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Archive for novembre 2010

 
Il Sud è femmina. Ha centinaia di migliaia di milioni di corpi – di carne, di pietra, di legno, d'acqua, d'aria – e sono tutti femminili. E' femmina il corpo, è femmina il sangue, è femmina il dolore, è femmina il sogno che apre le porte dei mondi.
  Nel Sud tutto è corpo: il sogno, la parola, il nome, il dolore. Un corpo immenso, morbido, striato d'un sangue antico che fa un odore vertiginoso – quello che attira gli dei, che sono golosi e mangiano la sofferenza degli uomini e soprattutto delle donne, si fortificano dei loro sospiri, tali e quali agli spettatori.
  Il corpo di Vittoria è il Sud morbido, bianco, immenso, mortificato. Vittoria cammina con le gambe strette, lo sguardo basso, le braccia sbarrate a trattenere l'onda del seno, del latte di meraviglia che sprizza dalle sue carni compatte di tonno, di lupo, d'angelo. Di femmina.
 Vittoria cammina tutta intera, e fa fatica a trattenersi tutta, ad abbracciarsi tutta, tanto il suo corpo – ma lei non lo sa – è grande, fino all'orizzonte e oltre, fino alla montagna dove siede una Madonna immensa come lei, solo che la Madonna se ne sta al sicuro nel suo nido d'aquila al bordo della rupe, e non viene spogliata e fatta a pezzi dagli occhi dei maschi, non viene comprata e venduta, non viene data in sposa a un uomo brutto, sciancato, manesco, non deve dire sì, solo sì, sempre sì, e mettere al mondo uno dopo l'altro sette figli, ventisette figli, centosette figli, perché il corpo della donna è sempre gravido, immenso com'è, e fertile com'è, che s'impressiona di tutto, e su di esso qualunque cosa cade germoglia: alberi, frutti, case, madonne zitte, muri a secco, seme egoista.
  I figli s'incistano nel corpo immenso delle donne, crescono come bacche dappertutto, salgono come palloncini di sangue delicato, gli occhi chiusi nelle palpebre violette, il cordone granata che pulsa, scambia il sangue, i sogni, le voci. E le donne si disfanno e si ricominciano, spingendo col pieduzzo la culla e tenendo in braccio un bambino, e nella pancia un altro bambino, e nella testa tutti gli altri che sono sempre figli suoi figli comunque figli per sempre: case, parole, bambini, madonne zitte, mariti selvatici, alberi di fichi maturi, sentieri, montagne a perdita d'occhio, e nidi d'aquile femmine.
 Le donne a volte non li vogliono, quei figli che spuntano a grappoli dalle loro carni aperte, piantati nel loro corpo arrendevole senza piacere, senza amore, senza nient'altro che non sia la spinta cieca e sorda della vita, che è femmina e immensa e ingiusta e rapace.
 E le donne si fanno pungere, trafiggere, avvelenare col prezzemolo, squartare, aprire con le mani sporche, fare a brandelli, accecare, azzoppare. Le donne si fanno morire in qualche parte del loro immenso corpo bianco, morire di punta e taglio e dolore, e nessuno a parte loro stesse e le loro sorelle mute lo sa.
  Vittoria tutto questo – che è un segreto talmente immenso da essere sotto gli occhi di tutti – lo racconta in sogno a Gesù, che è maschio e mica le sa, queste cose. Gesù sta seduto nel suo cenacolo di maschi, con la faccia brutta: tu, traditora della vita, le dice, a lei che è stata trafitta e squartata e crocifissa più di lui. Tu, traditora.
E la traditora gli racconta, seduta sul suo corpo infinito, sul quale sorge la montagna e il cenacolo, e siedono gli apostoli maschi, e Gesù maschio figlio di dio maschio. Il corpo bagnato dal mare e alto fino al cielo e profondo fino all'inferno, l'inferno dove nascono e muoiono i figli.
E Vittoria gli racconta, traditora, la sua vita di donna, crocifissa quanto Gesù, più di Gesù, per amore dei figli, della vita. Vittoria senza giovinezza, senza marito, senza amore, Vittoria sola col suo corpo immenso dove sorge il sole e passano i carri e camminano gli uomini con le scarpe piene di chiodi.
Vittoria racconta, e Gesù si commuove: mica lo sapeva, Gesù, quanto dolore ci può stare, nella vita di una donna.
   Ah no, che non lo sapeva. Che ne sanno, i maschi.

 

Saverio La Ruina è maschio, e queste cose non dovrebbe saperle. Forse nemmeno le sa: le sogna perché i sogni glieli mandano le donne del suo paese, della sua montagna. Lui ci parla, con le donne, si fa raccontare le cose delle donne grazie a un dono speciale dei suoi occhi profondi, grazie a un'attitudine di capretto che ispira fiducia. Lui si fa forse attraversare da queste cose – come ha fatto con Dissonorata, come ha fatto con Vittoria – come le canne si facevano attraversare dalla voce degli dei, o gli alberi.
 Lui ci dà la voce di questi corpi, di questo corpo immenso grande come il Pollino, l'Aspromonte, lo Stretto, tutto il mare, tutto il cielo, tutta la montagna. Lui forse, alla fine dello spettacolo – che somiglia più a un sacrificio pieno di fumo sacro e coltelli e un certo dolore prezioso – non sa nemmeno cosa ha detto, quale voce lo ha attraversato.
 Sembra evidente, questo, alla fine della storia di Vittoria, quando Saverio si batte il petto col dito e col pugno, e senti quel rumore di guscio, di canna, di osso sottile che ci separa dai sogni, dalla morte, dall'anima.

 

(dopo aver visto La Borto, monologo scritto e interpretato da Saverio La Ruina, ultima produzione di Scena Verticale, compagnia teatrale di Castrovillari, uno dei motivi per cui la Calabria stupisce senza fine persino noi calabresi, mi sono capitati, al solito, una serie di incidenti: le cose si strappano, si perciano, si bruciano: è il potere magico della parola, la parola diritta come una freccia infuocata. Provate anche voi: se vi capita La Borto non fatevelo scappare)

La Madonna del Pollino regna sugli uomini e sulla montagna

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Il corpo dello Stato fuori luogo, senza luogo a procedere.

Il corpo dello Stato è bianco, abbagliante, splende ossessivo sottolineato da stoffe lucide, piume, rossetti. Hanno schermato per giorni giusto gli occhi minorenni, ma ora neppure quello: il corpo si prende tutto lo spazio, è un vortice, una tempesta.
  Il corpo dello Stato è indistruttibile, giovane, dinamico. Incarna pienamente l'ologramma del Paese felice, pieno di futuro: feste nei locali notturni, cubi meravigliosi investiti da luci stroboscopiche, calici levati colmi di bollicine, tatuaggi, protesi mammarie, percussioni, unghie glitterate, ciuffi scolpiti, ombelichi, muscoli luccicanti.
  Il corpo dello Stato non produce rifiuti, non chiede risorse, non ha bisogno d'istruzione, di ricerca, di opere, d'occupazione: s'accontenta di carità pelose, privilegi da privè, bigiotteria swarovski.
  Il  corpo dello Stato non ha bisogno di linguaggi, culture, arti, dialoghi: è essenzialmente decorativo. Non chiede logiche, politica, istituzioni: vive di benevolenza e acclamazione.Viene convocato al bisogno – nelle sagre elettorali o nelle serate graziole – e deve portare solo la propria infinita, adorante disponibilità. Viene compensato con farfalline di latta dorata, e governi di latta dorata. Non se ne cura, ringrazia con ampi sorrisi e lampi di carne dal vestito scollato.
  Il corpo dello Stato è utile e dilettevole: assicura ricambio, bella presenza, compagnia leggiadra nelle vasche dell'idromassaggio e nelle colonne ragioniere dei sondaggi, pubblico, percentuali di maggioritario dopato dal porcellum pigliatutto. Consente al guerriero di riposare, e gli dà pure il premio di maggioranza.  
  “Sono il più potente degli ultimi 150 anni”, sussurra lui, tra le bolle del sapone lievi e iridescenti come bugie. Il corpo dello Stato annuisce, muovendo i bei capelli.

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