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Archive for maggio 2005

UN FOTOGRAMMA

foto tessera

E’ Jekyll a prendere l’iniziativa. Sempre lui.
All’altro lascia piani contorti, arrangiamenti, ritagli che hanno – a loro modo – del geniale. Forse per quello Hyde ha l’attitudine a muoversi negli angoli, a sgusciare nelle intercapedini, a farne – anzi – il suo regno rovescio.
“Dai, mettiti in posa”
Hyde volta le spalle al mare – che lì si dà convegno col fiume, sia pur guardandolo di lontano, dall’andirivieni di petroliere e mercantili ritagliati in qualche cartone color d’ossido – e si mette in posa.
Hyde è nell’impercettibile angolazione dell’occhio sinistro: una sfida così sottile che nessuno può coglierla. L’angolo è lo stesso del labbro, a sinistra.
Cosa si raccolga in fondo a quella linea sinistra non è dato conoscere: perché comunque la certezza di sé ha un fondo sterminato e oscuro, un caramello, un fango, una sostanza vischiosa d’imprecisabile estensione.
Inquietudine, certo, ma ben celata: la linea sinistra e invisibile è tracciata con una punta di diamante. Sovrasta l’acqua ferma del fiume, l’approdo di pietre, la posa quieta delle cose.
Un disordine difficile a comprendersi anima anche l’attaccatura dei capelli: un rigoglio spontaneo e tenuto a freno è la vibrazione nascosta di quella fisionomia. S’allarga in piccoli cerchi, come acqua inquieta.

“Eccola, guarda” fa Jekyll, che governa i segni e le macchine, e non crede alla palude aperta nella foce regolare del fiume.
Porge la foto all’altro, che la guarda senza dire nulla. La linea sinistra ha un bagliore, visibile pure dalla tolda delle navi al largo.

Nella foto, in colori vividi e fermi è disegnata l’immagine di Jekyll: la camicia a piccoli quadri, la compostezza , gli spallacci dello zaino da osservatore e scienziato, le lenti senza residui di carbonio. Comprensione, acutezza, ritegno sono ben ripiegati e appesi al loro posto. Le lenti chiare sostengono tutto il rigore dello sguardo. Un nocciola, un miele addolciscono le iridi, i capelli, la barba ben disegnata. Timidezza trattenuta, attenzione, corde sensibili sono appena dietro l’incarnato.
Ma un tremore s’allarga, incomprensibile, dai contorni nitidi di Jekyll, come una risata nell’aria.

"Bella, sì" fa Hyde, e restituisce la foto. La linea sinistra brilla, accecherebbe chiunque stesse lì a guardare.

(Da un’idea di  Giocatore: da un solo fotogramma potrò mai ricomporre il profilo intero di una persona, la sua vita, i suoi desideri, i suoi pensieri?)

 

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CANZONI CARNIVORE

compilation

Quando posso, offro sempre un mio modesto contributo alla propagazione dell’assurdo, del superstizioso, del fuoriposto, dell’assolutamente inutile.
Ora si tratta addirittura di una catena di Sant’Antonio della blogsfera: quattro domandine a cui rispondere e da girare a cinque blogger. Si parla di canzoni. Uno dei componenti del Dna dell’anima, in pratica.

Ho una quantità di canzoni, nella mia voliera personale. La notte, a volte, frusciano tutte assieme e non mi fanno dormire. Tali e quali ai fantasmi che camminano sui balconi, o alla sconosciuta delle mie fototessera.

Le canzoni sono piante carnivore, si mangiano piccoli pezzi di vita che le mantengono giovani.

Le canzoni sono macchine del tempo: loro restano ferme e l’universo va all’indietro. A volte, però, loro vanno indietro, e l’universo resta di sasso.

Le canzoni hanno doppi e tripli fondi dove nascondiamo un mucchio di cose, che poi ritroveremo molto tempo dopo, e ne saremo felici in un modo che sarà quasi triste.

Le canzoni sono necessarie, come la letteratura, i carboidrati o l’amore.

Le canzoni si possono dimenticare, ma non è mai vero.

Le canzoni sono contagiose.

Le canzoni si annidano sottopelle, in alcune rughe d’espressione, talvolta nei polpastrelli. Nelle radici dei capelli, in qualche fessura dell’iride, sotto il lobo dell’orecchio, nella luna delle unghie. Le canzoni sono incontrollabili: decidono sempre loro.

Le canzoni sono comete: attraversano il cielo con una coda infiammata di desideri, e noi ci crediamo.

Le canzoni sono bugiarde, per fortuna.

Le canzoni s’accendono da sole, certe volte, e noi diciamo: “sì, è proprio vero, era così, l’avevo dimenticato”.

Le canzoni sono frecce piumate.

Le canzoni sono storia scritta sull’aria.

Le canzoni stanno tutte intere anche solo in due note. O forse è il mondo intero, che sta dentro ogni canzone.

Le canzoni funzionano come le madeleinettes: se le inzuppi nella tisana ti ridanno indietro i mondi.

Tutto questo come necessaria introduzione al tormentone giratomi dal mio gentile amico Giovanni Petta , titolare d’un bellissimo blog pittorico a effetto-canzone (molte cose che non sono canzoni possono funzionare come canzoni), che vi consiglio.
Chi ha aderito o propagato , in genere cerca di indorare la pillola: “è per uno scopo sociale” (tutte le assurdità hanno uno scopo intensamente sociale, in effetti), “è uno studio” , “io qui non ci volevo nemmeno venire”, “c’ho avuto una malattia che m’ha bloccato”. Io aderisco e basta, perché qui si cazzeggia seriamente, cosa credete.
Allora, passo alle domande:

1) Volume totale di file musicali.
Oddio. Non so come si calcola un volume, tantomeno totale. Diciamo un po’ meno di una mongolfiera e un po’ più di un pallone da spiaggia.
Insomma, ho collezionato un po’ meno di 2500 mp3, e non riesco mai a buttarne nessuno, perché – appunto – le canzoni sono parti del corpo.

2) Ultimo cd che ho comprato.
Ehm, non compro cd da tempo immemorabile. Rubacchio in giro, e ascolto solo compilation proustiane fatte da me, abbastanza ossessive (una traccia può essere ripetuta anche cinque volte, perché le canzoni sono ossessioni).

3) Canzone che sta suonando ora.
L’ho appena sentita in uno dei blog della catena, e mi ricorda un sacco di cose (le canzoni ti ricordano anche ricordi non tuoi, ricordi di altri)(forse le canzoni hanno un solo suono: gli ingranaggi musicali del tempo perduto). La sto ascoltando da circa venti minuti, e penso che l’attacco di ricorsivite sonora durerà fino a domenica.
Si intitola “High”, di James Blunt. E’ una di quelle canzoni preziose come tarli: durano secoli, e scavano piccolissimi tunnel segreti tra il legno compatto delle cose.

4) Cinque canzoni che ascolto spesso e significano molto per me.
Oddio. Io ascolto solo canzoni che significano molto per me, e lo faccio spesso, anche cinquanta volte di seguito.
Per adesso – cioè in questo maggio truffaldino, in questo millennio beffardo e in questa mattinata molle – le cinque potrebbero essere

L’uomo con i capelli da ragazzo, di Ivano Fossati
Philadelphia, di Neil Young
Elegia, di Paolo Conte
Aguas de Março, di Antonio Carlo Jobim e Elis Regina
Close cover, di Wim Mertens.

5) Cinque blogger a cui passo il tormentone (eh, eh).
Beh, senza dubbio Giocatore  (che vive di musica come altri di pane). Poi  colfavoredellenebbie perché sono curiosa delle sue musiche segrete, che di quelle non segrete leggo ogni volta che la leggo),  residuodimmagine   (per una questione sospesa con un chitarrista perduto), farolit  (perché le domande sono la sua specialità) e setteparole  (perché anche lei adora le macchine del tempo).
Sesta ad honorem vorrei citare placidasignora , regina di madeleinettes e di propagazioni nella blogsfera.


E ora tocca a Sant’Antonio.

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VITE DI CITTA'

la vite ricorda la città

Che non è strada e non è vicolo, la via 11 è luogo spontaneo.
Che non è fatta dalla natura né dagli uomini, la via 11 è adattamento, è la città che crea se stessa quando nessuno guarda, e adopera quello che ha sottomano, il suo vasto tessuto connettivo che scambiamo per calce, assi, sterpaglie polverose, mattoni forati, arbusti.
La via 11 è una delle vie che conducono all’ospedale, nel punto in cui la città si stringe e s’incanala: dalla mappa ondulata degli orti, delle macchie più o meno coltivate ma sempre simbiotiche con le costruzioni degli uomini, ai quartieri quasi rettilinei, agli incroci malamente ortogonali che fingono ordine civico, numero e misura.
La città, lì, è un’onda di pianerottoli, cavalcavia, gradini. Ma le altre città spuntano da ogni parte come gemme di fiori secolari.
La città del liberty, che si fermò al terremoto, aveva facciate mosse, fregi d’una mollezza vegetale, o quantomeno colonnette di pietra, ringhiere decorative che proteggevano nulla, lo sguardo in strada che era velato più e più volte dalle persiane, dalle tende, dagli occhi stretti per abitudine e per difesa.
La città dei campi era più antica, e a suo modo più tenace. Se ne veniva nuda, con piedi di caprifoglio e ciuffi resistenti di misteriosa vegetazione. Se ne veniva rurale e serena, con abitudini sovrapposte e incrollabili: una vita lenta, di qualità eterna.

La città umbertina si svolgeva lungo il mare, coi suoi lampioni languidi e gli alberi da frutto. La città del lungomare era piena di loggette, parapetti di ferro battuto e spagnolo, baffi di viceré e pagliette sui marmi di due colori, intuizioni moresche, palme secolari vaste come cattedrali seghettate. Una città comunale e civica, piena di pergamene e motori a scoppio.

Ma la città del limitare dei campi non ne sapeva nulla: sentiva, ogni tanto, il sale montare a ondate spinto dallo scirocco, e considerava il pesce un dono esotico d’argento, come se venisse da un paese lontano.
Era una città vegetale camuffata di pietra, con la calce sul volto per non farsi riconoscere. Le fondamenta delle case erano radici, i tronchi entravano nelle verande, i tralci giravano attorno agli stipiti, s’intromettevano, crescevano in forma di tetto. Muri vivi respiravano leggeri, e socchiudevano gli occhi, all’aprirsi improvviso degli scuri o al trapestìo dei carri, che andavano e tornavano dal mare ai campi e dai campi al mare, senza finire mai, senza congiungere mai.

Oggi, la via 11 è ciò che resta di quella città.
Scende irregolare, ripida, incerta fino all’incrocio di catrame in cui si getta nel fiume della città presente. Non ha marciapiede e non ha asfalto: ha la sua materia misteriosa e combinata, che si finge cittadina. Dal basamento delle case spuntano piante di vite arcaiche, immense, digrignate. I fusti s’arrampicano per i balconi, li trapassano, salgono ancora. Scalano le facciate con dita nere, nodose, che lasciano graffi sugl’infissi anodizzati. Alcuni s’attorcigliano alle tettoie, altri alle antenne, altri ancora gravano su mezzanini appositamente costruiti, perché la casa è della vite e non la vite della casa. Sui terrazzi, infine, s’allargano in pergolati frondosi, in foglie nuove a forma di mani aperte, pacifiche.

In cima ai palazzi, prendono il sole come fossero nuove, le viti. Con gli occhi chiusi, scordano gli ultimi duemila anni di guerra.

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IL PIANISTA MANCANTE

natura morta con pianista perso

"Qualcuno ha perso un pianista?" continuano a ripetere. E interpellano orchestre, accademie, associazioni musicali. E poi ancora collegi, chierici vaganti, società segrete. Io suono.

Qualcuno ha perso un pianista? Ma a chi può importare di un pianista vestito da pianista – solo gli occhi alquanto feriti, per essere un pianista in abito scuro – con le scarpe lucide che cammina da solo e fradicio di pioggia su una spiaggia ancora invernale? Io non lo so, e suono.

Qualcuno ha perso un pianista? Ma chi può aver perso un pianista, con mani inequivocabili da pianista – le falangi lunghe, i polpastrelli callosi eppure ipersensibili, altri sensi misteriosi nascosti tra le unghie e i polsi – e sì lo sguardo ferito ma in fondo anche un inequivocabile spaesamento da pianista, un disadattamento da pianista, un autismo musicale che attraversa di continuo gli occhi e la linea della bocca? Io lo so, e suono.

Qualcuno ha forse perso un pianista? E’ scivolato giù da una nave da crociera mentre a bordo c’era il ballo, era imbarcato sul Titanic e ha vagato per tutti questi anni inseguendo la pancia azzurra della nave o forse dell’iceberg o forse del Novecento? Era il pianista d’un film pieno di giravolte e onde oceaniche, e s’è trovato sulla spiaggia d’un telegiornale? (Certo ci vuole una bella forza per lanciare un pianista a coda lunga in alto mare…). Tutto è possibile, mi dico mentre suono.

Qualcuno, insomma, ha perso un pianista? Ci va bene anche un pianista di strada, un suonatore di pianola, un incantatore di infermiere. Tanto ora lo faranno suonare a coda davanti alla Regina, e non importa se sembra Tchaikovsky ma poi diventa un solo tema, un arpeggio di paradiso mai sentito su questa terra, un cerchio, il cerchio dentro il quale si trova sempre un pianista, fuori da questa terra. Io credo di saperlo, e suono.

Qualcuno conosceva un pianista, con le dita ferite e facile alle lacrime, che appena può disegna il cerchio, e dentro il cerchio il pianoforte, e se stesso dentro il cerchio e il pianoforte, e non importa se non si vede, lui sa di esserci? Io ci sono, e suono.

Qualcuno ha perso un pianista? No, nessuno. E allora ve lo dico io: sono io che ho buttato via tutti voi, v’ho lasciati andare in mare, a bordo del vostro Titanic, al suono di  pessima musica a far tintinnare i gioielli, a navigare incontro al ghiaccio, storditi dai televisori. Voi che gettate monetine agli artisti da strada e vi foderate le orecchie di pavarotti ripieni. Io sono nel cerchio, adesso.

Tutti voi avete perso un pianista, io ho solo perso tutti voi.

Un giovane spaesato, muto e traumatizzato è stato trovato cinque settimane fa su una spiaggia del Kent, in impeccabile abito nero ma fradicio d’acqua. All’ospedale psichiatrico gli hanno dato carta e penna, e lui ha disegnato un pianoforte. Gli hanno dato un pianoforte, e lui ha disegnato Tchaikovsky per ore. Forse è uno svedese, forse un artista da strada francese: lo stanno identificando da tutto il mondo.

Ora a tutti manca un pianista.

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SI', A TORINO

Torino vista da qui 

"Sì, vai a Torino, vai".

Era come mandare qualcuno in Africa, sulla Luna o all’inferno. Soprattutto all’inferno. Che sta un poco vicino a Milano, in una pianura sopra certe montagne che ci vogliono chilometri di binari, per arrivarci. Poi, quando sei lì, non vedi niente, perché hanno la nebbia che ti aspetta nella strada, che è come una nuvola che si respira però, e ti ghiaccia tutto dentro, che ti senti ancora peggio.
L’aria infatti è piena di piccoli aghi di ghiaccio, perché non è la stessa della montagna di qua, dove c’è sale grosso e le stesse ossa del mare. Il ghiaccio entra dentro la gente, che non è come la gente di qua, e si fa i fatti suoi e ti chiude la porta e non c’ha tempo.

“Vai, vai a Torino”, e Mico Falsaperla c’era andato per davvero, e camminavano con la moglie Rosetta nella nebbia, mano nella mano, e nessuno dei due voleva parlare, perché avevano paura d’essere diventati ciechi – che non vedevano niente e tanto non capivano quello che vedevano – e gli pareva brutto dirselo. Così camminavano, camminavano senza parlare, solo piangendo, e hanno camminato quasi una notte intera, che gli pareva brutto e alla fine l’hanno riportati indietro i carabinieri, Rosetta vergognosa che si teneva la mano sugli occhi. I carabinieri (che poi erano come qua, quelli, e pure meridionali).

“Vai, vacci a Torino, ti dico” che era un insulto, anzi no, ancora di meno, una presa in giro: vacci, vacci, che poi lì ti conzano per le feste e per i lavoranti. Lì ci sono le fabbriche, le strade tutte rettangolari, non ci sono gatte pazze, e non c’è scirocco, niente, nessun vento che porta l’odore della sorte. C’è molta benzina, però.

“Vai, a Torino” e il figlio di Milleunanotte c’era andato, e quando era tornato aveva dovuto fare penitenza, e aveva ricevuto il perdono dalle mani della vecchia, in una domenica particolarmente santificata. Le dita della vecchia avevano cercato tracce di fattura sui suoi occhi chiusi, e anche le gocce d’olio nell’acqua non avevano mentito; il malocchio del Nord, il malocchio confuso dalla nebbia e dalla fabbrica, il malocchio che stava ad aspettarti anche cento anni, davanti alla porta. La vecchia gli aveva sputato tre volte sulla fronte, e aveva mormorato la storia di San Giorgio e di Nostro Signore con la lampada, giusto per restituire quel figliol prodigo alla casa, di nuovo intatto.
“Non ci sono lampade, lì” aveva detto soltanto, sollevato.

“E vacci a Torino, sì” che tanto là attorno ci sono colline coi denti, che bucano il cielo e lo fanno sgonfiare e strappano le ali agli aerei: Superga, si chiama, dove sono morti tutti quei giocatori. Superga che ci faceva piangere a tutti, che quelli, belli e sportivi e campioni, tornavano a casa e la collina l’aveva divorati in un solo boccone, con i denti lunghi di acciaio, come sono le colline lì. Superga, che, lo sapevano tutti, era pericolosa, come Torino.

Per Effe, e le sue storie di  Torino, dove Torino c’è e soprattutto non c’è. Ma c’è un luogo in cui non siamo, quando siamo nominati?

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IL TRENO

il treno era lì

Lo trovammo per caso, in un giorno tropicale.
Non era bosco e non era paese, lì: era un intrico indecifrabile di alberi e fiori carnivori, interrotti continuamente da un precipitare di scimmie e uccelli spaventosi.
Ci andavamo per cacciare, ma anche perché credevamo alla pura ipotesi che un tesoro fosse stato lasciato dai conquistatori, alcuni millenni fa o l’altroieri, ben protetto dalla foresta vergine.
Forse non era nemmeno foresta, e quelle non erano scimmie – i conquistatori però erano di certo conquistatori – e l’ipotesi del tesoro era solo un altro dei trucchi della canicola, ma per noi cacciatori non era essenziale.

Lo trovammo quasi subito, mentre inseguivamo una fuga di salamandre dorate, o forse erano arance selvatiche che ritoccavano d’oro l’impenetrabile verde. I machete, o i coltelli, erano sciabole d’esecuzione con cui decapitavamo tutto quello che si parava davanti a noi: per lo più felci primordiali e gemme di fiori dalla testa di leone, che sanguinavano abbondantemente. Le zanzare ci seguivano in una fitta nuvola che colmava l’intero ambito del cielo, che da quelle parti si fa stretto come una palpebra chiusa.

Lo trovammo, dunque.
Qualcuno aveva lasciato lì un treno.
Un treno intero, completo, d’un nero nitido e ferroso che persino gli uccelli avevano risparmiato. Una ghiera imperiale schermava il muso immobile della locomotiva, che era un’immensa caldaia cilindrica dalla quale ci guardava un fanale di vetro giallo. Per un poco nessuno parlò, e tacquero persino gli stridi degli animali che s’azzuffavano invisibili: il nostro stupore saliva tremolando come una nebbia, o lo scirocco.

Il treno aveva una cabina, con leve, spie di funzionamento, manometri inspiegabili e un focolare di rame – ch’aveva preso un colore verde profondo, come la foresta che s’affacciava dall’oblò ma rispettava, dentro, lo spazio irreale e ferroviario dove ristagnava un vago odore di carbone.
Era rimasta d’oro, invece, la campana della locomotiva, dietro il fumaiolo, collegata con un filo, o molti, a qualche leva invisibile tra gli occhi della cabina.
Il treno aveva certamente un sistema di stantuffi, valvole e cilindri – ma erano come l’anima, non potevamo vederli anche se sentivamo la loro presenza persino nel folto della foresta, come un tremore sotterraneo, una persuasione di movimento, una volontà solo provvisoriamente ferma.
Il treno aveva ruote a raggi collegate da bielle perfettamente allineate, e lì – lo sentivamo persino noi – era incisa la formula del movimento e della velocità. Le ruote affondavano di mezzo metro nella palude vegetale del bosco, dove non si sarebbe mai potuta tracciare una linea ferrata, o anche solo una linea.
Il treno aveva due carrozze, con ferramenta nere e lamiere d’un verde che non avevamo mai visto, e che fu subito chiaro ch’era un verde vagone.

Dentro non c’era niente, anzi c’era solo il treno.
Il suo spazio ferroso, intransigente, aveva tenuto fuori la foresta e le intemperanze degli uccelli, che planavano attoniti sugli alberi attorno e sopra ma evitavano il tetto delle carrozze.
Salimmo, fervidi e cauti come credenti: il treno nemmeno ci respinse, piuttosto ci ignorò. Esplorammo il pavimento rivestito d’assi – un legno che non marciva disegnava nervature irregolari sotto le punte dei piedi – i sedili coi poggiatesta che facevano pensare alla bottega del barbiere, i tavolini smerlati coperti da una fitta polvere di carbone, o di dimenticanza.

Oppressi dal segreto impenetrabile e dalla destinazione sconosciuta, tornammo alla locomotiva. Qualcosa ci circondava, ma non sapevamo dire cosa. Qualcosa che mancava eppure c’era, come una promessa e una delusione nell’aria, qualcosa di irraggiungibile ed imminente.

Continuammo a guardare il treno, che continuava a tacere.
Infine il più giovane di noi ce lo disse: "Questo treno fa odore di lontano".

Avvertenza: trattatsi di retroracconto, visto che Effe, qui, aveva disegnato una linea ferrata senza treno. Ora, questo è un treno senza linea ferrata. La vita è fatta di combinazioni distanti, incombinabili. E di un altrove irraggiungibile e immanente, come sanno quelli di sacripante, che è appena uscito ed è già… altrove, come un treno spaesato o una linea senza mano.

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VOLAVERUNT

crocifissione di maja

La duchessa è morta di Giallo di Napoli, o forse di Verde Veronese.
Ma non stava bene, sul certificato di morte, così ufficialmente la duchessa è morta per cause sconosciute.
(La morte – in realtà – si prepara per anni, lungo tutta una vita: solo quando è pronta si presenta. Dobbiamo incubarla, tenerla con noi, coricarcela accanto, salutarla appena svegli, passarle davanti mille volte dandole le spalle, nel corridoio del mattino, dietro la porta del pomeriggio. Deve avere la nostra forma, quando verrà, dev’essere il nostro ritratto).

Dunque, la duchessa costruiva la sua propria morte, con un gesto talmente elegante che la morte stessa se n’è invaghita, s’è distesa sul sofà e s’è tolta le vesti.
Francisco Goya, per conto della morte, ha dipinto la duchessa vestita e poi nuda. La duchessa con tutta la sua morte addosso.
Bigas Luna – nel film “Volavèrunt” – dipinge Goya che dipinge la morte e la duchessa, col nome di Maja. Il suo film ha lunghe ali color verde veronese, una tiara di Madonna in processione, incarnati d’un rosa bruno, andaluso e castigliano, e certe pianure desertiche dove la Spagna è un cuore bruciato con orli d’ebano.

La duchessa vuol volare, e Goya le consegna le ali, e scrive la parola “Volavèrunt” (ma qual è il passato remoto di volare? È il passato di chi ha smesso di volare? E se ogni volta chi dipinge, o chi scrive, consegnasse il volo al passato? È vero allora che da ogni quadro ci guarda – dal passato remoto, dal volo – la morte?).

Goya tinge il volto della duchessa, ma i suoi colori hanno un’anima di piombo e arsenico. Giallo di Napoli, Verde Veronese. Goya avvelena la duchessa, coi colori con cui dipinge Maja, vestita e poi nuda.

“Io l’ho uccisa” confessa Goya. Ma anche Pepita, la pastorella gitana, voleva uccidere la duchessa, e ha versato il suo veleno – verde veronese – nel calice. E anche Manuel – l’amante di Maya, di Pepita, di Cayetana, della principessa, della pittura di Goya – voleva uccidere la duchessa.
Che sia il desiderio, e il suo colore al piombo e all’arsenico, che uccide?
Che la duchessa sia morta di Rosso Desiderio?
Che la duchessa sia morta di fandango (quello di Boccherini, che danza assieme a Pepita, e non è una danza ma una corrida, e in palio c’è il bacio avvelenato di Manuel)?

Bigas Luna, nel suo “Volavèrunt” (l’ho visto per caso ieri notte alla tv, mentre non me l’aspettavo e nemmeno lo sapevo, e m’ha catturata con due immagini: la duchessa che guarda fuori dal finestrino della carrozza e dentro lo sguardo di Goya, la processione che avanza dal deserto verso il deserto, come tutta la pompa magna dei nostri reami terreni), non ci dice chi ha ucciso la duchessa. La uccide anche lui, anzi, un gran numero di volte: per ogni sguardo di desiderio sul suo incarnato di rosa canina, per ogni pennellata, per ogni desiderio che si versa nel calice, rosso fandango e verde veronese.

Sì, la duchessa è morta di Verde Veronese.

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