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Archive for giugno 2008

Io nella Libreria, appena ho trovato il mio papiro necessatio (Sir Lawrence Alma Tadema - Il poeta preferito)

  Appena ha saputo che stavamo arrivando, la libreria è rispuntata dal fianco della roccia. Ha messo fuori un’insegna, ha allargato due vetrine, una soglia di pietra, ha aperto con cura cigolante un cancelletto di ferro battuto, quasi fosse un frontespizio. Quando siamo arrivati sul corso di Lipari, la Libreria delle Necessità era ancora lì, come se ci fosse stata da sempre. Solo l’insegna era cambiata: adesso diceva, con le stesse lettere composte, “Libreria del Desiderio”.
   Siamo entrati con timore, reverenza e un solletico appena alla punta del cuore: cosa avremmo trovato, stavolta? Di solito usciamo da lì ubriachi, con le braccia cariche di libri che non sapevamo, ma c’aspettavano, o che non lo sapevano loro, ma noi li stavamo aspettando, o che lo sapevamo tutti e due, ed era solo questione di tempo. La libreria passa giorni e mesi a scriverseli, quei libri. Ce li prende da dentro, dalle riserve nascoste di sogni, idee, ricordi nemmeno tutti nostri.
  Sono quasi certa che il libro su Coppi e Bartali era destinato a mio padre, ma lui non è riuscito a venire a prenderselo, in questa vita. Lo prenderò io, la prossima volta.
La libreria, raccolta in se stessa, mascherata da edicola-cartoleria, leviga le sue pagine con la polvere di pomice, e scrive con certe lunghe piume d’oca di cui s’avverte appena lo scricchiolìo, ma solo in nottate di calma assoluta. E’ praticamente impossibile sentirla: il suo rumore si confonde col borbottìo delle motonavi, coi cori d’angelo sintetico delle autoclavi, persino col fruscìo segreto delle lucertole, che sono le regine vere delle isole ma non lo sa nessuno, secondo il patto segreto dei rettili.
  Insomma, appena entro, leccandomi le labbra, lo trovo aperto su un leggìo: “Lawrence Alma Tadema e la nostalgia dell’antico”. Il catalogo. Il catalogo della mostra a cui non sono riuscita ad andare, fermata dai muri di monnezza fra Napoli e il resto del mondo.
 Non so se conoscete Alma Tadema. Dietro quel nome ingannevole, da fattucchiera turca, c’è un baronetto vittoriano col gusto malato per le antichità e le decadenze. Dipingeva preferibilmente scene di vita in qualche Pompei prima della catastrofe, piene d’una luce ferma e soffusa, con un languore che chiunque riconosce subito come suo. Ha un modo, Sir Alma Tadema, baronetto kitsch col nome di fattucchiera, d’uncinare la nostalgia pescando nel cuore, e di tirarla piano piano in superficie facendoti gemere un poco.
La stessa cosa della libreria.
  Così ha gettato la lenza e ha agganciato e poi tirato, la libreria, e come al solito s’è portata in superficie il mio cuore d’argento, con squame e coda e voce di donna.
Lei lo sapeva che volevo vedere quella mostra. Che ogni volta, davanti ai quadri impossibili di Alma Tadema io – lo confesso – mi fermo e comincio a sognare così pervicacemente che qualcuno deve venire a scuotermi, a mormorare controincantesimi e qualche volta a pizzicarmi forte. 
  Ho preso subito il catalogo e tenendolo stretto perché non mi sfuggisse (non so se la libreria cambia idea d’improvviso, ma potrebbe) ho continuato a girare: D., intanto, s’era perso per suo conto nei corridoi che la libreria aveva deciso d’aprire per lui.
 Non so quanto ci siamo stati. Due, tre ore, tre giorni. Non lo so mai con esattezza. So solo che quando usciamo dobbiamo bere qualcosa, e l’isola fa una fatica del diavolo a recuperarci per intero, odori sapori ombre e tutto, lontani come siamo.
  D. è riemerso con varie cose, tra cui “Treno di notte per Lisbona”, che parla di una libreria e di libri elusivi, forse inesistenti.

   Ma parliamoci chiaro, esistono i libri inesistenti?
Se riesci a immaginarlo, un libro esiste. E se lo immagini abbastanza forte e chiaro (ma anche abbastanza forte e oscuro), la libreria te lo fabbrica e te lo consegna. Se lo scrive mentre tu fai i tuffi, mangi la bruschetta di cappero e sgusci le vongole. Mentre tu guardi un punto incollocabile nel mezzo d’un tramonto, mentre pensi a certe assenze che ti camminano così vicino, sulla pietra lavica, che puoi sentirne i passi.
Lei sa, lei scrive, lei ti fa trovare sotto una copertina e un titolo esattamente quello che volevi trovare.
 “Elogio della menzogna", “Un difetto impercettibile”, “Il vero giardiniere non si arrende”, “La lampada resterà accesa”. Ogni titolo mi diceva qualcosa, mi indicava qualcosa di mio. Magari un desiderio messo un po’ storto, che non sapevo riconoscere, visto così.
  Abbiamo speso una cifra non calcolabile, nella Libreria del Desiderio, a Lipari. E siamo usciti, come sempre, ubriachi ed enormemente più ricchi.

    Sono stata tre giorni tre a Lipari, la mia isola madre preferita. Giugno quest’anno è caduto d’ottobre, si sa, e quindi ha pure piovuto, e le sere erano così fresche che bisognava coprirsi, o le nostalgie – che già scorrazzano libere e si abbeverano in riva al mare – ti mordevano il petto e ti lasciavano i segni.
Ma ho bevuto la mia malvasia, mangiato un gelato di cannella che mi ha provocato le lacrime, visto due partite, maledetto Donadoni in calabrese, fatto due bagni e un giro nel cimitero (che mi aspettavo pieno di vascelli spezzati e canti di marinai e ho trovato colmo di virtù ottocentesche e morbi napoletani), e come sempre mi sono lasciata attrarre dal tremendo potere della Libreria. Ho anche fatto qualche domanda, e so il nome del proprietario, M. B., e so pure che dice d’essere una persona disordinata. Il suo disordine mi ricorda quello del giardiniere, del cuoco, del sarto. Quello dei semi che cadono nella terra. Quello degli dèi che mischiano pelle, petali e schiuma e creano animali, storie, uomini. Libri.

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Avviso: in questo post si svela la trama del film. Poi non dite che non ve lo avevo detto.


Personaggi:

La Scema bionda, Carrie, ovvero quella che, malgrado guadagni un sacco di soldi solo osservando quello che le accade attorno e raccontandolo in forma di Sex e pure di City (le due cose sono collegate, poi spiegheremo come), malgrado abbia un guardaroba che, onestamente, potrebbe sostituire qualsiasi uomo, malgrado abbia avuto nel suo letto roba del tipo il falegname mollaccione ma tenero (Aidan), lo scrittore invidioso ma di spirito (Berger), il russo egocentrico ma fascinoso (Petrovsky) , s’ostina a spasimare per un Big. Un Big Mac, falso come un panino di McDonald, pieno di sé, lardoso e pure tinto (mogano). Uno di quelli che: dormi qui, ma non lasciare nemmeno uno spillo a casa mia.
Oppure: Lei: che facciamo, prenotiamo una casa agli Hamptons per l’estate? Lui: ne parliamo dopo. Lei. dopo quando? Lui: quando torno da Parigi. Lei: stai andando a Parigi? Lui: sì, per sei mesi.
Tornerà da Parigi. Con una moglie più giovane della Scema, più alta di venti centimetri (e non ci vuole molto).

Big. Appunto. Big come Big Mac, come Bigamo. Come bastardo.

Le amiche della Scema:
Miranda la rossa, Avvocata ex cinica, sposata col mite Steve Brady, madre di un bambino-clone, che per giunta si chiama Brady Brady, il che spalanca futuri scenari edipici sconcertanti;

Charlotte la bruna, versione metropolitana della Bella Addormentata, convinta che "basta non fare sesso per un anno per ridiventare vergine" e fattasi ebrea per sposare, in seconde nozze (ma pur sempre in bianco, esattamente come erano andate le prime nozze con l’impotente mammone Trey McDougal), il pancione pelato ma dolcissimo Harry Goldenblatt, ottima dimostrazione di come si possa trovare un ottimo marito quando non lo stai cercando, specie se non ti fai distrarre dal packaging;

Samantha la bionda molto mesciata, consumatrice di uomini che valuta a peso e misura, non crede all’amore più di quanto creda a Babbo Natale (ma di Babbo Natale sarebbe anche disposta a valutare eventuali prestazioni). Ovviamente, sesso a parte, è la versione newyorchese di Zia Mariella.

Trama:

Allora, tutto comincia quando la Scema vuole indurre Big a sposarla, cosa che ha cercato di fare per tutte le precedenti 94 puntate, ottenendo come risultati un matrimonio (di lui con un’altra), un tradimento (di lei con lui, sposato), svariati anni di acquisti compulsivi di scarpe e un’ulcera gastrica da crisi di bulimia & cibo cinese. Big, però, stavolta le dice: e perché no? (che è la cosa più vicina al "sì" che lui, da sempre, riesca a pronunciare).
Cominciano con un tailleurino vintage bianco prima comunione e 75 invitati, ma presto la cosa gli sfugge di mano.
Cento invitati, e la cerimonia nella sala degli affreschi della New York Pubblic Library (sì, una biblioteca: carino, no?).
Duecento invitati, e un vestito di Vivienne Westwood del costo presunto di cinquantamila dollari.
Duecento invitati, un vestito di VW e un servizio fotografico su "Vogue".
Duecento invitati, un vestito, un servizio fotografico e la qualifica di "ultima single quarantenne di Manhattan che ce l’ha fatta". E ce l’ha fatta grossa.
Così, mentre lei prova l’acconciatura di nozze (un trofeo con penne cerulee d’uccello del paradiso)(vi ricordate cosa diceva sul "ceruleo" Meryl Streep in "Il diavolo veste Prada"?)(vi ricordate cosa diceva, in generale, Samantha degli uccelli in tutto il resto della serie tv?)(mai avere un uccello per la testa, insomma), lui comincia ad avere un malessere. La famosa sindrome del "mi sta incastrando". Suda, il bastardo, che quasi gli si scioglie la tintura (mogano).

Parentesi su Big.
Ieri ero dal parrucchiere, e leggevo un dotto articolo sul film in questione, scritto, ovviamente, da un maschio. Vi si definisce con orrore la "spaventosa galleria di fidanzati-freaks" di Carrie (ma vale per tutte e quattro le amiche)(e, oserei dire, vale per tutti gli uomini, newyorkesi e non: sono freaks, facciamocene una ragione), e vi si legge – testualmente – che "escluso Big, è una parata di sfigati/impotenti/inaffidabili/paranoici". Come, escluso Big? D’accordo, non sarà impotente, e nemmeno sfigato. Ma affidabile? non paranoico? Big?
Big è una delle migliori rappresentazioni di cinquantenne bastardo metropolitano. Regolarmente inaffidabile, sistematicamente assente, programmaticamente bugiardo e compulsivamente dedito a farsi gli affari suoi (e le modelle sue). Escluse le modelle e la tintura dei capelli (mogano), preciso sputato al mio ex marito. E a centinaia di migliaia di uomini: l’internazionale del bastardo traditore e fedifrago, lo stronzo global.

Insomma, Big lascia Carrie all’altare, anzi non scende nemmeno dalla macchina (una limousine). La chiama, oh sì, la chiama al telefono col tremolizio nella voce: piccola, piccola, non posso farcela, non ce la faccio, gné gné.
Giustamente, lei lo raggiunge e lo piglia a colpi di bouquet di rose bianche (a gambo lungo). Sarebbe stato più efficace il cric, per la verità. Ma hai trovato mai un cric a portata di mano quando ti serve?

Per fortuna, quasi sempre si trovano a portata di mano, quando ti servono, amiche eque e solidali, che – per esempio – passano con te la tua luna di miele mancata (in un resort messicano a cinque stelle pagato con la tua carta di credito), mentre tu catatonizzi sul letto nuziale e la memoria del cellulare si riempie di messaggi di lui: scusami, ti prego scusami, ti supplico scusami, gné gné.
Ma che, scherziamo?

E qui si potrebbe aprire pure un dibattitto: è più bastardo lui o scema lei? E’ nato prima l’uomo o la gallina? Come si fa a non vendersi l’anima, quando sei tu che vorresti comprarmela, anche se con una carta di credito scaduta e nemmeno tua?
Insomma, ho passato alcune ore a gridargli "bastardo", tentando di lanciargli bottiglie di coca e bicchieri di popcorn duro come ghiaia (ma farolit mi fermava, sappiatelo: quella donna è un vero esempio di zen calabro-siculo).

Insomma, alla faccia di Sex e di City (le due cose sono misteriosamente collegate, nel senso che, secondo Carrie, quando ti va male – perché lui è sfigato/impotente/inaffidabile/paranoico, cioè nel 99 per cento dei casi – puoi sempre continuare la tua storia d’amore con la città. A New York. A Messina, quando ti va male, al massimo puoi andare a sparare ai topi nelle discariche abusive, o a scrivere con lo spray rosso sulle magnolie secolari del lungomare, o a cercare di suicidarti sui binari del tram che corrono accanto al mare, o annegandoti in mezzo alle buste di plastica e al catrame galleggiante di Mortelle, o persino abbuffandoti a un party elettorale).

Sì, sono stata un’estimatrice della serie tv, che conosco come altri i Vangeli o la tastiera del telecomando. Ammiravo le donne fra loro, perché le riconoscevo (anche da qui). E mi piacevano il realismo di Miranda, le domande di Carrie (ogni puntata una domanda, compitata sullo schermo del pc: Quando gli uomini diventano troppi? Si può fare mai davvero sesso sicuro? Per caso i ventenni sono come l’ecstasy? In una città che può offrire tutto è meglio accontentarsi di quello che si trova? Quando abbiamo smesso di farci domande?), le sicurezze di Samantha, alcuni abitini di Charlotte e le scarpe di tutte e quattro. Roba da insegnamento di vita.
Ma questo lieto fine della Scema che si sposa con Big, col vintage triste addosso (ma le scarpe da fidanzamento di Manolo Blahnik tacco dodici ai piedi) e un ricevimento da McDonald no, non posso sopportarlo. Mi offende.
Zia Mariella è d’accordo: gli doveva staccare la testa, ha detto lapidaria quando le ho raccontato la trama. Ecco.

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Identidad

  Il pittore s’apposta nel vicolo, e coglie la donna mentre passa con le sporte. Non è una donna rassegnata, nasconde una qualità combattiva che non le consente di chinare del tutto le spalle. C’è un discorso sottinteso i cui contrappunti sono il battere ritmico delle borse, le nuca impercettibilmente tesa, la borsa a tracolla, di traverso sulla spalla. C’è qualcosa di irredimibile, nella donna. Il suo sguardo, che s’intuisce aperto e lontano, anche se la donna è di spalle.
Il pittore la cattura sul foglio, con gesti rapidi. Le dà un prugna arancio, come i frutti della sporta, come le misteriose semine che la donna persegue, sotto la rassegnazione.
La donna sparisce di colpo dalla strada. Non resta nulla, nemmeno il fruscìo delle suole.  


Il pittore si sposta, esce dalla cinta di mura, mentre il giorno si fa più azzurro calando nella sera come in un’acqua scura. Il ciclista passerà tra poco.
Eccolo. S’addentra nella sera con pedalate regolari ma un’intima tensione che s’esprime nel modo di gravare sul manubrio, di spingere, di sollevarsi appena sul sellino. C’è un che di infinitamente speranzoso, in lui. Sì, un azzurro che prontamente il pittore cattura.
Il ciclista sparisce, forse si confonde col blu di prussia della notte che gli va incontro a ondate, forse col bianco del suolo dove indugia il giorno. Il pittore s’allontana: gocce di blu macchiano la strada.


Infine, mentre torna a casa, il pittore sente qualcosa che lo chiama. Si volta, ed è un bianco lucente, con qualcosa di rosato. Brilla come l’ultimo punto di luce prima della notte completa che ha già fatto tutto il quartiere d’un ocra vecchio.
E’ una ragazza. Cammina con la sua luce propria che la segue, con un giro di anche rotonde, una borsa e pensieri leggerissimi di nessun colore particolare.
Il pittore la segue per due isolati, poi prende anche lei, scottandosi appena le dita con quel bianco luccicante.
Qualcosa resta nell’aria, come una speranza inspiegabile in faccia alla notte.

Sì, sono diventata bianca. Da un poco lo pensavo. Non che non mi riconosca, nell’essere nera. E’ una vita che sono nera. Sono nera come sono femmina, meridionale, controversa. Sono nera come sempre le minoranze. Ma questa primavera novembrina mi chiede più bianco, più bianco. C’è qualcosa che deve covarsi, qualche cambiamento, qualche persistenza. E c’era bisogno di un fondo bianco, come quelli che, spesso, usa uno dei miei pittori preferiti, Pedro Cano, specializzato in cose invisibili. Città, persone, orti. Con la sua mano d’acquarello, Pedro apre porte tra i mondi, rende percepibile quello che – prima – sentivamo come un disturbo, un sogno, un déjà-vu, un desiderio. Un infrasuono, direbbe varasca. Un infrasapore, direbbe brioche. Un’infraimmagine, dice Pedro.

Ecco, i fortunati che sono a Roma potranno andare a godersi questa magnifica, nuova mostra di Pedro, di cui ho parlato, per il lato b, qui . Attenti, però: lui è lì, a catturare identità, colori, infrapensieri.

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