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Archive for the ‘lo Stretto necessario’ Category

nibali

Oggi in Sicilia, ma in particolare qui a Messina, davvero è la vie en rose. Persino la grigia, depressa Messina, che indietreggia in tutto e si lecca le ferite, oggi sorride, ché Vincenzino Nibali è figlio tutto suo e lui pure lo rivendica con orgoglio. E lì è il negozio dei suoi, e lì lui si allenava, e lì lo vedevamo passare, con la bicicletta, a testa bassa e pedalare, che le imprese si costruiscono e i miracoli bisogna meritarseli. Tutti ne siamo felici, anche chi (come la sottoscritta) non sa nemmeno il nome della squadra di Nibali e ignora cosa sia il Colle della Lombarda e chi sia Chaves e figuriamoci la mamma di Chaves. Ed è persino bello scoprire, oggi, che alcune cronache del ciclismo sono scritte con passione hemigwayana, e per Vincenzino si scomodano Omero e Hitchcock (bella accoppiata), perché l’epica ha le sue ragioni e il thrilling pure, e lui le ha soddisfatte entrambe.

Ma quello che – sia pure in questo momento rosa profondo – mi turba è un’altra cosa, un effetto collaterale. Questo leggere mille, centomila volte “la Sicilia che vince”, “Messina che vince”, questo annuire tra noi con l’aria sapitura di chi “ebbè, si sa che noi popoli subalterni e dimessi, noi popoli disgraziati c’abbiamo quelle doti lì, quelle cose che non puoi mica comprarle, tipo genio e caparbietà e un’umiltà coraggiosa e un senso del dovere e una religione della fatica e una fede nella rinascita e un gusto per l’impossibile che nessuno, nessuno”. Che tutti ci siamo sentiti un poco riscattati da quel Nibali lì, campione ma come piace a noi, campione con in mezzo la crisi e il dubbio e lo sgomento che rendono più sfolgorante la vittoria, più miracoloso il miracolo, più narrativa ed epica la vicenda.

E invece no, miei conterranei e concittadini. No. Noi non possiamo né appropriarci né sentirci riscattati da questa cosa sfolgorante che, vi svelo un segreto di Pulcinella, non è accaduta attingendo a quella ineffabile riserva di talenti e meraviglie di cui ci raccontiamo che saremmo capaci se la sorte malvagia e ria, se i ladri Savoia, se una malattia che c’ha bloccato non lo avessero impedito. No. Nibali ha vinto perché non è stato come uno di noi, non ha fatto come l’uno di noi medio che di fronte alle difficoltà si gira dall’altra parte, di fronte al dovere nicchia e prende tempo, di fronte all’impossibile fa una pausa per riposare, di fronte all’inaccettabile fa spallucce, di fronte all’indicibile si tappa la bocca, di fronte all’inguardabile si chiude gli occhi.

Nibali pedala, noi no.

Nibali non è la Messina che vince: è Nibali che vince malgrado Messina, la sua colla sociale, la sua inerzia, la sua sciatteria, la sua incapacità di credere nel possibile, figuriamoci nell’impossibile. Se avessimo tutti le doti che riconosciamo a Nibali e che oggi assumiamo come nostre, come il talento nascosto del Sud che un giorno (ma quando? ma perché? ma grazie a chi?) tornerà a prendersi la sua eredità di splendore, qui sarebbe l’Eldorado, e non la landa desolata che è, dove la bellezza (e ne avevamo, oh quanta ne avevamo avuta in sorte) langue e i figli fuggono.

Non sporchiamo la nitidezza smagliante della vittoria di Vincenzino attribuendoci una paternità, una genetica comune, una linea evolutiva che non esiste. E impariamo a pedalare a testa bassa, semmai.

Che il rosa è di chi se lo merita e se lo va a pigliare.

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coda

Caro Matteo Renzi,

ti scrivo guardando, dal mio balcone, proprio il punto esatto in cui dovrebbe sorgere il Ponte. E’ lì all’imboccatura, nel punto più stretto dello Stretto, dove i piloni gemelli si fronteggiano e sembrano curvarsi – c’è questa continua illusione ottica, nella luce pesante del Sud – come in un inchino reciproco. La costa illuminata conduce a quel punto cieco e buio, dove le correnti s’incapricciano, i garofali girano, la rema sale e scende e l’orcaferone – brutta bestia scodata – si nasconde dappertutto. In questi quarant’anni e passa s’ è nascosto anche dietro le parole, dietro un sacco di carte bollate, di delibere e ddl e progetti. E un mucchio di discorsi e manifestini elettorali. Ma l’orcaferone ha un bel nascondersi: il suo tanfo lo rivela al mondo.

Sai di cosa odora l’orcaferone? Di acquedotti bucati, di colline franose, di argini cementati. Di serbatoi inservibili, di spiagge requisite, di rifiuti abbandonati. Di chilometri di guardrail che recintano lo Stretto. Di cassonetti stracolmi, di sacco del territorio. Di un binario triste e solitario, unico, che consente di arrivare da qui a Marsala in sole nove ore (cambiando tre volte), o a Ragusa in sette ore (ma devi prendere pure un autobus). Sempre che non frani nulla, lungo il percorso (sai, qui i cavalcavia, le strade, le condotte hanno una malattia strana: si chiama materiale impoverito, o anche controlli fasulli. E’ mortale, di solito).

Se poi vai ad Agrigento (e lì è persino troppo facile: solo un cambio e appena cinque ore e mezza) puoi anche portarti appresso una bottiglia d’acqua da regalare a quelli che l’acqua la vedono solo nei giorni dispari, o nelle ore pari, o anche meno. Sarà un regalo gradito. Ma certo, non per adesso: qui a Messina ci sono quartieri in cui negli ultimi 15 giorni l’acqua è arrivata una o nessuna volta. Chi ce l’ha ogni giorno, magari da mezzanotte alle tre, è fortunato e non deve lamentarsi (e comunque l’ente che sta gestendo tutto questo pubblica ogni giorno le liste dei serbatoi cittadini con gli orari di erogazione e l’avvertenza che se l’acqua non arriva ai piani alti o ai condomini alti perché non c’è pressione loro sono molto rammaricati. Molto). 

Certo, Matteo Renzi, anche senza un tuo tweet – tranquillo, ci ha pensato Fiorello – ormai siamo un caso nazionale e ogni giorno ci sono servizi sulle tv che ci mostrano sempre la stessa cosa: due, cinque, sette operai chini su un tubo, in un dirupo fangoso, che guardano preoccupati. Sarebbe la poderosa macchina dell’emergenza (l’orcaferone, nascosto anche lì attorno, se la ride).

Altrove, una squadra altrettanto folta testa bypass che non tengono (ma abbiamo visto tutti, a Gazebo, la notte della nave cisterna, il tubo marcio, la creatività meridionale con cui si è rimediato, con stracci e fazzoletti che almeno fanno tanto colore).

Ma passerà, certo che passerà: e mica siamo gufi e piagnoni. Potremo tornare alla nostra vita quotidiana lavandoci ogni volta che vogliamo: che diamine, questi sono i privilegi del Terzo Millennio. Potremo tornare ai nostri ospedali dove cadono gli ascensori e i presidenti si fanno fare lo sbiancamento anale a nostre spese, alle autostrade che si spaccano, alle spiagge vuote il 5 settembre (mentre in Normandia, pensa, ci fanno i bagni fino a novembre). Agli aliscafi sempre più ridotti, alle navi più rade, alle rade che s’insabbiano. Orcaferone maledetto, la colpa è sempre sua.

L’orcaferone, in giacca e cravatta, un’infinità di volte ci ha raccontato che il Ponte avrebbe risolto tutti i nostri problemi: la sua gittata di cemento cancellerà sì un poco di spiagge, due o tre ecosistemi, la bellezza dello Stretto (ma vuoi mettere il Ponte di Brooklyn? Chi se le filava, prima, quelle sponde insulse?), ma che vuoi che sia? Noi vogliamo un Ponte-Expo, un evento degli eventi, un albero della vita rovesciato che colleghi due sponde che non sono unite da cento milioni di anni ma separate (separate? e chi lo dice che i ponti uniscono e gli stretti dividono?). Vogliamo un Ponte delle meraviglie, con Cocacola che sponsorizza il vino antico, McDonald che sponsorizza le cotolette di spatola (conosci la spatola, Matteo Renzi? Lo chiamano pesce-sciabola, è pieno di Omega Tre; chissà se si potrà pescare ancora, sotto il Ponte), Lehman Brothers che sponsorizza i nuovi schiavi. Un Ponte di bugie, d’altronde, esiste già da moltissimi anni, e lega queste sponde con tutta una specie di buio, di vuoto, di nulla. 

Probabilmente, mettere a frutto questa bellezza che ci ritroviamo senza rovinarla sarebbe davvero troppo. E poi l’orcaferone ha questo di speciale: lui ci vuole vivere in mezzo allo sfacelo, al caos mortifero, alla bruttezza. All’orcaferone piace moltissimo l’Expo

Finirà che lo eleggeremo, alle prossime elezioni. Ancora.

Questo perché ieri si è discusso e lottato a lungo sul Ponte di cui parlava Renzi: lo so, ha detto “prima le emergenze e poi si farà, perché il mondo ce lo chiede, di essere stupito”. E se non lo capisci da solo, Matteo Renzi, quanto oscena sia un’affermazione del genere alle orecchie di chi da 15 giorni si lava quando può, con la bottiglia sul catino; se non lo capisci da solo, Matteo Renzi, quanto sia sconveniente, e di nuovo oscena, la pretesa di fare qualcosa di grande e bello in un posto dove c’è GIA’ qualcosa di grandissimo e  bellissimo, solo che non hai, non avete occhi per vederlo, allora io non te lo posso spiegare.
Chiama l’orcaferone, magari te lo dice lui. 

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