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Archive for the ‘Carmosina story’ Category

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La sera in cui cenò con dio, Carmosina aveva addosso la sua migliore cappottina di panno scuro. La borsetta aveva manici d’osso, e dentro un fazzoletto con l’orlo di merletto che faceva odore di canfora e ala ripiegata, un portamonete con la chiusura d’oro falso e una foto sfocata di Stefano adolescente – una macchia bruna in mezzo a nuvole di luce, destinata a sbiadire molto presto.
Lisabetta aveva insistito per appuntarle in testa il velo di pizzo nero, quello per la chiesa, e le aveva cacciato in mano il rosario di granati che luccicavano come more di gelso. Ma Carmosina s’era tolta il velo: “Vado da dio, non dal signor parroco” aveva detto con dignità ostile, e uscendo aveva appeso il rosario a un ramo della mimosa. I grani oscillavano appena, al vento del crepuscolo che muoveva la cenere gialla dei fiori.
Carmosina s’era incamminata, sui tacchi quadrati delle scarpe buone, l’orlo di mussolina che sfiorava gli stinchi. Era certa della direzione da prendere.
La sera infatti era triste ma trasparente, e la casa di dio si poteva vedere con chiarezza, come accade nelle terre di montagna dove l’aria è così sottile che non basta a celare l’universo.
Gabriele la guardò camminare nel vialetto, e le sue ali d’angelo s’agitavano pensosamente, muovendo la polvere nella soffitta, con un vento d’apprensione gelosa che fece piangere nella culla il figlio di Lisabetta, e nessuno riuscì a consolarlo per ore, nemmeno con l’infuso di finocchio, nemmeno con lo zucchero spalmato sui labbruzzi.
Carmosina sentì lo sguardo dell’angelo, come sempre sentiva sulla nuca lo sguardo della morte, e non si voltò apposta, ma strinse i denti al suo modo, che era un sorriso e una minaccia. Camminò diritta come la riga delle calze, ripassandosi due o tre cose che voleva dire da un pezzo, a dio.

Lisabetta aveva avuto l’idea balzana che dio parlasse in latino, e allora sì – diceva – che le ci sarebbe voluto il signor parroco, per capire, ma Carmosina fece una smorfia e sussurrò che, semmai, dio avrebbe parlato come le gazze, o i lupi d’inverno, o gli stipiti della casa che cigolavano di dolori immaginari, e come parlava nonna Vincenza, che il mattino in cui compì centocinque anni si drizzò sul letto – le trecce raccolte sul capo come una corona, pizzi da imperatrice sulla camicia da notte e una luce imperiosa negli occhi – e cominciò, in una lingua sconosciuta ma irresistibile, tutta sibili e schiocchi e comandi, certi discorsi lunghissimi e complicati che nessuno capiva ma che alla fine convincevano tutti, meglio del vescovo. Allora il parroco s’era impressionato, e aveva detto che la vecchia parlava la lingua di Babele, e forse era indemoniata e bisognava finirla a colpi di croce dentro il cimitero, per essere sicuri, e Pietro gli aveva risposto, limpido, che se avesse toccato sua madre l’avrebbe crocifisso a testa in giù, come San Pietro, al centro del pollaio.
In realtà, dentro di sé Carmosina era convinta che dio parlasse in francese: da quando aveva sentito Basilio recitare versi pieni di erre arrotolate e parole veloci, tutte accentate come se il mondo fosse una cosa piena di gioia e di fretta, aveva pensato che dio avesse inventato quella lingua solo per sé.
Quando giunse a casa di dio, Carmosina tirò un sospiro, drizzò la testa e suonò alla porta. “Vualà” pensò.

Dio era una signora di mezz’età, con un sorriso divertito.
Aveva un petto abbondante che scappava dalle trine, uno sguardo nocciola di imprecisabile profondità e una messinpiega freschissima. Dio aveva i capelli biondo scuro, tinti, a onde educate che coprivano appena il collo.
“Benvenuta” le disse semplicemente, e Carmosina – che pure aveva avuto cinque parti e due uomini, e un angelo, e una suocera, e non si stupiva più di niente – ne fu un po’ scossa, tanto che le mancarono le parole. Ma dio era assolutamente amichevole, e la stanza calda d’odore di minestra e forse polvere, come certe stanze antiche dove l’odore del tempo si deposita sotto i sofà, sui tappeti e nella patina ch’ingiallisce i centrini e ossida l’argento della cioccolatiera.
Carmosina, dubbiosa, fece un lieve inchino ma subito drizzò la testa.
“Buonasera a voi” rispose educata, e le dispiacque di non poterle dire quel “bonsuàr” che s’era portato ripiegato nella borsetta, col fazzoletto e il portamonete.
Dio dovette accorgersene, perché di colpo – mentre le si avvicinava di due passi – divenne un giovanotto coi baffetti sottili e le ciglia piene di stelle, che con voce di perfetto velluto le porse un “Enchanté” che la fece sussultare.
Carmosina sospirò forte, il seno come un animale bianco che si muoveva da solo nel corsetto, e rispose, tirando fuori il suo “bonsuàr”, che faceva un leggero odore di canfora e gelsomino. Lateralmente, dio considerò che quella di maschi e femmine era una delle migliori idee che avesse avuto, mentre Carmosina pensò che forse preferiva quella coetanea con lo sguardo sapiente, al giovanotto demonio con le basette affilate come un tango.
In quell’istante, dio tornò a essere la signora compìta, tranne che per quell’ironia nocciola che le scaldava gli occhi. Con gesto educato ma morbido, dio invitò Carmosina a sedersi a tavola, su una delle sedie dall’alto schienale intagliato. Carmosina accettò con un cenno, ravviò la gonna e sedette un po’ rigida alla tavola di dio.

Dio le sedette davanti, oltre il tavolo di noce sul quale luccicavano piatti di maiolica e posate d’argento del servizio buono. In un cestino c’era un pane scuro di trama fitta, in una caraffa di cristallo un vino rosso come un cuore.
“Pane… e vino…” sussurrò, colta da improvvisa comprensione, Carmosina.
“Credevo che piacessero, a voi uomini” disse dio serissima, o forse una piccola ruga le animò per un attimo la guancia,e Carmosina sentì che stava scherzando, al modo impercettibile delle donne.
“Infatti agli uomini piacciono – disse Carmosina, dagli occhi neri una luce di rimando al lampo nocciola di dio – le donne preferiscono le brioches”. Il sorriso si perse nel riflesso opaco del coltello, mentre tagliava il pane per tutte e due.

Carmosina versò il vino, che era denso come sangue, o succo di gelsi neri, e le venne di dire un “amen” che dio sembrò accettare con cortesia piegando appena la testa, e la luce della lampada a gas le disegnò un riflesso d’oro sull’onda dei capelli.
Mangiarono quel pane, e bevvero quel vino, e anni dopo ancora Carmosina non sapeva dire che sapore avessero, o forse non voleva dirlo, perché in cuor suo era convinta d’aver sentito sapore di sangue, e di placenta grassa, e delle carni macerate dei neonati, e forse delle pallide carni dei morti quando bisognava vestirli.
“Volevo sapere perché ci fai morire” disse semplicemente Carmosina, che in mente aveva lo sguardo predestinato di Stefano, e il fiato delle anime che si radunavano alla fossa, e l’ombra violetta della barba che scuriva le guance di suo padre, al secondo giorno di veglia funebre.
Dio la guardò e le disse: “Sicura che vuoi saperlo?”.
Carmosina non era sicura, ma non le sembrava bello mentire a dio, così rispose sollevando, vaga,  una spalla.
“Si muore perché non c’è vita abbastanza per tutti” le confidò dio, con un sospiro e un vago odore di cipria.
“Ma tu sei immortale, e gli angeli pure” obiettò Carmosina piena d’ardore, come avrebbe fatto alla riunione di partito, quando Pietro la portava a parlare di socialismo e rivoluzione e fratellanza universale e finiva che facevano tutti a pugni.
“Questo lo pensi tu” rispose educatamente dio, ravviandosi un ricciolo con la mano – aveva un leggero smalto malva sulle unghie allungate. “Si tratta solo di durate diverse: non c’è vita che duri per sempre…” aggiunse.
“Per fortuna” pensarono all’unisono.

Per qualche minuto ancora mangiarono in silenzio, mentre Carmosina masticava un’altra domanda col pane.
“E perché si deve soffrire?” disse di colpo, mentre dio beveva con gli occhi socchiusi nell’alone del vino.
Dio allora posò il calice e divenne un cerbiatto ferito, dal cui fianco ansante stillava un sangue chiaro e leggero. Quindi divenne un castagno, di quelli dietro la casa, le cui braccia artigliavano tormentose certe notti di vento, mentre ogni foglia gemeva con la sua propria voce. Fu, ancora, un marinaio sfregiato che guarda un’isola lontana come una donna coricata, e poi una stella marina secca che si sgretolava in polvere arancio. Fu una croce di pietruzze sulla tomba dimenticata d’un bambino, e una promessa che rotolava via come un anello che rotola in un angolo. Fu uno scorpione femmina che divora i suoi piccoli, e poi un pescespada che fende la corrente, pazzo di dolore, mentre le sirene cantano per nessuno nella notte vuota.
“Perché sì” le rispose, poggiando – di nuovo donna – la mano curata sul tavolo.
Carmosina pensò che dio era come Pietro, che faceva finta di sapere tutto ma non sapeva nulla: non era colpa sua se s’era trovato lì, in quella casa di pietra alta sulle nuvole, a sentire il rumore eterno delle cose. Non diverso da lei, da noi.
“E tu, come lo trovi il mondo?” le chiese dio, che vedeva tutto ma aveva obiettivamente qualche difficoltà a guardare l’anima delle donne, dove qualcosa sempre restava celato.

Carmosina ci pensò, portando alla bocca un dito, poi disse due parole, guardando dio ben dritto negli occhi. Lo aveva sempre pensato, d’altronde: “Mediocolo strafottuto”.

Dedicato a quella sfilata di porpore e oro zecchino che in questo momento dovrebbe essere la Chiesa, raccolta a percepire la volontà di dio. Se dio c’è, è femmina e trova grottesco tutto quello sfarzo: la Chiesa, se c’è, non è lì, non è quella, non sono loro.
Io, comunque, credo che dio non esista. Anche se mia bisnonna Carmosina lo ha incontrato. Ma, come Carmosina, credo in un sacco di cose inspiegabili. Forse anche questa.

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