa è più spietata e accecante) alle tre di pomeriggio, senza aria condizionata.
Diciamocelo: non è sostenibile.
L’organizzazione del Festival è stata egregia, e merita un premio per quasi tutto, ma per questo meriterebbe una denuncia alla Corte europea dei diritti umani di Ginevra. O alla Protezione civile di Bertolaso, al limite.

le milonghe.
Peccato per piazza Duomo, che resta uno dei luoghi più affascinanti della Terra. Ma pure la Fonte aretusa e il suo affaccio sul mare indecifrabile di Siracusa meritano. Peccato per il pavimento, dove la carte nautiche segnalavano almeno tre Fosse delle Marianne (si racconta che molti tangueri ci siano caduti dentro, e siano scomparsi) e una pendenza del dieci per cento sul livello del mare. Ma noialtri tossicomani balleremmo in piedi su uno sgabello, lo sapete.

le milonghe.
intese come musiche. Poche, troppo poche. E per ragioni che restano oscure. Ho sentito dire che "gli stranieri non le ballano". Beh, dovrebbero.

i vals.
giuro, non ho niente contro i vals. Ma non ne avevo mai ascoltati quattordici di seguito. Sono uscita,domenica notte, in overdose di vals, e se m’avessero fatto l’antidoping avrebbero trovato una concentrazione di vals assolutamente mortale, nel mio sangue e nei cinturini delle mie scarpe.

le scarpe.
la parete vertiginosa di "Scacco matto", il negozio etnico di via Cavour. Un mini paese dei balocchi nel paese dei balocchi. Ho provato scarpe rosse, blu elettrico, verde pisello. Scarpe blu cobalto, rosso granato, oro giallo. A pois, a losanghe, a fascia, a incrocio. Poi, come una cenerentola alla rovescia, sono uscita con una
scarpa in più.  

Pugliese.                                                                                                                                   Chi l’havisto?                                                                                                                                                   

la milonga desnuda.
bella idea, ballare allo
Zen (una piattaforma sul mare siracusano, che è mare di scoglio, senza spiagge, senza sabbia, senza requie). E imperdibili le riflessioni antopologiche, o forse pure etologiche e persino biologiche, a bordo pista.
Cosa spinge un tanguero a ballare in costumino da "Bianco rosso e Verdone" e scarpe di vernice? Cosa vuole ottenere, la sirena mesciato-leopardata che non ha ritenuto di investire neppure un centesimo in un anticellulite (sbagliando)? Perché quando il biondo con la barba s’è tolto la maglietta con scritto Sesso, alla vista dei tatuaggi abbiamo urlato tutte: rimettitela? Che emozione si prova a fare un perno nelle tappine infradito di plastica nera? Che punizione bisognerebbe infliggere al cavallero che ballava con i sandali (colpi di cric sugli stinchi è il risultato del forum apposito)? Qual è la misteriosa relazione tra i brufoli sulla schiena e gli ochos atràs? Qual è il confine tra corretta dissociazione e lordosi? Al caftano con lo strascico è sempre preferibile un perizoma, o vale solo per Di Sarli?
Siamo davvero pronti a milongare senza veli?

Insomma, l’anno prossimo ci torniamo tutti.

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