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Archive for febbraio 2011

Mentre s'aggiustavano le sciarpe bianche, mentre si spazzolavano i capelli, mentre fermavano gli orecchini. Mentre mettevano il rossetto, controllavano la borsa, prendevano le chiavi. Mentre recuperavano certe se stesse rimaste là in fondo, anni fa, no, non arrabbiate, piuttosto decise, convinte, con quell'impellenza di farsi ascoltare dal mondo. Mentre uscivano nella città domenicale, lenta e rada con un sacco di parcheggio. Mentre cercavano la piazza, che per una volta non era la fermata del tram, o il luogo dell'happy hour. Mentre lanciavano l'ultima occhiata alla famiglia semiaddormentata, e poi uscivano con un sospiro: le donne devono sempre guadagnarseli due volte, gli spazi e i tempi.
   Le donne di Messina ieri non sapevano cosa stavano per fare: non sapevano chi avrebbero trovato, cosa avrebbero detto, chi avrebbero applaudito. Ma una cosa sapevano con certezza: c'era un'energia che le animava, che le faceva sentire in qualche modo sorelle delle migliaia e migliaia che stavano facendo la stessa cosa in tutta Italia.
Le donne di Messina non sapevano quanto si sarebbero stupite, di contarsi a centinaia (diciamo quindici, centinaia), con le sciarpe bianche che brillavano nel sole, il sole speciale dello Stretto quando decide che non è febbraio. Non sapevano quanto si sarebbero divertite, a leggere i cartelli, e a fotografarsi, e parlarsi, e ridere, e applaudire studentesse e attrici e pensionate e artiste che leggevano poesie (di donne), e prose dei Padri della Patria (quelli coraggiosi, non quelli puritani). E quanto sarebbe stato bello ri-conoscersi, ri-trovarsi come se ci si fosse appena lasciate, venti o trent'anni fa, quando pensavamo che certe conquiste fossero per sempre, che non ci sarebbe più voluto l'immenso lavoro e l'immensa fiducia e l'immenso impegno di crescerla, la democrazia, come si crescono i figli: piantando e concimando il futuro, momento per momento.
  Non sapevano, le donne di Messina – città molto spesso morta – quanti semi si sarebbero portate nella borsa, nelle tasche, tra le mani. Non sapevano che avrebbero improvvisato – con la certezza pratica di chi governa da sempre la vita propria e altrui, ma con la sapienza del cuore che quella certezza sospinge – cose meravigliose come una catena umana, troppo umana, di donne (e anche uomini) gridando slogan senza slogan (“dignità”, “la legge è uguale per tutti”), slogan sopra tutte le parti, dalla parte di tutti.  Non sapevano che avrebbero fatto un girotondo nella piazza davanti al Tribunale, e alla fine avrebbero cantato Gaber e Mameli, e poi si sarebbero fatte un applauso perché s'erano piaciute tanto, e non volevano lasciarsi, non ancora.
   Infatti, lo rifaranno.

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