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Archive for agosto 2007

vita in spiaggia (Hieronimus Bosch)

 Non è vero che lui m’ha aggredita: io fremevo dalla voglia di prenderlo a calci. Non so cosa mi prende a volte, se è il mio senso di giustizia tribale calabro, o una rabbia ancora più profonda e manichea.  
Se è il mio vero, enorme, inconfessabile razzismo che di solito, a fatica, riesco a camuffare con gli abitini stretti della tolleranza e della democrazia illuminata: io, in realtà – lo confesso, lo ammetto qui, nel territorio libero, nella casa di ringhiera, nel focolare elettronico, nella piazzetta e sul muretto del blog – io odio i cretini.
Io non sopporto i padroni della Terra (e, in questo caso, del mare), non sopporto quelli che corrono in Suv (ma la Smart è uguale, e secondo me ancora peggio) e strombazzano: attenti, passo io. Non sopporto quelli che hanno fatto soldi e ritengono sia un loro preciso dovere farlo sapere agli altri. Non sopporto i piacioni, gli immotivati, i troppo motivati. I fanatici, quelli che parcheggiano in doppia fila, quelli che buttano le cicche sulla spiaggia. Quelli che mettono la musica al massimo, fanno squillare i telefonini al cinema, a teatro, in chiesa, al ristorante. Quelli con l’ego in bragoni e occhiali da sole. Quelli furbi, quelli scafati, quelli che ci riescono ad approfittarsi degli altri e se ne vantano. Quelli gradassi coi deboli e cortigiani coi forti. Quelli che arrivano e sbracano.
Insomma.
Io quello lì l’avevo puntato da molto tempo, da quando scendeva in spiaggia con lo zuccottino bianco all’uncinetto, i bermudoni firmati e l’olio di cocco (che qui quelli fighi, che soffrono di vocali aperte, chiamano “alia di cacca”): voleva fare il macho forte – invece è solo un trippone lampadato – e ha afferrato l’ombrellone (un ombrellone da lido vecchio, tutto di legno incastagnato, pesantissimo) con una mano sola. Ovviamente, siccome ha i muscoli d’una ricamatrice novantenne, l’ombrellone gli è caduto. Proprio in testa al figlio, nove anni e una preoccupante somiglianza col padre – perché la genetica non è un’opinione ma una iattura – specie nella fronte bassa e nello sguardo da bromo.
Io da allora provavo fastidio ogni volta che lo vedevo, invariabilmente impegnato a spandere il suo alia di cacca attorno, a dare pallonate e ombrellonate, sempre più scemo, griffato, gradasso.
Ecco, io dovrei vergognarmi di questa clamorosa smentita di ogni legge di rispetto, tolleranza e uguaglianza. Ma vedete, prima avevo solo il sospetto, ora ne ho la certezza: non siamo affatto tutti uguali, ringraziando gli dei. Ci sono quelli pessimi, e non sono nemmeno pochi. E io me ne sbatto dei loro diritti a esistere, spandere alia di cacca ed essere invariabilmente molesti – e talora anche dannosi, persino mortalmente dannosi – per gli altri.
Insomma, quando oggi m’ha preso con una pallonata – non ce l’aveva mica con me, era solo un cretino nell’esercizio delle sue funzioni – non ci ho visto più, ho desiderato colpirlo e gli ho urlato un “cretino” che è rimbalzato fino al Pilone calabrese, dall’altra parte dello Stretto. Dandogli pure del tu. Io, una personcina altrimenti ammodo, dignitosa, riservata fino all’autismo. Che invece oggi era un’Erinni in bikini, desiderosa solo di menare le mani, salvare la patria, ristabilire la giustizia su un frammento di pianeta, vendicare tutti i miti, i quieti, i rassegnati vittime di continuo degli sbraconi.

  Lui si riprende il pallone e non dice niente, per cinque minuti buoni (il processore mentale, in tipi del genere, è molto lento, di solito). Poi torna e, dandomi del “lei” – ok, un punto per lui – mi chiede scusa per la pallonata, ma pretende le mie scuse per il “cretino”. Ennò. Io ti do del cretino perché non posso picchiarti. Altrimenti non ti darei del cretino, ti darei direttamente un pugno sul muso.
  Io rispondo che è da cretini giocare in quel modo violento su una spiaggia così affollata, e lui insiste, anzi comincia col repertorio del macho siculo da due soldi: “con quale maschio sei?”, per passare repentinamente a un più generico, e unisex, “ma tu chi cazzo sei?” (meno dieci punti per lui).
Mi viene vicinissimo, a pochi centimetri – siamo tutti e due in acqua, due mezzobusti anfibi e incazzati mentre attorno si stabilisce una platea avida e giustamente desiderosa di  colosseo, visto che latitanti non ne prendono più da un pezzo, da queste parti, le moto d’acqua non hanno ucciso nessuno, quest’anno, e gli intrattenimenti scarseggiano – e mi guarda brutto. Io non m’intimidisco, anzi sorrido della sua abbronzatura facciale da portatore insano di occhiali da sole da fascista. Lui mi fa: abbassa lo sguardo. Io mi faccio una risata e – sublime ispirazione – gli spruzzo l’acqua in faccia (più cento punti per me). Lui, trafitto nell’orgoglio, comincia a urlare “stronza” e a inseguirmi sollevando manate d’acqua. Ho praticamente la certezza che voglia picchiarmi, non ho paura – io sono la nipote di zia Mariella e di zia Rosalba, cosa credi, panzone, noi parliamo coi morti e mangiamo sanguinaccio, sbucciamo fichidindia a mani nude e facciamo vendetta pure nei sogni – e lo sfido: prova a toccarmi. Lui urla insulti, io gli grido: cafone (per il suo ego da Billionaire dei poveri), grasso(per il suo ego da lampadato col riporto), imbecille (perché sì). Lui minaccia d’annegarmi, io rido. Se ne va urlando, inseguito dal mio: cafone, cafone, cafone.
Ma non è vero che era lui in torto. Io lo so, io volevo davvero picchiarlo. Non l’ho fatto solo perché aveva venti centimetri e almeno cinquanta chili più di me.
E – sapete una cosa? – voglio picchiarlo ancora.
Alla faccia della diplomazia e della democrazia. E alla salute della zia.

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