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Archive for the ‘impossibilia’ Category

 

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L’ultimo a salire a bordo fu Donald Trump: era il più grosso, e l’imbarcazione s’inclinò pericolosamente da un lato. La giovane signora Trudeau lanciò un urletto, e Melania Trump la fulminò con lo sguardo, mentre stoicamente cercava di mantenersi in equilibrio sulle Louboutin tacco dodici. Per quanto ispirato allo stile Jacqueline, il tailleur celeste – che in effetti faceva uno strepitoso effetto ton-sur-ton, in quella giornata d’azzurro inequivocabile che il cielo siciliano di maggio spingeva in tutti gli angoli delle cose – non era la mise più adatta da indossare, quella mattina. Andava meglio agli uomini: grisaglia o fresco di lana, i loro abiti sembravano più confortevoli, sotto i pesanti giubbotti di salvataggio. Shinzo Abe indossava il suo, di taglia piccola, con disciplina nipponica, mentre Emmanuel Macron continuava ad agitarsi, e a tirare giù le maniche del completo blu, con gesto nervoso. Al suo fianco, Brigitte lo osservava al suo solito modo, attento ma non materno, e lo sosteneva semplicemente appoggiandosi a lui. Quei due sembravano sempre una sola persona. I Trump, invece, fecero oscillare ancora a lungo il barcone, nel tentativo di sistemarsi come se fossero seduti su qualche poltrona del club: Melania con una scheggia del legno tirò un filo dei collant, e fu quasi possibile leggerla, la parola che le affiorò alle labbra, rigorosamente serrate in un sorriso Chanel Rouge Allure Velvet d’una meravigliosa tonalità fucsia. Accanto a lei, Theresa May sistemò nervosamente una ciocca bianca dietro l’orecchio. I Gentiloni si tenevano le mani, senza guardare nessuno.

Vuole partire?” disse in un tedesco durissimo Angela Merkel, e lo scafista le rivolse una specie di ghigno da cui lei distolse subito lo sguardo.

Sulla spiaggia di Mazzarò un applauso partì dalle migliaia di persone che s’erano assiepate fin dal mattino presto, per vedere quella cosa prodigiosa del G7. Anche l’Isola Bella era piena di gente, e qualcuno s’era arrampicato fino in cima e agitava bandiere per salutare i Grandi della Terra che salpavano. Erano bandiere arcobaleno, e rosse, e celesti, e qualcuna pure gialla, coi tratti di Giulio Regeni, un altro martire che la folla di martiri aveva riconosciuto come suo.

C’erano libici, ghanesi, eritrei. C’erano siriani, senegalesi, nigeriani, somali. C’era tutta l’Africa profonda e c’era l’Asia dolente. C’erano, tra loro, anche profughi in patria: siciliani senza lavoro, calabresi senza casa, meridionali e settentrionali senza futuro. Formavano un’unica massa indistinta: i Piccoli della Terra. E c’erano molti bambini, tra loro, piccoli dei Piccoli. Sopravvissuti a deserti di sabbia e di mare, nati sotto tende, in mezzo a binari, passati attraverso tunnel di filo spinato e altre forme di muro.

I Piccoli guardavano i Grandi, stipati come erano stati loro, poco o molto tempo fa – molti siciliani, e calabresi, e meridionali e settentrionali erano figli, o nipoti, di emigranti, e quelle scene le portavano comunque dentro. E poi, per migrare e restare senza radici non occorre muoversi, a volte.
Il barcone oscillava sul mare cristallino, dove potevi contare le pietre del fondale una per una, e i gabbiani facevano girotondi stridendo, come se fosse una festa marina, e in un certo senso lo era.
I Grandi avevano preso il posto dei Piccoli, per provare quello che succedeva loro da mesi e da anni, e cercare di capire.

Quando il barcone si mosse, infine, qualcuno urlò più forte, e tutti applaudirono. Buon viaggio!”, aveva detto.
Melania Trump serrò le belle labbra velvet fucsia, e guardò fissa verso la prua. Tra poco sarebbero stati in mezzo al mare. Anche loro.

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Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che s’imbarca su una carretta
coi figli piccoli
senz’acqua e senza riparo
pagando tutti i suoi denari
che viaggia di notte nel mare cupo
che muore per un sì o per un no
che annega a un metro dalla riva
o se sbarca
si trova in un campo di prigionìa
dorme nel fango
non conosce pace
non può lavorare e non può vivere
portando il marchio: clandestino

Considerate se questa è una donna,
ha perso il figlio in mare
non ha marito e non ha nome
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno

Meditate che questo accade
ogni giorno nelle nostre città:
i nuovi lager
si chiamano Cie.
Ricordate anche questo
quando parlate di Memoria

Nel giorno dedicato alla Memoria: ogni specie di Memoria. E la più difficile è sempre la memoria del presente.

Oggi ho letto molte cose, e mi convinco sempre di più che è molto più facile coltivare memorie distanti, che commuovano senza interferire con la nostra vita, piuttosto che usarle per ciò a cui le memorie davvero servono: farci comprendere quel che stiamo vivendo. Perché, fra cinquant’anni, anche a noi potrebbe essere chiesto: Ma non avete visto? Ma non vi siete resi conto? E noi potremmo rispondere come tanti hanno risposto: No, non avevo visto, non avevo capito.
La memoria che non rende più accorti non serve a nulla: non basta la malinconia, occorre la consapevolezza. Se, con gli occhi e i cuori pieni di memorie tragiche restiamo ciechi alle nuove tragedie, quelle memorie non servono a nulla, non sono memorie, ma altri oblii.

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Civati, proprio così

Ho cercato di smettere e ci sono riuscita: non voto più Pd da un sacco di tempo. Ma non ne sono del tutto fuori, visto che continuo a incazzarmi esattamente come prima, anzi pure di più. E poi è in un certo senso una responsabilità sociale, preoccuparsi della sinistra, tutta quanta: se si è messa la maglia di lana (sì, pure troppe), se ha il mal di pancia (no, mai quando dovrebbe), se gli attacchi di Alzheimer di cui soffre periodicamente sono reversibili (non tutti).

Che poi si fa presto a dire sinistra, ma certo alcune, di sinistre, non si somigliano tra loro nemmeno da lontano, come mia zia Mariella e il nipote Pierluigi il commercialista, che penseresti che non possono essere parenti, e forse neppure della stessa specie (saremo mica tutti umani, no?). E non apriamo nemmeno il capitolo della somiglianza tra la sinistra centrale e le sinistre periferiche, che lì sono davvero cose sinistre e persino destre, per quanto possa sembrare assurdo (posto che esista ancora, dopo quel che abbiamo visto e votato, la categoria dell’assurdo)(poi comunque, se avete tempo, googlatevi, per esempio, Pd e Messina, tanto per).

No, non chiedetemi cosa ho votato finora, perché non ho il tempo e le forze per sostenere contraddittori su Verdi, Bertinotti, Vendola (sì, l’ho visto il video, grazie) e persino il mio diletto sindaco Accorinti, uno dei pochissimi candidati che mi sia mai riuscito d’eleggere, nella mia non breve carriera di elettrice (questo perché minoritari si nasce, e io modestamente lo nacqui).

Lo so, come tanti di noi comunque pochi (questo non è un Paese per sinistre, e forse neppure un universo, per sinistre), ho creduto a un certo numero di balle, mi sono appassionata a un certo numero di progetti insostenibili, a volte di personaggi insostenibili, ho pensato che l‘utopia fosse un obiettivo realistico (si chiama realismo magico, ho appreso poi. Meglio così).
Insomma, ho più o meno le cicatrici di tutti, le mollette “io ci tengo” di tutti, le disillusioni di tutti (vuoi salire a vedere la mia collezione di disillusioni politiche?), le ferite da fuoco amico di tutti, le ricevute da due euro di tutti. Però onestamente niente, quaggiù nella zona equatorial-polare della sinistra, quaggiù nel limbo dell’imposizione di Letta e di governo, quaggiù tra i rottami delle gioiose macchine da guerra, tra i set di smacchiatura giaguari fatti a Taiwan, niente è stato mai paragonabile alla meschineria di questi tempi ipocriti, largamente fraintesi, vigliacchi, democretini e tartufeschi. Tempi di cui sono degni testimonial personaggi – per dire – come Letta o Fazio.

E qui veniamo al punto: il Pd di oggi da tempo mi pare la terra dei fuochi della sinistra. Quello che brilla no, non è il sol dell’avvenire: è un rogo tossico. Il Pd mi ha delusa, nauseata, innervosita, disgustata, fatta incazzare, depressa in una ingegnosa varietà di modi e forme. Su qualunque cosa: economia, elezioni, candidature, opposizione, diritti civili, pensioni, scuola, lotta a Berlusconi, intesa con Berlusconi, patto di non belligeranza con Berlusconi, pattina di Berlusconi, bicamerale, biforcuta (lingua), bipolare (disturbo).
Onestamente, non meriterebbe ancora la mia attenzione.
Ma se non soffrissi di coazione a ripetere probabilmente non sarei tornata a votare, a votare a sinistra e a incazzarmi. Forse non sarei nemmeno di sinistra, non so (prima o poi bisognerà scrivere un Dsm della politica).
Comunque, questa lunga premessa per dirvi che alle primarie di domenica voterò. E voterò Pippo Civati. Perché sono persuasa che non c’entri un cavolo con il Pd, e io, che sono di sinistra, adoro i cavoli a merenda. Dunque il mio prossimo obiettivo d’irrealismo magico, utopismo coatto e romanticismo politico-psichiatrico sarà non cercare di piantare un Civati nel mezzo del Pd, ma – pensate – costruire un Pd attorno a Civati.

Pura follia, lo so.

Seguo Civati da un sacco di tempo: da quando era consigliere regionale della Lombardia, e aveva fatto una serie di cose di quelle che ti dici “toh, ma è possibile che questo sia del Pd? No, dai, hai capito male”. E invece.
Lo leggo tutti i giorni sul suo blog e su twitter: non c’è mai una nota frettolosa, inutile o anche solo esornativa. Non c’è mai una nota furba, posticipata, attenta alle rassegne stampa. Civati ha cose da dire, e le dice. Dopotutto, le cose si dicono, dicendole: e questa cosa di dirle, le cose, mentre succedono, è pressoché rivoluzionaria, nel Pd tartufo e schermato e scivoloso e sfuggente come una dc qualsiasi.
E le cose si fanno, facendole: tipo mettere su una mozione contro la Cancellieri, mentre il pavido Pd, stuPd, Pdement, si nasconde sotto il tavolo. E sbattersi per farla sostenere, e non riuscirci. Mentre altri si fanno belli con dichiarazioni senza sostanza e senza peso, cambiando verso in continuazione.

Trovo Civati chiaro, nitido, conseguente in ogni punto: non ha mai smentito nulla di quel che ha detto, non ha mai fatto retromarcia per opportunismo e a favore di telecamera.
Ha le posizioni più nette – lo dico perché è una cosa che mi sta molto a cuore – sui diritti civili, che sono il campo minato dello stuPd, infestato di cattolici e battipetto, binettato pesante.
Ha un’idea vera di partecipazione.
Fa le battute perché è ironico e intelligente, non perché gli servono gli slogan: il suo linguaggio ha l’articolazione del pensiero, non i fulmini dello spot.
Insomma, ho sempre pensato che se Civati non fosse del Pd sarebbe il mio candidato perfetto.

E poi mi sono detta: ma le cose possono civatare, civatandole? Chissà.

Così domenica andrò a votarlo.
Hai visto mai.

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Saverio La Ruina in Dissonorata.

Saverio La Ruina in Dissonorata

Pasqualina, vittima designata, bada alle pecore, bada alle vacche, bada al podere. Pasqualina tiene la testa bassa, conta le pietre per terra. Una, una, una, una. Pasqualina sa poche cose, il sì per lei è sì e il no è no, e il resto viene dal diavolo. Il diavolo è bellissimo, abita di fronte alla sua casa, ha un completo scuro e una macchina. Lei lo ama. Trascinando la corda delle sue giornate – dentro il podere e fuori il podere, dentro la stalla e fuori la stalla, su in terrazza e giù in terrazza, su in cucina e giù in cucina – Pasqualina, che nella mente ha poco spazio e nel corpo pure, ma ha un’anima talmente grande (sono tutte grandi, forse, ma forse no) che copre la vallata petrosa, scavalca la montagna e passa il confine, dove la Calabria diventa Basilicata, Pasqualina, che cammina a testa bassa, contando le pietre per terra, una una una una una, Pasqualina, che non sa nemmeno se la sua faccia è brutta o bella, Pasqualina, che vive sola con un padre una madre due sorelle e un fratello, Pasqualina si lattarìa per la voglia di sposarsi, per la paura di restare zitellona, caduta di guerra, milite ignota come tante che gli partirono gli uomini e manco tornarono, e le lasciarono morte in vita, zitellone.
Pasqualina incontra il diavolo tre volte, in qualche ruzzolaserpi dove le pecore seminano lana e olive di cacca, in mezzo alla ginestra spinosa e gialla come la paura. Il diavolo dice: stai tranquilla, spusamu, spusamu. E se ne parte per l’America, il diavolo, senza dire niente a nessuno. Pasqualina resta sulla terrazza, a guardare la casa di fronte, a guardarsi la pancia.
Prega, forse, Pasqualina, non si sa bene quale divinità diabolica che coincide coi sassi, col vestito nero di màtrima, con la faccia nera di pàtrima, con le lettere colle strisce celesti, quelle che vengono dall’America, ma non per lei, non per lei.
Per lei c’è una latta di petrolio, e un cerino, un giorno che tutti sono usciti dalla casa ma suo fratello no, suo fratello che deve fare una cosa importante: lavare col fuoco l’onore di tutti.
Brucia, Pasqualina, di colpa, di vergogna, di dolore. Brucia di petrolio, di disonore. Brucia di cerino, di focolare, di padre e madre e sorelle e fratello. Brucia di diavolo e d’america. Brucia di Calabria.
Brucia sotto la fontana, brucia dentro l’acqua, nel letto d’ospedale. Brucia nella stalla dove la nasconde zia Stella, come le stelle che stanno in cielo, che la nutre con briciole d’amore (che l’amore è potente e pericoloso, guardate come ne basta una goccia, e nascono figli, ne basta una briciola, e uno non muore, bastardo amore potente e pericoloso che rovini e salvi le vite).
Il 24 dicembre, nella stalla, di nascosto agli uomini ma non alle stelle, tale e quale a Gesù, il santo più forte di tutti (ma forse non dell’amore, non del diavolo, non del disonore, forse), nasce il bambino di Pasqualina e del diavolo: si chiama Saverio.
Saverio ora è un bello giuvini, alto. Pasqualina brucia ancora, con la pelle del mento attaccata al petto, per sempre, la testa china per sempre, a guardare in basso, a contare le pietre per terra. Una, una, una, una.

E’ la seconda volta che incontro Pasqualina, è la seconda volta che mi percia il cuore. Nello stesso teatro, il teatro negato nella città teatrale dell’isola teatrale che, per paradosso, spalanca i suoi sipari dappertutto, le sue recite tragiche o grottesche (indistinguibili, di solito). L’isola dove non si può suonare cantare ballare e recitare perché i soldi sono finiti, e sappiamo pure dove.  Ma sappiamo allo stesso modo che non si potrà smettere mai di suonare, cantare ballare e recitare, perché sono cose indispensabili, e senza soffocheremmo o moriremmo d’inedia.
Saverio La Ruina – calabrese di Castrovillari, pilastro di “Scena verticale”, scrittore e inveratore di “Dissonorata”, “La borto”, “Italianesi” – non è un attore e non è un drammaturgo: è una specie di miracolo tutto umano. Lui pensa personaggi come Pasqualina, la vittima designata, piccola calabrese della Calabria delle montagne, minuscola sconfinata calabrese persa in una vita secca come le pietre della strada, feroce come i lupi. Ma non li pensa soltanto: lui li scrive e poi li diventa.
Pasqualina dissonorata, Vittoria squartata dall’aborto, Tonino il sarto recluso. Corpi sacrificali, tutti perciati in qualche modo, tutti feriti, col cuore e le carni a cielo aperto: prendete e mangiatene tutti (come si suol dire in scena da mille e mille e mille anni).
Che poi oggi si chiama “femminicidio”, questo far male alle donne, punirle di esistere e di scegliere, ma in Calabria, e nel Sud, si chiamava delitto d’onore, una volta, e a volte nemmeno si chiamava: si viveva, giorno dopo giorno, nella vita secca e feroce che puniva le donne, uguale a una morte, peggio d’una morte. Quelle stesse donne magnifiche e sacerdotesse che contrabbandavano l’amore, che crescevano i figli e mandavano avanti il mondo, con la testa china. Quelle stesse donne che insegnavano l’amore ogni giorno, agli stessi figli le cui mani si armavano contro le donne, e perpetuavano la catena di dolori (ogni creatura un dolore, è questa la catena della vita).
Chi la capisce, la Calabria: mamma e carnefice nello stesso volto, nella stessa creatura. Chi la capisce, la madre che punisce la figlia, il fratello che uccide la sorella. Come nella storia di Pasqualina, agnella sacrificata.
E noi, noi ieri sera – pubblico fragile e responsabile, pubblico consapevole e volitivo, pubblico che vorrebbe andare a teatro ogni giorno e la domenica due volte ma non può – noi, alla Sala Laudamo di Messina, dietro il Teatro Vittorio, che ci dava le spalle sdegnoso e un po’ offeso, abbiamo steso le mani e preso pezzi di Pasqualina, e mentre li mangiavamo ci colavano le lacrime.
Piangevamo, io e la sorellina Elisabetta vicino a me, piangeva il vecchio politico in disarmo che non ha mai vinto una sola battaglia e porta in faccia l’orgoglio dei perdenti giusti, la studentessa fattucchiera, il professore senza studenti. Piangevamo e mangiavamo Pasqualina, e Saverio, che una volta in scena contiene Pasqualina e la sua casa minuscola nella curva del muro, e il diavolo che abita dirimpetto e se la prende nel prato nascosto e tutta la montagna, che alla fine è un corpo di donna, immenso e martoriato, percorso da bestie e uomini, a volte senza che si possa distinguerli. 

Alla fine dello spettacolo, un’anima bella ha avuto l’idea di portare una torta con la faccia di Saverio quando è Pasqualina, per farci fare la stessa cosa che avevamo appena fatto: mangiarceli vivi, piangere con loro e mangiarceli, con la gola stretta e gli occhi pieni. Lo stesso Saverio ha rifatto quel che aveva appena fatto sulla scena: si è tagliato a fette e si è imbandito.
E noi, noi lo abbiamo mangiato. Sapeva di cuore, di lacrime, di panna, di bellezza mortificata e vittoriosa, di amore doloroso, bruciato, immortale.
Certi dolori sono meglio delle gioie. 

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Pronto?”.
E allora?”.
Papà?”.
Papà”.
Papà… ma da dove chiami?”.
Oh non lo so. Non importa. Come stai?”.
Papà, ma come…come è possibile?”.
Non è possibile, forse”.
Ma tu non credevi alle cose impossibili”.
Ma tu sì”.
Sì, io sì. E quindi non può essere, che mi stai dando ragione”.
Sarà un’altra cosa impossibile”.
Oh, papà”.
Uh, non piangere, non so quanto possiamo parlare”.
Sei felice, soffri, ti manchiamo?”.
No, no, le domande le faccio io: siete felici, soffrite, vi manco?”.
Papà ma che dici: certo che ci manchi, mi manchi tutti i giorni. All’inizio non sapevo come avrei potuto fare a continuare”.
Poi si continua. Oh, anche qui, si continua”.
Lì dove?”.
Niente di che, non ha importanza”.
Sì che ce l’ha. Ma c’è mamma, con te? Dove sei, che posto è?”.
Ah, mamma, sì, l’ho intravista. Sai, qui ognuno sta per conto suo”.
Come per conto suo? E il nonno? E la nonna?”.
Ho detto che le domande le faccio io. Mio nipote è cresciuto, mi pensa?”.
Sai come sono i ragazzi, dimenticano tutto… “.
No, quelli sono gli adulti. O i morti”.
Non dire quella parola!”.
Va bene, non dico più “adulti””.
Papà! Ma ti sembra il caso di scherzare?”.
Onestamente sì. A te no?”.
Beh sì, hai sempre ragione tu”.
No, non può essere, che mi stai dando ragione”.
Sarà un’altra cosa impossibile. Oh papà”.
Dai, basta singhiozzi che non ti capisco, la linea è disturbata. Raccontami le altre cose: com’è il mondo, è migliorato? Tu sei sempre comunista?”.
Certo che no, certo che sì: il mondo è peggiorato, e io sono comunista sempre più invano”.
Semmai sempre più a proposito. Un mondo che non ha bisogno di comunisti è un mondo perfetto”.
Papà! Non lo avresti mai detto, questo”.
L’ho sempre pensato, solo che ora posso dirlo”.
Ma da dove parli, con che cosa stai parlando?”.
Uffa, non ha importanza: ho una voce, no?”.
La tua voce, papà. Sai quanto mi manca: la voce è la cosa che se ne va prima, eppure che resta, là in fondo. Pensavo che non l’avrei risentita mai”.
La voce è un’impronta, sai: qui ce le prendono quando entriamo”.
Ma lì dove?”.
E scrivi ancora?”.
Certo che scrivo. Come potrei consolarmi, altrimenti. Non c’è consolazione, papà”.
Sì che c’è. Ora lo so che c’è”.
Tu sei consolato? Sei felice?”.
Felice? Che parola bizzarra. Nessuno sano di mente può essere felice. Poi se è pure morto”.
Non dire quella parola!”.
Va bene, non dico più “felice””.
Oh papà”.
E basta, non posso sentirti piangere. Dimmi qualcosa di ridicolo: chi governa lì?”.
In questo momento quasi nessuno. Abbiamo fatto le elezioni ma forse ci ribecchiamo un governo tecnico, se va bene”.
Tecnico? Tutti i governi devono essere tecnici, sEE sono buoni governi”.
Ma qui non abbiamo buoni governi dai tempi dei comizi curiati, papà”.
E tu per chi hai votato?”.
Sempre per quelli che perdono”.
Ne hanno più bisogno, allora”.
Papà, ma che mi fai dire, chissenefrega. Sto parlando con te! Dopo otto anni!”.
Appunto, vuoi piangermi addosso tutto il tempo? Il Cavaliere che fa?”.
Ti prego, non ricominciare. Non voglio litigare con te come prima. E poi ci sono un sacco di cose che non hai visto e non sai. Altro che imprenditore illuminato e giustiziere della magistratura”.
Oh lo so, lo so”.
E come fai a saperlo? Lì leggete i giornali?”.
Figurati. La cosa più materiale che c’è qui è qualche nebulosa”.
Qui la cosa più chiara che c’è è qualche nebulosa…”
Ecco, ora va meglio, se riesci a scherzare. Comunque lo so: la crisi, la povertà, la paura. Queste cose arrivano pure qui senza giornali”.
Ma lì dove, papà? E ora che succede?”.
Niente, ci salutiamo e tu vai a preparare il pranzo. Sai ancora cucinare, no?”.
Oh papà, pensi che ora tutto tornerà come prima?”.
Certo. Succede praticamente da sempre. Fidati. Ora devo chiudere”.
Papà, aspetta. Mi chiamerai ancora?”.
Non so, forse sì, ma forse no. Qui è strano”.
Papà, ti voglio bene”.
Lo so, anche io. Ciao figlia”.
Non mi avevi mai chiamata figlia”.
Le cose impossibili succedono, figlia”.

clic

Per la festa del Papà, che era ieri, mi sono regalata una telefonata impossibile. Perché le cose impossibili, almeno, le puoi scrivere per farle succedere.

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Della gardenia

Non vengo a capo, delle gardenie.
Ogni volta mi consentono d’avvicinarmi, m’allacciano con le volute del loro interminabile profumo, mi promettono viaggi all’indietro, soddisfazioni del cuore, memorie condivise e poi invece niente.
Il loro ritrarsi non è misurabile, qualche volta non si percepisce neppure: sono talmente presenti, talmente dentro l’istante, talmente affondate fino all’elsa nel tempo che saresti tentata di pensarle qui, assieme a te e alle cose. E invece no.
Il grado d’assenza delle gardenie non si può valutare in alcun modo. L’orlo verso cui ti spingono è lo stesso da cui t’affacci per veder vorticare, in fondo, più in fondo, le loro girandole stellate dirette all’infinito, con sicurezza leggiadra.
Sono fiori compatti, d’un bianco talmente fitto da essere impenetrabile (e quando lo screzia di verde una giovinezza appena più aspra sanno negarlo bene, una volta dischiuse). Eppure, socchiudendo gli occhi, vedi chiaramente come siano fatte di tanti strati aderenti e sottili, similmente all’anima, della quale comprendi meglio la natura presente e sfuggente, quando t’approssimi senza pregiudizi alla gardenia.
Come i baci, non puoi sentirle appieno ad occhi aperti, perché il loro genere d’incanto funziona in vari mondi, non strettamente contemporanei, qualche volta persino nemici. Anche se non hanno nemici, le gardenie, pur non avendo una natura pacifica. Non nacquero per incendiare, come i tigli, né per sciogliere il pianto, come il glicine. Non furono forgiate in forma di fiore assoluto per proclamare supremazie, come le orchidee. Non sanno niente degli esercizi di splendore concentrato delle rose, che comunque restano tutte al di qua della barriera animale della vita.
Le gardenie no, invece.
Sono carnose, pregne, enigmatiche come solo certi corpi, fatti di carne, come solo i ricordi che si levano in forma di vapori dai corpi – le memorie, le chiamano – come solo il dolore del non esistere più, del tempo, del dopo e della morte, che soli sanno conferire grazia funerea, assoluta, straziante ai corpi.
Sono infatti fiori strazianti, in qualche misura. Il loro profumo è un cigolìo tormentoso, come certi violini, come certi tanghi che sono una sola corda sottile di metallo che disegna tutte le nostalgie, come certe assenze che aspiriamo, chiudendo gli occhi, pieni di doloroso qui e adesso che è invece mai più e in nessun luogo.
D’altronde, muoiono con la stessa tenacia dei corpi, ingialliscono e marciscono in vita con un attaccamento superiore, di natura animale. Muoiono vigili, a occhi aperti. E non abbandonano, neanche per un attimo, la loro sicura direzione d’altrove, il loro convincimento, la loro insensata, irresistibile promessa.

Ho comprato da uno spacciatore le prime gardenie. L’ho fatto per bulimia e irrefrenabile tendenza allo smodato, perché in un aprile che cade di novembre non possono esserci vere gardenie. Ma noi tossici della malinconia siamo disposti a tutto. Oggi è pure la Giornata del libro: ogni gardenia è un libro. Sappiatelo, quando la leggete e vi legge dentro.

Qui una versione “parlata”, dono di una preziosa amica:

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Umano e disumano

Umano qualche volta si ferma, si dice “sei un cretino”, torna indietro, qualche volta si scusa, sempre si vergogna. Disumano ha sempre ragione.
Disumano chiude gli occhi ogni volta che può.
Umano sostiene lo sguardo, anche per anni interi.
Disumano di solito comincia nel proprio baricentro, e finisce lì. Umano è talmente vasto che a volte gli sembra di non avere confini, e si sente assurdamente molteplice e solo, ma poi gli passa.
Umano è impuro, pieno di dubbi. Disumano nutre solo certezze, come pirañas nella vasca.
Disumano ti dice che non può pagarti quanto dovrebbe, ma mica perché lui è cattivo: sono le multinazionali, che lo pagano poco per le sue arance, così è meglio che ci perdi tu. Le arance, che sono molto umane, tacciono, sugli alberi.
Disumano divide il mondo in mercati che funzionano e mercati che non funzionano. Umano va a comprare lì, e non gli bastano i soldi. Disumano allora dice a umano che deve aumentare la produttività e fare sacrifici. Umano stringe i denti e la cinghia, ma a volte non perde nemmeno il cuore. Il cuore umano è molto molto grande: può prendere interi isolati. Ci sono case con tutti i cuori appesi fuori dalle finestre, o nei terrazzi condominiali, o nelle aiuole: i giardinieri del comune stanno attenti, quando tagliano l’erba. Anche se, si sa, un cuore umano può essere tagliato anche molte volte, ma ricresce uguale, e pure di più.
Il cuore disumano è dubbio che esista, come certe ossa antiche nelle ali degli uccelli: è più una reliquia anatomica che un organo. D’altronde, nemmeno il cuore umano è, strettamente, un organo: è più una struttura, un esoscheletro, un processo digestivo e metabolico, un arto e un’arte. Il cuore umano è opponibile: si oppone, quando qualcosa turba il delicato equilibrio enzimatico della giustizia e dell’amore. E’ infatti capace di indignazione, che è una facoltà tipica del cuore umano, e di pochissimi altri organismi viventi e qualche volta morenti.
Disumano, per capriccio, a volte vuol comprarsi cuori umani, ma non gli riesce mai: sono tutti falsi fatti a Hong Kong, da operai umani che ridono come pazzi.
E’ dubbio se si possa nascere umani e diventare disumani, e viceversa, ma gli umani sono tutti convinti che sì: che umani sarebbero, se non credessero fermamente che l’impossibile è necessario? L’impossibile a volte li premia, e accade, perché anche lui è umano.
Disumano conta, calcola, divide, moltiplica ma soprattutto sottrae. Umano condivide: la somma è sempre zero. Zero è un numero molto umano, infatti.
Disumano si fa gli affari suoi, per umano tutto il mondo è affar suo. Che fatica, essere umani.

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