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Archive for febbraio 2005

CRETE

manipolazione del dolore 

La figlia si siede davanti alla madre, e insieme cominciano a dar forma al dolore. Lo plasmano, lo impastano, lo modellano, traendolo a piccoli pezzi dall’aria attorno.
Ogni tanto una delle due dice qualcosa, l’aria diventa più densa.
Fuori, lo scirocco devasta le palme, batte con le dita sulle
persiane, ma nessuno può rispondere. Gli occhi dentro gli occhi, le mani rapide, madre e figlia lavorano il dolore, che prende consistenza di malta, di terracotta, di creta.

La stanza vortica in alto, nella luce nera. I gabbiani cambiano rotta e colore, come per tormento o difesa, le navi oscillano sui fianchi, avanti e indietro. La madre e la figlia sono lente e veloci, strappano i pezzi di dolore e li aggiungono all’impasto, mormorando qualcosa, che forse
però è il mormorìo del vento, che pure ha ali vigorose e non teme nulla.

Quel giorno c’era la stessa luce, rammenta la figlia – forse ad alta voce – con quel sole insostenibile fisso negli occhi. Stacca un altro pezzo di dolore, lo strofina forte, da una mano all’altra, affonda le dita nella pasta del dolore.

La madre dice qualcos’altro, o forse era un lamento, o sono lacrime. Cadono nel dolore, che le assorbe velocemente. Le mani lavorano. Il dolore è morbido ed elastico, e prende il calore delle mani. Aumenta di volume, lievita e spande il suo odore argilloso.

La madre e la figlia girano la ruota col piede, e il dolore gira e cambia forma, prende tutte le forme tra le mani umide. Una alza i bordi- da una vita alza i bordi – l’altra modella una curva – sono sempre curve strette, dove bisogna chinarsi e stringere i denti. A volte si correggono l’un l’altra, e il dolore gira e cambia.

Il giorno diventa grigio e pieno di schiuma, la città intera gira su se stessa, con lunghi fili sottili stesi nel vento, fino a che lo scirocco non tramonta nella terra e nel mare. La notte, infine, è perfettamente immobile e verticale.

 
La madre e la figlia dormono. Al centro della stanza il dolore è un vaso ancora umido, perfetto.

per Erica, che sa tutto.

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CLASSIFICHE

 etimologia di una pipa

Comunicazione di servizio.
Consultavo il nuovo  dizionario etimologico online,
praticamente la versione Web del benemerito e molto reverendo Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani (uno con questo nome non poteva che fare dell’etimologia la sua ossessione e il suo riscatto), e l’occhio mi cadde inopinatamente sulla "classifica dei termini più visualizzati".
Oh che bello, mi dico, guardiamo un poco cosa cerca, questo popolo inquieto di cliccomani.
Sapevo già che la cosa più cliccata nei motori di ricerca universali è "sex". Evvabbé. Normale. Il popolo del web si divide in parti uguali in guardoni e testoni (nel senso di gente che non fa che scrivere e scriversi, testualizzando febbrilmente quello che altri – diciamo – somatizzano). Ok, a volte coincidono, ma non spesso. E dunque.

Ma cosa cercheranno mai, mi dicevo sempre io – la biancaneWeb – gli animi gentili ed etimologici, avvezzi a occuparsi di cose come "procella", "bargello", "minareto", "pleiadi" (dal prezioso elenco – fornito a ogni schermata dal previdente Pianigiani in persona – degli ultimi termini cliccati)?
Non nascondo che la cosa mi riempiva di giusto orgoglio: da anni propugno la nascita quantomeno d’un partito della Libera Etimologia. Più che un partito: un’anonima etimologisti, una setta religiosa, un ramo della scienza, un club-service.
In vecchiaia mi sono convinta che l’etimologia è l’unica scienza esatta. Esatta come la poesia, come il punto di cottura del risotto, come le dosi degli ingredienti della cocacola, come la certezza d’essere corrisposti. Quindi esattamente vaga. La scienza perfetta. Quella dalle risposte che sono sempre miracoli.

Beh, mi ri-chiedo, ma di quali risposte saranno mai avidi, i naviganti verosimilmente testoni assillati da dubbi etimologici? Clicco la classifica ottorina e pianigiana dei termini più richiesti. Ebbene.

Il primo è "berlusco", il secondo è "cazzo".
Il terzo è "fica" e il quarto "amore".
Si impara sempre, dalle etimologie.

 
ps: berlusco, apprendo, viene dal latino BIS-LUSCUS, o BI-LUSCUS, ovvero "due volte losco".
Dunque, lo dico di nuovo: si impara sempre, dalle etimologie.

 

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LA CUSTODE

 

 

 

Perché era una vecchia piccola piccola con cinquecento pieghe sul viso, come se stesse cercando di concentrarsi e sparire in se stessa. Perché faceva odore di legno, di macchie d’olio, di stanze chiuse alla luce da molto tempo. Perché aveva un fazzoletto color petrolio in capo, e un medaglione con una foto appeso al collo. La foto era perfettamente muta.
Per questo mi fermai, e le chiesi cosa facesse, lì.
“Io custodisco questo posto” mi disse, gentile.
“E che posto è, questo?” feci io, davvero cieca, perché vedevo soltanto il retro d’una cappella del cimitero della città di XXX, luogo sacro e recinto, frequentato per lo più dal vento e da ricordi.
“E’ il muro dei desideri” rispose, un arco lieve di sorpresa, o disappunto, nella voce.

Il vento sollevò un lembo della voce e lo fece vorticare in alto, andando a tormentare i cipressi. Voci vegetali e animali risposero, dal folto. I fiori che portavo con me, avvolti nella carta, tremarono appena, le corolle ancora chiuse. Me li accomodai in braccio come un neonato dalla carnagione di rosa canina. Si chetarono.

“Quali desideri?” dissi ancora alla vecchia.
“Beh, tutti” scrollò le spalle. Era ovvio, d’altronde.
“E dove sono?” chiesi, e mi sporsi un poco per guardare meglio il muro grigio della cappella. Avevo le guance fredde, e forse le lacrime all’angolo degli occhi erano diventate ghiaccio, perché pungevano. Da mesi, pungevano.
“Nel muro” mi disse piano, con la voce del segreto. Il vento glielo strappò, lo portò in giro per i viali, lo infilò tra i cancelli facendoli gemere, lo lanciò contro le corolle in bilico, che caddero nel loro stesso profumo.

M’avvicinai ancora. Il muro era un muro. La calce, la malta, il laterizio aderivano in silenzio. Non vedevo niente, non sentivo niente.
Da mesi avevo smesso di ricevere messaggi, il vento era vento e il muro un muro. E il silenzio non è nemmeno l’ombra, di una voce.

“Scrivi” mi disse la vecchia, o forse il vento, perché avevo gli occhi pieni di ghiaccio e non riuscivo a vedere.
Col dito, in fretta, scrissi il mio desiderio sul muro.

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L'ALA

 sineddoche d'angelo

L’angelo esplose a mezzanotte in punto.

S’era gonfiato tutto il giorno, con lo sguardo corrucciato, le piume che diventavano lentamente blu, la sua natura nascosta d’aquilone che s’andava perdendo. Volava basso, toccando le cime degli alberi che si ritraevano, perché scottava di febbre. Volava sbilenco, perché non rammentava la rotta e le palpebre cominciavano a chiudersi, gonfie e rugose, piene d’acqua celeste.

 

Era un angelo vecchio, col petto pieno di segatura e colpi di tosse, capelli di stoppa gialla, nessuna memoria dei grappoli e dell’età dell’oro.

Soffriva di solitudini, di molteplici vecchiaie, di disappunto: il lungo corpo della terra – un susseguirsi di declivi e isole verdi – non lo consolava più dell’eternità.

Ecco, era inconsolabile, fino all’anima – che gli angeli hanno ramosa e imperscrutabile – , fino ai polmoni – che gli angeli hanno d’acquerello e zolle erbose –, fino alla fine – che non è dato comprendere.

 

L’angelo arrivò al centro del cielo, che era straordinariamente spazioso, quella notte. Né stelle né altro. Silenzio macinato fine tra le galassie. Nemmeno il tenue rumore d’ingranaggio che facevano le vite, gli atomi, l’attesa.

Tirò un respiro profondo, l’ultimo – una fuga di mondi divampò in un punto non precisabile – ed esplose, perché era davvero troppo.

Recinti, ragnatele, poemi rivoluzionari, piume, cannucce, trasalimenti, coppe d’oro, numeri, calligrafia: tutto dell’angelo andò in pezzi e si disperse.

 

La sola ala sinistra cadde in cerchi lenti nell’aria, turchina.

 

Ps: esperimento sulla base della domanda di Effe nei commenti qui, della carambola di suggestioni tra caracaterina e Untitled qui , dell’intuizione di Tez nei commenti a caracaterina e soprattutto qui . Ecco. Ora tocca a voi.

 

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 camera d'ascolto

Avete presente Queneau? A me causò crisi d’identità e disparità, da ragazza. Gli "Esercizi di stile" mi diedero gl’incubi: avevo sedici anni, il bigbang ormonale in corso e un senso tragico della vita.  Ora ho comunque un senso tragico della vita, ma almeno senza brufoli.

Dunque, lessi quel libro e piansi tre giorni. Perché di colpo tutta la letteratura (che a sedici anni è una religione) m’apparve un gioco perverso ai tuoi danni. Ora, almeno, lo so con certezza: la letteratura, come ogni altra cosa, è un gioco perverso ai tuoi danni. Ma reggo meglio ai colpi bassi.

Insomma, versai lacrime caldissime – nemmeno fosse la versione originale di “E tu” – sugli “Esercizi di stile” di questo signor Raymond Queneau, un tizio di Le Havre, un indeciso che non sapeva se appassionarsi “al delirio del matematico o alla ragione del poeta”, e per sicurezza li mischiava. Uno che cominciava col voler scrivere una “Enciclopedia delle scienze inesatte” (fisica evolutiva, antropologia spaziale, metabolismo storico, chirurgia morale, spropositologia, irrilevanza comparata, matenautica…) e finiva col dirigere l’Encyclopédie de la Pléiade, uno che voleva quadrare il cerchio e pure la botte, con tutta la moglie ubriaca dentro.
E il bello è che ci riusciva, l’infame.

Vi sconsiglio caldamente il suo “Esercizi di stile”: mette in crisi il vostro mondo di radicate certezze sulle conseguenze emotive degli aggettivi, sull’efficacia degli avverbi, sulla moralità delle congiunzioni.
Vi induce a dubitare di Leopardi, delle lettere d’amore, dei “Promessi sposi”, dei vostri diari d’adolescenza. Dei romanzi russi, dei romanzi sudamericani, dei romanzi francesi. Degli haiku, delle ottave, dei sonetti. Dio mio, perfino di Umberto Eco.

Dunque, vi sconsiglio anche l’omonimo blog, e il suo diabolico ideatore, zop, che diffonde il contagio degli esercizi di stile in rete, zona per giunta endemica, virale e promiscua quant’altre mai.
Io ormai sono contagiata: ho preso l’esercizidistilite, in forma acuta. E il blog di zop ne è, ahimé, la prova.

Stavolta m’è venuta una voglia di giallo. Proprio qui , sul collo. Non c’è niente da fare, è pericolosissimo.

Quindi, vi rinnovo l’allarme: NON andate nel blog di zop, NO e NO. E poi non dite che non vi avevo avvertiti.

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LA CITTA' INVISIBILE

 città invisibile

Ho inghiottito la città, e ho bevuto un bicchiere d’acqua.

Era spinosa: una lisca scura dagli angoli rabbiosi che mi graffiavano la gola. Sentivo distintamente ogni cosa: i terrapieni amari della periferia sud, le braccia in croce dei tralicci, le facciate senza pelle. Meduse a forma di pneumatico galleggiavano tra le pance delle navi traghetto, l’ossido mangiava le travi di ferro posate sulla banchina.

L’ho mandata giù perché sapevo che sarebbe sparita, con un po’ di pazienza. Avevo ragione.

Un’ora dopo, un globo di cristallo è spuntato dallo Stretto. Dentro, la città aderiva a se stessa, bianca e sottile come un guscio d’uovo: le torri riflettevano la luna, i muri si curvavano impercettibili per assecondare la spinta della luce verso l’alto. La notte si raccoglieva, devota, ammirata, attorno alla breve parete fredda: la città del miracolo dura poco, svanisce presto, come una bolla d’aria, come il riflesso della Fata Morgana nell’acqua. Chi cerca di raggiungere i suoi parapetti d’oro precipita nel gorgo, non si rianima mai più.

 Liberamente ispirato agli acquerelli di Pedro Cano sulle “Città invisibili” di Calvino, in mostra a Palermo fino alla fine del mese (leggete qui, please: http://www.newitalianblood.com/testi/testo435.html)

 

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sacripante aereo 

Omeopatia.
eccola, la ricetta giusta.
Per cosa? Per vincere la persistente narcolessia del
mercato letterario (che, fortunati noi, non coincide
esattamente con l’insieme degli scrittori & delle
scritture possibili, però).
Il profondo sonno dei comitati editoriali, le
persistenti fasi non Rem degli editor, il coma di
terzo grado di taluni autori – che, mirabilia, pur in
quelle condizioni sono in grado di farsi
intervistare, firmare autografi, tenere corsi di
scrittura, vincere premi importanti, riscrivere l’Iliade, bloccare le
classifiche di Tuttolibri per mesi.

Dunque, urgeva una cura.
Pensa che ti ripensa, in sonno e in veglia
incessantemente, qualcuno ha avuto l’idea brillante:
omeopatia!
Una piccola dose di sonno, per ottenere una passabile
veglia. Di più, una encomiabile veglia.
Ed ecco il primo numero – minuscolo ma esclamativo, interamente dedicato alle tematiche del sonno e ai contrappunti della veglia – di sacripante! (www.sacripante.it)

Ovvero una rivista che risponde ma soprattutto
domanda molte cose. A partire da: eravamo proprio
necessari? No, ovviamente.
Converrete però che ciò che di confortante ha la
scrittura è di non essere certamente necessaria, ma
di essere praticamente indispensabile.
Ancora, sacripante! si chiede: ma chi diavolo siamo?
Ah, saperlo. Ce la mettiamo tutta, ma sappiamo di non
saperlo, bensì di cercarlo attivamente. Di più,
d’intravvederlo e perderlo e ricercarlo.
Rimpiattino? Caccia al tesoro? Anche.

Omeopatica, ludica, metamorfica, profondamente
blogghica (laddove per blogghica s’intende la
blobbità della scrittura, che di tutto s’impadronisce
e si nutre, tutto ingoia ed espelle a ritmo
vertiginoso: e provateci a inseguirla, ché va veloce
come la luce, come un codice binario, come la coda di un sogno).

sacripante! ve lo consiglio, insomma
(trascurabilmente, contiene un mio scritto molto
blogghico e sacripantico, ma questa è un’inezia:
ci sono cose assai più divertenti).

Ah, fate gli esercizi di scrittura non creativa, mi
raccomando, e accendete un cero a zio Fedor. Lui non
lo sapeva, ma era molto, molto sacripantico…

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