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Archive for maggio 2010


T'ho sognata, mamma, con gli occhi galattici.
Vivevamo in una casa per le vacanze, sconocchiata come le case per le vacanze che ammucchiano bicchieri scompagnati, cestini degli anni cinquanta, divani trapassati e fantasmi di tavolini zoppi. Avevamo le vestaglie rosse, la tua da combattimento interstellare, quella con gli universi dentro le tasche, da dove tiravi fuori bioccoli di polveri, monete, scoiattoli vivi, forbicine, manette, aquiloni, dentrifricio, olio di ricino, bacchette magiche. La mia quella senza superpoteri che non siano il ricordo, piena di peli di gatto perché anche alle miciazze piace, ci sentono quel gusto di nostalgia e salto nel tempo che si confà alla loro natura metafisica e peregrina.
Ma il tuo grande corpo amoroso era rotto da faglie, stramature, particolari incongrui, sguardi brutti: tale e quale a quell'amore fallato e spaventoso che ci legava senza che nemmeno ce ne accorgessimo, se non per brevi rivelazioni al fosforo che ci abbagliavano. E io a un certo punto scoprivo piccolissimi lombrichi trasparenti sul tuo vestito, e li toglievo uno per uno e non capivo perché fossero lì, perché era un sogno da vigilia della Festa della mamma e dunque tu non eri assolutamente morta, non più di quanto non lo sei adesso che ti guardo nella foto appesa qui, e ti sento dentro tutta la casa che respiri e ti muovi inconcepibile come i gatti quando volano inseguendo le prede.
Mi insegui, lo so. Mi vuoi cacciare con la tua zampa piena di unghie e cuscinetti di velluto, mi vuoi uccidere e risanare, come sempre. Come quando non volevi lasciarmi uscire, e quelle diciannove ore di travaglio non erano per mettermi al mondo ma per non farmici entrare, un corpo a corpo con la vita che quasi ci uccise tutte e due, e che silenziosamente continuammo per anni e anni, fino alla fine.
Stanotte ho sognato che te ne andavi, dicevi: torno in città, e io con la mia voce nera nera d'abbandono ti dicevo: non lasciarmi qui da sola, vengo pure io.
Ma c'era qualcosa di sbagliato nella tua faccia, forse la bocca stretta, gli occhi pieni di pianeti in orbite di collisione e fermento, forse i capelli, come li portavi negli anni sessanta, quando eri così graziosa che sarebbe stato impossibile pensarti trenta chili dopo. Forse non eri nemmeno tu, ma solo io che provavo a mettermi dentro la tua vestaglia senza riuscire a trovare i comandi e fare il balzo nell'iperspazio, e tornare così vicina al tuo cuore da sentirne i colpi, enormi come un terremoto, come la spaventosa vita che ci siamo date e tolte, e così per sempre.
Ciao, ma'. Non sognarmi, là dove dormi.

ps: non so se era un sogno ammonitore, premonitore o solo incendiario. Non so se aveva a che fare con questa insopportabile giornata di rose decapitate e pasticcini. Non se se c'entra con certe spine di dolore che ti pungono anche se stai attenta e il tempo si accumula come cotone nelle stanze. Non so se c'entra coi dubbi che ho, col fatto che non capisco bene come si fa, la madre, senza pungere e graffiare e leccare via il sangue e risanare e ricomnciare a ferire. Non so.

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