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Archive for agosto 2010

Diario eoliano

– Qual è l’ora degli spiriti? Mezzanotte?
Mezzogiorno, mezzanotte.
– E c’è anche un’altra ora nel pomeriggio…
Sì, c’è un’ora nel pomeriggio, e prima di quell’ora noi ce ne andiamo dalla Grotta Abate, a Vulcano, che dicono che lì si vede una fimmina, che ti guarda male, e noi ce ne andiamo, dalla grotta, ce ne andiamo per sicurezza, dalla grotta.

Le piante di cappero spuntano ovunque, e i capperi non sono frutti: sono boccioli incoronati di raggi. I frutti sono bacche ovali con un’altra consistenza e un altro nome, e un patto segreto con gli altri padroni delle isole: le lucertole. Perché di continuo le isole sono fatte da se stesse, in un lavorìo inimmaginabile agli umani: le lucertole bevono il succo dei cucunci, i frutti del cappero, e portano via i semi incollati al corpo, fin dentro le fessure in cui la roccia inquieta s’apre e s’assesta, tormentata dal sole e dalle radici, sollecitata dalla lava, erosa dalla bocca salata del mare. Per ogni cespuglio c’è una storia di passaggi, esiti, trasformazioni.

Il capitano Bubù in realtà si chiama Bartolo. Possiede un gozzo di legno tutto scorticato, coperto da una tettoia di stoffa lisa, e le righe trasparenti lasciano ormai passare il sole. Sul fondo ha dipinto un occhio aperto “così, perché mi piaceva” dice. In effetti, vuol nascondere che quell’occhio serve a tenere buoni gli dei delle tempeste.
Ha occhi e talloni della gente di mare, e una folta barba color sughero. Parla un italiano gentile, e aiuta tutte le donne a salire sulla barca. Fa avanti e indietro tra le spiagge di Lipari – spiagge bianche, white beach, capo rosso e cave di pomice – e qualche volta arriva fino a Punta Castagna, da solo, così, per tenere aperta la strada. Quando passa sta sempre in piedi, e tiene il timone tra le ginocchia, e guarda la costa senza saziarsi.

Il fondale davanti alle cave di pomice: piatto, bianco, compatto. Vi si disegnano, in ogni direzione, le scie delle ancore. Sono come i canali di Marte, le linee della mano, i disegni dentro un cristallo di neve: casuali, e pure sempre sul punto di dirci qualcosa, di coagularsi in segni. Poiché siamo animali semantici, non facciamo che guardare, guardare, guardare, escogitando – ognuno per sé, sottovoce, nascostamente – un modo per leggere.
Sono certa d’avervi riconosciuto mappe e romanzi. Qualcuno parlava persino di me.

Arrivando a Stromboli si ha la certezza: ecco, non c'è più nulla al mondo. La terra è una palla d'acque con al centro un vulcano. Non c'è notte e non c'è giorno, c'è una sterminata luce dall'orlo viola che non fa differenza tra cielo e mare, e poi, dritto a prua, approdo inevitabile e solitario, il cono nero di Stromboli.

Nell’impasto ci sono latte, mandorle, strutto. Cannella, pimento e vino cotto. Ci sono lava, rocce quaternarie, pomice. Ci sono pazienza, rassegnazione, continuità. Ci sono attese, tragedie, barche che tornano vuote. Notti affollate, mattine sgombre come il primo giorno del mondo. Ci sono alcune spiagge nascoste, soggette agli umori del mare. Ci sono milioni di anni. Collane di pesci, collezioni di venti. Ci sono formule magiche, e gesti tramandati: non è il fuoco, né l’acqua, né la mano a compiere la trasformazione. E’ la fede nell’immutabile.
I biscotti in questione si chiamano “spicchitedda”.

La spiaggia delle cave di pomice l'ha disegnata De Chirico. I vecchi fabbricati sono quinte d'osso, perfettamente vuote, dello stesso colore della pietra madre. Mattone su mattone, sono ormai compenetrati nella natura che li ospita. D'umano hanno ancora le finestre: decine d'occhi nella sintassi di sguardi delle costruzioni. Al crepuscolo, si caricano d'una tristezza sconosciuta alla pomice, alla spiaggia, alle caverne che inghiottono acqua salata.
Noi che passiamo, invece, col cuore stretto e appeso al filo del ritorno, la riconosciamo benissimo.

La Protezione civile a Lipari è come il mare: tutti lo nominano ma non si vede. Ed è meglio così. Il terremoto è un visitatore antico, qui tutti lo conoscono e sanno guardarsi.  Dopotutto, sono terre così antiche da essere in confidenza coi grandi moti di natura, con le forze oscure che drizzano le montagne e fanno ruggire i vulcani. Sono terre così pazienti da sopportare da secoli di franarsene a mare e ricominciare a terrazzare, palettare, fare argini e scongiuri contro la notte, il mare, la forza di serpente occulto del terremoto.
La protezione civile, coi suoi baveri e i suoi elicotteri, fa sorridere chi vive da sempre tra faglie voraci e vulcani socchiusi.

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Proprio all’ingresso, tra i capitelli corinzi e i vetri fumé, c’era un invitato rubizzo seduto tra le code del frac che ripeteva: “Sono molto grato che mi avete invitato al vostro sposalizio… e vi auguro che il primo figlio sia masculo e in salute… “
Io ho detto al mio fidanzato: “Guarda, c’è un invitato che parla da solo”.
Lui ha sorriso: “E’ Luca Brasi… “.

  Sulla nave m’ero assopita, e sognavo il mio matrimonio preferito, quello di Connie Corleone. Sognavo d’essere Diane Keaton, però con la faccia (e il resto) di Jennifer Lopez, quando l’attracco m’ha svegliata coi suoi vapori di catrame. In effetti, era una premonizione: in sala c’era un sottofondo musicale inconfondibile: io e Michael, il mio fidanzato, ci siamo guardati e abbiamo annuito, e sulle note del Padrino ci siamo diretti verso i dieci buffet allestiti per ingannare il tempo mentre gli sposi facevano il giro della provincia per le foto.
  Già il kebab di carne era finito, però zuppa di mais e speck ce n’era quanta ne volevi, e anche mozzarella filante e pecorino col miele. Al banco del sushi c’era la fila, e abbiamo ripiegato sulla torta fredda di salmone e il cocktail di frutta esotica e gamberetti. Intanto gli invitati affluivano senza interruzione, e le zie davano già i primi exit poll della cerimonia in chiesa, con uno share dell’ottantacinque per cento.
 Gli aiutanti del fotografo sistemavano i cavalletti nella trincea tutto attorno al tavolo degli sposi (le telecamere le aveva la troupe viaggiante, che a quell’ora stava riprendendo il lungomare, le rovine greche, le bifore moresche e le facciate tardocondominiali della via Marina), mentre le parenti anziane e di rispetto erano già sedute ai tavoli piccoli, quelli da venti.
  Dopo solo un’ora di antipasti – i fritti (palline di ricotta, frittelle di fiori di zucca, di neonata, di melanzane, di cavolfiore, di ala d’angelo, di spatola, di porcini, di drago cucciolo) venivano serviti in vassoi circolanti da camerieri squisitissimi (il che mi ricorda care memorie familiari: quando zia Enza gira attorno al tavolo con una zuppiera di polpette per ficcarle in bocca a chiunque, senza passare dal piatto o dal consenso) – i buffet erano ancora pieni e gli invitati nemmeno un poco, ma sono purtroppo arrivati gli sposi (già i fotografi avevano realizzato millecinquecento scatti, più i filmini).
 La folla ha preso posto con movenze da stadio: nell’ala destra gli sposi, il cui tavolo s’intravvedeva appena dietro lo schieramento di cavalletti e macchine da presa, e i parenti dello sposo (cioè noi), nella tribuna di sinistra quelli della sposa, a centrocampo gli amici, gli sconosciuti, gli indefinibili, il prete e i vip.
     Io ero proprio confinante col tavolo delle zie, sotto il quale c’erano gerle e borse di carta piene di qualsiasi cosa: macchine fotografiche, scialli, otto uova di gallina per mio figlio, ventagli, taccuini, collant di scorta, acqua di rose, guanti, medicine per il cuore, pile di ricambio, fazzoletti, torce, borotalco. Anche io avevo la mia busta, e l’ho aggiunta alle loro: avete mai visto quanto sono piccole le borsette da sera? E, onestamente, si può affrontare la vita senza bauli e cappelliere? No che non si può. E nemmeno un matrimonio.
    Io ero seduta accanto al prete, come sempre: le zie pensano che sia cosa buona e giusta, per la mia anima, o forse per la sua, e ormai non ci pensano nemmeno più, a spostarmi da qualche altra parte. Chessò, vicino a mia cognata scorpionessa (molto elegante, a pois bianchi, caviglie massello e scarpe a colonnetta), a mia cugina che telefona ai morti, allo zio prestigiatore. Così, tanto per cambiare.
  Zio Canalù, dicevamo: è stato quarant’anni in Cina, in Australia, a Singapore, in Canada, in Thailandia. Faceva spettacoli di prestidigitazione, compreso il più incredibile di tutti: nascere in Aspromonte e diventare un perfetto cosmopolita dall’accento variopinto. “Ohuu very naiiisss” mi diceva con la sua voce da Frank Sinatra e i suoi modi da Carnegie Hall. Era seduto accanto alla mamma dello sposo, la zia vedova, zia Lisa, che ha un nome quieto e gli occhi azzurri ma un’indole da incendio nei boschi. E lui, lo zio prestigiatore e italoamericano, lo zio poliglotta, le faceva apparire colombelle sotto il tovagliolo, e spuntare fiori dalle caraffe e dalle orecchie dei compari, ma soprattutto le faceva sparire ogni traccia di tristezza fin nell’angolo celeste alpino dell’occhio, chiamandola “Lisetta” con la esse scivolata e infondendole una mansuetudine soprannaturale. 
 

  Abbiamo mangiato Angus in salsa di Brunello, pasta fresca con zucca e pinoli, risotto al salmone e bergamotto, e bevuto di tutto, dal Gewurztraminer (che è il mio vino preferito pure se è bianco, ma perché ha un corpo di legno e una vertigine di profumi e una consistenza narrativa da rosso) al Colomba Platino, perché mica eravamo meno internazionali dello zio Canalù, noi.
   Intanto tutti si cambiavano di posto con tutti, gli sposi erano assediati dai fotografi (che poi sapranno tutto solo guardando le foto, mica prima: sul set non si capisce nemmeno la trama, figuriamoci) e le zie giravano per i tavoli a fare le nomination (ché i matrimoni sono tutti reality, e il pubblico da casa è determinante, mica solo la giuria tecnica).
  Al nostro tavolo io, ecumenica, citavo il Cantico delle creature e il ministro Carfagna, mentre il prete firmava autografi e il nipote della signorina Pina ci abbagliava tutti col suo fermacravatta. I bambini avevano organizzato una guerra civile sui divani e la geografia politica dei tavoli cambiava a ogni istante, seguita dagli occhi ansiosi e analisti delle zie, tale e quale a Wall Street.
   Ma il meglio doveva ancora arrivare: il buffet dei dolci.
Cito testualmente dal menù (che in Calabria è una pubblicazione): torta mimosa, charlotte ai frutti di bosco, millefoglie, bavarese al cocco, alla fragola, al caffè, babà alla crema con frutta, nocciolata, semifreddi al cioccolato, alla mandorla, al pistacchio, crostata ai frutti di bosco con panna, tronchetto d’arancia, meringata alle fragole. A parte, il lago dei cigni con profiteroles e poi lei, il vero motivo (diciamo uno dei motivi) per cui non dirò mai di no a un matrimonio calabrese. La torta panna e peperoncino, di cui già si disse, e che non è un dolce, è un esperimento metafisico, una prova di fede, un patto d’alleanza con le forze oscure che ci motivano (l’amore, l’altruismo, il gusto di morte, l’errore, il coraggio, la purezza, il ricordo, la smemoratezza, la pietà).
  Era piccola, nascosta in un angolo, coi peperoncini apotropaici affondati in mezzo alla panna e puntati sulla folla. I cornetti portafortuna di tutti gli invitati (ognuno il suo, di varia forma e foggia e potere, ma lo avevamo tutti)(il mio era il corno rosso da mezzo, quello da battaglia, che prendeva buoni tre quarti della mia smilza borsina macramè) rispondevano al richiamo, in qualche modo.
  Siamo un popolo scaramantico e attento ai segni, per quanto vogliano farcelo dimenticare. Siamo un popolo antico e pieno di ferite, e non ci metteremmo mai contro la sorte. Non senza tutti gli accorgimenti possibili.
Così, quand’è arrivata la torta nuziale, che era una necropoli a grotticelle, un tempio etrusco, un mausoleo di alicarnasso (centinaia di tortine individuali avvolte nelle glassa e disposte in tre piani con terrazzamenti), è stato il diapason, e persino gli dei, lassù nel cielo profondamente viola, si sono compiaciuti.
  Io ho visto tracce di mia madre nel viso aperto di zia Lisetta, ho sentito la solita, disperata catena di sangue e rancori e somiglianze e differenze così spaventosamente intrecciata e presente, che oscillava nel buio, tesa verso la foresta familiare dell'Aspromonte e la foresta marina dello Stretto, entrambe nere e incombenti, e mi sono sentita vincere.
 Ho versato una lacrimuccia sola, piccola.
Gli dei se la sono leccata avidamente.

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Mi sembra che sia urgente ricordare a noi stessi quale sia il confine dell'inaccettabile, dal momento che c'è chi quel confine, millimetro per millimetro, lo sposta ogni giorno un po' più in là.

IO NON ACCETTO

– di sentirmi dare della "privilegiata" perché ho un lavoro

– di sentirmi una privilegiata perché ho un lavoro

– di assistere al taglio degli alberi (pini marittimi) nella strada perché danneggiano l'asfalto

– di assistere al taglio delle opinioni in tivù perché danneggiano il governo

– di lodare Alfano

– di sentire un'affermazione e, mezz'ora dopo, la sua smentita

– di considerare letteratura il manufatto cartaceo che vende di più

– di considerare musica la canzone più televotata

– di considerare spettacolo quello che alza i pollici (o gli indici) d'ascolto nel Colosseo (l'alzata di medio non è, purtroppo, contemplata, o riservata ai soli esponenti del governo)

– di dovermi vergognare della mia (occasionale) competenza

– di essere indotta ad avere paura

– di pensare che un ex principe d'una invereconda ex casa regnante possa diventare in tre settimane un ballerino professionista

– di pensare che un ex canzonettista delle navi da crociera possa diventare, con soli trecento miliardi, uno statista

– di sentire ovunque atroci bugie che nemmeno si preoccupano di camuffarsi di verità

– di avere spazio solo se compro qualcosa: nemmeno sul web esistono panchine, sono solo i sedili d'una pizzeria all'aperto (questa è per Beppe)

– di comperare una brioche al prezzo spaventoso di sessanta centesimi (ovvero, se non ve lo ricordate più, ben milleduecento lire: qualcuno s'era mai azzardato, ai tempi poetici e decimali della lira, a far pagare una brioscina vuota 1200 lire?)

– di sentirmi dire che dovrò stringere la cinghia e la colpa è del destino cinico e baro e recessivo

– di sentire che qualcuno ha proposto seriamente di costruire una centrale nucleare in Sicilia, sulla faglia di Augusta

– di sapere che magari non lo faranno mai, ma i danni del Ponte delle bugie sono già cominciati, e dureranno: la bruttezza è biodegradabile solo in milioni di anni

– di dovermi preoccupare per la tenuta della Costituzione

– di dovermi preoccupare per il dopo-Napolitano

– di dovermi preoccupare anche per il durante-Napolitano

– di vergognarmi d'avere come governante un Gino Bramieri basso

– di non avere nulla da opporre, nemmeno un'opposizione

– di accettare la prevalenza del brutto, solo perché è condiviso

– di fare del cinismo una forma di simpatia

– di avere fiducia cieca nelle maggioranze

– di scambiare il superficiale per "semplice" e "sincero"

– di non accettare la complessità perché è imbarazzante e socialmente scorretta

Naturalmente l'elenco può continuare per un pezzo.  Mi fermo qui, ché ho il cuore debole.

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 “Io sono finiana” ha annunciato senza mezzi termini zia Enza alla famiglia riunita per cena. Era così presa che ha persino rinunciato al suo ruolo preferito: somministratrice di polpette a tradimento, che è più o meno un agguato amoroso che lei, armata di zuppiera, ci tende quando siamo a tavola, cercando di imboccarci a nostra insaputa, mentre parliamo o respiriamo o cerchiamo di mangiare un'altra cosa. La zia percepisce esattamente, col suo istinto di predatrice familiare, quanto siamo indifesi, quando siamo a tavola: a volte ho il dubbio che siamo noi, il pasto.
Ma che dici?” ha esecrato zia Mariella, che comunque non è mai stata più a destra di Occhetto, massimo Veltroni, e continua a rimpiangere i tempi mitologici di Berlinguer e del nonno.
Io sono finiana, domani m'iscrivo” ha detto ancora zia Enza, dura e nera come la pietra lavica (anche se lei è biondo pechinese coi riccioli da Shirley Temple senescente).
A cosa t'iscrivi? Non è un partito!” ha sbottato zia Mariella, che già pensava a come sfiduciare quella traditrice, costringerla a dimettersi e, soprattutto, a mettere giù la zuppiera di polpette.
Certo che è un partito: si chiama Futuro in Libertà, e c'è pure Mike Bongiorno”.
Zia, Mike Bongiorno è morto” mi sono intromessa.
Ma che morto: ci sono un sacco di vivi che sono morti e nemmeno lo sanno, lascia stare” ha replicato lei col suo infallibile surrealismo magico. Cosa che in effetti è verissima: i nostri morti camminano nel corridoio coi vestiti della festa, e Mirigliani appare regolarmente in tivù, per non parlare di Donna Assunta, Little Tony o Silvana Pampanini.
E comunque m'iscrivo, perché lui ha bisogno di numeri” ha insistito zia Enza.
Quando ha aggiunto: “Ha bisogno di me” abbiamo capito tutti.
La zia continua a credere che Fini sia preciso al suo fidanzato perduto, che è una delle leggende familiari più indiscutibili, appena dopo quella della bisnonna Carmosina morta a 105 anni coi capelli tutti neri e le ali di colomba, e giusto prima di quella della cacciata del prete venuto a benedire la casa, al grido di “se mio padre non può entrare nella casa di dio perché è comunista, voi non potete entrare nella nostra”. Cosa che, obiettivamente, non fa una grinza.
Sorella – ha principiato zia Mariella, che quando la chiama col titolo vuol dire che è davvero arrabbiata – noi non ci mettiamo con quelli di destra, nemmeno se sono morti, o fidanzati”.
Lo scontro istituzionale era al culmine, e noi tenevamo il fiato sospeso: il ragù si stava raffreddando, e anche le braciole, le melanzane ripiene, i peperoni, la salsiccia con le patate e la caponatina.
Io m'iscrivo, e vado pure a votare”.
Tu non hai diritto al voto, scimunita”.
Ecco, sei come quelli del governo: quando hai torto cominci a insultare. Che vuoi fare, pubblicarmi su Libero o il Giornale?”.
Noi abbiamo pensato ai dossier di Feltri, chessò, una cosa del tipo: “Zia Enza dice di essere bionda naturale, ma abbiamo le prove che è ossigenata. Il suo parrucchiere ammette: la formula del biondo pechinese è segreta pure per me”.
Alla fine non c'era altro modo: zia Mariella ha posto la mozione di sfiducia e ci ha chiesto il voto.
Ci siamo astenuti.

 

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I cantieri eterni

 Li ho contati.
Ci sono trentasette cantieri aperti, nel paesino di pescatori dove passiamo l'estate. Cantieri per modo di dire: due operai, un vecchio cassone per i detriti, un'impastatrice piccola e un numero imprecisabile di secchi. Cantieri interminabili, durano trenta o quaranta mesi, cinque o sei anni, generazioni intere. Cantieri capricciosi: lavorano a singhiozzo, solo di mattina, solo di pomeriggio, solo nei festivi, solo nei giorni multipli di tre, solo negli equinozi. Si potrebbe leggere il futuro, le rotte degli uccelli e le probabilità del superenalotto, se si riuscisse a capire la periodicità di questi cantieri.
 Quello che è certo è che ce n'è sempre almeno uno che funziona, alle otto del mattino, poco sotto le nostre finestre. Le mattine cominciano tutte col canto della scavatrice, col ricamo del martello pneumatico, col sogno di mattoni e calce delle contrade vecchie.
 Il paesino cresce su se stesso a un ritmo vertiginoso. Le strade restano strette strette, delimitate dagli usci delle case, senza marciapiedi perché in paese non si passeggia, si abita soltanto. Si abita dappertutto, furiosamente.
I cantieri, a testa bassa, disegnano i percorsi delle case nuove scavate dentro le vecchie, in un'ondata di tramezzi, intonaci e soffittature che percorre il paese da un capo all'altro, estate dopo estate.
 Le abitazioni estive prendono il posto di quelle invernali: gli studenti lasciano i loro stendini e i guanciali ingialliti ai turisti, che poi sono solo compaesani pallidi che stanno a tre chilometri da lì ma la chiamano, ostinati, città. Le abitazioni estive spalancano i loro anditi ombrosi, pieni di bicchieri scompagnati e tavolini malfermi, guardano di sottecchi la gente nuova che sperimenta l'antica arte dell'adattamento. Tiriamo fili, copriamo divani sfondati, ripariamo prese elettriche e drizziamo gazebi di plastica: cerchiamo di abitare, a nostra volta, come possiamo.
 I luoghi resistono, perché sono fitti d'intenzioni opposte: l'intendimento di baita dei miei padroni di casa è perfettamente leggibile nelle appliques tirolesi, nelle sedie di legno di foresta, nei sottobicchieri di sughero, nei cuscini coi volants. Le mie ossessioni mediterranee sollevano al vento i lembi dei teli colorati, passano da un piatto di ceramica all'altro, si fermano sull'amaca, o nel sospiro di basilico e gelsomino della sera. Le intenzioni degli operai del cantiere che solo tre anni fa era al posto di questa casa sono visibili nella pendenza del tegolato, nella striscia di catrame che interrompe il muro a calce, nei tubi di grondaia, nelle fughe delle mattonelle cementate di bianco.
 Le case sono il risultato di lotte, contese, aggiustamenti.
Si riempiono di sottovasi, quaderni usati, stecche d'ombrellone, mestoli. Si riempiono di sonni diversi, umidità notturne, rumori degli altri cantieri.
Il paese si costruisce di continuo, demolendosi. Abitiamo macerie, e le chiamiamo, ostinati, vita.

Ahimé, sono incastrata in una falso paesino di pescatori che adesso fanno gli impiegati lsu-lpu e, nel tempo libero, i capomastri. L'aspirazione è avere una casa, "buttare la soletta", ancorarsi, abitare, abitare, abitare. Forse è troppo recente la memoria dell'isola che si scrolla le case di dosso, agitandosi nel sonno. Forse, da qualche parte sotto i pilastri di fondazione, sotto gli impiantiti, sotto il piano di calpestìo c'è l'eco degli incendi, dei pirati saraceni, degli eserciti borbonici. Ci sono le frane con gli occhi socchiusi, tutto attorno alle colline. Ci sono le mareggiate che divorano gli assiti e morsicano le pensiline. C'è la siccità nella sua veste di fiamma, seduta su una seggiola di paglia secca. Forse siamo noi, e le nostre case perenni, il sogno dell'isola.

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