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Archive for novembre 2007

l'angelo domestico, di Mario Bianco

   L’angelo non resistette più, e alla fine si aprì un blog.
Un blog minimalista, bianco e nero, senza una sola pennellata di celeste. In alto a sinistra c’era pure la sua immagine, piccola, ritoccata col Photoshop.
C’aveva messo ore, a scattarla, con la fotocamera che prendeva di continuo abbagli, e sputava nuvole, aurore boreali, arcobaleni fuori asse. E non c’era traccia, del suo orecchino a boccola col teschio, del suo piercing al naso, del suo mascara nero assassino.
  "Accidenti" pensava l’angelo, e un tuono echeggiava in qualche alto strato dell’atmosfera, dove l’ozono è di continuo bucato dall’andirivieni di mondi e creature e ire divine di cui non sappiamo.
Eppure sembrava assai facile: ti trovi un nick, scrivi il tuo indirizzo di posta, un paio di cliccate, un template. E che ci vorrà mai. I blog nascevano ormai più fitti dei fili d’erba, e da quando la circolare 89000.pigreco aveva equiparato le creature virtuali a quelle reali c’era tutto un traffico di custodi e angeli protettori che sobbalzavano a ogni vagito e ad ogni clic.
  "E io che sono, il figlio della serva?" s’era detto l’angelo, che di sua natura era piuttosto invidioso degli uomini e delle due cose inesauribili che essi sembrano avere: la sopportazione e le idee. E dei blog, naturalmente.
Certe volte se ne andava di nascosto in un internet point, mimetizzato con la folla in anfibi e piume d’oca che lo circondava da ogni lato, si connetteva col pensiero e leggeva un sacco di blog che gli piacevano molto. Blog leggeri e aerei, blog acquatici, blog pesanti con mandibole d’acciaio. Blog di carta di riso, blog sporchi di maionese, blog con un tenue odore di cannella. Blog cinesi e birmani, blog messicani e speziati, blog in lingue morte o immaginarie che lui leggeva senza sforzo.
Certe volte lasciava pure un commento, firmando "a." con la minuscola, e capitava che gli dessero dell’anonimo e lo bannassero pure, al che lui s’intristiva tanto che, attorno, le piante morivano e le mosche ci restavano secche.
A volte caricava l’Ipod, ma ci metteva tanta roba che ne risultava una babele incomprensibile persino a lui. E poi in servizio non poteva portare gli auricolari, nemmeno nascosti tra i riccioli.
  Era quasi diventata un’ossessione: leggere, commentare, seguire i feed.
E ogni tanto qualcuno gli faceva pure: ma tu non ce l’hai un blog tuo? E lui doveva ammettere che no, non ce l’aveva, ma gli sarebbe tanto piaciuto.
Così lo aprì, finalmente.
Col nick animapersa.
Bel blog.

Tutta questa premessa perché quel folle di Proteus, alias giowanni, alias Giovanni Monasteri, ha piazzato nei suoi Feaci un e-book audacissimo composto a quattro mani da me e  Mario Bianco, pittore scrittore poeta cartografo folle e rappresentante dell’anima sulla terra. I protagonisti sono angeli, appunto, e case. Angeli stravaganti, che mangiano carbone o piangono lacrime di nafta, e talvolta persino esplodono nell’aria sottile (l’illustrazione è l’acquerello dedicato da Mario all’Angelo domestico, quello che candeggia la roba di dio, perde con lui a briscola e gli trova le soluzioni senza darlo a vedere. Una moglie, in pratica). Le case invece muoiono, con tutto il loro immenso assortimento di cose invisibili che non è possibile portare via, nemmeno col trasloco, nemmeno con gli esorcismi.
  Io ho scritto una serie di assurdità, Mario invece ha dipinto cose bellissime, coi suoi acquerelli molto poco acquerellici e assai energetici, con una predilezione per rossi e aranciati e gialli che ardono come piccoli soli felici.
Insomma, l’e-book è questo, ma vi do un consiglio: a parte l’introduzione, magnifica, di Zena Roncada – che conosce tutte le esagerazioni dell’affetto ma resta una delle penne più fini e pregevoli che io abbia letto in queste lande e in tante altre (sì, l’ho sempre pensato: lei scrive con penne d’angelo, ormai è chiaro) – guardate solo le figure.

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scampato pericolo (Zandomeneghi)

  Ora so che ne uscirò.
E’ giunta una spedizione di soccorso amoroso, con polpettine, brodo di gallina, banane, crocchette di patate e giornalini. Ma non era solo quello: li portava zia Maria in persona, la taumaturga.
  Dopo tanti anni di parti, agonie e declini, malattie terminali, demenze e morti precoci lo so con certezza: è la sua persona, che cura.
E non è l’abilità rabdomantica a trovare le vene (quelle di mia madre erano capelli d’angelo blu, nemmeno gli infermieri riuscivano a pungerle, e qualcuno sosteneva pure che non ce le avesse: lei che aveva ottanta litri buoni di sangue calabro e montanaro che scorreva alla rovescia, orientandosi con le cime dei castagni), non è la padronanza di ogni specie di bendaggio, occlusione e cecità, non è nemmeno la facoltà chiaroveggente di leggere le indecisioni dei medici.
 Non è l’orientamento fenicio nei labirinti degli ospedali (quando lo zio era in terapia intensiva lei aveva trovato, con chissà quale capacità di navigazione e caparbietà del cuore, una finestra del piano di sotto dalla quale si vedeva giusto il letto di lui: entrava come una furia ogni due ore nella stanza, chiedeva scusa con fare intimidatorio al ricoverato che c’era dentro e si metteva al davanzale, spingendo con gli occhi tutti i processi di rimarginazione e cicatrice e guarigione che potesse immaginare); non è neanche l’approvvigionamento d’asciugamani, lenzuoli, cateteri e sudari che ha sempre gestito con cura militare e annonaria (sotto il materasso di mia madre, quando rifecero il letto per toglierne ogni traccia di morte, trovarono sei lenzuoli  e diciotto federe con le cifre sbiadite del policlinico, che non si sa mai).
  Non è persino la sua ostinazione che ci esasperava, quando i medici ci pregavano di non stare dietro la porta blindata del reparto, che tanto non c’era nulla da fare e i bollettini l’avremmo avuti a tempo debito e non un attimo prima. E invece lei stava lì, dicendo che altrove si sarebbe sentita male, e che lui, o lei, “lo sa che io sono qui”.
Io non la capivo, mi sembrava solo una variante dello spirito ossessivo di mia madre, della sua incapacità di ragionare sulle cose senza afferrarle subito con le radici stesse del cuore e inghiottirle e divorarle, coi denti stessi del cuore. Invece ora la capisco.
  Ora che sono stata anche io, dietro la porta di ferro, a indovinare i palpiti dispari del cuore di plastica nuova che ardeva nel petto di mio padre; ora che sono stata a contare tutte le cinquecento ore dell’ultima notte, ogni istante un respiro di meno, e li spuntavo sull’elenco, che si rimpiccioliva, si rimpiccioliva fino a quando non è rimasto che uno, l’ultimo.
   Io ora lo so che ha ragione lei, e che è quella immensa disponibilità d’amore circolante attraverso la sua indomita persona a guarirci tutti, o almeno ad accompagnarci, con l’anima guarita – quando nel corpo nessuna guarigione è più possibile – da ogni sospetto di solitudine, d’abbandono.

   Ieri mattina me la sono trovata a casa, con due sporte e le maniche già rimboccate: dovunque sia, lei deve spazzare il focolare, voltare le braci, rimestare il brodo, portare la legna. Col carbone ha tracciato il cerchio attorno al letto, ha diviso con mani sicure il grano dal loglio, ravviato con le dita il bene, allontanato il male con un gesto rapido. Ha sparso il sale e versato l’acqua, spargendone gocce agli dei che popolano, avidi, il cielo e la sfera nebbiosa dello Stretto.
  Abbiamo conversato per ore, mentre prendevo le mie capsule e contavo le gocce, e lei intratteneva e plasmava gli elementi, modellava nell’aria, coi suoi gesti lenti da fattucchiera, la sorte immediata, il futuro breve già infilato nel presente, come una federa nuova, come un cucchiaino nella scodella. E solo uno sciocco poteva credere che erano gli antibiotici, l’antistaminico o i fermenti lattici, a fare quel lavorìo di cura che era perfettamente percepibile, fino dalle navi traghetto.

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dispensa indispensabile

  Mia nonna teneva il tempo nello sgabuzzino, tra il cesto delle uova e il sacco delle castagne, ben avvolto nei fogli di carta oleata. D’estate lo copriva pure con un panno, perché non s’asciugasse troppo, che poi si sbriciolava tutto.
Noi non avevamo il permesso di toccarlo, ma in effetti non avevamo il permesso nemmeno d’entrare nella dispensa triangolare scavata sotto le scale, che era un luogo di prodigi e di tesori nascosti.
Lì stavano gli oggetti preziosi: il macinacaffè, la lupara, i chiodi d’acciaio, il crocifisso, il libro dei rancori. La polvere per parlare con i morti, le erbe medicinali, il miele balsamico.
  Loro, i grandi, lo mangiavano a pezzetti, conditi soprattutto con sale e aceto. Li affettava mia nonna, con un coltello speciale che tagliava i dolori e anche, qualche volta, il rancore, ma riusciva a tagliare persino la felicità, che pure è tutta irregolare e sfilacciata e vaporosa e nemmeno sta ferma sul tagliere.
Lo mangiavano con la forchetta o con le mani, chini sui piatti rotondi, con una ruga sulla fronte, e noi li invidiavamo, e non volevamo aspettare, e non vedevamo l’ora di crescere per mangiarlo anche noi, con quella faccia di penitenza e desiderio che avevano loro, come quando si mangiano i cedri in insalata, o i ghiri della soffitta passati nel miele, o la frittata di uova di tigre.
 Qualche volta – ma raramente – la nonna di nascosto dava anche a noi, sul pane, delle fettine trasparenti, un poco dolci e un poco salate, che odoravano di cotognata, mandorle amare, divieto, sanguinaccio e cannella. Diceva: mangiatelo piano! E noi invece lo ingollavamo, il tempo. Così tanto che non ne sentivamo il sapore, mai.

questo per non esimermi, pur non avendo molto tempo (da tre giorni sono sola al mondo e malata grave, con una faringolaringotracheite febbrile, anzi decisamente invasata, e un cocktail di farmaci nelle vene che, se mi fanno l’antidoping, mi cancellano il post e forse pure il blog), da questa  bellissima cosa escogitata da  Herr Effe e prontamente sostenuta dalla parte viva e vivida della Rete (il tempo della Rete sono i post, si sa: è un tempo postumo e anticipatorio, come realmente il tempo è).

per soprammercato, aggiungo una vecchissima riflessione sul tempo, scritta quando mia madre era ricoverata in ospedale, che è uno dei luoghi in cui il tempo è differente, o forse veritiero; lo trovate nel mio blog archeologico, qui.

E ora vado a farmi l’aerosol e almeno tre telefilm di Fox. Il tempo dei malati è gratis, anche se costa moltissimo. Chissà quanto conterà, alla fine.

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armadio realista, appunto (Guttuso)

  Sono entrata nell’armadio, ieri.
Io non lo disturbo mai, devo dire. Lui non è mica diviso per stagioni, che ormai non esistono più – né intere né mezze, il pianeta è stabilmente climatizzato sull’escursione termica e le guerre di religione – e nemmeno per proprietà. E’ diviso, piuttosto, per passioni: nell’anta in fondo ci sono le cose inconfessabili, gli sbagli di gioventù, il vestito del matrimonio (che poi era un babydoll, talmente corto e trasparente che le signorine del negozio, timorate di dio, lo sequestrarono per aggiungerci una sottana giusto alla vigilia, e io fantasticavo che non me l’avrebbero ridato e sarei stata costretta a non sposarmi, o al limite a mettermi il vestito marrone da paolina bonaparte, ma s’è vista mai una sposa in marrone, sia pure da paolina e sia pure al municipio?). Ci sono una serie di delusioni accuratamente stirate ripiegate e appese: la camicetta di velluto granata, i cappotti di tre taglie più grandi (quand’ero ragazza soffrivo di immaginazioni sovrabbondanti, mi sentivo alta tre metri e grossa da non potermi nascondere da nessuna parte, come una montagna dello Stretto), la gonna di pizzo (la guardo, e penso che oggi potrei farmici tre gonne, o una cupola di pizzo nero, una intera cattedrale macramè visibile dai satelliti).
  C’è il vestito peruviano comprato al mercato di Bologna, ricamato a contrade, uomini donne e storie (di notte strisciavano piano per i sentieri, li trovavo cambiati di posto, coi soli che giravano le lancette e condor preistorici che volteggiavano, perché forse erano uomini, o angeli; una volta ho letto di una cieca che tesseva il futuro sui ponchos, ecco, forse la sarta era lei, solo che io non sapevo leggere il peruviano stretto): l’ambulante mi regalò pure una bambolina di corda "per trovare un fidanzato", che è ancora seppellita in qualche tasca (il bello è che lo trovai il giorno dopo, esattamente, ma fu una storia funesta)(bambolina del cappero).
   Sono entrata nel bosco, che è abitato ormai da lupi, giacche a quadri grandi, pantaloni con le pèns del periodo verde (c’è stato un periodo rosso, uno verde e un tentativo di blu penosamente fallito: il blu faceva affiorare la vena d’olivo della mia pelle, e non potevo sopportarlo), funghi velenosi, paltò.
Ho pure i due vestiti per il matrimonio di mio fratello: io ero incinta di quindici mesi e non bastava niente. Uno era blu e bianco, a pallini, con uno scaldacuore all’uncinetto, l’altro invece era marrone e matronale, con stalattiti e stalagmiti sul corpetto e svariati veli (ma perché – mi chiedo – gli abiti marroni non ce la fanno mai, agli appuntamenti importanti della vita?). Poi, comunque, non sono andata al matrimonio, perché era in un pizzo di montagna e c’era il rischio reale di partorire per strada, in mezzo alla comitiva di gardenie finte e protesi dentarie (però sarebbe stato bello vedere mia cognata furiosa, che le avevano rubato la scena con un parto in diretta sulla strada del ristorante)(la vita è fatta d’occasioni mancate). 


             Il cappotto cammello di mia madre non lo porterò mai, almeno fino a settantacinque anni. Ogni volta che ci entro mi perdo per alcune ore in altri armadi, altri corridoi. Respiro il profumo tenue, immaginario di mia madre. Quello che ho cercato di conservare nei golfini, nei fazzoletti, nelle scatole dal fondo morbido ma è evaporato, e riesco a sentirlo solo con un grosso sforzo della memoria e della nostalgia: una fragranza di anni Cinquanta, legno, alloro, e l’odore specialissimo di femmina che faceva mia madre, che fanno le mie zie. Un odore indiscreto, violento, sgarbato.
  Un odore gemello di quello della dispensa triangolare nascosta sotto le scale, dove fermentavano notti e mondi, caglio lunare e rosmarino, castagne e calce bianca. 
  

            Solo alla fine sono entrata nell’anta degli sciammissi, che cambiano molto spesso a piacer loro: vestiti da tango, top di raso, collant a fiori, giacchini incomprensibili, foulard di niente. Strisciano da soli nell’armadio, si sistemano, si parlano piano piano nel linguaggio misterioso della casa. Si mescolano a denaro fuori corso, agorai, collane dell’uovo di pasqua, ventagli, cappucci di bic. Qualche volta, quando non troviamo qualcosa, proviamo lì, perché niente resiste al tremendo potere d’attrazione degli sciammissi. Anche la gatta ci prova, entra e fa un giro e a volte s’addormenta,e quando esce è piena di piume e perline e rimmel sulla coda.
"Mamma, la miciazza è stata dagli sciammissi" m’informa mio figlio. Ma io lo so già.

No, il fatto è che chiunque incontro, in questi giorni, mi dice che “ha fatto il cambio degli armadi”, al che bisogna annuire con gravità e manifestarsi solidali. Io non ho mai fatto il cambio degli armadi: tengo tutto disposto secondo le stagioni dell’umore, e non ne ho bisogno. E poi, gli armadi sono i depositi di pezzi di noi, e sono anarchici e anche complici (ci si mettono, appunto, gli scheletri, gli amanti, i calzini spaiati), perché seppelliscono e conservano, tali e quali a noi.
E comunque bisogna stare molto attenti: c’è chi non è riuscito mai più a uscire, da un armadio.

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Il paese sghembo

pomeriggio sulle colline (Telemaco Signorini, macchiaiolo vero)

   Il paese sghembo ha un nome di molte sillabe e ringhiere, e parecchi mattoni forati. S’inerpica con una testardaggine che ammiro, aggrappato a stanze triangolari, usci nel vuoto, lucernari che catturano aquile, terrazzini coltivati a basilico. Tubi conducono gas e acqua sopra e sotto, seguendo una geometria che non è necessariamente quella delle abitazioni: ecco, nei paesi così è ancora possibile vedere le intenzioni, i pensieri e la volontà delle case.
Intendimenti che si fanno terrazza, portico, giardino, impiantito calpestabile sei livelli sopra o sotto la linea della strada.
 Il paese sghembo è infinitamente ingegnoso, drizza pale di ficodindia e antenne paraboliche, comignoli e rose selvatiche con la stessa serenità. Dappertutto è continuamente forato, da finestre, passatoie, pertugi, balconate, spioncini, attraverso cui si tendono – senza differenze – cavi della luce, fili del bucato, lacci, sostegni delle viti secolari e decrepite che coprono intere facciate, spaghi e corde che portano canestri, grappoli di sorbe, roncole.
  Era deserto, il paese, perché tutti erano al cimitero – che invece è perfettamente squadrato, coi muri a spigolo e i viali diritti e tutti i torti ricomposti. Il paese, deliziato, si godeva se stesso, nel tenue odore di fumo bianco, e un retrogusto come di domenica, o di rosmarino. Di certo l’odore dell’acqua piovuta, che colma di rimpianti qualsiasi secchio o animo.
  Io pensavo al paese di mia madre, che è tale e quale – o forse esiste sempre e dappertutto lo stesso paese sghembo e appeso, seduto sulle falde d’acqua insaporita dai noci e dai castagni e dalla roccia profonda, quella zitta e laboriosa che sta sotto e sopra e attorno.
Cespugli d’erbe eccentriche spuntavano dai buchi nel muro, e grondaie d’alluminio si mordevano la coda, perché il paese è a suo modo fantasioso, è un guerriero di latta e calce.
Un albero di cedro produceva sforzi giganteschi, dalla buccia porosa e ancora verde, che mutavano di forma mentre li guardavi (i cedri appartengono al regno animale, si sa, come le zucche e alcune specie di cavoli).
 Il paese ruminava molto lentamente, intorpidito dal primo pomeriggio, con gli occhi socchiusi sempre in direzione del mare, che lì è soprattutto una sostanza luminosa, una qualità dell’aria. 
 

    Mi pareva di camminare da cinquecento anni, con le mani in tasca e l’anima pacificata. A ogni respiro mi si riempivano i polmoni d’acqua, di memoria, di un niente bello e pulito, come mio.

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