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Archive for the ‘impossibilia’ Category

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“Chi sei tu, una comparsa?” L’uomo con gli occhiali e la barba quasi bianca abbassa il megafono e si rivolge impaziente alla ragazza avvolta nella coperta militare.
“Comparsa? No, anzi. Sono scomparsa per un sacco di tempo” fa lei. E’ molto giovane e stanca, ma gli occhi sono scuri come un noce di mille anni, come certe notti di poche luci. S’accomoda attorno la coperta, siede a gambe incrociate sul margine della strada, dove la neve s’accumula fra le traversine. Non smette di guardarlo.
“E cosa fai qui?” dice lui sospettoso, dando un’occhiata rapida all’orologio: altrove, il tempo scende nella clessidra in forma di denaro.
“Guardo” risponde, semplice, lei. “Magari mi ricordo qualcosa – aggiunge, e un lampo scuro viene dagli occhi – Non serve a questo, ciò che stai facendo?”
“Sì, serve a questo” si ferma lui, perplesso. Si guarda attorno: nel vasto campo, circondato dai riflettori e dalle cineprese, camminano tutti assieme gli internati con le divise a strisce, i tecnici, i soldati con la svastica, gli aiutoregisti, i kapò coi canini luccicanti. Un grappolo di microfoni cala in un angolo, i carrelli slittano nella fanghiglia. La neve intanto segna le pause, le righe bianche, il tempo rapido e lento della memoria che va all’indietro.

“E cosa ti ricordi?” dice ancora l’uomo, avvicinandosi d’un passo. Ora la guarda meglio: la ragazza ha il segno d’una fossetta sul mento, le labbra secche, qualcosa d’inconsolabile sulle guance. Ma gli sorride.
“Niente, non mi ricordo niente – scuote il capo sconsolata – Mi ricordo un retrocasa, pareti di fòrmica marrone, odore di cavoli, un gatto”.
Qualcuno, alle loro spalle, urla qualcosa, forse “si gira”: gli internati con le divise a pezzi corrono da un lato, una raffica di mitragliatrice disegna righe precise, fuoco rosso sulla neve, un volo di corvi si scatena da un punto imprecisabile dell’est, aggiunge altri ricordi, come vortici di polvere nel cielo dei camini.
La ragazza sussulta, spalanca gli occhi e inghiotte la neve, il campo, i passi, il fuoco, i corvi. “Sembra un film – dice poi parlando piano – Mi piacevano, i film. Si dimentica ogni cosa, coi film”. Torna a guardare la spianata del campo.
“No, si ricorda ogni cosa, coi film – fa, secco, l’uomo – Anche quello che non conosciamo, possiamo ricordare”.
A dieci metri da lui, una donna col fazzoletto in testa cade nella neve, un foro rosso e perfetto nel mezzo della nuca.

“Ti sbagli – il viso rotondo della ragazza s’increspa di decisione, le labbra tornano brevemente rosse – possiamo distrarci, possiamo consolarci, possiamo… dimenticare”. Le piccole mani stringono il bordo della coperta, che in un angolo s’è inzuppata di neve e ha preso un colore di piombo.
Una fila di prigionieri cammina con le mani sulla testa fino al plotone d’esecuzione, tre bambini strisciano in silenzio verso il filo spinato, da lontano vengono i suoni ammaccati d’una marcia militare stonata. In una baracca, qualcuno sta nascondendo una stola ricamata con simboli religiosi in un pagliericcio; un altro scambia un diamante con un pane; un altro ancora scrive lentamente una lista: l’inchiostro è denso come sangue nero. Nel paese accanto, la gente cammina con la testa bassa, e ripete che la guerra è lontana.

“No, questo non me lo ricordo – dice ancora la ragazza – mi ricordo le fotografie delle stelle del cinema che appiccicavo sul muro: loro mi aiutavano a sognare, che è un modo per dimenticare”.
La neve riprende a cadere, sul mondo di prima e di dopo.

Pubblicato anni fa nel blog estinto “Incontri impossibili”, dove avevo immaginato di far incontrare l’autrice del Diario con l’autore di Schindler’list, tanto per vedere cosa succedeva. In realtà, ogni volta che incontriamo certe memorie così gigantesche dovremmo fermarci e cercare di capire. Invece.
Questa cosa demente degli adesivi con Anna (io la chiamavo così da bambina: la consideravo una di famiglia, visto che ci chiamiamo tutte Anna e scriviamo diari segreti e siamo sensibili all’ingiustizia) usati dagli ultrà per insultare altri ultrà mi sembra, appunto, una cosa demente. Io mi sentirei onorata, se qualcuno mi chiamasse “Anna Frank”. Invece mi offenderei a morte, se qualcuno mi chiamasse “ultrà”. 

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che che che

E io che detesto le t-shirt, cioè le magliette (lo so, dovrei scriverlo su una maglietta: io detesto le magliette). Lo sanno tutti, pure zia Mariella (che quando il cugino Michele, che gli amici lo chiamano màiki e lei micheluzzu, le ha detto “zia, hai lavato la taiscìrt?” lei gl’ha risposto “parla pulito sennò ti lavo la bocca con la lisciva”)(e poi l’ha lavata, con la lisciva)(la maglietta, non la bocca).

 Ernesto Rafael De la Serna, detto Che, che ha abitato in un sacco di posti – su alberi, proclami, canzoni, cuori, muri e piedistalli – ora abita per lo più sulle magliette. Ne vendono una ogni ventidue minuti, in tutto il mondo. Giuro.
Il che (il Che) resta un ottimo motivo per detestare le magliette, e per averne una con lui, proprio lui, il bel volto “encabronado y dolente, il basco, lo sguardo che incide su un piano imprecisato dove s’agitano futuri solo a lui noti.

In clinica, quando ero incinta di diciotto mesi, mia madre e le zie mi nascondevano santini dappertutto: nel cassetto, tra la biancheria, nella tasca della culla. Io, dopo un’epica perquisizione della stanza assieme ai Ris di Parma, ho buttato via tutto. Le zie erano affrante, mia madre terrorizzata: non c’era più nessuno a proteggermi. Hanno tenuto una riunione metafisica nel corridoio, e poi mia madre è venuta a parlamentare: “Non è giusto, tu qualcosa lo devi mettere. Ma pure un che guevara”. Abbiamo patteggiato: un padre pio per un che guevara. Sono andata in sala operatoria con due santini – uno ciascuno – appiccicati alla barella. Pio e Che.
Le forze del male erano scornate, tutte fuori dalla finestra. Passi Padre Pio, ma pure col Che, non c’è partita.

Dopo averlo ucciso, con due raffiche di M-2, nella scuola del villaggio di La Higuera – esattamente cinquant’anni fa: era il solito ottobre secco e avaro, pieno di polvere e recriminazioni – l’hanno appeso a un elicottero per portarlo via. Lui saliva, saliva, il bel volto spazzato da correnti ascensionali, e il peso della terra – che voleva portare tutto da solo – lo lasciava in grandi cerchi concentrici, come ali che cadessero, inutili.

Era bello come Gesù” ha sussurrato la vecchia maestra. Lei era lì, a Vallegrande, dipartimento di Santa Cruz, a vederlo volare in cielo, angelo senza mani (il medico che gliele doveva amputare s’era ubriacato per il dolore e il sacrilegio, e giurava ch’erano uscite fragole, dalla ferita), senza piume, senza passato. Un turchino sanguigno tingeva il cielo, come una festa, come un pasto degli dei.
Bisogna diventare duri senza perdere la tenerezza.
Bisogna diventare angeli senza perdere il corpo.
Bisogna diventare mito senza perdere il passato.

FreddyAlbertoChe

E abbiamo visto tutti – così come la ricordiamo, nel dipinto di Mantegna in biancoenero – la sua morte, la sua morte sbieca e dalla testa grande, miracolosamente non mortificata dai cenci del corpo e delle vesti, adagiata e a suo modo luminosa, mentre attorno si svolge l’emiciclo accademico delle uniformi, dei gesti pleonastici, delle file di bottoni: siamo noi – guardando quella foto – il giovane dal colletto aperto, che fissa un corruccio proprio lì, nell’ epicentro di tutta quella morte, tra la barba omerica e il corpo gigantesco, che si stende ben oltre, quasi fino a ora, quasi fino a qui. 

Il Che, in fondo, non c’è da nessuna parte. Quasi fino a qui.

Oggi – mi dicono – è un anniversario, e io detesto gli anniversari. Detesto i miti da due soldi, detesto le celebrazioni. Ma il Che, sereno e ultraterreno nella sua incorrotta bellezza, se ne infischia di anniversari, miti e celebrazioni. In fondo, la sua foto è la più comprata e venduta del pianeta, eppure è l’unica senza copyright, per volontà dell’autore, il benemerito Alberto Korda, che s’incazzò di brutto solo una volta. Non perché quella foto stava sui muri, sulle magliette, sulle agende di ragazzi smemorati o sulle tazze da tè, ma perché stava su una bottiglia di vodka: “eccheccazzo, il Che detestava l’alcol”. In fondo, la sua guerra in Bolivia allora è stata solo concime, carne nella macina dell’ingiustizia, ma forse ora no. E comunque sia andata, per quante volte sia stato sconfitto, nel corpo e nelle idee, Ernesto Guevara De la Serna, detto Che, morto a 39 anni fucilato in una scuola elementare, è la prova vivente dell’esistenza d’una cosa. Una cosa magnifica, assurda. Una cosa impossibile, e perciò assolutamente necessaria. L’utopia.

 

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L’ultimo a salire a bordo fu Donald Trump: era il più grosso, e l’imbarcazione s’inclinò pericolosamente da un lato. La giovane signora Trudeau lanciò un urletto, e Melania Trump la fulminò con lo sguardo, mentre stoicamente cercava di mantenersi in equilibrio sulle Louboutin tacco dodici. Per quanto ispirato allo stile Jacqueline, il tailleur celeste – che in effetti faceva uno strepitoso effetto ton-sur-ton, in quella giornata d’azzurro inequivocabile che il cielo siciliano di maggio spingeva in tutti gli angoli delle cose – non era la mise più adatta da indossare, quella mattina. Andava meglio agli uomini: grisaglia o fresco di lana, i loro abiti sembravano più confortevoli, sotto i pesanti giubbotti di salvataggio. Shinzo Abe indossava il suo, di taglia piccola, con disciplina nipponica, mentre Emmanuel Macron continuava ad agitarsi, e a tirare giù le maniche del completo blu, con gesto nervoso. Al suo fianco, Brigitte lo osservava al suo solito modo, attento ma non materno, e lo sosteneva semplicemente appoggiandosi a lui. Quei due sembravano sempre una sola persona. I Trump, invece, fecero oscillare ancora a lungo il barcone, nel tentativo di sistemarsi come se fossero seduti su qualche poltrona del club: Melania con una scheggia del legno tirò un filo dei collant, e fu quasi possibile leggerla, la parola che le affiorò alle labbra, rigorosamente serrate in un sorriso Chanel Rouge Allure Velvet d’una meravigliosa tonalità fucsia. Accanto a lei, Theresa May sistemò nervosamente una ciocca bianca dietro l’orecchio. I Gentiloni si tenevano le mani, senza guardare nessuno.

Vuole partire?” disse in un tedesco durissimo Angela Merkel, e lo scafista le rivolse una specie di ghigno da cui lei distolse subito lo sguardo.

Sulla spiaggia di Mazzarò un applauso partì dalle migliaia di persone che s’erano assiepate fin dal mattino presto, per vedere quella cosa prodigiosa del G7. Anche l’Isola Bella era piena di gente, e qualcuno s’era arrampicato fino in cima e agitava bandiere per salutare i Grandi della Terra che salpavano. Erano bandiere arcobaleno, e rosse, e celesti, e qualcuna pure gialla, coi tratti di Giulio Regeni, un altro martire che la folla di martiri aveva riconosciuto come suo.

C’erano libici, ghanesi, eritrei. C’erano siriani, senegalesi, nigeriani, somali. C’era tutta l’Africa profonda e c’era l’Asia dolente. C’erano, tra loro, anche profughi in patria: siciliani senza lavoro, calabresi senza casa, meridionali e settentrionali senza futuro. Formavano un’unica massa indistinta: i Piccoli della Terra. E c’erano molti bambini, tra loro, piccoli dei Piccoli. Sopravvissuti a deserti di sabbia e di mare, nati sotto tende, in mezzo a binari, passati attraverso tunnel di filo spinato e altre forme di muro.

I Piccoli guardavano i Grandi, stipati come erano stati loro, poco o molto tempo fa – molti siciliani, e calabresi, e meridionali e settentrionali erano figli, o nipoti, di emigranti, e quelle scene le portavano comunque dentro. E poi, per migrare e restare senza radici non occorre muoversi, a volte.
Il barcone oscillava sul mare cristallino, dove potevi contare le pietre del fondale una per una, e i gabbiani facevano girotondi stridendo, come se fosse una festa marina, e in un certo senso lo era.
I Grandi avevano preso il posto dei Piccoli, per provare quello che succedeva loro da mesi e da anni, e cercare di capire.

Quando il barcone si mosse, infine, qualcuno urlò più forte, e tutti applaudirono. Buon viaggio!”, aveva detto.
Melania Trump serrò le belle labbra velvet fucsia, e guardò fissa verso la prua. Tra poco sarebbero stati in mezzo al mare. Anche loro.

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Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che s’imbarca su una carretta
coi figli piccoli
senz’acqua e senza riparo
pagando tutti i suoi denari
che viaggia di notte nel mare cupo
che muore per un sì o per un no
che annega a un metro dalla riva
o se sbarca
si trova in un campo di prigionìa
dorme nel fango
non conosce pace
non può lavorare e non può vivere
portando il marchio: clandestino

Considerate se questa è una donna,
ha perso il figlio in mare
non ha marito e non ha nome
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno

Meditate che questo accade
ogni giorno nelle nostre città:
i nuovi lager
si chiamano Cie.
Ricordate anche questo
quando parlate di Memoria

Nel giorno dedicato alla Memoria: ogni specie di Memoria. E la più difficile è sempre la memoria del presente.

Oggi ho letto molte cose, e mi convinco sempre di più che è molto più facile coltivare memorie distanti, che commuovano senza interferire con la nostra vita, piuttosto che usarle per ciò a cui le memorie davvero servono: farci comprendere quel che stiamo vivendo. Perché, fra cinquant’anni, anche a noi potrebbe essere chiesto: Ma non avete visto? Ma non vi siete resi conto? E noi potremmo rispondere come tanti hanno risposto: No, non avevo visto, non avevo capito.
La memoria che non rende più accorti non serve a nulla: non basta la malinconia, occorre la consapevolezza. Se, con gli occhi e i cuori pieni di memorie tragiche restiamo ciechi alle nuove tragedie, quelle memorie non servono a nulla, non sono memorie, ma altri oblii.

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Civati, proprio così

Ho cercato di smettere e ci sono riuscita: non voto più Pd da un sacco di tempo. Ma non ne sono del tutto fuori, visto che continuo a incazzarmi esattamente come prima, anzi pure di più. E poi è in un certo senso una responsabilità sociale, preoccuparsi della sinistra, tutta quanta: se si è messa la maglia di lana (sì, pure troppe), se ha il mal di pancia (no, mai quando dovrebbe), se gli attacchi di Alzheimer di cui soffre periodicamente sono reversibili (non tutti).

Che poi si fa presto a dire sinistra, ma certo alcune, di sinistre, non si somigliano tra loro nemmeno da lontano, come mia zia Mariella e il nipote Pierluigi il commercialista, che penseresti che non possono essere parenti, e forse neppure della stessa specie (saremo mica tutti umani, no?). E non apriamo nemmeno il capitolo della somiglianza tra la sinistra centrale e le sinistre periferiche, che lì sono davvero cose sinistre e persino destre, per quanto possa sembrare assurdo (posto che esista ancora, dopo quel che abbiamo visto e votato, la categoria dell’assurdo)(poi comunque, se avete tempo, googlatevi, per esempio, Pd e Messina, tanto per).

No, non chiedetemi cosa ho votato finora, perché non ho il tempo e le forze per sostenere contraddittori su Verdi, Bertinotti, Vendola (sì, l’ho visto il video, grazie) e persino il mio diletto sindaco Accorinti, uno dei pochissimi candidati che mi sia mai riuscito d’eleggere, nella mia non breve carriera di elettrice (questo perché minoritari si nasce, e io modestamente lo nacqui).

Lo so, come tanti di noi comunque pochi (questo non è un Paese per sinistre, e forse neppure un universo, per sinistre), ho creduto a un certo numero di balle, mi sono appassionata a un certo numero di progetti insostenibili, a volte di personaggi insostenibili, ho pensato che l‘utopia fosse un obiettivo realistico (si chiama realismo magico, ho appreso poi. Meglio così).
Insomma, ho più o meno le cicatrici di tutti, le mollette “io ci tengo” di tutti, le disillusioni di tutti (vuoi salire a vedere la mia collezione di disillusioni politiche?), le ferite da fuoco amico di tutti, le ricevute da due euro di tutti. Però onestamente niente, quaggiù nella zona equatorial-polare della sinistra, quaggiù nel limbo dell’imposizione di Letta e di governo, quaggiù tra i rottami delle gioiose macchine da guerra, tra i set di smacchiatura giaguari fatti a Taiwan, niente è stato mai paragonabile alla meschineria di questi tempi ipocriti, largamente fraintesi, vigliacchi, democretini e tartufeschi. Tempi di cui sono degni testimonial personaggi – per dire – come Letta o Fazio.

E qui veniamo al punto: il Pd di oggi da tempo mi pare la terra dei fuochi della sinistra. Quello che brilla no, non è il sol dell’avvenire: è un rogo tossico. Il Pd mi ha delusa, nauseata, innervosita, disgustata, fatta incazzare, depressa in una ingegnosa varietà di modi e forme. Su qualunque cosa: economia, elezioni, candidature, opposizione, diritti civili, pensioni, scuola, lotta a Berlusconi, intesa con Berlusconi, patto di non belligeranza con Berlusconi, pattina di Berlusconi, bicamerale, biforcuta (lingua), bipolare (disturbo).
Onestamente, non meriterebbe ancora la mia attenzione.
Ma se non soffrissi di coazione a ripetere probabilmente non sarei tornata a votare, a votare a sinistra e a incazzarmi. Forse non sarei nemmeno di sinistra, non so (prima o poi bisognerà scrivere un Dsm della politica).
Comunque, questa lunga premessa per dirvi che alle primarie di domenica voterò. E voterò Pippo Civati. Perché sono persuasa che non c’entri un cavolo con il Pd, e io, che sono di sinistra, adoro i cavoli a merenda. Dunque il mio prossimo obiettivo d’irrealismo magico, utopismo coatto e romanticismo politico-psichiatrico sarà non cercare di piantare un Civati nel mezzo del Pd, ma – pensate – costruire un Pd attorno a Civati.

Pura follia, lo so.

Seguo Civati da un sacco di tempo: da quando era consigliere regionale della Lombardia, e aveva fatto una serie di cose di quelle che ti dici “toh, ma è possibile che questo sia del Pd? No, dai, hai capito male”. E invece.
Lo leggo tutti i giorni sul suo blog e su twitter: non c’è mai una nota frettolosa, inutile o anche solo esornativa. Non c’è mai una nota furba, posticipata, attenta alle rassegne stampa. Civati ha cose da dire, e le dice. Dopotutto, le cose si dicono, dicendole: e questa cosa di dirle, le cose, mentre succedono, è pressoché rivoluzionaria, nel Pd tartufo e schermato e scivoloso e sfuggente come una dc qualsiasi.
E le cose si fanno, facendole: tipo mettere su una mozione contro la Cancellieri, mentre il pavido Pd, stuPd, Pdement, si nasconde sotto il tavolo. E sbattersi per farla sostenere, e non riuscirci. Mentre altri si fanno belli con dichiarazioni senza sostanza e senza peso, cambiando verso in continuazione.

Trovo Civati chiaro, nitido, conseguente in ogni punto: non ha mai smentito nulla di quel che ha detto, non ha mai fatto retromarcia per opportunismo e a favore di telecamera.
Ha le posizioni più nette – lo dico perché è una cosa che mi sta molto a cuore – sui diritti civili, che sono il campo minato dello stuPd, infestato di cattolici e battipetto, binettato pesante.
Ha un’idea vera di partecipazione.
Fa le battute perché è ironico e intelligente, non perché gli servono gli slogan: il suo linguaggio ha l’articolazione del pensiero, non i fulmini dello spot.
Insomma, ho sempre pensato che se Civati non fosse del Pd sarebbe il mio candidato perfetto.

E poi mi sono detta: ma le cose possono civatare, civatandole? Chissà.

Così domenica andrò a votarlo.
Hai visto mai.

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Saverio La Ruina in Dissonorata.

Saverio La Ruina in Dissonorata

Pasqualina, vittima designata, bada alle pecore, bada alle vacche, bada al podere. Pasqualina tiene la testa bassa, conta le pietre per terra. Una, una, una, una. Pasqualina sa poche cose, il sì per lei è sì e il no è no, e il resto viene dal diavolo. Il diavolo è bellissimo, abita di fronte alla sua casa, ha un completo scuro e una macchina. Lei lo ama. Trascinando la corda delle sue giornate – dentro il podere e fuori il podere, dentro la stalla e fuori la stalla, su in terrazza e giù in terrazza, su in cucina e giù in cucina – Pasqualina, che nella mente ha poco spazio e nel corpo pure, ma ha un’anima talmente grande (sono tutte grandi, forse, ma forse no) che copre la vallata petrosa, scavalca la montagna e passa il confine, dove la Calabria diventa Basilicata, Pasqualina, che cammina a testa bassa, contando le pietre per terra, una una una una una, Pasqualina, che non sa nemmeno se la sua faccia è brutta o bella, Pasqualina, che vive sola con un padre una madre due sorelle e un fratello, Pasqualina si lattarìa per la voglia di sposarsi, per la paura di restare zitellona, caduta di guerra, milite ignota come tante che gli partirono gli uomini e manco tornarono, e le lasciarono morte in vita, zitellone.
Pasqualina incontra il diavolo tre volte, in qualche ruzzolaserpi dove le pecore seminano lana e olive di cacca, in mezzo alla ginestra spinosa e gialla come la paura. Il diavolo dice: stai tranquilla, spusamu, spusamu. E se ne parte per l’America, il diavolo, senza dire niente a nessuno. Pasqualina resta sulla terrazza, a guardare la casa di fronte, a guardarsi la pancia.
Prega, forse, Pasqualina, non si sa bene quale divinità diabolica che coincide coi sassi, col vestito nero di màtrima, con la faccia nera di pàtrima, con le lettere colle strisce celesti, quelle che vengono dall’America, ma non per lei, non per lei.
Per lei c’è una latta di petrolio, e un cerino, un giorno che tutti sono usciti dalla casa ma suo fratello no, suo fratello che deve fare una cosa importante: lavare col fuoco l’onore di tutti.
Brucia, Pasqualina, di colpa, di vergogna, di dolore. Brucia di petrolio, di disonore. Brucia di cerino, di focolare, di padre e madre e sorelle e fratello. Brucia di diavolo e d’america. Brucia di Calabria.
Brucia sotto la fontana, brucia dentro l’acqua, nel letto d’ospedale. Brucia nella stalla dove la nasconde zia Stella, come le stelle che stanno in cielo, che la nutre con briciole d’amore (che l’amore è potente e pericoloso, guardate come ne basta una goccia, e nascono figli, ne basta una briciola, e uno non muore, bastardo amore potente e pericoloso che rovini e salvi le vite).
Il 24 dicembre, nella stalla, di nascosto agli uomini ma non alle stelle, tale e quale a Gesù, il santo più forte di tutti (ma forse non dell’amore, non del diavolo, non del disonore, forse), nasce il bambino di Pasqualina e del diavolo: si chiama Saverio.
Saverio ora è un bello giuvini, alto. Pasqualina brucia ancora, con la pelle del mento attaccata al petto, per sempre, la testa china per sempre, a guardare in basso, a contare le pietre per terra. Una, una, una, una.

E’ la seconda volta che incontro Pasqualina, è la seconda volta che mi percia il cuore. Nello stesso teatro, il teatro negato nella città teatrale dell’isola teatrale che, per paradosso, spalanca i suoi sipari dappertutto, le sue recite tragiche o grottesche (indistinguibili, di solito). L’isola dove non si può suonare cantare ballare e recitare perché i soldi sono finiti, e sappiamo pure dove.  Ma sappiamo allo stesso modo che non si potrà smettere mai di suonare, cantare ballare e recitare, perché sono cose indispensabili, e senza soffocheremmo o moriremmo d’inedia.
Saverio La Ruina – calabrese di Castrovillari, pilastro di “Scena verticale”, scrittore e inveratore di “Dissonorata”, “La borto”, “Italianesi” – non è un attore e non è un drammaturgo: è una specie di miracolo tutto umano. Lui pensa personaggi come Pasqualina, la vittima designata, piccola calabrese della Calabria delle montagne, minuscola sconfinata calabrese persa in una vita secca come le pietre della strada, feroce come i lupi. Ma non li pensa soltanto: lui li scrive e poi li diventa.
Pasqualina dissonorata, Vittoria squartata dall’aborto, Tonino il sarto recluso. Corpi sacrificali, tutti perciati in qualche modo, tutti feriti, col cuore e le carni a cielo aperto: prendete e mangiatene tutti (come si suol dire in scena da mille e mille e mille anni).
Che poi oggi si chiama “femminicidio”, questo far male alle donne, punirle di esistere e di scegliere, ma in Calabria, e nel Sud, si chiamava delitto d’onore, una volta, e a volte nemmeno si chiamava: si viveva, giorno dopo giorno, nella vita secca e feroce che puniva le donne, uguale a una morte, peggio d’una morte. Quelle stesse donne magnifiche e sacerdotesse che contrabbandavano l’amore, che crescevano i figli e mandavano avanti il mondo, con la testa china. Quelle stesse donne che insegnavano l’amore ogni giorno, agli stessi figli le cui mani si armavano contro le donne, e perpetuavano la catena di dolori (ogni creatura un dolore, è questa la catena della vita).
Chi la capisce, la Calabria: mamma e carnefice nello stesso volto, nella stessa creatura. Chi la capisce, la madre che punisce la figlia, il fratello che uccide la sorella. Come nella storia di Pasqualina, agnella sacrificata.
E noi, noi ieri sera – pubblico fragile e responsabile, pubblico consapevole e volitivo, pubblico che vorrebbe andare a teatro ogni giorno e la domenica due volte ma non può – noi, alla Sala Laudamo di Messina, dietro il Teatro Vittorio, che ci dava le spalle sdegnoso e un po’ offeso, abbiamo steso le mani e preso pezzi di Pasqualina, e mentre li mangiavamo ci colavano le lacrime.
Piangevamo, io e la sorellina Elisabetta vicino a me, piangeva il vecchio politico in disarmo che non ha mai vinto una sola battaglia e porta in faccia l’orgoglio dei perdenti giusti, la studentessa fattucchiera, il professore senza studenti. Piangevamo e mangiavamo Pasqualina, e Saverio, che una volta in scena contiene Pasqualina e la sua casa minuscola nella curva del muro, e il diavolo che abita dirimpetto e se la prende nel prato nascosto e tutta la montagna, che alla fine è un corpo di donna, immenso e martoriato, percorso da bestie e uomini, a volte senza che si possa distinguerli. 

Alla fine dello spettacolo, un’anima bella ha avuto l’idea di portare una torta con la faccia di Saverio quando è Pasqualina, per farci fare la stessa cosa che avevamo appena fatto: mangiarceli vivi, piangere con loro e mangiarceli, con la gola stretta e gli occhi pieni. Lo stesso Saverio ha rifatto quel che aveva appena fatto sulla scena: si è tagliato a fette e si è imbandito.
E noi, noi lo abbiamo mangiato. Sapeva di cuore, di lacrime, di panna, di bellezza mortificata e vittoriosa, di amore doloroso, bruciato, immortale.
Certi dolori sono meglio delle gioie. 

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Pronto?”.
E allora?”.
Papà?”.
Papà”.
Papà… ma da dove chiami?”.
Oh non lo so. Non importa. Come stai?”.
Papà, ma come…come è possibile?”.
Non è possibile, forse”.
Ma tu non credevi alle cose impossibili”.
Ma tu sì”.
Sì, io sì. E quindi non può essere, che mi stai dando ragione”.
Sarà un’altra cosa impossibile”.
Oh, papà”.
Uh, non piangere, non so quanto possiamo parlare”.
Sei felice, soffri, ti manchiamo?”.
No, no, le domande le faccio io: siete felici, soffrite, vi manco?”.
Papà ma che dici: certo che ci manchi, mi manchi tutti i giorni. All’inizio non sapevo come avrei potuto fare a continuare”.
Poi si continua. Oh, anche qui, si continua”.
Lì dove?”.
Niente di che, non ha importanza”.
Sì che ce l’ha. Ma c’è mamma, con te? Dove sei, che posto è?”.
Ah, mamma, sì, l’ho intravista. Sai, qui ognuno sta per conto suo”.
Come per conto suo? E il nonno? E la nonna?”.
Ho detto che le domande le faccio io. Mio nipote è cresciuto, mi pensa?”.
Sai come sono i ragazzi, dimenticano tutto… “.
No, quelli sono gli adulti. O i morti”.
Non dire quella parola!”.
Va bene, non dico più “adulti””.
Papà! Ma ti sembra il caso di scherzare?”.
Onestamente sì. A te no?”.
Beh sì, hai sempre ragione tu”.
No, non può essere, che mi stai dando ragione”.
Sarà un’altra cosa impossibile. Oh papà”.
Dai, basta singhiozzi che non ti capisco, la linea è disturbata. Raccontami le altre cose: com’è il mondo, è migliorato? Tu sei sempre comunista?”.
Certo che no, certo che sì: il mondo è peggiorato, e io sono comunista sempre più invano”.
Semmai sempre più a proposito. Un mondo che non ha bisogno di comunisti è un mondo perfetto”.
Papà! Non lo avresti mai detto, questo”.
L’ho sempre pensato, solo che ora posso dirlo”.
Ma da dove parli, con che cosa stai parlando?”.
Uffa, non ha importanza: ho una voce, no?”.
La tua voce, papà. Sai quanto mi manca: la voce è la cosa che se ne va prima, eppure che resta, là in fondo. Pensavo che non l’avrei risentita mai”.
La voce è un’impronta, sai: qui ce le prendono quando entriamo”.
Ma lì dove?”.
E scrivi ancora?”.
Certo che scrivo. Come potrei consolarmi, altrimenti. Non c’è consolazione, papà”.
Sì che c’è. Ora lo so che c’è”.
Tu sei consolato? Sei felice?”.
Felice? Che parola bizzarra. Nessuno sano di mente può essere felice. Poi se è pure morto”.
Non dire quella parola!”.
Va bene, non dico più “felice””.
Oh papà”.
E basta, non posso sentirti piangere. Dimmi qualcosa di ridicolo: chi governa lì?”.
In questo momento quasi nessuno. Abbiamo fatto le elezioni ma forse ci ribecchiamo un governo tecnico, se va bene”.
Tecnico? Tutti i governi devono essere tecnici, sEE sono buoni governi”.
Ma qui non abbiamo buoni governi dai tempi dei comizi curiati, papà”.
E tu per chi hai votato?”.
Sempre per quelli che perdono”.
Ne hanno più bisogno, allora”.
Papà, ma che mi fai dire, chissenefrega. Sto parlando con te! Dopo otto anni!”.
Appunto, vuoi piangermi addosso tutto il tempo? Il Cavaliere che fa?”.
Ti prego, non ricominciare. Non voglio litigare con te come prima. E poi ci sono un sacco di cose che non hai visto e non sai. Altro che imprenditore illuminato e giustiziere della magistratura”.
Oh lo so, lo so”.
E come fai a saperlo? Lì leggete i giornali?”.
Figurati. La cosa più materiale che c’è qui è qualche nebulosa”.
Qui la cosa più chiara che c’è è qualche nebulosa…”
Ecco, ora va meglio, se riesci a scherzare. Comunque lo so: la crisi, la povertà, la paura. Queste cose arrivano pure qui senza giornali”.
Ma lì dove, papà? E ora che succede?”.
Niente, ci salutiamo e tu vai a preparare il pranzo. Sai ancora cucinare, no?”.
Oh papà, pensi che ora tutto tornerà come prima?”.
Certo. Succede praticamente da sempre. Fidati. Ora devo chiudere”.
Papà, aspetta. Mi chiamerai ancora?”.
Non so, forse sì, ma forse no. Qui è strano”.
Papà, ti voglio bene”.
Lo so, anche io. Ciao figlia”.
Non mi avevi mai chiamata figlia”.
Le cose impossibili succedono, figlia”.

clic

Per la festa del Papà, che era ieri, mi sono regalata una telefonata impossibile. Perché le cose impossibili, almeno, le puoi scrivere per farle succedere.

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