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Archive for dicembre 2013

In esclusiva per voi, il menù del Cenone Milleproroghe

 

 

Terrina di larghe intese (decreto gambero, filetto di voltagabbana, trito del fare al più tardi possibile, bugie sgocciolate in sale di Palazzo Chigi)

Renziani in brodo di giuggiole

 D’Alema (avevi proprio) stufato con salsa di nomenklatura rossa, marroni (che due) e cuperli sottolio

Risotto Mario e Monti con doppio turno alla tedesca e Bocconi amari 

Coda di rospo (o di Brunetta) con crespelle soffiate di Santanchè

 Pesceslot in gioco d’azzardo su letto di condono fresco

 Oca in Biancofiore (o anche viceversa)

CostoLetta d’agnellone alfanato con pepe di cicchitto

 Quagliarelle flambé in titolo V della Costituzione tritato

 Decaduto stagionato su lettone di Putin, con tenere verdurine minorenni

 Porcellum inveterato allo spiedo di Consulta, con risus abundat in ore Calderoli, elettore gabbato e nominati in pastella reale

 Grillini in purezza con chicchi di piantagrane

 Casaleggio grigliato con scie chimiche e scaglie di sirena

 Macedonia parlamentare con usufrutta secca e gocce di vitalizio.

 

 (ce la danno) Da bere

 Napolitano invecchiato (bouquet di seconda legislatura, sentore di monarchia e legno, note di Quirinale perenne, tracce di viva e vibrante soddisfazione)

Costituzione evaporata alle mandorle amare

(annunciare il menù, poi ritirarlo a un quarto d’ora dalla cena, poi ripresentarlo diviso in due, poi ritirarlo, poi…)

 

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Auguri per tutti.

Auguri shalabayevi ad Alfano e auguri congolesi a Bonino.
Auguri ai quarantenni che comandano: Letta, che dice di avere 40 anni, ne ha quasi 50 e ne dimostra 60, e Napolitano, che 40 anni ce li ha più di due volte.
Auguri brunetti a Brunetta (“e quanto hai speso per i regali? Quanto hai speso? Quanto? Quanto hai speso? Quanto?”).
Auguri al porcellum di cui ci siamo sbarazzati per via giudiziaria. Quello che di nome fa Silvio.
Auguri telefonici alla Cancellieri: chiamo da tre giorni, ma è sempre occupato.
Auguri telefonici pure a Obama: anche se non lo chiamo, mi risponde sempre lui. Auguri telefonici agli stalker: Chiara Tim, foca e pinguino Vodafone, Vanessa e Giorgio Wind. Ora sapete perché ho il contratto con 3.
Auguri alla stabilità: quando sarà completamente realizzata vorrà dire che saremo tutti morti.
Auguri ai miei candidati di quest’anno, uno eletto e uno no (ma non so a chi sia andata peggio): Renato Accorinti, sindaco zen di Messina, e Pippo Civati, deputato zen del Pd. Ah, ci sarebbero pure gli ApeEscape: io li ho votati, ma ha vinto quel democristiano di Michele.
Auguri a Stefano Rodotà, che in un mondo perfetto è il mio presidente della Repubblica (con Maurizio Landini presidente del Consiglio ed Enrico Berlinguer segretario del Pci)(lo so, Berlinguer è morto e pure il Pci, ma ci sono esattamente le stesse probabilità che succeda).
Auguri alle mie cause perse: la vittoria è continuare a insistere. Ma che fatica.
Auguri ai miei compagni di strada, soprattutto virtuali: loro non lo sanno, ma mi aiutano a resistere anche solo stando al mio fianco, testo contro testo. Testoni che non siamo altro.
Auguri a chi pensava di stare seduto dalla parte del torto. Ed era vero.
Auguri alla bellezza, perché accetti di salvarci. Anche a nostra insaputa.
Auguri a voi, che siete arrivati in fondo a quest’elenco. Il mondo è di chi salta gli elenchi, ma la bellezza preferisce quelli che li leggono fino alla fine.

Auguri

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Blue e Jasmine, ovvero Freud e mia nonna, o Woody e Moody.

Blue e Jasmine, ovvero Freud e mia nonna, o Woody e Moody.

Dunque, abbiamo scoperto tutto. Woody Allen ha un gemello. Lo ha tenuto sempre nascosto, probabilmente rinchiuso, ma ogni tanto quello è riuscito a evadere. Lo sospettavamo, ora ne abbiamo la certezza.
E’ infatti chiaramente opera del fratello gemello l’imbarazzante “To Rome with Love” dello scorso anno: un film talmente sgangherato, improponibile e grottesco che certo era una vendetta del gemello segregato (che chiameremo Moody) per screditare Woody. E dunque Woody ha poi avuto un bel daffare per riabilitarsi col film successivo, ovvero “Blue Jasmine”, nelle sale in questi giorni.

Moody, mi dispiace, ma il tuo tentativo è stato inutile: per quanto brutto potesse essere “To Rome with Love” (ed era certamente bruttissimo), Woody con “Blue Jasmine” ci ha mostrato che non sei tu e chi è lui, cosa lui sa essere come scrittore e regista.

Woody quando è un po’ Euripide e un po’ Tennessee Williams, quando finge di fare una commedia e ti piazza un drammone potente ma camuffato, subdolo, sottile come un dispiacere, un’inquietudine, una incapacità di capire, una provvisoria cilecca di tutte le empatie e soprattutto di tutte le categorie.

Tanto che ti vengono subito su una serie di domande.
Lei, Jasmine (una soprannaturale Cate Blanchett, che merita l’Oscar per almeno tre anni di seguito solo per questa interpretazione), signora di Park Avenue tutta shopping, corsi di yoga e cene sociali precipitata nell’indigenza (ma salvando il set di valigie Vuitton, la mitologica borsa Grace Kelly di Hermès – l’equivalente femminile della Ferrari Testarossa – e un numero imprecisato di tailleur Chanel e di pregiudizi su misura), è buona o è cattiva? E’ una stronza egoista e viziata, tendenzialmente bugiarda e calcolatrice (praticamente mia cognata), oppure è una cenerentola provinciale che in fondo conserva raziocinio ed eleganza di sentimenti? E’ un’alcolizzata farmacodipendente o solo una donna oltre l’orlo di una crisi di nervi, che lotta per non precipitare? E’ un’inferma o un inferno?

E la sorella proletaria Ginger (Sally Hawkins) è una buzzurra o un’ingenua? E’ una donnetta superficiale, abbindolata sempre dall’uomo sbagliato, malamente madre, povera d’ingegno e di sentimento oppure una ragazza sfiorita e sfortunata ma dal cuore puro, solo in cerca d’affetto e fiduciosa nei legami familiari, per quanto disastrosi appaiano (o, meglio, siano)?
E tutti quei maschi che ruotano attorno a queste due donne, chi diavolo sono? Chili (Bobby Cannavale) è un gorilla semiritardato, possessivo e violento o un innamorato un po’ rozzo e solo una ‘nticchia repellente? Hal (Alec Baldwin) è uno squalo o un pesce palla? E il suo omonimo proletario Al (Louis C.K.), bugiardo come lui ma con meno mezzi (le bugie sono tutta una questione di investimento e profitto: esattamente come la finanza), è un fedifrago ignobile o solo un debole? Dwight (Peter Sarsgaard) è un romantico o un ipocrita? Non sarà che ogni personaggio è il doppio di un altro, e Woody-Pitagora costruisce sui cateti intere ipotenuse fragili e in procinto di collassare, proprio come i rapporti umani?
 E ancora (tanto perché c’abbiamo pure noi il background sociologico e ogni tanto dobbiamo sfoggiarlo): tutte queste incomprensioni, tutto questo disamore, tutte queste complicazioni tra le persone (meglio se imparentate) sono frutto dello scontro di classe o della desertificazione, omogenea globale e trasversale, dei rapporti e dei linguaggi? O non sarà che gli esseri umani sono sempre e invariabilmente, dalle caverne a Manhattan (lochèscion, a volte, peraltro, indistinguibili tra loro), caotici, distruttivi e disperatamente contraddittori ogni volta che possono?
 E lui, lui Woody, ci ha parlato – già che c’era – pure della finanza malvagia ed empia che distrugge le esistenze, o quella è solo una citazione, un falso indizio per sviarci vieppiù, confonderci le trame, esattamente come fa il destino?
Infine, aveva ragione Freud (gratta gratta, l’umanità è orda perversa), Euripide (l’umanità è orda, e possiamo solo metterla in versi), o mia nonna (stai attenta, perché ciò che ti ama ti uccide, quindi figurati ciò che non ti ama)?

Il bello è che a tutte queste domande la risposta è una sola: tutte e due (o tre) le cose, probabilmente.

Se – non contenti dei nostri rapporti sentimentali in bilico tra la striscia di Gaza e la terra dei fuochi (e dei fuchi) e delle nostre relazioni ad alto potenziale tossico – volevamo essere un po’ più disorientati, un po’ più dispiaciuti, un po’ più confusi, bene, grazie a Woody ci siamo riusciti in pieno (alla faccia di Moody).

Noi pubblico che pure siamo woodyallenizzati a dovere da molti anni, e ci siamo fatti tutte le fasi: la claustrofobia manhattaniana e il ciclo europeo, il periodo blu (Jasmine) e il periodo rosa (purpurea del Cairo), lui ed Annie e Hannah e le sue sorelle, le allegorie e le alleEGOrie, i musical e metaphysical.

Insomma, nella vicenda-non vicenda di Jasmine e dell’umanità lì attorno (ma sarà la parola giusta, “umanità”?) si specchiano mondi, immondi, vite e giri di vite, discese ardite e risalite, ma non si arriva a un punto che non sia doloroso (e non vi dirò mai qual è la scena finale ma temo che sia proprio quel punto). Mentre suona una colonna sonora di vecchio jazz che sembra suggerire “non darti pensiero, questa è una commedia”, ma intanto gli indicatori emotivi sono tutti sul rosso profondo e dicono: “attento, la vita è tragica, e il cinema vero te lo dice senza pietà”.
Usciamo turbati, con le ermeneutiche spettinate e i sentimenti in disordine, lievemente bluejasminizzati, grati a Woody di esistere, o forse no. Forse, a ripensarci, meglio Moody. 

Ps: dedico questo film a tutti quelli che ci hanno scassato la minchia con “La grande bellezza”. Alla vostra.

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Lo Stato Attuale di Massari, 2007

Ebbene sì, abbiamo perso un’altra volta.

 Comincio a pensare che sia colpa mia, e che dovrei farmi togliere il malocchio, o forse dovrei farlo togliere alla mia generazione. Poi mi fermo e mi dico: ma quale sarà mai la mia generazione? Perché da un punto di vista strettamente anagrafico è quella che ha sostenuto il berlusconismo, che trema come una foglia davanti ai cambiamenti e si autodefinisce “moderata” mentre affila il machete per tenere i barbari, gli extracomunitari, Equitalia, i giovani e la giustizia sociale ben lontani dai suoi conti in banca, dai suoi quartieri residenziali e dalle sue rendite di posizione.
E invece io, che sono disorientata e fuori posto dalla nascita, mi riconosco in altre, e ben più diseredate, generazioni: quelle idealiste, molto precedenti o molto successive a me. Quelle sognatrici, perdenti, sconfitte. Nate per perdere, ma non per negoziare, come dice un altro di questa generazione mobile e piena di lividi, Paco Ignacio Taibo II.

 Insomma, la generazione di Pippo Civati. Sì, lui, il terzo incomodo. Il terso incomodo: sono commossa, oggi, per la pulizia, la nettezza, la lucidità con cui analizza quel che è accaduto ma soprattutto fa un piano per quel che potrebbe ancora accadere. Se solo lo volessimo.

Sì, abbiamo perso. Ma non ci siamo persi. Ci siamo trovati (e civati).
 Io ero orfana da molto tempo, e avevo trovato un tetto e una scodella di minestra da Sel (che poi è accanto a Sel che, in Parlamento, sta seduto Civati, e non è un fatto strettamente geografico)(lo dice lui, mica io: leggetelo)(e comunque si era capito).

Sì, non abbiamo vinto. Ma chi ha vinto non sa quello che si è perso.
Che poi dico “perso”, ma so bene – per tutti i motivi romantico-psichiatrici che vi avevo già raccontato – che in fondo, per quanto orrore mi faccia il Pd, il suo impresentabile gruppo dirigente, il suo cumulo di compromessi, il suo attendismo suicida ma anche omicida, il suo gattopardismo democristiano, io ci sono sempre stata. Sono sempre stata parte di quella sinistra fluida ma presente, oppositiva ma piena di senso del dovere, critica ma disciplinata. La sinistra che tutto ha perdonato, tutto ha sperato, tutto ha inghiottito, tutto ha condiviso. La sinistra che, come me, non aspetta altro che appassionarsi, mobilitarsi, costruire: esattamente quello che ha fatto – e qui è il miracolo, qui è la vittoria – Civati.

E arriviamo così al senso di brioscia (cioè io) per il popolo.
Forse, miei adorati, il problema è tutto mio. Io amo il popolo, ma non sopporto la gente. Il popolo è quello della Costituzione, delle rivolte di piazza, di se non ora quando. La gente è quella delle platee, del televoto, dei pullman coi cartelli preconfezionati e il set di pentole. Il popolo s’incazza, la gente applaude. Il popolo è elettore, la gente è cliente.

Forse la mia generazione (quella anagrafica, dico, quella che rinnego ma la Storia se ne frega di me, e pure l’anagrafe) è gente, e non sarà mai popolo.
Forse popolo e gente sono compresenti e a volte sovrapposti, e ci vuole grandissima lucidità, grandissima lungimiranza, grandissimo cuore e intelletto per capirlo e accettarlo.
Forse io sono una radical-chic, alla faccia delle mie buone intenzioni (che pure ci sono, e sono autentiche, lo giuro sul Manuale delle giovani marmotte). Forse anche dentro di me c’è popolo e gente, e io – malgrado le mie ambizioni intellettuali e le mie credenze mitologiche su me stessa – non so distinguerli.
 Forse i miei dubbi sono la parte migliore di me, quella davvero di sinistra (il popolo), e il mio aspirare alle certezze no (quella è la gente).

 Renzi non mi piace affatto, e mai mi piacque. Ho sempre pensato di lui che è come dovrebbe essere uno di sinistra secondo quelli di destra.
Il suo lato piacione mi fa una profonda antipatia, percepisco in lui una parte fumosa che mi insospettisce e una parte opportunista che mi fa orrore. Il suo cattolicesimo dichiarato non mi piace affatto: uno dei pregiudizi a cui sono più affezionata è che i cattolici non possono essere cattolici e guidare un partito di sinistra, che dev’essere luminosamente laico (su questo non negozio, potete insultarmi quanto volete)(vi lancerò solo una maledizione calabrese a vostra insaputa)(ho detto che non sono cattolica, mica che non sono pagana).

Ma ora il partito è suo, e spero ne faccia un buon uso. Io non voglio fare l’errore della gente, non credo nel “muoia Sansone con tutti i Filistei” (e solo gli dei sanno quanti ce n’è, di Filistei, nel Pd). Se Renzi saprà fare qualcosa di buono, che ci traghetti fuori da questa mortificante stagione di stagnanti intese e stabilità mortifera, lo riconoscerò, sia pure a malincuore (sono calabrese: tragediatura e vendicativa ma leale).

  Certo, al momento non mi sento di votare ancora Pd. Non questo Pd che non riconosce Civati come un degno rappresentante. Non questa gente in cui non riconosco il popolo (ma, l’ho già detto, questo forse è solo mio personale astigmatismo politico)(forse).
 Però Civati continua a piacermi. Ho letto i due post successivi alla sconfitta (li linko quaggiù: liggitavvilli), e mi hanno saziata più di un discorso di vittoria. Diciamo che è una diversamente vittoria.

Non ci siamo persi, ci siamo trovati e riconosciuti (non sapete con quanta gioia ho scoperto che avevano votato per Civati le persone che più stimo, le persone che nemmeno mi aspettavo votassero, le persone come me, critiche fino al disgusto ma sempre capaci di rispondere a un appello vero).

Ora il problema è cosa fare di noi.
Lo scopriremo solo vivendo. 

Hasta Quasi Siempre

Ps, leggetevi questi due post. Non è un invito: è un’intimidazione.

http://www.ciwati.it/2013/12/09/siamo-umani/

http://www.ciwati.it/2013/12/10/il-senso-di-un-inizio-la-ricognizione-riprende/

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Civati, proprio così

Ho cercato di smettere e ci sono riuscita: non voto più Pd da un sacco di tempo. Ma non ne sono del tutto fuori, visto che continuo a incazzarmi esattamente come prima, anzi pure di più. E poi è in un certo senso una responsabilità sociale, preoccuparsi della sinistra, tutta quanta: se si è messa la maglia di lana (sì, pure troppe), se ha il mal di pancia (no, mai quando dovrebbe), se gli attacchi di Alzheimer di cui soffre periodicamente sono reversibili (non tutti).

Che poi si fa presto a dire sinistra, ma certo alcune, di sinistre, non si somigliano tra loro nemmeno da lontano, come mia zia Mariella e il nipote Pierluigi il commercialista, che penseresti che non possono essere parenti, e forse neppure della stessa specie (saremo mica tutti umani, no?). E non apriamo nemmeno il capitolo della somiglianza tra la sinistra centrale e le sinistre periferiche, che lì sono davvero cose sinistre e persino destre, per quanto possa sembrare assurdo (posto che esista ancora, dopo quel che abbiamo visto e votato, la categoria dell’assurdo)(poi comunque, se avete tempo, googlatevi, per esempio, Pd e Messina, tanto per).

No, non chiedetemi cosa ho votato finora, perché non ho il tempo e le forze per sostenere contraddittori su Verdi, Bertinotti, Vendola (sì, l’ho visto il video, grazie) e persino il mio diletto sindaco Accorinti, uno dei pochissimi candidati che mi sia mai riuscito d’eleggere, nella mia non breve carriera di elettrice (questo perché minoritari si nasce, e io modestamente lo nacqui).

Lo so, come tanti di noi comunque pochi (questo non è un Paese per sinistre, e forse neppure un universo, per sinistre), ho creduto a un certo numero di balle, mi sono appassionata a un certo numero di progetti insostenibili, a volte di personaggi insostenibili, ho pensato che l‘utopia fosse un obiettivo realistico (si chiama realismo magico, ho appreso poi. Meglio così).
Insomma, ho più o meno le cicatrici di tutti, le mollette “io ci tengo” di tutti, le disillusioni di tutti (vuoi salire a vedere la mia collezione di disillusioni politiche?), le ferite da fuoco amico di tutti, le ricevute da due euro di tutti. Però onestamente niente, quaggiù nella zona equatorial-polare della sinistra, quaggiù nel limbo dell’imposizione di Letta e di governo, quaggiù tra i rottami delle gioiose macchine da guerra, tra i set di smacchiatura giaguari fatti a Taiwan, niente è stato mai paragonabile alla meschineria di questi tempi ipocriti, largamente fraintesi, vigliacchi, democretini e tartufeschi. Tempi di cui sono degni testimonial personaggi – per dire – come Letta o Fazio.

E qui veniamo al punto: il Pd di oggi da tempo mi pare la terra dei fuochi della sinistra. Quello che brilla no, non è il sol dell’avvenire: è un rogo tossico. Il Pd mi ha delusa, nauseata, innervosita, disgustata, fatta incazzare, depressa in una ingegnosa varietà di modi e forme. Su qualunque cosa: economia, elezioni, candidature, opposizione, diritti civili, pensioni, scuola, lotta a Berlusconi, intesa con Berlusconi, patto di non belligeranza con Berlusconi, pattina di Berlusconi, bicamerale, biforcuta (lingua), bipolare (disturbo).
Onestamente, non meriterebbe ancora la mia attenzione.
Ma se non soffrissi di coazione a ripetere probabilmente non sarei tornata a votare, a votare a sinistra e a incazzarmi. Forse non sarei nemmeno di sinistra, non so (prima o poi bisognerà scrivere un Dsm della politica).
Comunque, questa lunga premessa per dirvi che alle primarie di domenica voterò. E voterò Pippo Civati. Perché sono persuasa che non c’entri un cavolo con il Pd, e io, che sono di sinistra, adoro i cavoli a merenda. Dunque il mio prossimo obiettivo d’irrealismo magico, utopismo coatto e romanticismo politico-psichiatrico sarà non cercare di piantare un Civati nel mezzo del Pd, ma – pensate – costruire un Pd attorno a Civati.

Pura follia, lo so.

Seguo Civati da un sacco di tempo: da quando era consigliere regionale della Lombardia, e aveva fatto una serie di cose di quelle che ti dici “toh, ma è possibile che questo sia del Pd? No, dai, hai capito male”. E invece.
Lo leggo tutti i giorni sul suo blog e su twitter: non c’è mai una nota frettolosa, inutile o anche solo esornativa. Non c’è mai una nota furba, posticipata, attenta alle rassegne stampa. Civati ha cose da dire, e le dice. Dopotutto, le cose si dicono, dicendole: e questa cosa di dirle, le cose, mentre succedono, è pressoché rivoluzionaria, nel Pd tartufo e schermato e scivoloso e sfuggente come una dc qualsiasi.
E le cose si fanno, facendole: tipo mettere su una mozione contro la Cancellieri, mentre il pavido Pd, stuPd, Pdement, si nasconde sotto il tavolo. E sbattersi per farla sostenere, e non riuscirci. Mentre altri si fanno belli con dichiarazioni senza sostanza e senza peso, cambiando verso in continuazione.

Trovo Civati chiaro, nitido, conseguente in ogni punto: non ha mai smentito nulla di quel che ha detto, non ha mai fatto retromarcia per opportunismo e a favore di telecamera.
Ha le posizioni più nette – lo dico perché è una cosa che mi sta molto a cuore – sui diritti civili, che sono il campo minato dello stuPd, infestato di cattolici e battipetto, binettato pesante.
Ha un’idea vera di partecipazione.
Fa le battute perché è ironico e intelligente, non perché gli servono gli slogan: il suo linguaggio ha l’articolazione del pensiero, non i fulmini dello spot.
Insomma, ho sempre pensato che se Civati non fosse del Pd sarebbe il mio candidato perfetto.

E poi mi sono detta: ma le cose possono civatare, civatandole? Chissà.

Così domenica andrò a votarlo.
Hai visto mai.

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