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Archive for novembre 2011

Ricominciare dalla fine

Dopo sei anni, sono costretta a cambiare casa: il mio blog manginobrioches.splinder.com  sta per chiudere, e già mostra segni di invecchiamento e morte. La sua memoria si fa lenta – e noi che l’avevamo creduta eterna! – le sue risposte ai comandi incerte.  C’è un sacco di vita, raccolta lì, e non solo nell’epoca in cui i blog dicevano tutto, prima che arrivasse la macchinetta dei social network a renderci le cose più brevi, a moltiplicare illusoriamente la nostra voce, dividendola.
Ci sono due strade, adesso: lasciare che affondi, come un’Atlantide della memoria, oppure espiantarlo e trasferirlo qui, come un basilico, come un cuore. Per adesso si ricomincia, quasi nuovi.

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Il giorno dei morti

 

Entro nella stanza, mia madre solleva gli occhi: buongiorno, figlia.
Mia nonna chiude con un gesto la tenda dello sgabuzzino del sottoscala. E’ un luogo stretto, che finisce a punta e contiene solo meraviglie: alloro, limoni, angeli, noci, rocce di luna, sale grosso, prìncipi, castagne secche, aglio, chiavi, un macinino da caffè, estati, collane di sorbe, tintura di iodio, fantasmi, formaggio pecorino, coltelli, pepe nero, vendette, rosmarino, ciccioli di maiale, terracotta, armi da fuoco.
Mio padre prende il sole sulla panca, sotto la vite americana che allarga foglie aperte come mani.
Mio nonno pulisce il fucile, pensoso e metodico, allineando i pezzi sul tavolo di noce.
Mio zio Francesco, che fu ucciso a colpi di lupara in una strada aspromontana, si toglie il fango dalle scarpe, nell’entrata, e chiama sua moglie con un richiamo di cerbiatti, o foglie o uccelli di passo.

Il paese raddoppia, nel giorno dei morti. In tutti gli angoli c’è qualcuno intento a qualcosa, perché la vita è talmente indivisibile che nemmeno la morte ce la fa. Hanno portato castagne per la sagra, fiori per le lapidi, bottiglie per la fontana, pietre per i filari, ciocchi per la stufa, dolci di mandorla per la tavola: i vivi, che cercavano i morti, i morti, che aspettavano i vivi.
S’incontrano senza darlo a vedere, come assorti gli uni negli altri, percepibili solo in brevi trasalimenti, in spifferi di freddo, in pensieri improvvisi e trasversali.
Fa freddo, che non è un freddo strettamente terreno, in quest’autunno tropicale e confuso, dove i glicini si sentono autorizzati, e persino i tigli alzano la testa dal letargo, sobillati nelle loro profondità odorose di tarda primavera. E’ un freddo interamente montano e nitido, con l’effervescenza speciale dell’aria secca e sottile, asciugata dai castagni che si muovono mormorando orazioni. Più su, al Bosco delle Fate, i faggi scendono fermi e sottili verso il limitare della strada, sigillando il confine tra i mondi.

La cugina Càtera m’ha baciata sulla fronte: “Il mio cuore ti voleva vedere” m’ha detto, cogli occhi azzurri di certi laghi segreti della montagna. Poi è uscita, passando attenta tra le ginocchia dei morti vestiti a festa, seduti in silenzio nelle sedie del tinello, il cappello in mano.
Le zie, intanto, preparavano il sugo e le coste di capretto con le olive nere, e la nonna vecchia, bella come una colomba di centocinque anni, passava ad assaggiare col cucchiaio di legno, leggera come il fumo del braciere.
I morti si mettevano in posa per uscire nelle foto, dove apparivano come un disturbo d’argento, un’ombra della vite scontrosa, un sasso per terra, una trasparenza nella rete del cielo. Qualcuno mangiava lentamente i dolci: le ossa di albume e zucchero, la frutta di pasta di mandorle, i pasticcini di castagne. Non facevano briciole.
Il sugo sobbolliva, e dalla campana della chiesa pioveva un suono di metallo rotondo che s’allargava nell’aria cadendo a valle, entrando nella boscaglia impenetrabile sotto la quale si nasconde l’età sconosciuta della montagna. I morti scalavano le pareti di roccia, scendevano lungo i torrenti asciutti, attraversavano con calma i sentieri, portavano orci, sacchi di juta, canestri, reti per le olive. Gli ulivi rabbrividivano sotto la pelle secolare, stanchi da mille anni, pazienti da mille anni. Per loro siamo tutti morti.
“Ma siamo, tutti morti” diceva Catera seduta a capotavola parlando con nonna Vincenza, il bel viso ancora pallido per le febbri. Le zie si passavano la teglia di polpette, chiocciando. Zia Mariella tagliava il pane dopo aver benedetto il coltello, e posava le fette sulla tovaglia, come una comunione. Le mani si allungavano, dei vivi e dei morti, a prendere il pane e le benedizioni.
Eravamo tutti lì attorno, vivi e morti, con pensieri e dolori e gioie che c’attraversavano a casaccio, e nessuno sapeva dire di chi fossero, o da dove venissero. Fuori, il buio s’andava raccogliendo fin da mezzogiorno – come fa sempre (c’è quest’inganno della luce nascosta sotto il buio, e del buio rivestito interamente di luce, che non sappiamo capire) – spandendosi sotto la pelle delle contrade, raccogliendosi piano nelle conche, infilandosi sotto i cespugli bassi. Non lo sapevamo, ma ce lo sentivamo tutto attorno, come un cerchio attorno al cuore.

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