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Archive for marzo 2012

  La Poesia era seduta nell’anticamera del mio veterinario. Era una signora di sessanta o seicento anni, coi capelli gialli, la gonna sghemba e un pellicciotto sintetico, fucsia. Portava al guinzaglio una cockerina nera di nome Pinky, con un cappottino scozzese e una malattia oftalmica. Mi raccontava, soffiando per un vecchio enfisema, che a casa ha altri quattordici cani, cinque gatti e due porcellini d’India. Le ho chiesto s’avesse un giardino, m’ha detto, limpida: “No. Ho trasformato la casa in un canile, e io vivo nel canile, con loro”. La cagnolina Pinky sembrava che annuisse, o forse era l’artrite.
La veterinaria, una ragazza sottile con un nome bruno, m’ha detto poi che la signora raccoglie creature abbandonate, con le quali probabilmente s’identifica. Lì curano gratis gli animali della Poesia, li vaccinano e li sterilizzano, secondo un patto segreto che qualche volta, ma solo qualche volta, la medicina stringe con altre forme d’umanità, ma che la Poesia tenta di stringere sempre, con tutte le forme di qualunque altra cosa. A volte raccolgono i randagi delle isole, li curano, li sterilizzano e li liberano di nuovo. La Poesia prova a trattenerli tutti, nel vasto canile del suo cuore, ma non sempre glielo lasciano fare.
Per esempio con Colosso. Non è un cane, è uno scherzo della natura. La madre, una cagnotta bastarda dai geni indecifrabili, di taglia media, era molto incinta, e un veterinario qualsiasi – uno di quelli che esercitano con gli animali perché con gli uomini non potrebbero sostenere le spese legali dei risarcimenti ­- tentò di farla abortire. Gli embrioni erano sei, e cinque morirono. Colosso ereditò lo spazio e la forza di tutti e cinque. Nacque così spaventoso che l’abbandonarono subito, solo perché ebbero paura di sopprimerlo.
La Poesia passava di là, per caso o forse per istinto – perché la Poesia sente le creature abbandonate – e lo raccolse, già smisurato, solo per vederlo crescere ancora, e curarlo in tutte le maldestre manifestazioni del suo gigantismo e del suo disadattamento a vivere.
Si lisciava il pellicciotto fucsia, la Poesia, raccontandomi con la sua voce rasposa di Colosso e di Yoghi e di Pinky e degli altri undici cani e cinque gatti e due porcellini d’India.
Fuori, la primavera premeva contro i vetri, vasta e aromatica da perdere la testa, preparando di nascosto la mistura fatale delle sue sere irresistibili. In Giappone le folle si radunavano sotto i ciliegi, preoccupate per i fiori. Lì la Poesia sono i primi cinque fiori – ma devono essere almeno cinque – d’un particolare albero del centro di Tokyo, perché la “sakura zensen”, la linea di fioritura dei ciliegi, l’aspettano ogni anno, per andare a guardare gli alberi e meditare (che poi s’incazzano se il Servizio meteorologico Nazionale non prevede la data esatta e pure l’ora, che non possono perdere tutta una giornata di lavoro in ufficio: è quello che gli manca, o gli eccede, per essere un popolo davvero poetico). La Poesia si distende come una linea, come una corolla, toccando i ciliegi uno per uno, e tutti con gli occhi in alto, a commentare, indicarsi i rami, sentirsi intimamente soddisfatti.
I ciliegi oggi affollavano, con la loro linea superba, il canile della Poesia, festeggiati da Colosso, Pinky, i randagi cani e gatti, la signora coi capelli gialli, la veterinaria, il pellicciotto fucsia, io e la mia gatta principessa che non mi rivolgeva la parola perché l’avevo portata a tradimento sotto il bisturi. C’era pure un altro signore, seduto un poco di sbieco, e teneva al guinzaglio una tigre albina, un fenicottero e una papera comune: era Tonino Guerra, il poeta ironico e celeste che trovava divertente firmare “guerra” una poesia e morire addirittura il giorno stesso della poesia, poesia di guerra, guerra alla bruttezza e alla banalità (e pure, diciamolo, agli spot della tivù).
La poesia era una linea immaginaria che si propagava con la velocità dell’equinozio, in un equilibrio istantaneo e impossibile – perché la luce sale e riscende lungo l’anno, s’accorcia e s’allunga e proietta soprattutto ombre. Forse è un immenso canile, sovrastato da alberi in fiore, dove celebriamo il nostro amore segreto per le creature più innocenti, per poeti senza laurea e per la linea dei ciliegi. O forse no.

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Io odio le mimose, e l’otto è sempre, per me, un sasso nel cuore: mia madre è morta un mercoledì otto giugno, alle cinque del mattino.
Il mercoledì ha delle ceneri, dentro,  e l’otto di più. Ceneri gialle come la mimosa triste che era nel giardino della casa al mare, e che mia madre detestava. C’era una guerra, tra lei e la mimosa. La mimosa pioveva, spandeva il suo odore dolciastro, allargava nel buio le sue radici sotto la casa, meditando di sollevarsi di colpo e sradicarci: ne percepivamo il disegno da certe crepe nel vialetto, e dall’inclinazione dello stipite. Mia madre le diceva cose crudeli, non si sentiva minimamente obbligata dalla sua soffice iconografia, dalla sua aria perennemente celebrativa, dalla sua finta innocenza, dalla sua obiettiva consistenza vitale, ancorché botanica. La mimosa ricambiava quell’odio, e spargeva ceneri profumate che non si cancellavano mai.
Il nespolo, di fronte, non partecipava alla contesa: s’estraniava in una sua certa aria orientale, e nella dedizione al dovere di albero da frutto. La mimosa, invece, era diabolica: non aveva altro scopo che ornarsi, e infastidire mia madre.
Lo vedevamo che non c’era scampo. Mio padre, che era uomo di pace e non capiva appieno il linguaggio delle piante e delle cose, si limitava a contenere i danni. Uomo pratico, raschiava i quadrati di cemento del vialetto e seminava con cura il prato inglese nelle intercapedini. Lo trovavo così dissimile da me e da mia madre da indignarmi con lui, e ora che semino prati inglesi e raschio sentieri – col suo stesso amore del particolare, la sua comprensione degli angoli minimi, la sua intelligenza delle mani – percorro la nostra somiglianza come un paese conosciuto eppure distrutto, dove mi fermo a piangere ad ogni passo.
Così, quando lei gli disse: “Potala”, con le labbra strette e gli occhi vermigli, lui potò serenamente la mimosa. Io li guardavo dall’alto, e non sapevo per chi parteggiare.
La mimosa divenne un tronco nudo, al quale mia madre appendeva cappelli, pentole e la gabbia del canarino. Detestavo quel modo di vendicarsi che aveva, e sottilmente lo temevo. C’era un cuore di rabbia e furore dentro di lei, vecchissimo, e capace di incenerirci tutti. Quasi come la mimosa.
La vendetta non durò poi a lungo. Mio padre le disse che ci voleva un altro albero, e per un giorno intero strapparono le radici interminabili e tenaci della mimosa, che si era spinta fin dentro al cuore della montagna, fin dentro il mio amore annodato e mascherato di insofferenza, fin dentro al cuore duro e antico di mia madre, fin dentro i tramonti drammatici d’agosto che dipingevano fiamme vive su tutte le cose. La guerra finì, e loro comprarono una tamerice, così esile e silenziosa, così salina di indole che non ci diede mai più pensieri.
Io m’affacciavo, e avevo un bel dire “tamerici salmastre ed arse”, lei non rispondeva mai. Mia madre allora sorrideva il suo sorriso feroce e interamente vivo, di quella vita vorace che si fa beffe dei nomi, e spinge profonde le radici come se non dovesse morire mai, e lottare sempre.
Ecco perché odio le mimose.

 

Perdonatemi,  ma l’otto mi sconcerta e la mimosa di più.  E poi, come ho già detto altrove: per piacere,  non regalatemi una mimosa.  Piuttosto,  strappate un aggettivo: “passionali”, riferito ai delitti di uomini disturbati e violenti contro donne non interamente docili, non più in loro possesso. Non si chiama passione, si chiama violenza e follia e mostruoso senso del possesso. Ecco, chiamiamoli “delitti di possesso”, allora. La passione lasciamola a chi la sa provare.

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