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Posts Tagged ‘anna mallamo’

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Colpita dall’appello di Giorgia Meloni, ho fatto il presepe, ma qualcosa è andato storto:

– molti pastori non sono arrivati: li ha fermati la Marina libica sul barcone con cui cercavano di fuggire per raggiungere Betlemme. Ora sono rinchiusi in un carcere, coperti di lividi.
– un gruppo di pastorelli sono studenti in alternanza scuola-lavoro. Per Natale hanno ricevuto un messaggio dalla ministra: “Se faceste i buoni, siate ricompensati”.
– gli artigiani delle botteghe hanno chiuso tutti, e ora sono precari al lavoro da Ikea, Amazon e Eataly. Non possono venire perché hanno i turni notturni il 24.
– le pastorelle, le ostesse e le artigiane arriveranno in corteo: hanno raccontato mille storie di molestie e vogliono farle sentire a Maria, ma il cammino è difficilissimo, perché tutti le prendono in giro e non vogliono crederci.
– gli angeli hanno portato la bandiera arcobaleno, e sono stati arrestati per manifestazione non autorizzata.
– due degli angeli sono morti da tempo, e qui verranno le loro madri: si chiamavano Giulio Regeni e Stefano Cucchi.
– il laghetto è stato utilizzato per sversare fanghi tossici: i proprietari della fabbrica sono sotto inchiesta da anni, la gente del quartiere è ammalata, ma la fabbrica resta aperta.
– le pecorelle vengono da un allevamento intensivo: stanno in box strettissimi e ingurgitano ormoni per produrre più lana e avere più carne. Le galline anche peggio.
– la cometa è in realtà un fenomeno dovuto al riscaldamento globale e all’inquinamento, ma stanno tutti lì a fotografarla.
– I Magi sono in viaggio dai paesi in cui hanno delocalizzato la produzione di oro, incenso e mirra, dopo aver precettato i lavoratori che avevano indetto uno sciopero.
– la figlia di uno dei Magi – quello dell’oro, banchiere – era ministro per le Riforme costituzionali, le sue riforme sono state bocciate ma lei no, e forse ha fatto qualcosa per quell’oro.
– l’asino deve arrivare da Pontida, e avrà una felpa con scritto “Betlemme”.
– il bue è il popolo, a volte. Per esempio quando elegge Micciché o Genovese in Sicilia, quando rivuole Berlusconi, quando crede a Renzi, quando prende sul serio Di Maio.
– la Sacra Famiglia non è arrivata, e non si sa se arriverà: i turchi l’hanno fermata alla frontiera, ed è confinata in un campo profughi.

L’anno prossimo faccio l’albero.

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Miei adorati, perdonate il ritardo sulle puntate 9 e 10 di Gomorra 3 (le penultime! Dopo, non so come potrete vivere senza i miei resoconti), ma eccomi all’appuntamento, forse non puntuale, ma ineluttabile come un esattore d’ O Stregone.

All’approssimarsi delle feste natalizie si tinge ancora di più di quel suo colore ferroso e sanguigno, la nostra Gomorra, dove il tema delle penultime due puntate prenatalizie è uno solo, per quanto bifronte, e assai appropriato: la Famiglia/il Tradimento. Ovvero, le accezioni del concetto di Appartenenza, che in qualche modo è determinante, a Gomorra (e nelle mafie tutte, di cui questa non è che una declinazione narrativa, un riassunto di archetipi).

Cirù appartiene a Genny? Sangue Blu appartiene a Cirù? Azzurra e Pietro appartengono al Venerabile Ancorché Incazzoso Avitabile? Patrizia appartiene a Scianel? E ancora, Forcella appartiene ai Confederati o agli hipster? Secondigliano appartiene alle scimmietelle solite, con la scimmietella capo femmina, Scianel? (che brinda con Patrizia: “Alla nuova regina di Secondigliano”. La precedente era stata Donna Imma Savastano, che però era reggente, in nome e per conto di Don Pietro carcerato: siamo di fronte a un’evoluzione? O piuttosto è solo gender mafioso, cioè una cosa reale quanto un unicorno o un pensiero di Giovanardi: il sistema di potere, di potere violento, è lo stesso, ed è maschile, quindi Scianel & Patrizia o O Stregone e O Sciarmant è la stessa identica cosa).

Perché ciò che lascia più sconcertati è questo riferirsi ai pezzi di territorio posseduti, spartiti, messi a frutto. Interamente posseduti: avete presente quelle scene in cui i guaglioni del team Forcella, o anche dei Confederati, arrivano a montare qualche bisinìss? Li vedete entrare in case, cucine, tinelli mentre la gente fa l’uncinetto, conversa, prepara la moka. Come se entrasse un colpo di vento, uno spiffero, niente: continuano a vivere la loro vita, in bassi angusti dai muri scrostati, in vie miserabili, in edifici che cadono a pezzi, senza quasi vederli, quei traffici continui, fitti, complicati. Quegli oggetti (quei borsoni) che cambiano posto. E’ l‘immanenza di Gomorra, una categoria dello spirito e della materia, la sua natura di Ultracorpo che prende il posto di tutta una convivenza civile, della sua economia, dei suoi rapporti di forza, delle sue relazioni più intime.

Sangue Blu ha vinto, all’apparenza: lo spin doctor Cirù Ex Immortale va a parlare co O Stregone, il Gandalf dei Confederati (identico, ma senza barba: pure l’anello, c’ha. I gomorresi tutti hanno un’attrazione fatale per gli anelli, come già sapeva Tolkien: un anello per ghermirli e nel buio incatenarli), e gli dice quello che lui sa già (mai dimenticare che le conversazioni a Gomorra sono tutte simboliche: ogni parola sta in luogo di qualche gesto, ogni gesto di qualche fatto, ogni fatto vale quanto un discorso, o anche più. Le conversazioni hanno luogo non per comunicarsi qualcosa, ma per continuare con altri mezzi i combattimenti, lo studio dell’avversario, l’esposizione di colori di guerra, penne di corteggiamento, profferte segrete, l’osservazione in cerca di segnali di cedimento, o di tradimento, o di debolezza)(Falcone lo diceva, che tutto è comprendere quel linguaggio, che non somiglia nemmeno lontanamente al nostro: Buscetta, prima ancora di rivelargli qualunque fatto, gli insegnò il linguaggio dei fatti, dei detti, dei non detti).

E allora Forcella può festeggiare, né più né meno come avviene la sera dopo le elezioni, il suo Sangue Blu (una cosa tipo la corona di nuovo ai Savoia, o Palazzo Chigi di nuovo a Berlusconi, diciamo). E lì Carmela, la sorella saggia di Enzo, pur mettendolo in guardia nel suo ruolo di Cassandra (che le donne sono tutte un poco Cassandre, e infatti scassan-drano-o la minchia a dovere), poi per la prima volta lo chiama col suo titolo: Sangue Blu. Ripristinato il diritto di nascita, nella monarchia di Forcella.

Che poi Carmela c’ha un altro problema: Cosimino, suo figlio. Il principino, sarebbe. Che lei vuole lontano dalla strada, per il noto paradosso: siamo i re di Forcella, ma ci piacerebbe essere puliti e altrove, anzi mo’ ci proviamo, ma per le prossime generazioni. Che intanto crescono col nostro esempio, e vogliono solo essere noi. Il dilemma delle generazioni.

Infatti, appena Carmela muore – una morte strumentale, per aumentare il caos e spingere alla guerra – Cosimino va dove lo porta il cuore: a sparare per il quartiere in sella a una motocicletta. E quindi io vi chiedo: Cosimino a chi appartiene? A Forcella, su cui vuole regnare (imbottendola di droga, inquinando la sua economia, imponendole le decime, ma dicendo la solita cosa: “Questo è il paese che amo”)? A sua madre Concetta, uccisa in un camerino mentre indossa il vestito più brutto del mondo? A suo zio Sangue Blu, che parte per la vendetta a testa bassa, che era esattamente l’effetto che il regista occulto di tutto ciò voleva ottenere (voi non ci crederete mai, ma Genny Savastano, malgrado l’aspetto da cercopiteco rasato male e malgrado lo ricordassimo tutti come un ragazzotto fondamentalmente sciemo e succube di Cirù e di sua madre, in quest’ordine, dopo l’Erasmus in Honduras, che evidentemente fa miracoli, è diventato una specie di Andreotti-MichaelCorleone-Zu’Totò)?

E mister Avitabile, l’Apicella incazzoso suocero di Genny che tiene in reclusione sua figlia Azzurra col nipotino, che senso della famiglia ha esattamente, visto che consegna il bambino ai Confederati, presumibilmente non per una vacanza studio ma come ostaggio di rango per piegare Genny-Giulio-Michael, ma quando poi torna accenna una carezza invisibile a madre e bambino? Dove scorre l’amore, a Gomorra, il luogo in cui tutti tradiscono gli affetti più cari (o li uccidono, come fece Cirù con la moglie Debora, come fece Genny col padre).

E Azzurra, che nella serie precedente non aveva mosso ciglio quando Genny aveva spedito suo padre in carcere per toglierlo di mezzo, e ora va e gli dice “Se Pietro non torna a casa io t’acciro”, lei a chi appartiene?

L’appartenenza di ciascuno – spesso proclamata, sempre sostenuta da grandi manifestazioni di sentimento e attaccamento – è continuamente mobile, riposizionabile, a volte contraddetta da tradimenti, rovesciamenti, sparigliamenti che le sole ragioni del mercato e del potere non spiegano. I due esempi più eclatanti sono il rapporto che lega Cirù a Genny, che le categorie freudiane non bastano a spiegare (è una ‘nticchia edipico e una ‘nticchia proiettivo e una ‘nticchia competitivo), e la figura di Patrizia, che fa un doppio o triplo gioco rischiosissimo (ma di lei non sappiamo molto, pur essendo di solito, noi spettatori, onnisciemi. Patrizia è interamente chiusa, selvatica, fredda: la sua sicurezza non è di chi ostenta potere, ma di chi ha l’immenso potere di non avere nulla da perdere, di non essere toccato in alcun modo da quello che accade. Uno dei personaggi più inquietanti, sui quali il potere di Gomorra di pervertire le esistenze ha dato un risultato pazzesco, tanto che Patrizia sembra quasi umana, rispetto alle maschere di Grosz degli altri. E invece.).

E gli hipster di Forcella, a chi appartengono, adesso? Dalla comunità solidale ed egualitaria dei vecchi tempi si sono trovati in una monarchia costituzionale con a capo Sangue Blu, poi in una tirannide eterodiretta da Genny-Michael. Loro che si credevano una forza d’opposizione al Sistema,  ci si ritrovano dentro fino al collo (ma come, non lo dovevano aprire come una scatoletta di tonno?), a prendere ordini dagli uomini d’O Sciarmant, essere costretti a spacciare merda (mentre il loro prodotto sì che era di qualità, mica questa roba cinese) ed essere sorvegliati pure in casa loro.

Il colmo è quando i due responsabili d’una fronda spacciatoria vengono platealmente puniti e uccisi da Genny in persona davanti ai Confederati, Lì è il momento “La stangata”: tutto finto. L’irruzione, l’esecuzione. Li vediamo colpiti a morte sul molo, uccisi a beneficio delle telecamere e dei Confederati, e poi sbucare dalla scaletta, coi giubbotti antiproiettile (e certamente inseriti, da subito, in qualche programma protezione testimoni che deve esistere pure a Gomorra, no?).

Un altro doppio gioco.

L’appartenenza è sempre tra chi è Famiglia e chi non lo è. Il Padre, il suo fantasma, assilla, come fossero Amleto, tutti: chi lo ha avuto e lo ha perso per mano d’altri, chi non lo ha avuto mai e lo ha visto nel padre di altri, chi lo ha ucciso, chi vuole incarnarlo, chi lo fugge. Una psicanalisi di Gomorra ci aiuterebbe a capire tante cose.

Postilla onomastica

Assieme alla lingua, una delle cose più sorprendenti è l’onomastica di Gomorra. Se invece che spacciatori e assassini i gomorresi si mettessero a fare gli sceneggiatori sarebbero i primi del mondo.
O Stregone. O Sciarmant, O Crezi e O Diplomato: i Confederati sono un trattato del potere e delle sue maschere, ma anche dei suoi epiteti.
Scianel (che con O Sciarmant si trova benissimo: nomina sunt consequentia gomorrae). L’Immortale. O Bellebuono, O Golia, O Vocabulario (alcuni del team Forcella). O Cardillo, O Principe, O Capaebomba (gli estinti ragazzi del vicolo Miracoli).
I personaggi non stanno dentro i loro nomi (che poi sono tutti uguali: Ciro, Gennaro, Vincenzo, Antonio), esondano, si forgiano un soprannome che è un epiteto omerico, un grido di guerra, uno stemma araldico.
Che cosa singolare, vedere una delle forze più potenti della Terra, l’immaginazione, al servizio del Male, del Poco, dell’Orrido, del Criminale.

La frase del giorno

La dice Carmela moritura al figlio: “La morte fa schifo. E’ uno spreco esaggerato”. Esattamente. Pensate quanta morte semina e ha seminato Gomorra. Che spreco esaggerato.

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Miei adorati, che brivido guardare Gomorra cinque e sei al mattino d’un giorno di pioggia. Ricordatevi; come al solito se non vi piace Gomorra non abbiamo più niente da dirci. Se vi piace, vi farò una proposta che non potete rifiutare. In ogni caso: attenzione spoiler. Poi non dite che non vi avevo avvisati, che vi mando Genny.

Le puntate cinque e sei si possono considerare tutt’uno: un manuale di economia politica gomorrese. Ovvero come le cosche diventano imprenditrici. Che forse vale per il capitalismo tutto: un sistema basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sull’etica del profitto assoluto e sulla deregulation selvaggia, con una ‘nticchia di Hunger Games.

Nella puntata cinque avviene quello che avevamo capito sarebbe successo, prima o poi: Genny, umiliato e offeso, ridotto a un nullatenente e congedato con disonore dalla tavola rotonda dei boss, non può che cercare il suo mentore e il suo pig-malione, nonché sterminatore della famiglia, ovvero Cirù l’ex immortale, appena diventato l’idolo del clan camorrista teen di Sangue Blu e dei suoi, i principini hipster di Forcella che se si affacciassero al tavolo dei boss si sentirebbero dire: “Sciò, guagliò, andate a giocare da ‘nata parte!”.

Cirù, guardando amorosamente la foto della moglie morta (anche se il romanticismo ci vacilla, quando ci ricordiamo che l’ha strangolata lui), glielo dice: minchia, allora ‘e femmene tenevano ragione, a volerci fermare. Ma ormai è tardi, e si ritrovano assieme, Genny e Cirù, soli contro tutti (“Dopo tutte chell che ciamme fatte stamme angora ccà io e te, Cirù”). Ma non sono più quelli di prima: Cirù ha ammazzato la moglie e perso la figlia e il regno; Genny non avrà mai più un taglio di capelli guardabile, e mo’ c’ha pure una cicatrice in faccia che fa tanto scarface. Il tema, d’ora in poi, è “come ti trapianto Edmond Dantès a Gomorra”. Ovvero, la vendetta è un piatto che si consuma al dente. Coi pomodori do’ piennolo.

E qui cominciano le istituzioni di economia. Ovvero: come sviluppare la tua idea d’impresa, trovare finanziatori e fare crescere il tuo business. Il problema chiave del mondo moderno, in un certo senso.

Si comincia con un momento Steve Jobs, commovente assai. Genny lo dice chiaramente: “So’ comme me e te, Cirù: chini e raggia e fame”. La traduzione napoletana di “stay hungry, stay foolish”. Stei angri, stei fulisc e stei senza penzieri.

E così Genny e Cirù, con invidiabile energia e a dispetto di ogni avversità – un vero esempio per la loro generazione – fondano la loro start up, “Arripigliamoci chell’ ch’è nuost”.

Ora, il problema, come sanno tutti, sono gli investitori. I capitali di partenza. Che l’idea può essere buona, ma senza soldi niente cche ffà. E qui arriviamo agli hipster di Forcella, che di solito sbarcano il lunario con modeste rapinette di carichi di Tir, senza versare sangue, anzi dando una mancetta all’autista perché dica che non ha visto in faccia nisciuno (che poi, caro Enzo Sangue Blu, se ti ostini ad andare in giro con la barba roscia, la cofana e numero tre – tre – croci tatuate sul collo, sei come dire un identikit già pronto). Anche questa è una startuppina carina: rubare merce cinese che copia quella italiana, sostituire il packaging, rivenderla in nero agli albanesi spacciandola per vero prodotto italiano. E se non è movimentare l’economia globale questo, non so cosa possa esserlo. Roba che dovrebbero chiamarli a fare un seminario alla Bocconi.

Ma, come sapete, la startup grande ingoia la startup piccola, e Cirù va a proporre a Sangue Blu il salto di categoria, lo startuppone pure citazionista: una rapina in banca, ma come i “Soliti ignoti”. Col buco.
Gli hipster di Forcella devono passare da uno stabile fatiscente, addentrarsi per imprecisati cunicoli nel ventre molle di Napoli e sbucare dove? Davanti alla cassaforte di una banca all’orario di chiusura.

Ora, non vorrei dire, ma io li ho guardati bene questi hipster di Forcella. Sono bravi. Li ho visti scaricare, sconfezionare, reimballare e ricaricare un Tir in dieci minuti; li ho visti ristrutturare e insonorizzare una catacomba in mezzora. Roba che se li vede Jeff Bezos li assume per dirigere il magazzino Amazon di Seattle, o se li vede Fuksas gli fa costruire la prossima Nuvola in un mese (o anche, più modestamente, li possiamo sempre assumere noi per fargli completare DAVVERO la Salerno-Reggio).

Ecco il problema di oggi: la manodopera qualificata che non trova lavoro. E dire che le avevano provate proprio tutte. Pure l’agricoltura. Sangue Blu aveva organizzato una piantagione di maria in una chiesa sconsacrata sotterranea (che la maria in chiesa è puro situazionismo dadaista, eh). Sissignore. Con luce e acqua e timer per tutto. Roba che nemmeno a Matt Damon in The Martian era riuscita. E proprio Sangue Blu c’aveva pure un sentimento, per quelle piante. Lui lo chiama “investimento emotivo”, perché è economia pure quella sentimentale, che diamine (che poi l’inquadratura più bella è quella lì: le piante alte di maria, le sagome di Cirù e Samgue Blu, piccole nel verde, e in fondo l’abside con un dipinto sacro, il cui rosso – in quel mondo buio e verdastro – resiste come una piccola fiamma lontana).

Comunque, con la visita dei soliti ignoti hipster di Forcella alla banca i capitali ci sono, e si può partire.

Ora, voi vi direte, ma qual è esattamente il bissinìs? Eh, miei cari. Non è la droga, non solo. C’è una cosa molto più redditizia, che non delude mai, che si può sfruttare fino all’ultima goccia. Una cosa che esiste in quantità smisurate, anzi più la sfrutti più aumenta – e questa è la vera legge del mercato criminale totale, o forse del mercato e basta – : la fame. L’economista Genny lo dice chiaro: “O meglio business che ce sta a Secondigliano nun è a droga, è a ffame. E nui chista fame l’ame a fa’ fruttà”. Chapeau. Anzi, coppola.

Il piano è semplice: anzitutto coi capitali di partenza (quelli degli hipsters Amazon) ti compri in parti uguali politici disponibili e aziende in crisi. La parte più interessante della puntata sei è quando l’AD Genny va a trovare il prossimo sindaco e futuro presidente della Regione Campania. Un ragazzetto secondo l’ultima moda degli impresentabili: faccina pulita, congiuntivi a posto, doppiopetto slimfit, motto col tricolore e la parola Italia (“L’Italia che avanza”)(ogni riferimento è puramente immaginabile).

Poi occorre rastrellare tutto: tutti quelli che, strozzati dalla crisi e dalle tasse, stanno chiudendo. Pompe funebri, servizi mensa, lavanderie. Qualunque cosa. E lì avviene la sostituzione. L’invasione degli ultracorpi. Un’economia che prende il posto dell’altra, uno Stato che prende il posto dell’altro, senza che da fuori si veda nulla. L’invasione dell’ultraStato. 

Tutto viene replicato. I bandi per le assunzioni: vuoi essere assunto? Versaci 15mila euro e ti diamo un posto. E glielo danno veramente. Certo, senza previdenza sociale (ma, se glielo chiedi, ti dicono che LORO SONO la previdenza sociale), senza sindacati, senza diritti, ma non stiamo a guardare il capello. I contratti e le commesse: ce penzamme nuie, gli faremo proposte che non potranno rifiutare (esemplare l’accordo col custode del cimitero, che farà entrare solo certe ditte di pompe funebri. E infatti, quando arriva un funerale della concorrenza, la cappella – di famiglia – è chiusa col catenaccio. E’ la libera concorrenza, bellezza!). Le questioni contabili: “Ma sulla busta paga c’è scritto 1300 euro, e questi sono solo 850!” “E che vuoi, non le devi pagare le tasse?”.
E se ti ribelli, ti ammazzano. Ma niente paura, se anche non sei forza lavoro mica esci dal ciclo produttivo: la tua cara salma entra nel business dei becchini, e la filiera si completa. Non si butta via niente, a Gomorra. Diteglielo, a Padoan.

Certo, l’altra faccia della medaglia è quella: gli occhi febbrili della donna con la giacchetta striminzita e la fame ‘ncuollo, che va a comprare un posto di lavoro per il marito (“Ci mancano 200 euro per arrivare a 15mila. Abbiamo chiesto al cielo e all’inferno, ma nun c’è stato verso”); il marito in questione, ucciso sotto gli occhi del figlio disabile, da Sangue Blu al suo battesimo come killer (sarebbe un avanzamento di grado attraverso concorso interno per titoli ed esami); la piccola parte di silenzio assenso, o di reale fiancheggiamento che tutti – dall’infermiere dell’obitorio al camionista, dal direttore di banca all’ambulante – danno, perché tanto non c’è scelta, e l’ultraeconomia globale è questa. 

E qui, a chi fosse sfuggito, c’è il senso di tutto questo. Il senso di questa rappresentazione che taluni trovano troppo estrema per la loro sensibilità (e dunque mi aspetto che fuggano la realtà con altrettanta cura), o addirittura offensiva. Il senso di questa denuncia – quella di Saviano, e di altri – che qui viene narrativamente rappresentata, ma non perde un’oncia della sua verità.
Ecco quello che accade ai nostri territori. Ecco l’ultraeconomia vasta pervasiva che regge tanti nostri mondi. Eccola, cazzo, la vedete?

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La notte di San Lorenzo

Nel mondo al contrario – tra l’altro – i fascisti si fanno difensori della libertà e i maschilisti si ergono a fieri protettori delle donne. Lo abbiamo visto, lo vediamo accadere di continuo, complice il modo in cui il dibattito pubblico è veicolato dagli slogan social, dove ogni affermazione è la verità, e ogni affermazione serve a mobilitare una fazione, e armarla.

Cosa che accade, tristemente, soprattutto a proposito di vicende orribili, recenti come gli stupri di agosto, antiche come quella di Giuseppina Ghersi. Curiosamente, entrambe a proposito di crimini contro le donne. Che, qualunque sia la guerra, sono sempre le sconfitte, le vittime, la (letteralmente) carne da macello.

La vicenda di Giuseppina, la tredicenne trucidata nel 1945, è diventata esemplare d’un modo di comunicare che non vuole trasmettere informazioni, ma eccitare passioni contrapposte, e con lo scopo – a mio avviso chiarissimo – di concorrere allo strisciante revisionismo che il fascismo di ritorno (posto che se ne sia mai andato) persegue, e sempre con maggiore forza (vi ricordo che lo sdoganamento è arrivato fino all’organizzazione di una nuova “marcia su Roma”, e se non è un segnale inquietante questo, non so cosa può esserlo).

Ora voi – e certo qualcuno nei commenti lo chiederà subito – mi chiederete: ma non è schifoso l’omicidio, pure brutale, di una ragazzina? Certo che sì. Più che schifoso: inaccettabile, mostruoso. Sono la prima a pensarlo e dirlo.

Ma non posso, per quanto orrore e schifo mi faccia questo episodio, farne una ragione – come si è tentato, come si è fatto, come si continua a fare sulle più disparate tribune online (e come temo si farà nei commenti qui sotto) – per screditare una cosa che fu nobile, necessaria, eroica come la lotta per la Liberazione.

Non posso, per quanto orrore e schifo mi faccia questo episodio, farne una ragione per condannare i partigiani (che gli dei li benedicano sempre), né tantomeno per assolvere i fascisti (che gli dei li maledicano sempre), o per tentare equazioni del tipo “atrocità furono commesse da entrambe le parti” (anzitutto non è proprio così, numericamente, e poi vi ricordo che fu la dittatura e l’infame guerra a precipitare il Paese dentro l’atrocità, da cui i partigiani tentarono di liberarci), oppure “i caduti sono caduti, da qualunque parte lottassero” (pietà per tutti i caduti, ma non posso mettere sullo stesso piano chi difendeva un dittatore liberticida, le leggi razziali, l’asse con Berlino, e chi ci ha liberato da tutto questo).

Inoltre, entrando nel merito della vicenda della povera Giuseppina, con tristezza devo constatare che il suo povero corpo è usato una volta di più come bandiera, strumentalizzato dai “fieri combattenti” (vi ricordo, maschilisti e sopraffattori come pochi: le donne sotto il fascismo vennero allontanate dalle scuole e dall’istruzione, perché la loro unica missione era figliare e allevare italiani) per le loro ragioni, che passano sopra i corpi di tutti, ma delle donne di più. Perché anche la costruzione narrativa di questa vicenda non è diretta allo scopo di rendere omaggio a una povera vittima.

Apro qui una parentesi per rimarcare che, chiunque fosse Giuseppina, era una bambina. Certamente sono esistiti bambini sfruttati dai fascisti e dai nazisti: bambini che hanno denunciato i loro compagnetti e le famiglie, che hanno collaborato ai peggiori crimini. Restano bambini, per definizione innocenti. La foto che ho scelto, appunto, è un fotogramma de “La notte di San Lorenzo” dei fratelli Taviani: il bambino fascista che, durante la “battaglia nel grano”, inganna uno dei combattenti per stanarlo. Quel bambino è odioso, e fa una cosa vigliacca e criminale, ma resta un bambino, al quale non possiamo imputare le colpe degli adulti, ovvero il padre che lo ha indottrinato e condotto a combattere con gli uomini. Pagheranno entrambi, nella scena: nella vita, questa secondo voi sarebbe stata “un’atrocità da assegnare a entrambe le parti” o piuttosto  “un’atrocità che si sarebbe risparmiata, se non fosse esistito il fascismo e un fascista così cieco e criminale da coinvolgere il figlio bambino”?

La ricostruzione narrativa della vicenda di Giuseppina, a partire dallo stupro – che pare sia solo un dettaglio aggiunto ad arte per rendere più sconvolgente la narrazione – , e proseguendo fino ai nostri giorni, nel delineare le figure protagoniste (il consigliere comunale che ha proposto il monumento a Giuseppina, l’Anpi locale, il professore di estrema destra che ha scritto un testo per il monumento), è pesantemente manipolata e viziata da superficialità e approssimazione – oltre a essere corredata spesso da una foto falsa –  come hanno dimostrato le severe ed encomiabili ricostruzioni di Valigia Blu   e(http://www.valigiablu.it/giuseppina-ghersi-fascisti-partigiani/) e Wu Ming e(https://www.wumingfoundation.com/giap/2017/09/il-caso-giuseppina-ghersi-1/) . 

Ma questo – direte voi – toglie qualcosa alla vicenda di Giuseppina? Certo che no, all’atrocità della vicenda di Giuseppina non toglie nulla, ma toglie molto alla serietà di chi vuol farne un falso simbolo di rappacificazione e riconciliazione nazionale. Toglie molto a chi se ne sta servendo per farne una bandiera al contrario.

La rappacificazione, la conciliazione non possono passare attraverso la falsa memoria, la manipolazione o l’assenza delle fonti, la superficialità della ricostruzione. E soprattutto, rappacificazione e conciliazione non possono voler dire che un bagno di sangue (forse) dovuto a chi diceva di militare da una parte (perché non è chiarissimo nemmeno questo: se gli autori del crimine fossero davvero partigiani) serve a screditare quella parte e assolvere o nobilitare l’altra, che di nobile non ha e non avrà mai nulla, e potrebbe avere – sta alle coscienze individuali – il perdono, giammai l’assoluzione.

Riposi in pace Giuseppina, vittima innocente delle guerre di ieri e di oggi. Ma non riposi in pace la verità, mai.

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L’ultimo a salire a bordo fu Donald Trump: era il più grosso, e l’imbarcazione s’inclinò pericolosamente da un lato. La giovane signora Trudeau lanciò un urletto, e Melania Trump la fulminò con lo sguardo, mentre stoicamente cercava di mantenersi in equilibrio sulle Louboutin tacco dodici. Per quanto ispirato allo stile Jacqueline, il tailleur celeste – che in effetti faceva uno strepitoso effetto ton-sur-ton, in quella giornata d’azzurro inequivocabile che il cielo siciliano di maggio spingeva in tutti gli angoli delle cose – non era la mise più adatta da indossare, quella mattina. Andava meglio agli uomini: grisaglia o fresco di lana, i loro abiti sembravano più confortevoli, sotto i pesanti giubbotti di salvataggio. Shinzo Abe indossava il suo, di taglia piccola, con disciplina nipponica, mentre Emmanuel Macron continuava ad agitarsi, e a tirare giù le maniche del completo blu, con gesto nervoso. Al suo fianco, Brigitte lo osservava al suo solito modo, attento ma non materno, e lo sosteneva semplicemente appoggiandosi a lui. Quei due sembravano sempre una sola persona. I Trump, invece, fecero oscillare ancora a lungo il barcone, nel tentativo di sistemarsi come se fossero seduti su qualche poltrona del club: Melania con una scheggia del legno tirò un filo dei collant, e fu quasi possibile leggerla, la parola che le affiorò alle labbra, rigorosamente serrate in un sorriso Chanel Rouge Allure Velvet d’una meravigliosa tonalità fucsia. Accanto a lei, Theresa May sistemò nervosamente una ciocca bianca dietro l’orecchio. I Gentiloni si tenevano le mani, senza guardare nessuno.

Vuole partire?” disse in un tedesco durissimo Angela Merkel, e lo scafista le rivolse una specie di ghigno da cui lei distolse subito lo sguardo.

Sulla spiaggia di Mazzarò un applauso partì dalle migliaia di persone che s’erano assiepate fin dal mattino presto, per vedere quella cosa prodigiosa del G7. Anche l’Isola Bella era piena di gente, e qualcuno s’era arrampicato fino in cima e agitava bandiere per salutare i Grandi della Terra che salpavano. Erano bandiere arcobaleno, e rosse, e celesti, e qualcuna pure gialla, coi tratti di Giulio Regeni, un altro martire che la folla di martiri aveva riconosciuto come suo.

C’erano libici, ghanesi, eritrei. C’erano siriani, senegalesi, nigeriani, somali. C’era tutta l’Africa profonda e c’era l’Asia dolente. C’erano, tra loro, anche profughi in patria: siciliani senza lavoro, calabresi senza casa, meridionali e settentrionali senza futuro. Formavano un’unica massa indistinta: i Piccoli della Terra. E c’erano molti bambini, tra loro, piccoli dei Piccoli. Sopravvissuti a deserti di sabbia e di mare, nati sotto tende, in mezzo a binari, passati attraverso tunnel di filo spinato e altre forme di muro.

I Piccoli guardavano i Grandi, stipati come erano stati loro, poco o molto tempo fa – molti siciliani, e calabresi, e meridionali e settentrionali erano figli, o nipoti, di emigranti, e quelle scene le portavano comunque dentro. E poi, per migrare e restare senza radici non occorre muoversi, a volte.
Il barcone oscillava sul mare cristallino, dove potevi contare le pietre del fondale una per una, e i gabbiani facevano girotondi stridendo, come se fosse una festa marina, e in un certo senso lo era.
I Grandi avevano preso il posto dei Piccoli, per provare quello che succedeva loro da mesi e da anni, e cercare di capire.

Quando il barcone si mosse, infine, qualcuno urlò più forte, e tutti applaudirono. Buon viaggio!”, aveva detto.
Melania Trump serrò le belle labbra velvet fucsia, e guardò fissa verso la prua. Tra poco sarebbero stati in mezzo al mare. Anche loro.

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No, non sono, non sarò mai più un’elettrice del Pd.
No, non apprezzo Renzi, anzi lo trovo nocivo per la democrazia interna del partito e più in generale per l’equilibrio universale e cosmico tra le supercazzole e la realtà.
No, non apprezzo il Pd di adesso, ma provo grande simpatia umana per tanti militanti, tanti amici che ci hanno speso tempo ed energie, e alcuni lo fanno ancora, e ho profondo rispetto di questa loro scelta (oltre che di una storia davvero nobile).

Sì, trovo che le primarie siano un’espressione di civiltà, comunque.
Sì, non vedo perché non dovrei fidarmi, visto che c’è chi si fida di piattaforme private.
Sì, la contrapposizione “primarie online”/ “primarie fisiche” è un’idiozia, ma è pur vero che alle primarie del Pd hanno partecipato svariati milioni di persone, mentre altro tipo di “primarie online” si sono giocate su poche migliaia di voti o anche meno. E no, non credo che la democrazia sia una faccenda di chi ce l’ha più lungo, certamente, ma se devi criticare un sistema, accertati del sistema che hai messo su tu, prima.

Detto questo, oggi ho votato per le primarie del Pd.

Ciò non vuol dire che io voterò (mai più) Pd.
L’ho fatto solo per dare un segnale, per portare un sassolino e metterlo lì, accanto alla strada. Il sassolino dice: cari signori, il fatto che questa forza politica non mi convinca non vuol dire che io sia disposta a vederla mettere fuori gioco da bande di fanatici dominati da un culto della personalità e telecomandati da un blog, o da fascisti desiderosi di chiudersi nel fienile col fucile e sparare a vista contro qualunque cosa si muova, anche un’idea.
Sappiate che, comunque, in un futuro parlamento io sarò sempre dalla parte di forze come il Pd – con tutte le sue contraddizioni, le sue cose inaccettabili, le sue forzature. Per combatterle, certamente. Da sinistra. Perché io credo che esistano eccome, la destra e la sinistra, anzi siano ancora più necessarie di prima, per impedire a chiunque di dirsi “del popolo” mentre è fascista, o di dirsi “di centrosinistra” mentre è un revival democristiano di bassa qualità. Che sia necessario studiare la politica (e cioè la storia, le geografie, le economie, le ideologie, le psicologie), e individuare i principi, per non confonderli con le tattiche; individuare gli ideali, per non confonderli con i fini; individuare l’etica, per non confonderla con la prassi.
Che non esistono soluzioni valide per tutti (e se vi dicono che su un qualsiasi problema si deve valutare di volta in volta, senza porsi su posizioni ideologiche fuorvianti, vi dicono una bestialità), ma esiste la contrattazione, il dialogo, la dialettica, il peso delle minoranze e la responsabilità delle maggioranze.

In un futuro Parlamento, probabilmente io sarò con la sinistra minoritaria e illusa, perché sono convinta che sia necessario che esista e sia ben riconoscibile, come le stelle (non cinque) per chi naviga . E combatterò di certo contro il Pd, la nuova Balena Bianca. E m’incazzerò, e imprecherò contro Renzi e i suoi puffi, le sue rottamazioni di simboli imprescindibili, le sue arrampicate sugli specchi (il buon vecchio Eco la chiamava “speculanabasi”), e difenderò il mio 3 per cento necessario.

Sembra assurdo, ma oggi ho votato per mantenere quel mio posto minoritario e illuso, quel mio diritto all’utopia di combattere contro il Pd, e difendere questo mio diritto dal fanatismo becero di chi si sente senza macchia e senza paura, e invece è senza idee, senza ideologia, senza misura, senza ritegno, senza senso, ed è smanioso di fare piazza pulita di chiunque altro non la pensi come lui. I nuovi crociati che negano, semplicemente, le competenze e le complessità, perché sono convinti che basta “informarsi” (che sarebbe studiare, però, non solo leggere un blog) per saperne più di chiunque e poter scegliere su qualunque cosa: economie, etiche, diritti, doveri.

Ho votato perché gli sia un pochino, pochissimo, quasi niente più difficile, dire che l’Italia è già loro.

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curde

Noi calabresi, sentendo magnificare le donne dell’Est proprio per quelle cose contro cui lottiamo da anni, tipo considerare l’uomo un essere superiore, perdonargli tutto e fare di tutto perché possa sentirsi sultano di un harem privato, dove circolano solo cose marmoree in perizoma ma capaci di fare un ragù di capra che levati, abbiamo cominciato una ricerca, come dire, cardinale.
La Calabria dell’Est è soprattutto Crotone, e l’avamposto di Capo Colonna che scruta il mare verso Oriente. A Crotone una volta c’erano le fabbriche, ora ci sono i call center: le operaie sono diventate operatrici, poi precarie. Come, d’altronde, in tutta Italia. No, non sono quelle che proponeva la Perego.
Passato il mare, più a Est ci sono le donne greche: le abbiamo viste scendere in piazza Syntagma e fare la fila ai bancomat. Ora sono impegnate: devono sopravvivere, ma al modo delle donne, che comprende far sopravvivere tutti – mariti, figli, genitori, parenti stretti e non, amici, gatti, cani, ogni specie di creatura domestica o selvatica che faccia parte della famiglia. No, non ci siamo.
Salendo, in effetti c’è un vasto mondo di donne dell’Est: le ceche, slovene, moldave, polacche, russe, ucraine, o almeno quelle che non si sono spostate all’Ovest per lavorare, o quelle che non hanno sposato Donald Trump. E no, anche loro non sono proprio quelle di “Parliamone sabato”. Lavorano, studiano, portano pesanti eredità del passato; e lì le nonne non sono state angeli del focolare ma cittadine dell’impero sovietico trattate come uomini. Probabilmente è più vicina a quella balorda idea della cucinatrice sfornatrice di figli compiacitrice di maschi mia nonna, di una qualsiasi nonna ucraina.

Non abbiamo scelta: andando ancora a Est arriviamo dritti in Asia, e lì sono cose amare. In Arabia, Yemen, Iran, Afghanistan, Pakistan le donne combattono con la schiavitù da secoli: le donne che sono ultime degli ultimi, in luoghi in cui gli ultimi sono tantissimi. Le donne velate e violate. Velate dagli stati teocratici, dove il velo è segregazione, esclusione dallo spazio pubblico. Le donne violate e assassinate nell’India misogina e repressa. Le donne che appartengono all’uomo, anche giuridicamente, e hanno bisogno d’un guardiano o un tutore. E d’essere invisibili, per mostrare modestia e non turbare l’autocontrollo del maschio (che, follemente, è “superiore” alla femmina ma poi fa tanta fatica a controllarsi e quella che deve controllarsi fino a sparire è lei. Boh: nelle questioni dei diritti civili femminili l’ossimoro è una figura chiave). No, non sembrano le spensierate dee marmoree in perizoma.
Non parliamo poi delle combattenti curde: belle, forti, guerriere. Pari, soprattutto (bisognerebbe organizzare seminari maschili da qualunque Paese a Kobane, per dire: tornerebbero redenti, e il pianeta migliorerebbe).

Non resta che andare ancora a Est.
Le donne cinesi, dopo secoli di decimazioni (le neonate venivano soppresse, e persino negli anni 80 la legge “del figlio unico” ha mietuto milioni di vittime. Femmine) e mutilazioni (sapete cosa significa “Loto d’oro”? Probabilmente nessuna Paola Perego ne parlerà mai. Googlatelo), sono arrivate allo status di cittadine. Schiave anche loro, prima del comunismo, ora del capitalismo turbo (capitalismo capto ferum victorem cepit, diciamo): quelle non uccise alla nascita sono spesso solo braccia (ma non gambe e piedi, sempre per quella faccenda del “Loto d’oro”) da lavoro.
Certo, forse le giapponesi piacerebbero nella trasmissione di Paola Perego: ma non tutte, le giapponesi. Le geishe giapponesi. Loro sì che sembrano proprio quelle del vademecum: compiacciono, sono sexy, non frignano, non pretendono, perdonano. Peccato che siano (state) delle professioniste, e quindi non vale.

Non ci resta che continuare a cercarle, queste donne dell’Est. Passato l’Oceano, ci troviamo in America. Pardon, nelle Americhe: quelle delle brasiliane che passano ballando il samba e quelle delle argentine che passano ballando il tango e quelle delle messicane che passano il confine per fare da colf nelle case delle protagoniste di “Sex and the City” (tanto per restare nel target di “Parliamone sabato”). No, niente da fare: questo Est non ci convince.
Non resta che proseguire: c’è un Atlantico di mezzo, lo stesso mare che le navi degli emigranti (si chiamavano così un secolo fa quelli che oggi si chiamano “migranti economici”) percorrevano al contrario: verso Ovest. Ma siamo tutti l’Ovest o l’Est di qualcun altro.

Infatti, di Est in Est, torniamo nella nostra parte del mondo: è l’occipite dell’Africa che ci viene incontro. L’Africa carica di dolori, di schiavi, vecchi e nuovi, di donne mutilate, di donne zittite, di donne cancellate: seppellite vive nella miseria, nello sfruttamento, nella colonia assoluta. Sì, quel tocco di schiavitù che il “decalogo” pereghiano raccomandava c’è senz’altro, ma non è proprio quello.
E ci ritroviamo al punto di partenza, di Est in Est, senza aver trovato nulla: è molto strano, ma a volte i luoghi comuni non stanno né in cielo né in terra.

Firmato: una donna dell’Est, Sud, Nord, Ovest

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