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Archive for aprile 2013

quarto stato oggi

Cercavo la sinistra, stamattina.
Al mercato, la sinistra erano marito e moglie al loro banco di verdure, le  dita marroni tra cui sparivano i centesimi di quell’economia minima, fondamentale che girava, vestita male, sofferente, in mezzo alla gente, dieci centesimi di qui, otto di là, perché ci sono vite misurate in centesimi, uno sull’altro, dalle quattro del mattino alle otto di sera, e poi a letto.
Quell’economia piccola, smunta, guardava alla sinistra, ma mica la riconosceva: si guardavano senza conoscersi, senza poter fare nulla l’una per l’altra, forse senza nemmeno esistere, l’una per l’altra.

La sinistra era il garzone marocchino, la pensionata che toccava i cavolfiori uno per uno, il custode del parcheggio seduto sul bizzolo, ero io che stavo contemporaneamente in due piazze diverse: quella dei centesimi, dei cavolfiori, delle cassette di legno che oggi sono cassette domani sedili dopodomani legna per il forno, e quella che mi portavo in tasca, dentro l’aifòn, quella virtuale dove invece di passeggiare scriviamo, invece di comprare linkiamo invece di gridare ritwittiamo e mi chiedevo se fossero la stessa cosa, quelle due piazze, e dove mai si potessero incontrare, oltre che – fortuitamente e malamente – nella mia persona.

Mi chiedevo come e dove quella sinistra, quella scritta e proclamata, linkata e ritwittata, potesse mai incontrare i cavolfiori della pensionata, l’economia dei centesimi, le cassette di legno spostate dal garzone marocchino. Dove la sinistra materiale, quella dei prezzi, dei diritti, dei contratti, delle relazioni, diventasse la sinistra immateriale delle parole, e forse quella irreale delle votazioni a scrutinio segreto e dei segreti a scrutinio palese. La sinistra che non sa nemmeno di esistere e la sinistra che esiste in un modo che nessuno di noi comprende, per alzata di mano e coltello nello schiena. In mezzo noi, il corpo elettorale per metà incorporeo, dissolto nella nuvola di status, tweet, link, che tutti assieme fanno una voce incredibile ma anche nessuna voce, non più dell’uno vale uno che sottoscriviamo con la matita copiativa, nella cabina di legno durante quel rito povero, laico, spartano che è la democrazia esercitata, la democrazia applicata talmene capillare e minima che nemmeno noi la comprendiamo per intero.

Mi chiedevo come convertire una piazza nell’altra, scambiare link con cavolfiori e sguardi con diritti, e matite copiative con parole e scelte che ridiventano centesimi, legno, cavolfiori, banchi della frutta e verdura. E anche segretari di partito che dicono cose che condivido o quantomeno rispetto, e portavoce che portano voci sensate, meditate, limpide, nutrienti.

Non so se il Pd è morto, so che la sinistra non può morire. Ma non so esattamente come farla vivere, con questo suo corpo così bello, inafferrabile, mezzo piazza e mezzo parola, mezzo cavolfiore e mezzo matita, mezzo me mezzo chissà.

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bbb

Nell’Italia che volevo il leader della sinistra era Berlinguer, e soprattutto esisteva una sinistra.
Nell’Italia che volevo la sinistra era un modo di ascoltare, accogliere, armonizzare.
Nell’Italia che volevo il nome “Mussolini” (e scritto così non sottintendeva “Alessandra”) non si doveva nemmeno sentire, tra le pareti di Montecitorio.
Nell’Italia che volevo c’era la supercazzola del Conte Mascetti, ma non Rocco Siffredi.
Nell’Italia che volevo un nome limpido e pesante come quello di Rodotà era la prima scelta, e tutti s’accapigliavano a sostenerla per primi.
Nell’Italia che volevo la Prima Repubblica non riceveva 521 voti.
Nell’Italia che volevo Berlusconi era un palazzinaro brianzolo che raccontava barzellette al suo capomastro.
Nell’Italia che volevo Bersani era alla pompa di benzina, a smacchiare i parafanghi.
Nell’Italia che volevo Alfano faceva l’assistente avvocato che portava i caffè (beh, come ora, in effetti).
Nell’Italia che volevo Gino Strada era ministro della Sanità, anzi della Salute.
Nell’Italia che volevo la Costituzione non aveva bisogno di una guardia del corpo elettorale.
Nell’Italia che volevo ogni governo era tecnico perché competente, e politico perché capace di mediazione e ascolto.
Nell’Italia che volevo al Colle andava il meglio.
Nell’Italia che volevo la maggioranza era un insieme di minoranze che riuscivano ad andare d’accordo, perché uno vale uno ma la gran parte o tutti non valgono più di ciascuno.

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