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Archive for settembre 2009

Il percorso iniziatico e il Sacro Graal

  Voi ce l’avete presente la Calabria insopportabile, quella che piazza superstrade sulla spiaggia, drizza palazzi a dieci piani direttamente sul bagnasciuga, e alberghi disegnati tutti dallo scenografo di Shining, dalle segrete chiamate "Centro benessere" (esattamente come sulla porta delle camere a gas era scritto "Docce") ai corridoi cunicolari tra le 200 stanze, chilometri di moquette scolorita abitata da muschi e licheni, tra stanze intermittenti progettate da Stephen King e ascensori dimensionali per il salto nell’iperspazio?
Voi conoscete di certo luoghi che nel progetto originario degli dèi dovevano essere come il Rio delle Amazzoni, la Fossa delle Marianne o le Cascate del Niagara: luoghi assoluti, dove la bellezza non è discutibile e talora è persino spaventosa, nel suo manifestarsi perentorio.
  Ecco, a Falerna Marina viene il sospetto di qualcosa del genere: c’è un mare vastissimo, atavico, imprescindibile, che attira più di cento sirene. Ci sono tramonti incendiari che ci chiamavano tutti sul balcone, a bocca aperta e videocamere sguainate, ma tanto è inutile, mica si può fermare, quell’arancione sanguigno che ti fa venire la febbre, in un’immagine da telefonino. C’è persino una sensazione di poteri enormi, alle spalle del mare, nell’osso millenario della Calabria che sputa fuori alberi secolari, felci primitive, gelsomini carnivori e sogni neri che scendono dalla montagna. Di Sacri Graal nascosti chissadove, sotto qualche maledizione.
Eppure, tutto ciò è continuamente, penosamente contraddetto da superstrade incomprensibili, distributori piazzati in faccia al mare, ferrovie eterne sulle quali passano le littorine delle quattro, delle cinque, delle sei (del mattino, tutte dietro la mia finestra). Alberghi deserti immersi nella particolare solitudine marina, nell’abbandono lievemente ossidato e rugginoso dell’autunno. Nessuno per chilometri.
  Si tratta di luoghi assolutamente ideali per tenere gli stage autistici in cui per due, tre o anche quattro giorni noialtri tossicomani del tango amiamo autosequestrarci e vivere solo di abbracci, passi, lezioni, milonghe torrenziali che piovono fino al mattino. Campi di rieducazione. Guantanamo milonguere.
Così, noi abbiamo ­risposto all’appello di Calabriatango – e per "noi" intendo io e le Sister di Hasta la Milonga (una specie di Tre Moschettieri più D’Artagnan, per intenderci)(o anche i Fratelli Marx meno uno, ma non vi dico chi), oltre a un buon numero di amici y concittadini, tutti della stessa società segreta, la carboneria del tango, che di solito è particolarmente maniaco-compulsiva e solidale.  
Fuori, nel mondo, potevano pure infuriare la pandemia di Influenza A, la crisi economica e la (quasi) dittatura, noi ci saremmo chiuse ­- come i giovani del Decamerone, o di Kubrick, ora non so – nell’Overlook Hotel con Pablo Veron. Che, eventualmente, non poteva nemmeno scappare.
 
  Ma queste cose, ci insegnano i Fratelli Grimm, non sono mai senza conseguenze. Ce ne siamo accorte, io e Faccia, prima ancora dell’arrivo, in quel viaggio iniziatico che è la Salerno-Reggio a una corsia forse mezza, assediate da Tir assassini, sotto una pioggia monsonica, mentre il fondo stradale faceva sobbalzare a intervalli regolari il nostro bagagliaio pieno di scarpe (dieci paia in due) e abitini (quattordici in due).

  All’Overlook Hotel

  L’Overlook Hotel ci aspettava come il castello di Avalon: invisibile. Dopo venticinque giri nel nulla blindato di Falerna Marina, mentre scambiavamo messaggi disperati con quelli che erano chiusi dentro e continuavano a insistere: è grandissimo, non potete non vederlo!, qualcuno deve avere pronunciato l’incantesimo giusto, e immediatamente l’Overlook è comparso, grande come un Titanic, grigio come una betoniera, tranne l’occhio celeste della piscina (che poi avremmo scoperto colma di licheni trasparenti: un ottimista ha fatto un tuffo e non è riemerso mai più. Sospettiamo sia passato in un’altra dimensione. Forse in uno stage di Osvaldo Roldàn).

  Gli ascensori ultravioletti

Gli ascensori erano comunque sconsigliabili: servivano per i salti nell’iperspazio, e invece di arrivare, poniamo, al ristorante o alla milonga si rischiava di arrivare diritti sugli anelli esterni di Saturno. Dove i voleos vengono un poco rigidi, a dire il vero.

   La cena

 Il maitre aveva partecipato alle semifinali del concorso "Sono il sosia di Igor". Ci appariva di colpo alle spalle e sussurrava, con occhi divergenti, i piatti del giorno: pesce all’uranio impoverito, rigatoni con panna e funghi di Cernobyl, cotolette autosaldanti, cozze coltivate sotto le navi dei veleni. Braciole ululì. Polpette ululà.
 

  Le mutazioni

 Cominciarono subito, appena entrate nella stanza, che era strabica e intermittente. Dava sulla ferrovia e sui serbatoi. Dava sulla piscina e sulla superstrada. Dava sulla montagna cupa e sul distributore che copriva il mare.
 Le luci erano radioattive, e il colore della pelle cominciò subito a cambiare: in tre giorni passammo dall’ocra chiaro al verde militare, con piaghe rosse che andavano e venivano. Armonizzare l’ombretto era tremendamente difficile: le sedute di trucco erano così lunghe che arrivavamo alla milonga quando erano rimaste solo le cortine, e Veron ­– che dopo una certa ora balla qualsiasi cosa – era praticamente indistinguibile da Tony Manero.
  Comiciammo pure a manifestare superpoteri inutili: Faccia scatenava i poltergeist della doccia, io trasformavo qualsiasi cosa in pasta e pomodoro. La Rubia materializzava calzini e occasionalmente diventava gobba, e spaventò Veron sulle scale del bagno, senza un chiaro motivo: in fondo gli aveva solo offerto una mela del suo cestino…

   Intanto, il tango (intango)

  In tutto questo, il tango andava avanti per conto suo. Nella Sala pratica c’era sempre qualcuno (il numero dei partecipanti non si riuscì mai a stabilirlo con certezza: tra quelli che si erano tuffati in piscina, quelli che avevano preso troppi ascensori, quelli che avevano mangiato i rigatoni coi funghi, quelli che si erano incagliati nella milonga nel pavimento davanti a Veron, alla fine ci furono più dispersi della Campagna di Russia). Le milonghe cominciavano alle dieci, col primo turno che prendeva servizio alle nove e trenta e smontava all’ingresso di Veron, verso mezzanotte.
  E c’era di tutto, comme il faut: paillettes segnaletiche e coppole (un tanguero calabro sarà inviato, ibernato, a Zurigo dove un’équipe medica tenterà di asportargli chirurgicamente il cappello che si ostinava a battere contro la fronte delle malcapitate ballerine, producendo interessanti controtempi), pizzi pazzi e ovviamente lo stile Veron. L’hip hop.
  Il pavimento era carnivoro: le piastrelle avevano fughe larghissime dentro le quali era molto facile precipitare, con un urlo che si perdeva nella musica. Ci sono ballerine ancora incastrate a chiedere invano aiuto al servizio forestale. E poi c’è chi sostiene che in Calabria c’è un forestale per ogni albero.

  Però una cosa bisogna dirla: era tutto tango conquistato col sudore della fronte.
Che il tango calabro è tango di nicchia e di montagna, è tango a parte, costruito con dedizione caparbia, come ogni pietra, ogni pilone, ogni costruzione e ogni contrada di quella terra faticosa e segreta.
Eppure il buon Ciccio Aiello, col suo invidiabile zen cosentino, concepisce la Calabria – ­ in ispecie la sua, che è quella Citra, e infatti è citrigna – come una specie di pianura al centro del mondo, dove è facilissimo far arrivare maestri e ballerini, organizzare festival e weekend-benessere, battezzare i paesini arroccati con spettacoli di tango viaggiante e missionario che nulla hanno da invidiare allo spirito del dottor Livingstone (I presume).
  Anche se poi ci sono gli ecomostri, la salernoreggio, i rigatoni assassini e i salseri.

   Il pilu di Veron

  Lo sappiamo. Pure noialtri che siamo nati e probabilmente moriremo milongueri. Noi che siamo snob. Noi che il tango non è un lunapark. Noi che Sally Potter poverina lei. Noi che YouTube sì, però. Noi ci siamo andati per lui.
Perché tira più un pilu di Veron… E di pilu, onestamente, Veron ne ha tantissimo. Talmente tanto che lo deve tenere a bada con cappelli e bendaggi e fasciature che non si toglie mai mai. Nemeno dentro le luci radioattive dell’Overlook Hotel.
Chilometri di pilu. Fontane di pilu. Pilastri di pilu.
E, di norma, quando gli passavano davanti in milonga, i tangueri restavano impigliati, in tutto quel pilu.

  Ora, la scienza ci ha detto con chiarezza che esistono precisi fenomeni, nel sistema della milonga. Uno dei più noti e studiati è l’attrazione gravitazionale del tavolo dei maestri. Forte, irresistibile come le correnti solari. Come l’andamento delle maree. Come le suonerie gratis.
E’ ampiamente noto che, ogni volta che un tanguero passa, nella sua orbita circolare, davanti al tavolo di un qualsivoglia maestro, subisce un’attrazione direttamente proporzionale al peso del maestro considerato. Il che può produrre tutta una serie di effetti: perdite di ritmo, collassi dell’abbraccio, amnesia selettiva degli otto passi, eclissi della marcaciòn. Fino ai casi più gravi di laocoontismo, ganchite, ocho terminale, sacada maligna.
  Con Veron, tutto ciò acquisiva proporzioni drammatiche. La milonga era regolarmente inceppata, davanti al tavolo dove lui riposava tra un tango e un rock’n’roll con la sua corte (lo assisteva una calabra doc, Cesira Miceli, tanguera citrigna dal profilo di fanciulla del tardo Renoir, il fare lievemente intimidatorio e la dissociazione mostruosa). Lì, in quel punto, davanti al tavolo, le coppie finivano con regolarità in un mostruoso groviglio di membra che faceva tanto naufragio di Géricault. Persino i tangueri più miti manifestavano sintomi di licantropotangueria, e davano di ganchos incongrui, avvitamenti, doppi axel e tripli tolup che contribuivano al caos da Ground Zero.
  E tutto per un pilu di Veron.

   La marca telepatica

 Sì, ho ballato con Pablo Veron.
Sì, ho toccato Pablo Veron. Per ben tre volte. Per complessivi trentacinque secondi, forse trentasei. Ma è stato indimenticabile.
Anzitutto perché ha mani delicate e morbidissime, malgrado gli anelli da pirata o da membro anziano delle gang del Bronx.
E poi perché ce l’ha. Lui ce l’ha, ce l’ha. La marca telepatica.
Ne sono assolutamente certa.
  Stavo lì a sudare: non c’era l’aria condizionata, d’accordo, ed erano le quattro del pomeriggio, ma soprattutto dovevamo eseguire qualcosa come cinque sacade (di cui due retroverse) e un paio di soltade per le quali era necessaria una preparazione olimpionica.
Lui è arrivato e con due dita, come se amministrasse un sacramento, ci ha spiegato che io irrigidivo-il-braccio-destro-rispondendo-all’-opposto-e-simmetrico-irrigidimento-della-spalla-destra-del-partner e poi m’ha abbracciata, quasi senza muoversi, e m’ha fatto fare venticinque sacade, di cui cinquantuno retroverse, e dodici soltade.
  Non era marca, lo giuro, era telepatia.

  Il tango degli impiegati

  Devo ammetterlo: mi è piaciuto. Lo sapevo già, dalla lezione di milonga a Siracusa, e ora lo so anche meglio. Veron è un buon maestro, e un ballerino splendido da guardare. Anche perché lui si diverte davvero: l’ho visto ballare fino alle cinque del mattino, qualsiasi cosa. Vals, milonghe, rock’n’roll. House, tucatuca, clacson. Suonerie.
  A un certo punto ha deciso di arringare la folla, e si è concesso un breve discorsetto etico-didattico, precisando che "il ballo dev’essere comodo, col minimo sforzo e il massimo del movimento", e lo scopo è proprio quel movimento "rotondo" e felice.
E come lo faceva lui – a slalom tra le statue d’agonia che eravamo noialtri immobilizzati in sacade lombo-sacrali dopo le quali era necessaria almeno la fisioterapia – sembrava proprio vero.
  Poi però.
Uno, a un certo punto, aggrappato a una colonna della sala (sì, c’erano archi e colonne, e ho visto coi miei occhi Veron ballare coinvolgendo persino una colonna, e facendole pure una mordida) gli ha fatto una domanda fuori luogo: "E in tutto questo, lo stile milonguero?". Che è come se qualcuno chiedesse al Papi: "E in tutto questo, il buongusto?".
  Allora lui ha fatto una smorfia, e ha detto che "il milonguero è talmente basico…", che "ci si possono fare talmente poche cose…", che "è il tango degli impiegati…".
Ho sentito distintamente un moto da rivoluzione terrestre e mi sono voltata verso Faccia, che lo guardava con gli occhi sgranati. Ho persino cercato il cric, distrattamente, ma lo avevo lasciato fuori dalla stanza (in Calabria usiamo alla medievale: le armi, anche da fuoco, si lasciano fuori dalle stanze dei banchetti).
  Deve averlo sentito anche lui. Tanto che si è affrettato ad aggiungere: "Questa è la mia verità, eh… ". Ah, meno male.
Eravamo quasi pronte a ficcarlo in un ascensore ultravioletto e spedirlo su Saturno.

ps: a scanso di equivoci, preciso che io pure sono orogliosamente calabra, sia pure di Calabria Ulteriore, la Calabria Ultra greca e molto meno citra. Ma è uguale. La amo almeno quanto mi fa incazzare, per come è sfigurata a cielo aperto.

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l'uomo, quando cade

  Quell’undicisettembre lì io avevo in corso un complicato lovaffèr a due sponde forse tre. Quando squillò il cellulare pensavo fosse una delle due (sponde), forse tre. Invece era mia madre, che mi diceva una cosa apparentemente priva di senso.
In verità, mia madre diceva spesso cose apparentemente prive di senso, e io di solito rispondevo perfettamente a tono, perché è un fatto genetico, l’illogica insiemistica, e si trasmette di generazione in generazione. Così ¬- tanto per dire – alla domanda: “Dov’è il pistarangio ch’avevo lasciato a stabulare dallo scoiattolo, che non lo trovo?” io rispondevo subito: “Avevi l’anello verde, oggi”. E non c’era bisogno di dire altro: era ovvio che, avendo l’anello verde, non aveva voluto sporcarsi le mani toccando il sacco delle noci dove molti anni prima s’era rifugiato uno scoiattolo, sul balcone, e dove spesso finivano gli oggetti di risulta che vagavano per la nostra vita: i pistarangi, appunto.
 Ma quando mi chiese: “Sai che uno s’è schiantato su una torre delle due torri?” nemmeno io, che ho la mente allenata e geneticamente predisposta all’assurdo, avevo capito bene.
“Quali torri? Quale uno?” replicai.
“Uno!”
“Ah”.
  Mia madre era eccitatissima: diceva che un areo volando era finito contro una torre, in America, che per mia madre era un posto così piccolo che a tirarci una sola sassata avresti colpito Bush e i nostri misteriosi cugini americani, tutti assieme.
La sassata era arrivata, sottoforma d’aereo che s’era infilato nella torre come nel burro. E tutto il mondo l’aveva vista, compresa mia mamma nella sua cucina, a quell’ora regno degli avanzi, dei gatti e di “Sentieri”, ovvero i nostri parenti della tivvù che vedevamo sempre a quell’ora, ed eravamo piuttosto intimi, dopo diciotto anni di colloqui quotidiani.
  Io ero per strada: stavo ritirando un documento falso. Cioè una patente rinnovata senza nemmeno guardarmi in faccia: il medico m’aveva detto “ci vede e ci sente bene?” e io, che senza occhiali non distinguo zia Mariella da una delle Due torri, gli ho risposto, un poco offesa: “Ma certamente”.
 Ero ancora per strada quando il telefonino ha squillato di nuovo. Piena di speranze ( ma non so esattamente se speravo nello psichiatra disturbato o nel minorenne megalomane) ho risposto. Era ancora mia madre: “Di nuovo, di nuovo!”.
“Cazzo mamma, e come lo hai saputo” stavo per dirle – che c’avevo il senso di colpa semiautomatico, con mia madre. Ma non era la voce giusta. La sua intendo: non mi stava rimproverando qualcosa.
“Di nuovo, un altro aereo”.
“Sempre nella torre?”
”No, in quell’altra”.
“Ah”.
  E allora ha abbassato la voce, e m’ha detto: “Come Kennedy”.
Lei venerava Kennedy, come altri Padre Pio. Tra i santini multiformi di casa mia, Kennedy stava pressappoco tra il nonno, Che Guevara e San Gerardo (mia madre aveva una strana devozione per cose sconosciute ai più, come San Gerardo o la crema per le mani Mavala o i soldati di Senofonte).
“Ma che dici!” mi sono indignata io, che ho sempre sottovalutato il suo assoluto senso delle cose, e poi ero frastornata dalla protratta assenza delle mie sponde e dal prezzo del documento falso.
 “Vedrai” m’ha detto lei con sfida. Poi ha chiuso: aveva da fare, doveva rigovernare la Storia, e pure alcune geografie.

Poi, giorni dopo, non sono riuscita a liberarmi dall’ossessione di quella foto senza fuoco né fumo: la caduta piena di rassegnazione di quell’uomo, la sconfitta vera. E continuo a chiedermi della scarpa slacciata (stivaletti, anche di moda), della camicia, dei pensieri giù per cento piani.

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