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Archive for dicembre 2006

inventario ragionato della vita (Pedro Cano, da Le città invisibili)

Anima: qualche volta l’ho intravista. Nell’angolo dello specchio, riflessa su una vetrina, seminascosta sotto un bavero. Stava con certezza nel gatto, sveglio ma pure addormentato, nel tango quasi sempre, in alcune persone. In altre no, chissà perché.

Brillocco: l’ho scoperto quest’anno. Ora lo so: si può essere felici con un anello da tre euro. E c’è chi ne spende trentamila, pensate.
(ps: questo rientra nella categoria Anima, però: l’anima brilla, ma non solo perché è preziosa, piuttosto perché sa ridere).

Cristiana: non è un aggettivo, è una persona. Ma è una persona che è davvero un aggettivo. Certe volte penso che bisogna cercarne più che si può, aggettivi e avverbi. Magari gli avverbi da vecchi, però.

Dio: niente da fare, risponde sempre la segreteria telefonica.

Estate: quest’anno è durata sei o otto mesi, in una casa come un pozzo. Il giorno che me ne sono andata, il cielo è stato il più bello che ho mai visto: l’azzurro nero profondo che faceva male agli occhi, premeva su tutte le terminazioni nervose dell’anima, spremeva fuori i ricordi come il sangue dalle rape. Era un premio per me, lo so. Gliel’ho pure detto.

Faccia: ho scoperto che mia zia L. ora ha la faccia di mia madre. Mi sono seduta con lei sotto la vite, a sentirla raccontare, ma cercavo di vedere comporsi mia madre, attraverso lei. Poi ho ascoltato davvero.

Gatto: era ora.

Harry Potter: nel mio giornale sono diventata la massima autorità vivente in materia. Vale più del Medioriente, giuro, anche se meno di Prodi.
(Citazione dell’anno: “Occorrerà scegliere tra ciò che è giusto e ciò che è facile”. Vero: il contrario di giusto non è ingiusto, è facile).

Isole: non posso farne a meno. Voglio una casa eoliana attraversata da venti, capperi, luce.

Libri: ieri ho visto uno sgabello fatto di libri di legno, bellissimo.

Mamma: è l’anno che mi sei mancata di più, e io lo sapevo che era così. Via via che mi trasformo in te mi manchi come solo si può mancare a se stessi, senza rimedio, senza quiete.

Noi: ho mandato una spedizione di ricerca per trovare i confini di questa parola, disegnare un minimo di mappa, definire una geografia. Non mi danno notizie da mesi, quei maledetti.

Obeso: dicono che il mio albero di Natale è obeso. Non è vero: è il mondo, che è anoressico.

Paura: ne resta sempre troppa. Una persona che ho perso per strada, quest’anno (no, non è morta, s’è solo allontanata, e duole comunque), m’aveva letto così chiaramente le linee della paura, sulle mani dell’anima, che quasi m’aveva consolata, quasi m’aveva fatta coraggiosa.

Qualunque: Cetto La Qualunque è un genio.

Rose: ho ricevuto le più belle rose della mia vita. Sono alte quanto me, tenaci, autenticamente vermiglie. Il loro splendore è così sfrenato e consapevole che incute rispetto.

Simpatia: “con stima e simpatia, affanculo” (vedi Qualunque)

Tu: tu lo sai.

Uova: ne compro sempre troppe. Compro sempre troppo di tutto. Ho la sindrome dello scoiattolo, del rifugio atomico, del becco vuoto. Avere un frigo pieno, una dispensa che trabocca mi rassicura. C’era un sottoscala, nella casa di mia nonna, dove si conservava tutto (angeli, chiavi, salami, peperoncino, amore, sale grosso, coltelli, idee, fazzoletti rossi, caffè, rancori, nocino, rimpianti, alloro), e le cose duravano anni. Alcune durano ancora adesso. Chissà se è ereditario, il sottoscala.

Vino: ho fondato il MOLINA, ovvero Movimento di Liberazione dal Nero d’Avola, quindi regolatevi.

Zie: ne vorrei molte di più, per proteggermi. Ma poi ce ne vorrebbero altre ancora, per proteggermi da loro.
Volevo anche scrivere zen (lo so, non vale, lo sto scrivendo lo stesso, ma questo è un blog calabrese e autoritario), che è la contromisura necessaria alle zie e alla loro benedetta, salvifica, distruttiva calaberritudine.

E’ un catalogo ragionato e abbecedato di quello che è successo quest’anno: i nati, i morti, i matrimoni, i divorzi, le opere pubbliche, il dare e l’avere. Le imposte, le scale, i terrazzi. I parquet, le scarpe da tango (ne ho cinque paia, adesso)(no, non le ho messe alla voce "scarpe" perché questo è stato anche l’Anno dell’Affanculo, e la cosa andava registrata. Esistono, le priorità). I dolci, gli amaretti, i coltelli. I regali rotondi e quelli a punta. Gli amori (ce n’è uno col pelo bianco che sta facendo le fusa qui sulla sedia, mentre scrivo, e così scrivo in bilico, ma io scrivo sempre in bilico), le assenze. Mio padre, che aveva una mente contabile, diceva che i bilanci sono sempre in pari. Mia madre, che aveva una mente incontenibile, lo guardava senza dire niente. Avevano ragione, tutti e due. Buon anno a tutti.

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la tavola di cucina, intanto (Botero)

 La cena di Vigilia comincia verso l’Immacolata. Nel senso che le zie contrattano col pescivendolo, basandosi sulle fasi lunari, le maree, l’immigrazione clandestina di spigole e calamari e i sogni premonitori di zia Giacinta.
Quest’anno era apparsa la bisnonna Cuncia, incazzata nera. “Niente nero di seppia” aveva interpretato la zia.
 Poi la bisnonna aveva detto qualcosa a proposito della casa: troppo disordinata. Un casino, anzi,con rispetto parlando. Zia Vincenza, che appena qualcuno entra in casa si precipita a lucidare la maniglia e qualche volta ha seriamente preso in considerazione l’idea di mettere a bollire i visitatori, prima di farli accomodare in salotto – una museo delle cere con tutte le bomboniere di famiglia, un altarino dei morti e un forte odore di lumini accesi e di Vetril – s’era offesa mortalmente.
No, quale disordine – aveva detto ancora zia Giacinta – dobbiamo stare attenti a chi invitiamo.
 Tutte abbiamo pensato alla moglie di mio cugino, ovviamente. Uno scorpione femmina, ma con molto molto rimmel. Belle tette, occhi di cerbiatta, drappeggi strategici per valorizzare il vitino e occultare i grumi di cellulite e il culone ereditario: malgrado le ghiandole velenifere, è una grande produttrice di estrogeni, e altro. Secerne un feromone che i maschi avvertono immediatamente nell’aria, come un’ipnosi olfattiva che li prende appena entrano nella stanza. Certe volte si possono sentire distintamente, i cigolii dei condotti spermatici che si schiudono, giuro.
Lei porta regalini per tutti, avvolta nella sua nuvola di “Poison” e nei suoi completini da capodanno militante, generosa come Crudelia Demon. Chessò, un calamaio con penna di vetro di Murano al cugino che non ha finito le medie, un bustino di paillettes alla zia che ha avuto la mastoplastica.
Una volta, a me che le avevo regalato un paio di deliziosi guanti di lana col bordo ricamato, ha detto: che belli, io adoro i guanti… ne ho tanti, di pelle.
Di pelle umana, immagino.
Così quest’anno niente seppie e niente scorpione, a tavola. Ci siamo tenute leggere: franceschini fritti, cozze, vongole veraci, una cernia piccola, di sette o otto chili al massimo, mazzancolle, l’orata per i bambini, i calamari – che ogni anno la zia acquisita insiste per fare ripieni di ricotta e spinaci, e ogni volta bisogna ricorrere alle maniere forti, per farla smettere – le sarde per la pasta. Ovviamente il pescestocco, che se ne sta lì per almeno due giorni, con un filo d’acqua continuo nel secchio, accanto alla tinozza laboriosa delle vongole. E di notte, un respiro d’acquario prende la casa, e i sogni di tutte le generazioni – nostre, o dei pesci, o di tutti e due – si muovono nuotando nelle stanze.
 Il pescivendolo ogni anno allarga le braccia: signore, speriamo… Le zie lo guardano storto: lo Stretto non lo farebbe mai, di rovinarci il cenone di vigilia.
Certo, al mercato è più facile: diciotto melanzane da fare arrosto o ripiene, cinque chili di broccoli, dieci cavolfiori che non si sa mai, due cassette di pomodori, una treccia di cipolla di Tropea, quaranta peperoni, un mazzo di carciofi, dieci chili di patate. Ci vuole anche un cestino di frutta, da mettere sotto l’albero, perché i doni sono doni, e gli dèi non sai mai cos’hanno voglia di mangiare: clementine senza noccioli, uva bianca, fichidindia verdi, soprattutto verdi (che hanno quella polpa dolce che si rivela, si scioglie da ogni memoria di colore), cedri con la buccia grossa.
 La bisnonna stava sbucciandosi una mela, nel sogno, e poi schiacciava i semi. Zia Giacinta era sicura: ci vogliono le scacce, quest’anno. Senza lo scorpione e con le scacce, magnifico.
Le scacce sarebbero la frutta secca – fichi, soprattutto, e poi datteri e nocciole, mandorle e noci, soprattutto le noci nere dell’Aspromonte, le noci del nostro terreno segreto circondato da incantesimi di guardia, dove zia Lisa, quella a cui hanno ucciso il marito, rinforza le benedizioni e cova le maledizioni coi rami di nocciolo, i filari di cavoli, i discorsi a mezzabocca col noce di mille anni – che dopo una cena leggera, di magro, con sole venticinque portate, ci stanno pure bene, per aspettare la mezzanotte. Essì, perché mica si mangia a una velocità normale, da noi.
No, questo no, non potete chiederglielo.
La zia Vincenza, quella dell’insalata russa e del polpettone con l’uovo intero, due giri di prosciutto e la salsiccia, è da sempre affetta da sparecchiatio praecox. Di solito, gira attorno al tavolo con una tiana di polpette fritte (ma qualche volta anche al sugo di ragù) in braccio, come un pastore del presepe che va alla grotta, e ficca le polpette direttamente in bocca ai commensali, spingendo bene. Un pasto senza passare dal piatto, il suo sogno.
 D’altronde, mentre siamo ai secondi – al giro preliminare dei secondi – già la lavastoviglie è al primo carico. Mentre tagliamo il capretto – quello al sugo, che quello arrosto è in pezzi più piccoli, annegati nel sughetto di cipolla – la zia stira i tovaglioli, e quando uno dei superstiti apre il pandoro la tavola è sparecchiata e di nuovo riempita di centrini, pastorelle di capodimonte e souvenir dell’Anno Santo.
 Certe volte i miei cugini più giovani si lamentano, perché pure il cenone di capodanno finisce verso le nove e mezzo, e siamo costretti a restare a sentire Gerry Scotti fino al conto alla rovescia, quando lo zio Francesco si sbaglia regolarmente, e stappa sul “meno cinque”, centrando col tappo la vetrina della cristalliera.
Zia Vincenza corre subito col panno e il Vetril, e allora l’anno è davvero cominciato.

in effetti, avrei voluto scrivere un post avvelenato, perché questo Natale m’ha indispettita, coi suoi rancori ben chiusi nei pacchi di carta dorata. Forse lo scriverò, ma non subito. Mi sto esercitando a passare dalla calabritudine allo zen. Mica facile. Magari per Capodanno ci riesco.  Intanto, auguri a tutti quelli che passano da qui, però auguri veri, rotondi, senza punte di freccia (ecco, ho ricevuto un regalo pieno di punte: vi sembra possibile?).

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Apotropaica

pesce, carte, pane: i simboli ci danno da mangiare (Cagnaccio di San Pietro, 1939)

 Non bastavano mai.
C’era sempre qualcosa di più che si poteva fare. Per tenere fuori gli spiriti maligni, il malocchio, l’alito dei morti scontenti. La carestia, la siccità, il malumore dei castagni, il veleno dei vicini che scorreva sotto la terra e faceva amara l’acqua. L’invidia degli dei, che era un occhio acceso, un sole d’ingiustizia che poteva bruciarti vivo. Il fulmine, la grandine, la peste dei maiali. La malasorte, dio, la politica. L’amore, certe volte.
 Mia madre s’era portata in città tutte le forme di cautela e protezione, e pure non bastavano. Che la città s’era inventata altre forme maligne, altre cose oscure che premevano contro la porta di casa chiusa con quattro mandate e con i tubi d’acciaio che entravano nel muro. E chiusa col sortilegio delle scope di saggina, col filo del coltello, gli occhi sbarrati della Medusa, lo sguardo di ceramica vetrosa delle maschere, le punte dei peperoncini secchi, i nodi nei capelli intrecciati. 
 

Mio padre montava l’antifurto col cacciavite americano, le sopracciglia aggrottate sul suo solito silenzio, mia madre lo guardava con le braccia sui fianchi, e pensava a come rinforzarlo. Quella volta tentò di comprare gli occhi.
No, non occhi di Santa Lucia – la santa col vassoio d’argento, che poi qui si chiama la spasa, la spasa d’argento con gli occhi posati sopra, e sono occhi miracolosi, perché conservano lo sguardo. Nemmeno gli occhi di rana, gli occhi di pollo, gli occhi di pesce che mio padre si mangiava ogni volta, goloso di quel loro gusto duro e gommoso, e le zie gli portavano la testa del pesce, a tavola, e dicevano: Pino, gli occhi sono di Pino, e lui con la forchetta li tirava fuori, e li mangiava, e c’era chi si disgustava ma io capivo che era importante, che era interamente suo, quel gesto, nel mondo di sortilegi tessuti dalle donne che gli sfuggivano tutti, e ora lo faccio pure io, con la forchetta faccio saltare l’occhio, avvolto nella sua gelatina, e poi lo mangio come se fosse – è – una comunione, comunico con mio padre, con le forze apparecchiatte attorno a noi, attorno al cerchio che siamo quando ci riuniamo tutti per mangiare, gli occhi rivolti in dentro, le porte ben chiuse e sigillate dai gesti, dalle parole, dai nodi.
 Mia madre, comunque, comprò una manciata d’occhi di vetro blu con la pupilla nera, che stavano in una ciotola, tutti rivolti in fuori, a combattere la battaglia dell’invidia e del malocchio, contro gli sguardi che volevano entrare in casa, che volevano pezzi di noi.
 Il mortaio di bronzo, la civetta, il campanello sullo stipite, il chiodo di ferro, la terra nella ciotola: mia madre e le zie non lo sapevano, ma fabbricavano simboli, cercandoli con le mani nude in mezzo al traffico delle cose, dei materiali, degli oggetti. Li plasmavano, conferivano loro il potere di fare e disfare e rifare.
Quando entravi, era la carezza dei simboli che ti scorreva sulla fronte, così lieve che nemmeno potevi sentirla. Allora era più facile stare dentro la casa, i suoi camminamenti segreti che non coincidevano, non esattamente, col corridoio, le stanze, il sottoscala a punta, la cantina, il terrazzo. C’erano passaggi d’aria dove potevamo muoverci a nostro agio, camere che ci facevano entrare, luoghi sensibili dove la casa s’adattava a noialtri, coincideva con la nostra forma segreta che noi stessi ignoravamo.
 E poi fuori, fuori da casa i demoni non potevano toccarci. Portavamo un capo della rete di simboli che ci legava, ci proteggeva, ci tormentava con la sua ininterrotta benedizione.

Lo so, lo so, è domenica prenatalizia e siamo tutti turbati. Io ho una contesa aperta  con questo Natale così povero di simboli, perché mi è difficile rifarmeli tutti da sola, anche se ci provo: colleziono mani, pietre, memorie, segni d’altro. Ho ereditato molte cose della casa vecchia, e li metto qui e li curo sperando che facciano radici e piano piano levino in alto i rami della casa invisibile, la casa-bosco che ha un cuore interamente nascosto. Ma ci vuole tempo, ci vuole fede, ci vuole insistenza dell’anima.

Devo anche qualcosa ad Aquatarkus e AdriX, che con la loro narrazione interattiva e in progress – che vi consiglio di provare, perché è una declinazione delle possibilità di questa immensa blogsfera dell’immaginazione – mi stanno facendo riflettere sulla natura dei vestiboli, dei percorsi necessari, dei simboli di cui abbiamo bisogno per illuderci che siano i gesti, i fatti, le cose a costruire ed aprire le vie.

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il lato b (Guttuso - Boogie woogie)

 Allora, arrivo in redazione.
Sono giorni difficili,dovete comprendere. Alla Scala succede di tutto: i tenori scappano, poi tornano e trovano le porte sbarrate e il servizio d’ordine, più i loggionisti, che non li fanno entrare; in mezzo alle stalattiti e stalagmiti dorate, ai presepi, ai capretti, ai troni di piume di pavone, alle trecce d’aglio, ai danzatori vestiti di perle (una sola perla), ai drappi tessuti di smeraldi e alle colonne di bronzo e argento martellato della sobria coreografia voluta da Zeffirelli c’è chi canta in jeans e maglietta, mettendo in serio imbarazzo le signore, che si preparavano i lifting e i lapislazzuli da mesi, per non sfigurare; l’assessore Sgarbi ha persino invitato Aida in persona alla cena dopo la prima. L’unico inconveniente è che Aida è una mummia, ed è giustamente preoccupata: mostra le bende secolari, obiettivamente fuori moda, e continua a ripetere che “non ha niente da mettersi”. Ma tanto, alla cena nessuno la riconosce, e continuano a dirle: “Sublime, maestro”, e lei è contenta lo stesso.
 Per non parlare dei film di Natale, che tutto il mondo ci invidia, come il panettone: “Vacanze di Natale a New York”; “Olè”, “Commediasexi”. Manca “Bombolo contro Pierino”, ma non abbiamo ancora perso le speranze. E in fondo ancora ci vuole, per le nomination all’Oscar.
 E Sanremo, poi? Dove lo mettiamo, Sanremo? La novità della prossima edizione è che sarà un reality, durerà un mese e sarà ambientato nel castello di Bracciano. Pippo Baudo è sicuro, e passandosi una mano tra i capelli mogano chiaro, ripete: quest’anno vinco io. Tanto, per evitare brogli le schede saranno contate tre volte dal Viminale e dall’équipe delle Iene.
Capirete che c’è un sacco da fare.
 In tutto questo arrivo in redazione e sento subito che tira una bruttissima aria. Sono tutti attorno alla scrivania del capo, un rude cronista che s’è fatto la Guerra del Golfo, il Kosovo, il divorzio Romina-Albano e tutti i derby Reggina-Messina. Tutti tacciono, persino le telescriventi, persino la centralinista. Lui ha lo sguardo stravolto, il riporto spettinato. M’allunga un dispaccio d’agenzia e fa, tetro: “E’ Clooney, stavolta”.
“Accidenti, capo”.
 George Clooney no, per favore. Lui no.
Ma devo farmi forza, e leggere. Che diamine, sono una professionista, e il mio mestiere è conoscere le verità. Anche se sono scomode. Anche se sono tragiche.
Leggo:
“LOS ANGELES – Max, il maiale che ha vissuto con George Clooney per 18 anni, è morto di vecchiaia nella villa dell’attore nelle Hollywood Hills. Clooney, che è tornato al bianco e nero nel film “The good german”, in uscita negli Stati Uniti, ha commentato: “Sono rimasto davvero sorpreso, ha avuto una parte molto importante nella mia vita”.
Il maiale era il regalo di nozze che George aveva fatto alla sua prima moglie Kelly Preston: dopo il divorzio, nel 1989, ottenne la custodia di Max e da quel momento non si sono più separati, tanto da arrivare – per ammissione dell’attore – a dividere lo stesso letto.
Il 2006 è stato un anno sfortunato per gli animali di Clooney: durante i primi mesi è infatti morto anche il suo bulldog, Bud”.

Addio, Max, ci mancherai.

Se qualcuno dubitasse di tutto ciò (e sarebbe molto scorretto, da parte sua), lo invito a leggersi questo. Come vedete, noi qui, dico nei blog, siamo dei dilettanti: la realtà supera qualsiasi fantasia. E nel lato b dell’informazione ne vediamo, di realtà. firmato: la vostra cronista preferita.  

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le catacombe nella notte dopo gli uomini (Pedro Cano)

 Ristorante, sabato sera tardi.
Ristorante carnivoro – tagliate, filetti al sangue, coste di bufalo, chianine – scaffali di vini rossi, ragazze bluastre o magenta o prugna – stivali puntuti, speroni, piume, metallo romano-barbarico, rimmel waterproof, orli a crudo alti sulla pelle della pancia –  pouff di pelle bianca, catacombe sotto il livello della piazza.
Sediamo in un tavolo a tre. Io, D. e M., il fratello remoto.
 Io e D. di fronte, M. spalle alla sala, la sua bella testa di fauno bianco rivolta verso una nicchia della catacomba. Chiacchieriamo veloci e leggeri, le parole salgono come fumo e si disperdono contro le architravi: la città antica allarga là attorno le sue dita di pietra cava, le volte a botte sopravvissute al terremoto, le camere nascoste sigillate, i camminamenti tra i palazzi invasi da topi, liquami, segreti. Ho un lieve disagio a stare là sotto, nella pancia vuota della città che rimbomba di passi, i passi del sabato sera che cancellano tutti i rumori.
 Io e D. prendiamo bistecche al sangue, syrah, patate cotte alla brace. M. no.
Conforme alla sua natura candida, ordina un budino di mandorle, pandolce con lo zucchero, frutta cotta al caramello.
Ci racconta la sua vita presunta. Viaggi, finestre, premonizioni. Parodie, palcoscenici, ricordi. Armadi, vagoni letto, amici morti da tempo.
Annusa a lungo il vino raccolto nel calice di cristallo, di certo avverte la frutta rossa, il pepe, la traccia dell’animale che corre, il fiato corto. Muove adagio il bicchiere, continua a sentire a occhi chiusi. Non beve, non beve mai.
La cameriera – una ragazzina con le spalle piccole, l’aria delusa, la coda di cavallo bionda un poco sfilacciata – gli si avvicina, gli toglie qualcosa dalla giacca.
“Scusi, ha una piuma”
”Oh sì – fa lui – le perdo sempre”.
Mi allarmo, gli dico sottovoce: “Attento, te l’ho detto di stare attento”.
La ragazza si ferma, interdetta, piccolissima nel grembiule amaranto: “Scusi, lei è un angelo?”.
Lui si guarda attorno, nervoso. “Non dica niente, la prego” sussurra alla ragazza, la sua voce rotonda che disegna alcuni cerchi a terra, prima di perdersi contro le pareti a calce.
“No, no, sto zitta” fa lei, le spalle più strette, gli occhiali che scivolano sul naso.
Posa con delicatezza la piccola piuma bianca sul tavolo: “Questa è sua”.
“Grazie” fa M., la prende tra le dita e la ripone in tasca.
La ragazza resta lì, a guardare M. che non proietta alcuna ombra, alla luce della candela. Lui si gira molto lentamente e le sorride, da indeterminate profondità.
Lei balbetta, indica il calice: “Non beve?”
Lui scuote il capo: “Mai, in servizio”.
Lei sorride, e fa un passo di lato. Ha qualche parola che tormenta nella bocca, ma non vuole farla uscire. Fa un cenno col capo e se ne va, veloce, piccola, malamente bionda, piena di domande.
Noi sorridiamo, M. continua ad annusare il vino, mangiare zucchero, raccontarci di altre cose. Ogni tanto tocca la tasca, senza avvedersene.
Più tardi, mentre andiamo via, la ragazza si avvicina a M., sotto l’arco della catacomba, dove l’ombra disegna un angolo largo: “Ma lei può fare qualcosa?”.
E stringe un tovagliolo, e stringe le spalle e le labbra. Trattiene il fiato.
M. la guarda di nuovo, con uno sguardo attento, di quando legge in lingue estinte, o guarda foto di sconosciuti, o viaggia di notte ai confini del mondo. Dopo un minuto abbastanza lungo – il sabato è tutto dentro la notte, la catacomba è mezzo metro più in basso, Natale s’è avvicinato d’un poco, le tracce di sangue e sugo di cottura sono più spesse, nei piatti vuoti, il Syrah nel fondo dei bicchieri respira ad ampie boccate, io e D. ci scambiamo tenerezze – M. le dice: “Stia tranquilla”. Spande una pace densa che sento persino io, un metro più in là.
La ragazza annuisce in fretta e si lancia per le scale, scuotendo la coda bionda striminzita: il suo “grazie” si sgretola sui gradini.
Usciamo, e l’aria non è nemmeno fredda.

Sabato sera non vado mai in nessun posto, perché il mondo è infernale. Farolit dice che "aprono le gabbie", ed è vero. La notte è occupata da frastuoni, passi, voci che si chiamano senza dire nulla. Così si raccoglie solo in alcuni angoli, a volte nello Stretto, che di notte è tutto nero e geloso, e non puoi vederla più. A volte nelle foglie dei ficus magnolidea, che sono primordiali e avvezze ai segreti interminabili. Meglio nascondersi, o camminare solo in presenza del proprio angelo.

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i morti a tavola attendono i vivi (Casorati - L'attesa)

 Entro nella stanza, mia madre solleva gli occhi: buongiorno, figlia.
Mia nonna chiude con un gesto la tenda dello sgabuzzino del sottoscala. E’ un luogo stretto, che finisce a punta e contiene solo meraviglie: alloro, limoni, angeli, noci, rocce di luna, sale grosso, prìncipi, castagne secche, aglio, chiavi, un macinino da caffè, estati, collane di sorbe, tintura di iodio, fantasmi, formaggio pecorino, coltelli, pepe nero, vendette, rosmarino, ciccioli di maiale, terracotta, armi da fuoco.
Mio padre prende il sole sulla panca, sotto la vite americana che allarga foglie aperte come mani.
Mio nonno pulisce il fucile, pensoso e metodico, allineando i pezzi sul tavolo di noce.
 Mio zio Francesco, che fu ucciso a colpi di lupara in una strada aspromontana, si toglie il fango dalle scarpe, nell’entrata, e chiama sua moglie con un richiamo di cerbiatti, o foglie o uccelli di passo.

 Il paese raddoppia, nel giorno dei morti. In tutti gli angoli c’è qualcuno intento a qualcosa, perché la vita è talmente indivisibile che nemmeno la morte ce la fa. Hanno portato castagne per la sagra, fiori per le lapidi, bottiglie per la fontana, pietre per i filari, ciocchi per la stufa, dolci di mandorla per la tavola: i vivi, che cercavano i morti, i morti, che aspettavano i vivi.
S’incontrano senza darlo a vedere, come assorti gli uni negli altri, percepibili solo in brevi trasalimenti, in spifferi di freddo, in pensieri improvvisi e trasversali. 
 Fa freddo, che non è un freddo strettamente terreno, in quest’autunno tropicale e confuso, dove i glicini si sentono autorizzati, e persino i tigli alzano la testa dal letargo, sobillati nelle loro profondità odorose di tarda primavera. E’ un freddo interamente montano e nitido, con l’effervescenza speciale dell’aria secca e sottile, asciugata dai castagni che si muovono mormorando orazioni. Più su, al Bosco delle Fate, i faggi precipitano fermi e sottili verso il limitare della strada, sigillando il confine tra i mondi.

 La cugina Càtera m’ha baciata sulla fronte: "Il mio cuore ti voleva vedere" m’ha detto, cogli occhi azzurri di certi laghi segreti della montagna. Poi è uscita, passando attenta tra le ginocchia dei morti vestiti a festa, seduti in silenzio nelle sedie del tinello, il cappello in mano.
 Le zie, intanto, preparavano il sugo e le coste di capretto con le olive nere, e la nonna vecchia, bella come una colomba di centocinque anni, passava ad assaggiare col cucchiaio di legno, leggera come il fumo del braciere.
 I morti si mettevano in posa per uscire nelle foto, dove apparivano come un disturbo d’argento, un’ombra della vite scontrosa, un sasso per terra, una trasparenza nella rete del cielo. Qualcuno mangiava lentamente i dolci: le ossa di albume e zucchero, la frutta di pasta di mandorle, i pasticcini di castagne. Non facevano briciole.
 Il sugo sobolliva, e dalla campana della chiesa pioveva un suono di metallo rotondo che s’allargava nell’aria cadendo a valle, entrando nella boscaglia impenetrabile sotto la quale si nasconde l’età sconosciuta della montagna. I morti scalavano le pareti di roccia, scendevano lungo i torrenti asciutti, attraversavano con calma i sentieri, portavano orci, sacchi di juta, canestri, reti per le olive. Gli ulivi rabbrividivano sotto la pelle secolare, stanchi da mille anni, pazienti da mille anni. Per loro siamo tutti morti.
 "Ma siamo, tutti morti" diceva Catera seduta a capotavola parlando con nonna Vincenza, il bel viso ancora pallido per le febbri. Le zie si passavano la teglia di polpette, chiocciando. Zia Mariella tagliava il pane dopo aver benedetto il coltello, e posava le fette sulla tovaglia, come una comunione. Le mani si allungavano, dei vivi e dei morti, a prendere il pane e le benedizioni.
 Eravamo tutti lì attorno, vivi e morti, con pensieri e dolori e gioie che c’attraversavano a casaccio, e nessuno sapeva dire di chi fossero, o da dove venissero. Fuori, il buio s’andava raccogliendo fin da mezzogiorno – come fa sempre (c’è quest’inganno della luce nascosta sotto il buio, e del buio rivestito interamente di luce, che non sappiamo capire) – spandendosi sotto la pelle delle contrade, raccogliendosi piano nelle conche, infilandosi sotto i cespugli bassi. Non lo sapevamo, ma ce lo sentivamo tutto attorno, come un cerchio attorno al cuore.

ps: lo so, sono in ritardo, ma qui il tempo gira in un modo strano, molte cose avvengono contemporaneamente, o mai. Quindi il mio giorno dei morti è stato domenica. Non so di quale mese,  o anno. E comunque ho fatto un sacco di foto all’arco di legno del numero 38 della Scesa Rosario, dove è nata mia madre. E’ una casa diruta con buchi aperti da cui escono storie. Sono frastornata (frastoriata?). Capitemi.

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aurora d'ali secondo Giulio D'Anna

 Il cielo si svegliò futurista, quel giorno. Si grattò via il nero liquido che stava sotto l’azzurro, come fa di solito novembre con giugno, e s’appoggiò alla diagonale del vulcano, delle agavi, delle palme.
 La luce si scompose in una serie illimitata di colori, tutti primari: i gialli fosforici, con una polvere d’arsenico e zafferano che si spargeva lungo la direttrice dello Stretto, in direzione est-ovest, seguendo i passi ampi e meridiani del giorno; gli azzurri di cobalto, con attitudine di freccia, che penetravano nelle commessure, negli assiti, tra i mattoni forati, i pancali, le carene; il ciano, galeazzo ciano, saldo alla carlinga dalla quale dipartivano profonde vibrazioni d’oro freddo, avvertibili nell’increspatura dell’aria al di sopra del corso delle navi; i rossi puramente acrilici, dalla superficie interamente piatta; il verde cinabro brillante, nascosto in qualche piega della terra gialla.
 Erano gli arei che intrecciavano i loro voli nuziali e geometrici sopra i prismi in cui si scomponeva l’acqua dei due mari.
I soli apparivano e scomparivano, secondo l’inclinazione sull’orizzonte, e i gradi di calore che cuocevano da sotto le nuvole, da sopra le terre, tutto attorno il metallo delle macchine. 

aerodinamica femminile, secondo Giulio D'Anna


 Le donne, sulla costa, a loro volta tendevano palloni solari giocando sulle spiagge, ondulate, metafisiche, aerodinamiche, gemelle degli aerei. Un movimento prendeva l’isola dalle radici, e il suo triangolo sacro si scomponeva in poliedri luminosi di tinte piatte, brillanti.

La Sicilia si svegliò, tutta sudata.
Non era più futurista, o forse ancora sì: la luce cadeva cubica, tagliata di netto dal corpo dell’ombra, come un frutto solido. Si disfece sul gradino, e la Sicilia, respirando rumorosamente, tornò a dormire, voltandosi dall’altro lato.

Va bene, lo so che divento monotona, ma le scoperte sono fatte per essere comunicate, e dunque ieri ho scoperto Giulio D’Anna e in generale i futuristi siciliani, che mi sono sembrati incredibili. Ed è stupido, che sembrino incredibili: sono così perfettamente connaturati al lato geometrico e metafisico dell’Isola, alla sua lucidità di specchio, ai suoi azzurri acuminati, alla sua nudità dove l’occhio non trova appiglio d’ombra, alla sua velocità statica che apre profondi meridiani di colore nel cielo (Marinetti, che era un iperbolico fanfarone col genio dello slogan, diceva che "la Sicilia è il colorificio del cielo").
Dunque, per ora spargo pezzi di Giulio D’Anna e Pippo Rizzo e Vittorio Corona qua e là, e loro brillano. Vi pare poco, in questi tempi oscuri?

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