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Archive for luglio 2009

  Io me lo ricordo bene, quel 20 luglio 1969.
Sbarcammo sulla luna già dalla mattina, al mare. La luna era un’impronta di sale vecchio, un osso di seppia, un muro a calce dell’estate interminabile (negli anni Sessanta le estati duravano otto o dieci mesi, con molto pane e pomodoro, peruzze e bagnasciuga), e scese a prenderci quasi subito.
Mamma, donna pratica, ci aveva messo canottiere rigate e cappellini, ma s’era interrotta chiedendosi: ci sarà il sole, sulla luna? Optò per il sì.
La luna s’era chinata vertiginosamente verso di noi, che pure vivevamo in un mondo abbastanza lento e ruminante e terrestre, ma preparavamo da mesi quello sbarco colossale. I giornali – che pure allora erano anche loro più lenti, con pagine che bastavano per giorni – pubblicavano equazioni d’accelerazione, servizi sui giunti cardanici e biografie degli astronauti come attori del cinema. La luna s’allontanava, così come la conoscevamo, eppure s’avvicinava, magnifico e hollywoodiano corpo celeste fabbricato in America.
Mamma diresse lo sbarco, che era piuttosto un imbarco, visto che quella luna sembrava proprio una barca gigantesca d’un legno secco ed azzurro: passammo sulla spiaggia, in fila indiana, coi secchielli e le palette (ci chiedevamo: ma ci sarà la terra, sulla luna?) e il cestino della merenda. La luna cominciava con una passerella di assi piccole, un acciottolato di sassi bellissimi, con una risacca leggera di schiume. Perché l’unica cosa che sapevamo con certezza era che sì, il mare c’era, sulla luna. Anzi, i mari. Con nomi poetici come Mare della Tranquillità o Mare della Fecondità. E quindi avevamo i costumini bene allacciati, per farci il primo bagno lunare.
Sapevamo ogni cosa, della luna: che attirava i lupi, i pesci e le maree. Che gradiva l’argento,che si mangiava i morti. Che aveva una faccia nascosta (ma noi la vedevamo lo stesso, che guardava giù col naso e gli occhi a punta). Che a volte era dipinta di rosso, ed era così enorme che mamma tirava dentro la biancheria, perché non ci cadesse su la polvere lunare. Che arrivava su un carro, ma secondo noi era una barca (infatti era una barca). Che penzolava dai rami, ma anche dal niente. Che a volte si piazzava nel centro esatto dello Stretto, a galleggiare cantandosi incomprensibili canzoni lunari che agitavano i sonni e i pesci. Che ad agosto non se ne andava mai da casa, dove entrava sotto forma di fiumi di latte appiccicoso, latte di mandorla probabilmente. Allora camminavamo con la luna alle caviglie, e poi facevamo storie, prima di dormire, perché non volevamo lavarci i piedi.
Insomma, si trattava solo di salirci sopra, ormai. Camminare sulla luna era normale. Faceva rumore di passerella, e odore di lido e oleandri. Faceva rumore di sandali, e odore di cabine bagnate.
Facemmo anche il bagno, in un mare a caso che sembrava preciso il nostro: freddo, blu, pieno di correnti, nervoso.
All’una eravamo a casa per mangiare le penne al sugo.

dedicato alla luna, che non è mai più stata la stessa, dopo.

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le mariecristine da vecchie

 Sono ogni anno di più, le mariecristine. Non perché figlino più di tanto: hanno circa due figli a testa, di cui una è sempre una mariacristina. Oppure lo diventerà.
Ma s’aggiungono ogni anno cugine mariecristine, amiche mariecristine, amiche delle amiche mariecristine. E a volte anche vicine d’ombrellone si trasformano in mariecristine, perché è una cosa genetica ma anche virale, innata ma anche imitativa, biologica ma anche culturale. Si nasce, mariecristine, ma anche si diventa. Spesso tutti e due.
  Le mariecristine anzitutto si chiamano Mariacristina, Mariavittoria, Mariateresa, Mariagabriella, Mariagiovanna. Non si chiamano mai Mariapia, Mariagrazia, Marialuisa.
  Le mariecristine sono vestite da mariecristine: con caftani di garza incrostati di stalattiti e stalagmiti, magliettine da tennis e vela, sottovesti di pizzo o cotonine a nido d’ape o forse di vespa. Sotto, portano costumi laminati incastonati da profilati d’alluminio, gioielli romanobarbarici, denti di squalo. Sopra, portano borse gigantesche, di plastica pop, o paglia intrecciata a forma di fienile, oppure pelle di armadillo verniciata di rosso con oblò da veliero e portacellulare in nabuk tirolese.
  Le mariecristine sono state in crociera, e continuano a parlare del ponte di sopra e di sotto, e della piscina salata. A mare non si bagnano mai perché il bagnasciuga è sassoso, l’acqua fredda, i bagnini irriverenti. Però si piazzano a cinquanta centimetri dall’acqua e richiamano i figli con lunghe strida di capodoglio offeso oppure orca morente. I figli le ignorano e continuano a tirarsi pietre di fondale, meduse morte, coltelli da sub.
  Le mariecristine non prendono il sole, perché tanto si sono già fatte le lampade fin da aprile, e sono tutte marroni scure. Le mariecristine profumano di cocco, sali del marcaspio, alghe norvegesi, Chanel numero cinque.
  Le mariecristine non mangiano, ma producono tonnellate di insalata di riso scondita, panini con la bresaola appassita, macedonie di pera triste.
  Le mariecristine fumano molto, soprattutto sigarette sottili che spengono nella sabbia e lasciano lì, macchiate di rossetto. Alla fine di agosto ci sono più cicche di mariecristine che sassi, nel mediterraneo.
  Le mariecristine hanno bracciali, collane, orecchini da guerra. Amano i cerchi d’argento di trenta centimetri di diametro, oppure i gioielli di famiglia d’oro cesellato a forma di tempietto barocco. Portano pure cavigliere piene di sonagli, e quando passano fanno rumore di monatti in processione. Le mariecristine amano molto gli ambulanti della spiaggia, e li ospitano spesso sotto i loro ombrelloni e passano ore e ore a guardare le collane e gli orecchini, a provare gli anelli sollevando la mano e mostrandola alla mariacristina accanto, che ogni volta annuisce scuotendo la criniera ed emettendo un caratteristico leggero barrito. Ma poi quando devono comprare cominciano a piagnucolare dicendo che non hanno soldi e il marito s’arrabbia e se possono pagare in trenta rate da venti centesimi.
  Le mariecristine non leggono, non ascoltano musica, non guardano il mare. Si guardano tra loro, accostando le teste mesciate, e parlano di mariti e malcontento e altre mariecristine di altre spiagge.
  I mariti delle mariecristine sono uomini annoiati con bragoni fino al ginocchio e orologi fantasmagorici che si collegano ai satelliti e cercano da soli i negozi online. Sono calvi, di solito, con brevi pizzetti e pelo rado sul petto. Sono molto avvocati, o molto bancari.
  I mariti delle mariecristine vengono solo nei fine settimana, e le mariecristine dicono: “Ragazzi, c’è papà oggi”, e i ragazzi le ignorano e continuano a tirarsi pietre di fondale, meduse morte, coltelli da sub. Poi le mariecristine distribuiscono l’insalata di riso e si sdraiano sul lettino, stanchissime.
E’ un duro lavoro, essere mariecristine, ma qualcuno deve pur farlo.

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 A noi c’ha rovinati la televisione (per tacere dei padroni, della televisione).
Per esempio, il matrimonio di mio cugino. Ho un centinaio di cugini, di tutte le taglie, e spesso si sposano (no, mai tra loro). Io amo i matrimoni, specie quelli calabresi che sembrano sempre il giorno prima della fine del mondo, quando si deve dare fondo ai granai e bere tutte le botti. Stavolta era un matrimonio misto, però: siculo-calabro e pure un poco polacco.
  Io mi sono presentata vestita da invitata fescion al tempo di Villa Certosa. Abitino nero corto ma sobrio (come si raccomandava alle signorine del papi), scarpina molto decoltè, acconciatura tardo barberini alla piastra, trucco multimediale, contenuto accenno di sciòllero nella stola in lino filo di ferro (ma la borsetta era un cimelio familiare, ereditata da mamma: se ci metti il naso dentro, ma assai dentro, puoi sentire una piccolissima preziosa riserva del suo odore perduto).
  La chiesa era molto polacca, ancorché ubicata nella riviera sfigata di Messina (sarebbe quella opposta a Taormina, lungo il Tirreno: è più bella dell’altra, ma non lo sa nessuno): dedicata alla Madonna di Częstochowa, ma concepita come una serra, col tetto di vetro su cui premeva l’azzurro implacabile del luglio siciliano. Dentro la chiesa c’era una temperatura stabile di 47 gradi centigradi, ma i fiori dei giganteschi trofei bianchi resistevano: mia zia, la mamma dello sposo, aveva ordinato un numero imprecisato di orchidee tropicali transgeniche inox diciottodieci, minacciando di morte – ma con la sua consueta aria soave e gli occhi molto celesti – il fiorista. E poi aveva disseminato per i banchi ventagli di legno sottile legati con un nastro coi nomi degli sposi: nella prima mezzora d’attesa era già nato un fiorente mercato nero del ventaglio augurale che coinvolgeva tutti i presenti.
  La sposa era in ritardo, lo sposo bellissimo, la mamma dello sposo, con gli occhiali da sole (è una malattia di famiglia: siamo misteriosamente fotofobici oppure bisognosi di trincee di buio, non so. Mia madre portava occhiali da sole sempre, anche di notte, e mia zia credo sia l’unica mamma di sposo, nella storia dei matrimoni, che abbia fatto le foto in chiesa con gli occhiali da sole), spacciava ventagli e il sole non accennava minimamente a mollare la presa sul tetto scintillante e sulle meningi dei convenuti che intanto continuavano a convenire e riempire gli spalti, come in una domenica di derby. Ogni tanto facevano la ola per rinfrescarsi, o litigavano per l’ultimo ventaglio. La zia piangeva di commozione dietro gli occhiali da sole.
  Le invitate fescion erano un sacco, e quasi tutte uguali: capelli piastrati, gonna a palloncino, ombretto scintillè, nuances di viola in scala cromatica. La zia le guardava con occhio critico e le disponeva per sfumature lungo la navata. L’altro criterio era quello del pronto soccorso: erano tutti medici, come gli sposi, e venivano disposti secondo le specializzazioni. Avanti endocrinologi e chirurghi, in mezzo pediatri e analisti, nelle retrovie, per carità, psichiatri e oncologi. La zia li smistava efficiente come la segretaria del padiglione A del policlinico, e avrebbe preso pure qualche impegnativa, nel caso. Ma non prima di settembre, signora mia, che la Tac è guasta, gli infermieri in sciopero e le sale operatorie sequestrate dalla magistratura.
E comunque erano tutti eleganti, compresi i primari e soprattutto le primarie. Mia cognata la scorpionessa aveva un tardovalentino fasciante che minimizzava il suo posteriore normalmente grande quanto la Basilicata. Anche perché sapeva che l’avremmo ammirata soprattutto di spalle, visto che si posiziona per prima davanti al buffet per non perdersi nulla: leggenda vuole che a casa sua non si mangi per almeno due giorni, prima di un matrimonio. Tanto, i matrimoni calabri sono famosi per dar da mangiare agli affamati, e dovrebbero essere menzionati sui bollettini FAO, per questo.
  Il matrimonio di mio cugino il dottore non faceva eccezione.
Una barca piena di pesce, con due pescespada interi (spada compresa, e mia cognata s’è informata se si poteva fare arrosto pure quella, in caso), dentici e ricciole grandi come squali, secchi di scampi, astici vivi che agitavano le chele, ignari come tacchini il giorno prima di Natale. In un angolo si friggevano neonata e franceschini (che non si chiamano Dario e sono molto molto più utili all’umanità), c’era un bancone del couscus e uno delle braciole di pesce (stecche da sei, peso medio due chili e mezzo, farcite con mollica consata e capperi extralarge). Un buffet di antipasti, uno di aperitivi, uno di dolci con trofei di frutta da fare invidia a Bomarzo: angurie smisurate scolpite in forma di cigni, ghirlande, quadri pop. Mezzi ananas riempiti di fragoline, gelsi neri, palline di melone. Un buffet di frittura, un buffet di arrosti. Mia cognata era davanti a tutti quanti, contemporaneamente.
  Nelle retrovie, sotto gli alberi, un quartetto d’archi alternava Piazzolla a Bach, scatenando insani istinti tra gli invitati. Perché, come dicevo prima, a noi c’ha rovinati la televisione. “Amici”. “X Factor”. "L’isola dei famosi".
 Ha cominciato il prete, in chiesa. Dopo una funzione durata quasi due ore, con molti colpi di scena (tipo il battesimo collettivo, con lui che passava tra i banchi e ci spruzzava addosso acqua santa, tanto che ho temuto che qualcuno – per esempio mia cognata – reagisse come la protagonista dell’Esorcista  e cominciasse a vomitare verde)(ma per fortuna c’erano un sacco di gastroenterologi , tra il pubblico), il prete ha detto, serafico e fresco, malgrado la cotta di lana con stalattiti e stalagmiti dorate e gli ormai 50 gradi dell’ambiente: “E ora voglio fare un regalo agli sposi: canterò una canzone”. E, con voce stentorea e  pavarottica (la stazza era uguale a quella dello scomparso Maestro di Modena) ha attaccato un’imitazione della colonna sonora del “Re Leone” che è durata un quarto d’ora abbondante. Il pubblico in corsia, per quanto estenuato, ha applaudito con vera partecipazione: eravamo al reality “Oggi mi sposo”, dopotutto.
  Lo stesso è accaduto alla cena: mentre gli archi suonavano e i commensali andavano e venivano dai buffet (tranne mia cognata, che consumava sul posto per non perdere la priorità acquisita), un invitato, un giovane medico di belle speranze, ha preso la parola. “E ora voglio fare un regalo agli sposi: canterò DUE canzoni”. “E tu” di Claudio Baglioni e “Il cielo in una stanza” di Gino Paoli: mica cotica.
Appena ha cominciato, con aria ispirata, ci siamo tutti guardati in faccia e abbiamo detto, all’unisono: era meglio il prete.
 Né è mancato il momento della poesia. Un ulteriore invitato, incoraggiato dalle performances (ed educato da anni di tivù), ha voluto condividere con noi una poesia sugli sposi (ma sarebbe stato più appropriato dire contro gli sposi).
Alla terza esibizione qualcuno ha cominciato a fuggire, accampando scuse di sosta vietata e nonne molto malate. La zia – che finalmente s’era tolta gli occhiali da sole e provava la nuovissima postura da suocera – smistava bomboniere a bordopista e allestiva set fotografici.
Io, dopo aver meditato a lungo se a mia volta ballare un tango con lo zio (che poverino era in piena sindrome d’abbandono e guardava suo figlio con occhi straziati), ho desistito: apparirò solo nelle foto d’ordinanza, con molto rimmel segnaletico.
   Infine: la tv s’è infiltrata persino nei matrimoni calabri. Malgrado gli sposi amorosi, le zie chiaroveggenti e i riti pagani dell’abbondanza. Al prossimo sono sicura che ci chiederanno il televoto. E noi, noi glielo daremo.

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Che Siracusa è sempre diversa lo sapevamo: basta sorprenderla di notte, quando i palazzi barocchi si sgranchiscono e agitano le cuspidi. O quando l’alba si libera d’improvviso da un punto imprecisato del mare. O quando la luce si deposita sulle facciate di pietra gialla in moto ondoso, e ne saltano pesci, parapetti di ferro battuto, ciglia nere.
Ci aveva promesso un sacco di tango, come fa sempre. Ma nessun tango somiglia mai ad un altro (Eraclito diceva che non ci si bagna mai nella stessa acqua, perché “panta rei”, e chiaramente si riferiva alla ronda), e così Siracusa ha fatto, come sempre, di testa sua.

La ronda delle pance
Il tango è virale, sapevamo anche questo. Si trasmette con batteri invisibili, strette di mano, spettacoli casuali, abbracci. La pandemia è in corso da molti anni, e ogni giorno conquista nuovi territori: Giappone, Siberia, il mio tinello, la zia coi baffi. Ora scopriamo anche di più: il tango è addirittura fertilizzante.
Demetra, dea delle messi (ma anche dei papaveri), s’è messa anche lei a ballare: mai viste tante pance, attorno al tango. No, non mi riferisco a quella di Julio Balmaceda, che è pur sempre ottima e abbondante, come tutto quello che lo riguarda (eppure dovevate vederlo ballare un valzer leggiadro, o una milonga a passi piccolissimi coi suoi piedoni smisurati, la sua barba da mangiafuoco, la sua giacca da giostraio).
Corina De La Rosa, Barbara Forte, persino l’altra Barbara, la ragazza delle scarpe Flabella (possiede nel suo negozio una parete piena di scarpe scintillanti che s’arrampicano fino alle stelle)(se ci passi davanti nella notte d’Ortigia senti distintamente i tacchi ticchettare, forse in una ronda tra loro invisibile a noialtri) erano molto molto incinte.
E immaginate quei piccoli immersi in un brodo di tango fin da adesso, attraversato da violini e bandoneon (e persino dal sibilo di missile dei voleos: Barbara Forte non ha rinunciato a esibirsi con Claudio e anche con Julio, strappandoci ohhhh di autentica meraviglia e persino qualche stilla d’invidia, noi che non siamo di sette mesi eppure un voleo così antigravitazionale non lo faremo mai e poi mai).
Insomma, la mamma dei tangueri è sempre incinta. E questa è una grande consolazione.

La loghèscion
Ragazzi, il G8 del tango ha tenuto le sue furibonde consultazioni in un luogo antichissimo: il ritrovato Castello Maniace, sulla punta del muso di coccodrillo di Ortigia allungato nel mare.
Una fortezza che fu abitata da regine e da soldati, dove si tennero banchetti e stragi, adunate e feste, e il sangue si mescolò alla polvere da sparo e alla salsedine metallica del mare orientale dalla luce di specchio. Due arieti di bronzo fuso in Grecia lo sorvegliarono per anni, e poi divennero il prezzo del tradimento (c’è sempre, dietro le pietre antiche, una Sicilia di compravendite di anime, di inquisizioni, di tradimenti atroci e violenze trionfanti, una Sicilia ingiusta dove si fonda la fortezza di metallo dell’ingiustizia di oggi): in una notte aromatica del 1448, dopo un banchetto sontuoso nelle sale del Castello, il capitano Giovanni Ventimiglia fece uccidere tutti gli invitati, nobili siracusani frondisti che s’erano ribellati.
Succede spesso: il tango s’impadronisce di luoghi dalla storia stratificata e antica, luoghi alternativamente giusti e ingiusti, splendenti e decaduti, e porta la sua particolare rinascita. Ora c’è un tappeto di passi, in tutte le lingue tanguere conosciute, nella piazzaforte, tra gli archi barocchi spalancati, sotto le bandiere.

Tango global
D’altronde, ce n’erano proprio di tutti i colori. Cineserie, mitteleuropa, perfida Albione, Grande Madre Russia. Persino Aspromonte, Cipro e Atlantide. Isola d’Elba e Avalon.
E’ stato un festival multietnico: non più, non solo, la classica contrapposizione-fusione Europa-America, con la Francia e l’Argentina che si cercano senza trovarsi mai (ma abbracciate strette, a sedursi e pugnalarsi come nel tango).
Ho conosciuto un tanguero agrigentino-romano specializzato in porcellane Ming: le cinesine dal tacchi metallizzati e il sorriso ineffabile sedevano di solito in file da alveare sotto il traliccio delle luci, a fingere attesa e sottomissione, vere Cio-Cio-San da guerra.
Il mio B&B era infestato da inglesi smisurati con un numero spropositato di gengive e il classico stile tanguero britannico: moto ondoso permanente, come una traversata Dover-Calais forza nove.
E le russe: russe lattee con falpalà soprannumerari e controvoleos molotov, ben rappresentate dalla sottile Veronica Toumanova che si è esibita con l’enfant prodige aretuseo Fausto Carpino (ma io l’ho apprezzata forse di più allo Zen, a condurre da uomo in tappine infradito e sguardo leninista). L’unico russo che aveva cominciato a ballare il giorno prima (anzi la sera prima, sul tardi) l’ho beccato io. Era così giovane che ho temuto un’accusa di pedofilia, così alto che mi guidava con l’ombelico e così atrás che m’è venuto il mal di mare. Mar Nero, ovviamente.
Poi molti francesi, mais oui, gli ovvi argentini, molti dei quali veroneggianti (e s’è sentita, la mancanza dello sguardo assente di Pablo Veron), e un certo numero d’imprecisati baltici.
E qui dovremmo menzionare una questione sempiterna: la taglia.
No, non nel senso che le dannate della tappezzeria (tra cui la scrivente, soprattutto in certi momenti) metterebbero volentieri anche una taglia, sul bailarino omittente (ma potremmo anche arrivarci, in un futuro prossimo, se continuerà la crescita zero dei tangueri maschi…).
Ci sono tangueri XXS e tangueri XXL. Di rado trovi una confortevole M calibrata.
Ho visto cose che voi umani… olandesi volanti alti come tralicci, filippini tascabili. Il classico diabolik nordico: pelata lucida, camicia scura, pizzetto transitivo. Il romano che si riconosce da lontano: camicia troppo bianca, unghie burine, invito al quarto tango della tanda… E poi la mediterranea, l’arioeuropea, l’ugrofinnica.
Ho visto tangueri fuggire dopo un incauto invito: “Era lì, sembrava piccola… quando s’è alzata era alta come la sorella di Frankenstein…”.
O aggirarsi, squali da pista, calcolando a occhio altezze e pesi. Ma attenzione: ci sono modelli contraffatti: la tanguera d’ovatta con struttura in adamantio (il metallo di Wolverine), che poi è la versione femminile del tanguero piombato, le cui scarpe di pelle nascondono suole di kriptonite e rostri come il carro di Ben Hur.

Eppure, resto del parere che il tango è una prova di fratellanza, di superamento di barriere etnico-fisiche. Un tanguero lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia…
Sogno di ballare con un fiammingo di due metri e trenta, ed essere felice, laggiù.

La mirada casuale (o ACPP)
Avendo fondato, nei momenti di panchina, un’agenzia di servizi a bordopista (distribuzione cerotti antivesciche, collocamento tangueros, consolazione naufraghi da ronda, informazioni turistiche, telefonia, comunicazione wireless), ho avuto modo di raccogliere gli sfoghi di numerosi cavalieri, in presa al più classico dei problemi da festival: la mirada.
Abbandonato il confort delle milonghette invernali, dove – forte della propria precisissima carta nautica – domina tutta la situazione, il tanguero medio può cadere in preda al panico da abbondanza, allo strabismo da Dioniso.
“Ho perso due ore a individuare quelle con cui volevo ballare, e altre due a cercarle nella folla, senza trovarle più… “ m’ha confessato un conterroneo.
Sarà che, a volte, quelli con cui vorremmo ballare non esistono, sono miraggi a bordopista, allucinazioni da inedia, proiezioni troilo-freudiane. O sarà che, in effetti, quando la massa ballante è di proporzioni da battaglione, diventa molto difficile incontrarsi con l’immaginario.
Alle donne consiglio pertanto l’abito segnaletico: signore, lasciate l’abitino nero tanto fescion all’inverno, e osate. Una tunica arancio, vi garantisco, vi renderà catarifrangenti in modo indimenticabile. E sappiate che il panta-pascià laminato, pezzo forte del look di quest’anno, non funziona comunque: è un equivalente ottico del nero (oltre a costituire reato estetico, nella terra di Giotto, Caravaggio e Giorgio Armani).
Ma agli uomini consiglio più scioltezza e ardimento: osate, che diamine.
La mirada casuale (o ACPP, a ccu’ pigghiu pigghiu) può riservare soddisfazioni, oltre a garantire una cosa fondamentale, nel tango (e probabilmente nella vita): la mescolanza di geni, il meticciato. Lo scambio, accidenti. Così, senza rete. Una cattiva tanda non vi ucciderà, e forse farà felice qualcuna. Forse persino voi.

Tango zen
“Mi è sembrata una milonga molto poco zen”, m’ha detto albionico uno degli inglesi del protettorato britannico del mio B&B, a colazione.
L’anno scorso era ancora un luogo di nicchia, dove i temerari s’abbracciavano sotto la canicola o, peggio, s’abbracciavano in perizoma sotto la canicola. Quest’anno è fiorita una tettoia, ma è anche vero che ci sono andati proprio tutti, sotto. Più coperti, per fortuna (a parte il tanguero catanese che s’ostina a ballare in mutanda da carabiniere, calzino a mezz’asta e scarpa lucida, o il Big Jim palermitano che, scusate, dopo tanto bodybuilding e uova frullate crude a colazione mica si poteva mettere una maglietta)(meglio i baltici, che avevano la stessa canotta da biker della milonga della notte prima, o anche di tutte le notti prima) .

Caposselianamente vostri
L’esibizione caposseliana di Pablo Inza ed Eugenia Parrilla: sulle note sghembe di “Con una rosa” (e qualche volta bisognerà esaminare scientificamente la misteriosa relazione tra Capossela e il tango: da sempre lo infiltra, s’infila nelle cortine, s’intrufola tra i cd. Sarà che è anche lui obliquo e inafferrabile e meticcio?) sono stati molto fascinosi. Il loro spettacolo è stato estremo: ai confini del tango. Come se si divertissero – anche nel look (pantaloni larghi, guanti da kickboxing, pompon rossi) – a spingere il tango altrove e oltre. Chissà dove.

Temperatura e contrappasso
Festival del contrappasso. Dopo gli altoforni delle due edizioni precedenti (le lezioni da campo di sterminio nel Paladanze a fuoco lento nel sole di Siracusa, che è a sud di Tunisi e si sente), la soave aria condizionata dei bellissimi saloni dell’Hotel des Etrangers l’abbiamo pagata cara: esiste un contrappasso, nel tango o meglio nella vita. Lì nel castello, a spartire il mare, i venti salati, capricciosi, soffiavano con intensità da Blizzard: le soavi pashmine con cui siamo solite abbigliarci non bastavano. L’anno prossimo mi compro una tuta da sci.

La Cortina, questa cenerentola
E invece no, a parte il venerdì, in cui la cortina è stata solo una: il jingle del Brodo Maggi ripetuto compulsivamente fino alla crisi nervosa, è stata la rivincita della cortina, che dovrebbe sussistere come genere musicale a sé, come capitolo obbligatorio nella formazione dei dj.
Bellissime le cortine di sabato: anni Ottanta, i reganiani anni Ottanta che alla maggior parte dei festivalieri smuovevano tonnellate d’inconscio.
Io mi fregio e mi pregio dell’amicizia d’una musicalizadora sopraffina (sì, è HastalaMilonga), che cura la cortina come le tande, ne fa un discorso nel discorso, una spina dorsale musicale che spartisce i tanghi, li incornicia, li evidenzia, li annuncia, come se ogni milonga fosse quello che, in realtà, dovrebbe essere: un anello di musica ininterrotto, che ti prende sul bordo della notte e ti restituisce dopo, sull’orlo d’un altro mare.

Nazitango
E’ uno sporco lavoro, parlarne, ma qualcuno deve pur farlo: c’è un razzismo sottile e latente (ma a volte nemmeno troppo, latente), in certe consorterie tanguere. I Goebbels di turno, appena arrivati in pista, fanno come gli ufficiali nazisti sulla banchina della stazione: tu di qua, alla ronda, tu di là, al gas. Poco ci manca, qualche volta, che si mettano a distribuire stelle gialle – per noi volenterosi principianti, per noi apprendisti perenni, per noi onestamente, sanamente mediocri – da appiccicare sul decoltè. O a tatuare numeri sul braccio (il destro, così che nell’abbraccio sia bene esposto).
Intendiamoci, tutti facciamo valutazioni a bordo pista: la milonga è piena d’occhi, è un luogo dove ci si guarda, dentro e fuori. Ma la spocchia, l’albagia da voleo, la discriminazione da gancho o, peggio, da look ¬– talora accompagnati da sistematico svilimento e da dileggio a bordo pista del ballante per caso – risultano francamente insopportabili e turbano irreversibilmente le anime belle (ho in mente una deliziosa fanciulla forlivese, ballerina soave ma timida d’approccio, ingiustamente maltrattata dal Sor Tangurio di turno, proteso a cercare apilamenti con ben altri pettorali: l’effetto-Villa Certosa funziona anche nel tango, ahinoi).
Sapevamo per esperienza che fenomeni del genere, consorterie di naziskin del tango, esistevano altrove (in altre città siciliane con la C, per esempio)(no, non Caltanissetta), ma nei due anni precedenti non le avevamo mai viste all’opera qui. Anche Siracusa è caduta.
Magari l’anno prossimo ci facciamo tutto un abitino segnaletico, di stelle gialle…

Il tango al tempo di feisbuk
Tutto un “ci vediamo lì”, e poi aggirarsi con aria perplessa: ma sarà quella, la sirena ascellare? E la panterona double-face? E quell’occhio celeste, perché attorno c’ha i crateri lunari? E il sirenetto, non sembrava così… tascabile…
Oppure il dopo-tango: “Scusa, sei su feisbuk?” “Sì, ma lì mi chiamo George Clooney”; “Dai, che quando vado a casa ti amicizzo”; “Ma tu come l’hai trovata la partner?” “Su feisbuk. Solo che pensavo fosse un’altra…”.

Il tango non euclideo
Per un tango passano infinite rette. E’ stato un festival d’incontri, in cui è stata più chiara che mai la natura di comune, di condominio e di casa di ringhiera del tango. Che sì, vabbè, avrà i suoi Sor Tanguri e le sue SS, i suoi razzisti e le sue kapò, ma resta un luogo in cui si cerca la promessa d’un abbraccio, d’un incontro, d’un frammento di felicità da tre minuti.
E’ stato bello rivedersi, e anche non ballare in pista ma con gli occhi sì, con la voce sì. E scoprire i nessi incredibili tra le persone, le figure geometriche non euclidee che il tango disegna, architetto d’emozioni che non è altro.

Arrivederci al prossimo anno.

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