Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘serie tv’

Jonas prima e dopo

Lo so, da un’orfana di Gomorra e Game of Thrones non accettate consigli, ma questo, vi prego, tenetelo in considerazione: Dark, due stagioni (la seconda appena rilasciata) su Netflix.
Andateci diritti, senza leggere nulla prima: sono decisamente fuorvianti le etichette tipo SF, thriller, (diocenescampi) fantasy. Sì, parla dei viaggi nel tempo, ma quelli privatissimi, quelli dentro le nostre private ossessioni, dentro i motivi per cui costruiamo la nostra vita in un modo piuttosto che in un altro che pure sembrava più giusto, più vero, a volte persino più facile. Sì, parla di una comunità (tedesca, per giunta, quella di Winden: dopo “Les Revenants” mi è apparsa chiara la riserva di letterarietà, di narratività pura che la vecchia Europa possiede. Altro che riserve auree! Potremmo nutrire di storie tutto il mondo, per l’eternità) piccola, chiusa da un bosco o meglio chiusa in un bosco che circonda una centrale nucleare, e ogni attraversamento passa dal bosco. Compresi quelli nel tempo, che qui, finalmente, non sono trionfalistiche conquiste scientifiche cromate e lucenti: sono piuttosto percorsi in cunicoli di terra, grotte segrete, al massimo ingranaggi da vecchi orologiai, lancette e rotelle e la buona vecchia meccanica che fa un baffo, un baffo umbertino, all’elettronica.

All’inizio sono pochi, spersi, confusi: i viaggiatori loro malgrado, quelli che restano intrappolati in un tempo che non è il loro. La periodicità è 33 anni: dal 2019 l’ingresso obbligato sono gli anni Ottanta, quelli delle spalline, dei capelli spezzati e cotonati, delle band. E presto vediamo i personaggi, tutti i personaggi, quelli che viaggiano e quelli che non concepiscono nemmeno una cosa del genere, nella loro unica e doppia identità: com’erano, come sono diventati. Le coppie impensabili, le coppie inevitabili, le traiettorie impossibili, i rancori e gli amori che finiscono per assomigliarsi, e non solo covano dentro ciascuno, ma sono la vera macchina del tempo, quella che il tempo lo azzera, perché non c’è niente di più persistente e uguale a se stesso di un’ossessione. Hannah che ama Ulrich, ma il suo amore è una vendetta; Catarina che ama i suoi figli, ma il suo amore è una guerra; Jonas che ama suo padre, e non abbastanza se stesso, mai; i semplici come Magnus, i riprovevoli come Helge, i caritatevoli come Ines, i coriacei come Charlotte, i feriti come Mikkel. E a un certo punto le linee temporali si sdoppiano e si triplicano, i personaggi incontrano se stessi (il vecchio paradosso del tempo è agito con la mano di un Eschilo: le ossessioni di tutti ricadono su tutti, i padri e i figli sono la medesima cosa, a volte letteralmente…), cercano di impedirsi cose e per questo le facilitano, si consegnano lettere, oggetti, rivelazioni (non lo facciamo ogni volta che riceviamo da noi stessi un segno, ritroviamo cose che ci appartenevano, recuperiamo pezzi di noi? Non ci ritroviamo, a volte, dopo aver scavato a testa bassa nei cunicoli in un viaggio impossibile dentro una grotta spaventosa?).
E il bello è che tutto ciò – nella sua complessità e nel suo ardimento – è davvero trascurabile davanti all’obiettiva bellezza perturbante di questa intuizione: ogni vita è per sempre, ogni attimo è il baricentro del tempo. I nostri sentimenti vivono e agiscono, le sensazioni non vanno perdute, gli sbagli sono inevitabili, ma tanto la verità cambia continuamente di posto, oppure striscia nei cunicoli sotto le grotte, e quello che 33 anni prima è sacrosanto e limpido diventa oscuro e inconfessabile 33 anni dopo, il gesto eroico diventa meschino, lo slancio amoroso si inacidisce in vendetta, la generosità muta in egoismo, solo di scala più vasta. Eppure la verità tutta umana della nostra cecità, della buona fede dei nostri cuori, dello sforzo che facciamo ogni giorno resta intatta.
Sicché vedremo alcuni morire di caparbietà e ricerca, presi per folli e uccisi in un tempo diverso dal loro, dove però continuano a vivere come stimati cittadini, o silenziosi sofferenti. La ricerca di alcuni verrà premiata da un nuovo passo avanti, sia pure verso la rovina; quella di altri sarà interrotta. Ma è il gioco della vita e della morte, il solito.
E’ l’altro grande – o forse il solo – paradosso del tempo: tutto muta e tutto persiste.

Guardatelo, per favore.

Annunci

Read Full Post »

Lamica-geniale-1

Avete presente, sì, quello snobismo cretino per cui quando un libro, un film, una serie tv lascia tutti entusiasti tu sei colta da Scuntentizza Grave A Prescindere, o Ripulsa Programmatica, o qualsiasi altro modo vogliate usare per definire il “preferirei di no” che sostituisce il solito “sì, sì, sì” (ovvero, Bartleby che prende servizio mentre Molly Bloom è in permesso)? Ecco. Con “L’amica geniale”, libro prima e serie tv dopo, a me è successa questa cosa. O meglio, mi stava succedendo, ma poi una mia amica geniale ne ha detto cose che io, come una Lenù calabrese ma spiccicata, ho subìto come ogni volta che lei capisce le cose prima di me, meglio di me, invece di me. Che io pure, quando essa, Lila mia, parla mi sento un’imbecille, perché lei mi spiazza, e mi gira e mi vota e mi furrìa il mondo e me lo riconsegna capovolto e nuovo, e dice “ecco, accussì sta mieglio”, e io invece d’essere colta da diffusa piromania, come sarebbe mia indole veritiera, vorrei fare qualunque cosa esiste sulla Terra per compiacerla, per rallegrarla, per inseguire in qualche modo inevitabilmente goffo la curva perfetta della sua gittata. Anche se  il suo volo è inevitabilmente diretto, ogni volta, verso un abisso, uno schianto o quantomeno un buco nello scantinato, dove lo sanno tutti che abita il diavolo.

Ecco, l’effetto-amica-geniale è il solo che possa contrastare l’effetto-sono-troppo-famosi-per-piacere-a-me. E infatti.

Penso che nella vita di tutti c’è una Lila irraggiungibile, e non ci sono pagelle e diligenza e nemmeno botte di culo che tengano: lei è esattamente quello che ti manca, quello che fa curvare l’orizzonte, quello che fai tanta fatica a raggranellare nel resto del mondo. E tu, chiunque sia, sei Lenù, bellina ma non abbastanza bella, o bella ma non meravigliosa, mai meravigliosa, mai spaventosa, mai con gli occhi che vedono oltre, dove la tua dabbenaggine lenuesca vede cose consuete, e i suoi invece bucano tutti i veli, e scorgono i demoni profondi, o le divinità dorate e spietate che stanno oltre, e forse sono la stessa cosa, ma questo tu, tu, Lenù, Lenù, non lo saprai mai.

E non ti viene, con Lila, nemmeno la competizione – che pure sarebbe una cosa tua, una cosa persino facile – , perché tu lo sai che lei è imprendibile, è fuori scala, e richiede tutte le risorse generose del tuo cuore zittito e appagato solo dalla sua attenzione, dal suo affetto selvatico.

Ora io non ho ancora letto i libri (vi confesso che trovavo più o meno disgustosa tutta quella bagarre su Elena Ferrante: ma avete davvero mai visto un autore che ha qualcosa a che fare con le sue opere? ma ve ne frega così tanto davvero?), e mi auguro che non mi rovinino tutto, ma sto guardando la serie di Saverio Costanzo e ne sono profondamente avvinta. Per la qualità della storia, la potenza degli archetipi che smuove, la narrazione della violenza pervasiva che è l’unico legame tra i personaggi. Una violenza verticale, di classi, che pure segna la sostanza in qualche modo omogenea del Rione, dell’appartenenza che non si discute e non si interroga, si subisce e basta. Una violenza orizzontale, dentro ogni famiglia, ogni nucleo, dovunque esso si collochi nella geografia sociale e abitativa. Una violenza di genere, ulteriore e trasversale: la più ingiusta di tutte, la più cruda.

I gesti di tenerezza in questo mondo non esistono, o sono pronti a volgersi in furore nello spazio d’un istante. I sentimenti sono assieme istinti primordiali e lussi che nessuno si può permettere.

Le madri sono tutte spaventose: grandi madri steatopigie ma scavate dall’afflizione, dedite in modo autolesionista, sempre circondate e oppresse da bambini (tre, cinque, sei), sempre sottomesse ma colme di rabbia (fa eccezione Melina, la pazza del quartiere, che infatti non si cura dei figli e non nasconde la sua passione malata per il marito di un’altra). Strette tra l’osservanza di virtù arcaiche e nuovo decoro borghese e il collaborazionismo col maschile distruttivo. Incapaci di fare posto alle figlie, alle quali si affrettano a indicare – a cercare di normare – il femminile come calvario, colpa e vergogna da nascondere come il sangue mestruale.

Forse non ci crederete, ma ho capito molte cose di mia madre – cresciuta in un luogo molto simile a quel Rione concentrazionario, con tratti molto simili a quella Lila, con una sfrontatezza che era un grido, un senso della libertà che scontava ogni giorno come una colpa, un’acutezza ribelle che produceva solo strappi nel tessuto uniforme della vita degli altri. Ho capito molte cose della mia famiglia di femmine, perché quel Rione un poco qui esiste ancora, con le sue geometrie sociali invalicabili eppure i suoi codici di riconoscimento salvifici.

I gesti più generosi – i soli gesti generosi che non siano rivolti ai propri consanguinei, e dunque inevitabilmente mescolati alla tirannide, alla rivalsa, alla distribuzione diseguale del potere tra maschile e femminile – li ho visti compiere a due donne senza figli: la maestra Oliviero e sua cugina di Ischia. Un poco le fate madrine di questa spaventosa Cenerentola, le dee ex machina (letteralmente fuori dal macchinario sadico della famiglia), portatrici del raggio verde della bellezza. Che è la grande assente e che questi cuori aperti – Lenù, Lila, Pasquale ‘o comunista, Enzo ‘o parulano – desiderano in modo cocente, anche se non lo sanno.

La maestra porta libri, soluzioni, piani d’evasione, tocchi che non siano solo di spietata durezza. E i libri sono la cosa che brilla, dall’inizio: è un libro che cementa l’amicizia tra Lila e Lenù, il loro patto segreto di sopravvivenza alle leggi del Rione. E’ la biblioteca il tunnel in cui arredano, sempre precariamente, la loro sopravvivenza. E’ attraverso un libro che si riconoscono tra loro, quelli che il Rione possono guardarlo da fuori (e fuori – questa un’altra delle grandi trovate della serie – ci sono persino i colori! Il mondo smette di essere spento, virato seppia, come prosciugato di ogni possibilità cromatica da una luce sempre uguale).

Anche se un libro può essere ingannevole. Dopotutto, quello schifoso di Sarratore è l’unico tra loro che addirittura un libro l’ha scritto. Un libro di poesie, persino. E lui è gentile invece che brutale persino come capofamiglia, e suona la chitarra e racconta barzellette e non sembra proprio interessato alla vita nell’enclave dei maschi dove si trovano tutti gli altri, in canottiera o con la giacchetta di camoscino, col grembiule di cuoio o la tuta blu, a fumare e scambiarsi grugniti comunque efficacissimi nel veicolare le differenze di censo, di riguardo e di ringhiera. Lui ama stare coi figli e giocarci, corteggia la moglie, canta col vibrato, scrive sui giornali. Ma solo perché ha altre malattie: dopotutto, è stato lui a fare impazzire la povera Melina, disorientata da un maschile inimmaginabile (mica poteva saperlo, lei, che esistono cose come il narcisismo parossistico, l’egocentrismo e la seduzione compulsiva; sono cose che nel Rione mai s’erano viste). Sarratore non è tecnicamente un pedofilo, quanto piuttosto un dongiovanni incapace di distinguere la realtà dai propri desideri. E rappresenta, infine, l’altra faccia della medaglia, l’altro inganno.

Trovo magistrale l’uso del dialetto: tutte queste cose, o non cose, non sarebbero state comunicabili altrimenti (ed è sottile la mescolanza con l’italiano nei dialoghi di Ischia, tra personaggi che comunque sono usciti dal Rione e stanno forse affrancandosi anche dai suoi codici linguistici).
Trovo magistrale la scelta dei volti: Rossellini avrebbe approvato (ma anche i Taviani della Notte di San Lorenzo). C’è già dentro tutta la storia (in particolare mi sconvolge l’occhio divergente e la fisionomia claudicante della mamma della soave Lenù: un femminile sbilenco eppure imperioso che mi spaventa, forse mi ricorda qualcuno). E sì, trovo pazzesco che una storia così semplice ma articolatissima, così difficile da decifrare eppure nitida, sia in prima serata su Rai1. Speriamo che non se ne accorgano, del bene che hanno fatto. O chiudono tutto e ci ribecchiamo Don Matteo per sempre.
Ps: non dirò nulla sulla violenza a Lenù a opera del Sarratore di cui sopra. Mi preme solo dire che, ecco, immobilizzarsi e tacere non è segno di consenso, ma una delle possibili tre reazioni alla paura: fuga, attacco, immobilità. E a volte si può restare ferme lì per sempre.

Read Full Post »