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Archive for luglio 2005

VOCI (balnearia 3)

la sera di pane e luna

 

Il paese si regge sulle voci. Comunica in ogni sua parte attraverso le voci.
Al mattino presto le barche si svegliano quando il mare è ancora una colata di ferro, freddo come l’inizio del mondo. L’altra sponda è allora così vicina che la si può toccare con una mano, stando in piedi sui ciottoli neri della riva.
Le terre, d’altronde, si separano all’alba, quando nessuno guarda, e il mare riemerge come un fiume sotterraneo, perdendo il nero di caverna che ha acquistato durante la notte, e prendendo poco a poco tutti i toni del metallo, fino al celeste. Ma questo è un segreto che conoscono in pochi: pescatori, marinai dello Stretto – che hanno una loro qualità silenziosa di testimoni di miracoli – camminatori di bagnasciuga, insonni.

Allora cominciano le voci. Le navi traghetto si chiamano con lunghi muggiti che risuonano tra le sponde, i pescherecci si chiamano con suoni rapidi e taglienti che saettano a pelo d’acqua, gli uomini si chiamano con urla modulate e lunghe alcune miglia marine, che hanno il compito di risvegliare l’orlo rosso del giorno.
Poi le voci si trasferiscono a terra: i venditori di gelsi, pomodori, alici, rosmarino, zibibbo e angurie vanno per le strade, cantando. Le loro voci salgono al secondo piano delle palazzine, muovono il giorno fino ai soffitti, fino allo smerlo delle tendine a godet, fino all’orlo delle stanze – che di notte sono acquari, scatole marine attraversate da sogni come pesci-angelo.
Le donne calano panieri, o scendono in strada con i portamonete dalla chiusura luccicante. Raccolgono frutti, ortaggi e briciole di voci, e li portano dentro le case, che si colmano di fitti chiacchiericci, leggeri come la luce.
Più tardi passa il furgone del pane: suona tre volte il clacson, che fa un suono come un ritorno, un va-e-vieni, una scala melodica di tre note. La gente si sporge dalle finestre per prendere il pane avvolto in carta marrone e allungare le monete. E’ lo scambio più vecchio del mondo, una moneta per un pane, entrambi dalla superficie scura e come consunta, entrambi vecchi come il mondo. Nessuno sa dove facciano quel pane, o chi siano i garzoni in canottiera che suonano il clacson tre volte: il pane è sempre originario, dice tutto e basta a se stesso. Il pane è una risposta implicita.
Il resto del giorno è pieno di voci che salgono e intrecciano strade e case, voci rasenti il suolo – specie durante la canicola, quando il mondo s’acquatta basso e chiude gli occhi – voci proiettate sulla bocca del mare – nei lidi si scatenano musiche che passano sopra i bagnanti e finiscono tra le prime onde.

Ma è di sera che si levano i richiami.
Le donne allora chiamano i bambini, con nomi lunghi lunghi che sono invocazioni, orazioni amorose, legami. Le voci delle donne fanno il giro dei laghi, nuotano nell’aria liquorosa del tramonto, solcano la sera con qualcosa di struggente. Le donne chiamano i bambini, gli uomini e se stesse, perché la sera si fa la conta di ciò che è sopravvissuto al giorno, di ciò che dura. Ai richiami delle donne si mescolano rumori bassi, di sponde che si cercano – tra i laghi, sul mare, sui bordi delle terrazze – di siepi, di eucalipti che respirano forte, di gelsomini che liberano vampe odorose.
Le voci rimbalzano, si rispondono, s’allacciano.
La notte le inghiotte tutte, nella sua metà silenziosa – tra le lampare, nelle macchie, nei laghi chiusi come occhi – e nella sua metà sonora – in piazza, tra lo schermo gigante e gli altoparlanti drizzati tra le panchine, nei lidi disegnati dai faretti, sulle verande interminabili dove le falene volano diritte contro le lampade. Si spengono, infine, in un’ora buia che non appartiene a nessuno, e in cui nessuno – in quel tacere – riconoscerebbe il paese, lo Stretto, la vita. 

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ARGILLA

sogni d'argilla

“L’argilla è piena di storie” dice Nicola.
Lo dice con imbarazzo, come si comunicano i segreti necessari, e un po’ sottovoce, perché l’argilla non se ne risenta. L’argilla intanto ci circonda, col suo basso odore di muschio e di canneto, con la sua presenza terrestre e animale, e ci guardiamo attorno perché sappiamo che ci sta ascoltando.
Nella bottega di Nicola l’argilla decide ogni cosa, forse persino nella vita di Nicola. D’altronde, lui era un grafico, un uomo di punta fine e di faretti in lega leggera, che passava le notti a inchiostrare a china e spedire fax su carta al petrolio. Ma l’argilla non smetteva di chiamarlo.
L’aveva conosciuta da ragazzo, quando andava a sedersi per ore sugli argini della fiumara, e si rialzava con la testa piena di storie. Lì andavano suo padre e suo nonno, perché l’argilla parlava anche a loro, cercava mani d’uomo per esprimersi, per rovesciare fuori le forme che le pesavano dentro, in un sonno inquieto, umido e secco, e poi secco e umido, nel letto incostante della fiumara.
La contrada si chiamava “arghillà”, ch’era un suono greco e pieno di gorghi come la materia che l’aveva governato ed espresso. La materia che sorveglia gli uomini e suggerisce loro le sillabe. E Nicola, una notte delle tante, con le storie che gli scoppiavano nella testa e le mani doloranti, aveva deciso: la sua bottega si sarebbe chiamata “arghillà”. Quattro muri, un forno e l’argilla piena d’occhi.

“Ma io la preferisco così” mi confida mostrandomi un vaso appena fatto, umido. E’ un vaso ma è un cavaliere, così come, accanto, c’è una mano che è un paese, e poi una capra che è un fischietto, e una lampada che è un pescespada. Non sono passati nel fuoco. Il fuoco asciuga l’argilla e la storia. Ne fa un prodotto interamente umano.
“Così invece è diverso” mi sussurra Nicola, a voce bassissima perché l’argilla non se n’accorga. Il cavaliere è d’un colore d’ombra bagnata, come dev’essere la faccia nascosta della terra. L’odore è d’argine, di segreto, di palude. Nicola prende un pennello piatto, lascia cadere tre gocce di blu che l’argilla assorbe subito, restituendo un notturno impensabile, miracoloso. Nicola mi guarda, con un breve cenno del capo, come dire: “Hai visto?” Ho visto.
Tutto attorno, l’argilla respira pianissimo, con gli occhi semichiusi ma svegli, disumani e terrestri. Fa un freddo di grotta, anche se il forno brucia come l’inferno.
Nicola non ha cuore di consegnare al fuoco il cavaliere. Per perdere tempo, e ammansire l’argilla, mi racconta la storia del re bifè biscott’e manè, che aveva una regina bifina biscott’e manina, e una figlia bifiglia biscott’e maniglia. Il suo cavaliere viene da lì. Finirà nel forno, a tramutare il blu in giallo, da umido a secco, da notte a giorno, a zittire l’argilla, chiudere in un cerchio tutto umano le sue tramigrazioni immortali.
“Per una sola storia, si deve rinunciare a tutte le altre” mi dice Nicola con dolore, ma è l’argilla che parla per lui. L’argilla che sigilla le palpebre, nel forno.

Uscendo dalla grotta c’è una via crucis di storie: il vescovo di Roghudi che scappò con una bella donna, a cavallo del vento di tramontana; Cecia, la prostituta di Tropea che in punto di morte ridiventò vergine; il paese che fu costruito su cinque dita e poi morì, abitato solo dalle aquile e dalla luna; Barsanufio e Gioannicchio, monaci asceti, che in sogno cavalcarono puledri alati.
Erano tutte nella pancia dell’argilla. Facevano rumore di voci, lungo l’argine, di sera. Aspettavano mani, e fuoco, per uscire e poi morire, come gli uomini.

Naturalmente, Nicola non ha un sito internet, e nemmeno fotografie delle sue storie. Però, se passate da Reggio Calabria, al rione Sbarre c’è una bottega che si chiama “Arghillà”. Lì c’è Nicola, col forno chiuso e gli occhi negli occhi dell’argilla.

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sera in un paese di mare

Una luna di pomice che naviga il cielo intensamente, cupamente azzurro. La sera si posa sulle zampe invisibili delle zanzare, che salgono a sciami dai laghi – laghi salini, pieni di alghe e cozze, in falsa quiete, ciechi e prepotenti quasi quanto il mare – mentre i lampioni scendono in basso, in fila, verso la strada.

I paesini di mare hanno una tristezza tutta loro, tutta marina, piena di odori. Sono gli anditi che sanno di pozzo, l’acqua che ha sapore di cisterna, la sera che sa di pesce, buccia d’anguria ed eucalipti.
Le case si aprono e rovesciano fuori l’ombra del giorno, la frescura coltivata dietro le persiane. E’ un’ora contesa da basilico, gelsomini, muri a secco imbevuti di calore, rigagnoli, gocciolìi nascosti per ore – le ore a occhi chiusi del sole, le ore martello e calce, le ore degli oleandri spontanei e assassini che sporgono dalle aiuole.

Le donne siedono fuori dagli usci, che si prolungano in strada con un gradino – bisolo, o bizzolo, la parte della casa che si mostra e si condivide, la parte della casa su cui ci può sedere, alti ciascuno quanto gli altri, nella strada che è di tutti, nella vita che è di tutti – e prendono il fresco, agitando una mano per farsi vento, o per sottolineare una parola.
I ragazzi e le ragazze intanto sono bellissimi, torce di miele scuro, arabi e normanni, refrattari come fiori chiusi. Girano in tondo, si guardano, si voltano le spalle, ricominciano a girare. I loro cerchi amorosi si aprono e si chiudono di continuo, attraversati obliquamente dai lampi degli sguardi, da risatine trasverse, da gesti in codice: lo stesso codice dei banchi di pesci, delle coppie grigioperla dei gabbiani, degli anemoni di mare che ondeggiano, avanti e indietro, sui fianchi.

La sera scorre, come olio o vino, nelle strade. S’attarda, con tanfo di marcio, nei pressi dei canali che portano il mare ai laghi, o viceversa. Rallenta, ai crocevia polverosi dove le ville si guardano impenetrabili, difese da mascelle di cemento. Accelera nei vicoli dove le case si toccano, delimitano le vite in angoli retti, stipiti, grondaie, davanzali.
Basta respirarla forte: dopo un poco si dissolve.

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FIUME-MARE

una persona-mare prova a camminare trafitta dal vento e dall'impossibile

Le persone-fiume vanno da qualche parte. Per quanti ripensamenti in forma di curve, anse, meandri e canali possano avere, le persone-fiume si dirigono. La foce – che può essere un delta aperto come una mano con dita d’isola o un estuario che non ha ritegno a mescolarsi, poggiato sulla faccia di grandi massi – li chiama in qualsiasi punto, come un compito, un desiderio, una missione o una qualunque delle cose ineluttabili che tirano l’anima verso un destino.

Le persone-mare raramente hanno un centro. Lasciano talora alle spalle molte cose, sprofondate in azioni laboriose cui collaborano acque e venti, per raccogliersi ansimanti presso i propri orli, le sponde irregolari dove i fondali riaffiorano e si fanno spiaggia, luogo d’incontro, scambio e incertezze per eccellenza. Qualche volta si dice alle persone-mare che sono inesatte, contraddittorie, dissimili: è tutto vero. Non si tratta mai, però, di forme d’ambiguità. Semmai, di compresenza.
Le priorità, per le persone-mare, sono troppe, e finiscono per essere nessuna: non c’è mare che non sia potenzialmente illimitato, e il suo discorso con le sponde è ininterrotto racconto. La stessa modulazione infinita, fondata sulla ripetizione – o sulla variazione –  che si raccoglie nel mare chiuso delle conchiglie. 

Soffrono d’inquietudini, certo, le persone-fiume. Guardano le golene – fiumi fantasma che scorrono appena attorno, appena prima, appena dopo il fiume, con argini trasparenti e letti asciutti che tracciano i territori immaginari dell’ira, del finimondo e dell’alluvione – assaporano i ghiaioni, segnano di vene lente le terre più distese – gli occhi talmente pieni di cielo da ereditarne l’azzurro polvere, sotto le palpebre terrose. Ma il più del tempo infondono leggende di mansuetudine, controllo e convivenza.

Le persone-mare sono considerate invece interrogative e impazienti, e non è una fama del tutto meritata. Le loro turbolenze ricorrenti, il loro temperamento salino e iodato, i loro moti lunatici sono molto più regolari, e necessari, di quanto non sembri.
Dopotutto, consentono a intere civiltà di fiorire con limoni e azulejos ai loro margini. Se soffrono per l’ininterrotta circolazione di insidie sopra e sotto la loro instabile superficie, questo non si comprende del tutto: di certo amano i fari, i pontili, e persino le insenature.
A volte, quando nessuno le vede, cantano con voce infantile, al mattino presto, sugli scogli più vicini.

Scritto su spunto del Giocatore, che sta giocando con fiumi e mari.  

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MAREE

la porta sul retro della vita

La cometa si toccava il foro nella fronte, e la casa andava rannicchiandosi dietro lo splendore notturno della pianta di gardenie, quando P. s’è accorto di morire.
La morte risaliva dal fondo, senza fretta, muovendosi tale e quale a un serpente di mare, di quelli che passavano nello Stretto nelle nottate lunghe. La casa P. l’aveva costruita con le sue mani, e i mattoni portavano l’impronta dei polpastrelli. Il muro a secco, in fondo al giardino, era in equilibrio sulla spina dorsale che P. gli aveva fatto, pietra su pietra. In un punto, il cemento s’incurvava come per una carezza, un colpo, una tacca impressa con le mani, ché P. era uomo tutto di mani.

La morte saliva come una marea, tarda e di luglio, e P. se la sentiva sulle sponde del letto, che ondeggiava. Per tenerlo fermo, P. aveva chiamato i figli. Tutte le notti D. e M. tiravano le funi, e ormeggiavano il letto sull’orlo di quel mare cigolante. Al mattino, i nodi erano sciolti, i figli esausti, e P. guardava negli occhi il giorno, con una paura coraggiosissima nei pugni stretti, nel corpo che s’assottigliava, nella memoria che s’affollava, o cedeva.
Passava il giorno, poi, nella sopportazione. Come s’avesse dovuto fare un muro, un portico, un ventaglio di scale. La morte, di notte, demoliva ogni cosa.

D. non lo perdeva di vista: continuava ad aspettarsi qualche trovata, qualche ampio gesto nell’aria. Una volta, infiniti anni prima – quando D. era un bambino facile agli incanti – P. era caduto dal parapetto d’un cantiere. Aveva volato per quindici metri, torcendosi e avvitandosi nell’aria per resistere, per ritardare, per modellare l’aria come il cemento e la calce e la vita. Era finito tra le spade delle fondamenta, illeso. D. conservava nel fondo degli occhi quel volo lentissimo, ed era del tutto certo che P. sarebbe stato capace di rifarlo, in qualsiasi momento.

Invece P. aveva rinunciato, in un certo senso. Bastava vedere la sua casa, la grande facciata alla quale si giungeva dai tornanti, la piscina vuota nella quale l’autunno faceva risuonare la sua voce di maestrale, le imposte che cedevano – il legno morso dal sale aveva perso la vernice, s’era fatto secco e chiaro come il corpo di P. – la sottile polvere malinconica che velava i giorni e le stanze.

Le sentinelle che resistevano erano le gardenie: man mano che la casa s’indeboliva andavano facendosi più forti, più grandi, manifestando una tenacia che visibilmente lasciava la casa e la stirpe di P. per finire nelle loro radici onnivore. La disperdevano, poi, nel loro odore anarchico e ossessivo, la dilapidavano, la scioglievano a manciate infiltrando la stessa tenuta della casa, che tanto più andava disfacendosi in malinconia, come la forza di P.
D’altronde, ben prima di mutarsi nella creatura d’occhi che misurava i soffitti della casa, estate e inverno, – le mani immobili sempre più simili a stecchi legnosi, ai rami nudi della pianta di fuori – P. era stato un dissipatore di forze, un magnifico selvaggio addomesticatore di tanghi, femmine e gardenie. Non aveva mai costruito qualcosa perché durasse, piuttosto per piegare una porzione di materia e di spazio, per sfogare la sua energia vorace, le sue forze eccedenti, il suo istinto privo di discorso.

D. e M. passarono l’ultima notte di marinai, tirando le funi e ricevendo in pieno petto le onde salate. Fradici, al mattino sentirono che la tempesta immobile li aveva sconfitti. P. era già a colloquio con la morte, la cui furbizia li sconcertava, perché era innocente e dichiarata, e rendeva inutile ogni sforzo.
P. conversava – e dentro di lui ogni cosa andava un poco scomparendo: tanghi, mari, gardenie, impalcature, volo, mani.
P. conversava, e solo ogni tanto si voltava dai figli, per tradurre, con brevi gesti e finanche sorrisi. Ma ormai era da solo in un modo impenetrabile, al modo di chi muore.

P. era il padre del mio adorato D. , che adesso eredita una pianta di gardenie, tornanti che portano a una terrazza e il ricordo di un volo.

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sollevando un angolo del mare

Il primo giorno il mare è un cerchio sacro. Specie quello di qui, che ha sfondo di lago ma conserva il tono profondo, salino e drammatico del mare aperto.
Dopo aver ruminato per un inverno l’eterno pasto di detriti – che non sono più lava, pomice e roccia quaternaria, ma oramai piastrelle, marmo di palazzina e asfalto color petrolio – il mare estivo appare docile e
domato. Muove appena i fianchi tra le sponde strette dei piloni gemelli – fronte contro fronte, le dita di traliccio allargate nell’aria, la chioma elettrica invisibile eccetto che nei fruscii dei ponti radio, nei silenzi
pieni di brividi dei canali riceventi.
Confina con Scilla e Cariddi, col passato remoto e il futuro incerto, con il Continente assorto nel suo sonno e l’isola sveglia di notte, gli occhi accesi come brace. Appartiene solo a se stesso, però, o all’astrazione chiamata Mediterraneo, il ventre celeste allargato nella cartina d’Europa.

Il primo giorno devi sottometterti e invocare protezione: si entra in acqua facendo il segno della croce, che non arriva più in basso o in alto di un paio di metri, e non accontenta certo gli strati profondi e superficiali di dèi accumulati gomito a gomito. Ma per fortuna il corpo recita inconsapevole ogni genere di sortilegio, affidandosi al mare.

Scendi d’un passo, due passi nella sua ininterrotta circolazione di correnti, nella conversazione senza limiti di tempo che svolge con potenze similari o interamente differenti, chiudi gli occhi e ti lasci sprofondare, perché per antica convenzione sarà lui a sostenerti.

Non è un mare di pesci, di barche, di fari. Il mare del primo giorno arriva fino alle caviglie, poco oltre le braccia, attraverso i capelli. E’ il mare personale, assoluto, dal quale continuiamo ad andare a lezione d’incoscienza, d’attesa e di ritorno.

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