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Archive for marzo 2005

ALFABETI

La spiaggia è scritta dai passi.

Il bagnasciuga è scritto dalle canne da pesca, dai sassi, dalla risacca.

Il mare è scritto dalle scie veloci delle barche, dalle scie larghe delle petroliere, dalle strisce avverse delle correnti, dalle boe.
Il dio dalla testa di pesce, seduto sul fondale, scrive bolle d’ossigeno perfettamente rotonde, che salgono rapidamente e scoppiano in silenzio a pelo d’acqua.

Il cielo è scritto soprattutto dalle traiettorie dei gabbiani, dalle bandierine degli alberi maestri, dal fumo nero che sale dalla zona falcata, dal fumo bianco che segna un imprecisato punto vegetale della costa, dalle nuvole basse, dalle nuvole alte e piatte. Dai piloni gemelli arrampicati sulla scala a pioli di metallo.
Più in là, il vulcano scrive con la cenere sulla buccia tesa dei frutti ancora verdi: le sillabe nuotando nell’aria arrivano fino allo Stretto.

I monti azzurri sullo sfondo sono scritti dai crinali, dalle strade zoppe, dai caseggiati, dagli alberi solitari, dalle linee bruciate degli incendi.

All’incrocio di tutti gli alfabeti, seduti sui talloni, proviamo a scrivere.

 

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Pasqua, a onta di quanto scrivono i sussidiari, è festa carnivora e cruenta: il sangue la prepara, il sacrificio la compie. Qui si sacrificano capretti, conigli, agnelli espiatori, condannati a rosolare a fuoco vivo in intingoli di guerra civile,  rosmarino e peperoncino, salvia e pepe nero: il fumo sale al cielo e sazia gli dei.

Le grigliate grigliano senza sosta, e i vegetali servono solo a blandire Demetra, ch’attende corrucciata il ritorno della figlia dalle segrete dell’Ade, il piede impaziente nel sandalo, spire fredde nell’aria che pure s’ispessisce di scirocco.

Tagliatelle, oggi, con carciofi, asparagi e piselli dolci.
 Lasagne di due specie: carnivore con polpettine e sugo robusto, vegetariane con fiori di zucca, vistosi come ibischi, con livree gialle e spine da dionee dell’orto.
 Capretto che toglie i peccati dal mondo, col suo gusto selvatico sciolto nel caramello della cipolla rossa.
 Funghi freschi annichiliti in padella con molto prezzemolo, omaggio alla terra e ai suoi prodotti futili e dilettevoli.
 Soppressata calabra e incendiaria, con fave fresche gettate a mazzi sulla tovaglia macramé – che di certe verdure si deve conservare il gesto, sia pure nei nostri tinelli addomesticati e borghesi.
 Dolci pasquali (leggermente insapori e buonisti come sono): ciambelle votive gonfie di uova, pastafrolla in foggia animale, colombe con gli occhi di zucchero bianco.

Molta cioccolata, questo sì, perché siamo europei di dopo i conquistadores, e abbiamo un ramo svizzero: fondamentalmente al latte con le nocciole, ma anche nero fondente, la parte sacra e amara del cacao, vecchia come la Nuova America.

Qui – per quei paradossi della storia che scavalcano le geografie – c’è quella modicana al peperoncino: è la stessa degli antichi maya, polverosa e antica, con interstizi piccanti che aprono altri mondi.

La carta stagnola finge magie da Fabergé, carillon perduti risuonano in uova d’oro d’altri tempi: a noi toccarono i jingle della pubblicità e le sorprese fatte a Taiwan.

La mano s’attarda sulla tavola, briciole di pane e vino.

Divoriamola, la rinascita. Saggio, quel dio che s’è fatto uomo e cibo dell’uomo, toccandolo dal di dentro. Spaventoso, quel dio che s’è fatto divoratore dell’uomo, cibo squisito ed effimero, selvatico ed eterno.

ps: per Effe, che voleva conoscere i generali dei particolari.

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PASQUA

Cristo contempla la propria morte

Solo ieri l’isola echeggiava di lamenti: a ogni palo era crocifisso un cristo, e le strade erano scie di sangue devoto. L’isola barocca spiegava i suoi teli neri, i suoi denti neri nel sorriso del lutto, i suoi drappi viola barocco stesi sulle facciate a doppia onda delle chiese, appesi ai balconi di ferro incurvati come labbra.

Un mezzogiorno tenebroso oscurava la terra, condannata a non avere ombra, nessun velo tra sé e la morte, nessun sortilegio, nessuna preghiera.

Oggi la luce miracolosa è una polvere d’oro dove vorticano pollini e sale marino, e l’odore sacrificale del capretto arriva fino agli dei, robusto e viscerale, e si può leggervi ogni presagio del futuro.

Il futuro cova, oscuro e nitido, nei germogli avidi, nell’erba il cui petto spontaneo spacca il cemento abusivo, s’infiltra sulle spiagge di piastrelle, gira attorno al piede delle statue. Il futuro cuoce negli intingoli piccanti e carnivori dei sacrifici, viene rimestato nei paioli, innocente e feroce dispone alla crescita, al rigoglio.

L’erba svetta alta e selvatica attorno ai caseggiati senz’acqua, incurante del catrame, punteggiata di rifiuti che brillano come oro.
La pasqua sale a ondate nell’aria, aspra e dolce di rosmarino e d’immondizia, assaporata dal legno dilavato delle barche, dalla pietra porosa ferma e angolare nei basamenti delle case, dal ferro che sporge dalle costruzioni abbandonate.

Tutto rinasce, perfettamente immemore e pronto a ricominciare, sordo a ogni specie di morte, persino divina: è il lutto profondo – inconsapevole, vitale, ammantato di luce – che questa festa porta come una gemma nera.

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il volto di zia matilde

Il paese s’ormeggiava al mattino di festa. Nuvole cinquecentesche attraversavano il cielo, galeoni in pompa magna, mentre in chiesa drizzavano i teloni di damasco per la Sacra Rappresentazione. L’odore delle mandorle tostate viaggiava basso per i vicoli, assieme allo zolfo dei mortaretti.

 I consiglieri comunali passeggiavano in piazza, luccicanti di brillantina e virtù civica, mentre nelle case le donne – certe donne angelesse dalle braccia pelose e gli occhi di giglio chiuso – provavano gli scialli frangiati facendo mezze giravolte e ridendo con le labbra rosse.

 Il Cristo Lungo era appoggiato alla parere dell’abside, magro e nodoso nella sua solitudine di ferro battuto: l’avrebbero portato, di forcella in forcella, a forza di braccia, fino alla Chiesa delle Anime del Purgatorio, e poi indietro, per propiziarsi un altro anno senza terremoti, senza siccità, senza capricci del re.

 Nella casa dell’angolo, dove gli stucchi erano caduti e i marmi s’ammalavano d’una ruggine color disperazione, zia Matilde si vestiva svogliata: lei non voleva uscire mai in strada, nemmeno per la festa. L’innervosivano, le facciate irregolari che scantonavano nelle vinelle, gli usci incerti, i battenti di legno logori. Le ricordavano che la città era lontana, e lontana era l’altra vita, quella delle feste in Prefettura, del taffetà che strisciava sull’impiantito, dell’odore di cuoio e panno delle carrozze, dei cristalli nella sala grande. No, voleva restare sola, nella penombra dove i ricordi e le speranze erano stesi come arazzi un poco ammuffiti.

 E c’era pure il rischio che zia Matilde incontrasse il suo fidanzato d’una volta.

Ferdinando aveva le sopracciglia unite al centro e uno sguardo da lupo. Non che mancasse di fascino, anzi piaceva persino a nonna Rodolfa, che ci aveva fatto un pensierino, su quel futuro genero d’un bruno ardente orlato di rosso. Ma Matilde aveva detto di no proprio per lo stesso motivo. Avrebbe voluto un fidanzato di legno e corda, lei. Un fidanzato preferibilmente zitto, oppure capace di melodie mai sentite prima. Un fidanzato con un odore asciutto d’abete rosso. Un violino, in pratica.

Ferdinando era piuttosto un contrabbasso, e in quanto tale piaceva particolarmente a Rodolfa, che – come dire – per gli uomini aveva orecchio.

 Pure Ferdinando non aveva smesso di pensare a Matilde: più che amarla, la voleva castigare, il che per certi uomini è quasi lo stesso.

Quella mattina si presentò alla casa d’angolo, e cominciò a chiamare Matilde a voce spiegata. Sapeva che si sarebbe affacciata solo per farlo star zitto.

“Matilde, vieni alla processione con me” le urlò con passione maleducata appena lei s’affacciò, pallida, dalla finestra sopra lo stemma di famiglia. I leoni di pietra senza unghie contemplavano il giglio marcio, ed era tutto quello che restava.

 

 

 

“Nemmeno se lei fosse l’ultimo uomo al mondo” rispose a labbra strette Matilde, pensando che, tanto, per lei quello non era nemmeno un uomo e non c’era pericolo.

“Matilde, mi piaci di più quando fai il broncio” urlò lui, più per la piccola folla che s’andava raccogliendo che per lei.

“La smetta e vada via, o chiamo la forza pubblica” replicò nervosa Matilde, e la voce le si strozzò in gola. I leoni di pietra restavano zitti, la folla frusciava d’approvazione. 

Lui rivolse al suo pubblico un sorriso luminoso e feroce, poi si voltò di nuovo verso i leoni – le criniere erano tutte buchi.

“Matilde, scendi che ti mostro cos’è, il primo uomo del mondo”.

“Se ne vada a mostrare altrove i suoi talenti da scimpanzé” rispose ancora lei, la voce stridula che s’impennò sull’accento e fu quasi un singhiozzo.

La folla mormorava, perché attendeva il gran finale, e Ferdinando non poteva permettersi gli scuri chiusi in faccia senza un’ultima parola. “Matilde, se non vieni con me è meglio che te la cuci col filo di ferro”. Lo urlò, e tirò dentro la casa – con perfetta gittata – un pezzetto di filo di ferro, che rimbalzò sulle tavole del pavimento con un rumore allarmante.

Matilde lo raccolse, e lo tenne davanti agli occhi, attonita. La folla tratteneva il respiro, i leoni sembravano scossi e anche Ferdinando non sapeva bene cosa aspettarsi. Nessuno lo sapeva, con Matilde.

 Lei entrò in casa. E se la cucì, davvero. 

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BLU

nudo vestito di blu

Viene, l’ora blu.
Gli orologi si sincronizzano per batterla tutti assieme, con cento colpi. La senti arrivare da tutti gli angoli, turchina come un maremoto, e aspetti solo l’urto.
Non importa quanto tu sia ricco d’isole, di gente, di fiumi che ti percorrono in ogni direzione. Non importa quante cattedrali tu abbia visto, quanto tu sia indivisibile, quanto siano vaste le radici che t’inseguono sottoterra: sei travolto.
Quando quell’uomo col camice esce dalla porta blindata e scuote il capo, e poi distoglie gli occhi perché persino lui sente l’ora precipitarsi; quando sei l’ultimo della tua specie; quando sistemano l’ultima pietra del muro; quando hai la certezza assoluta che non ci sia niente, in ascolto; quando non era te che aspettavano. Ore blu, senza scampo.
Le ore blu non si combattono, non si rifiutano, non si possono eccepire. In genere non si raccontano: sono ore scontrose e aggressive, come certi animali che nascondono il muso. Sono pericolose.

Qualche scrittore le tiene da parte: in dispensa o in cantina – basta cercarle – c’è un grosso barattolo di vetro, pieno d’ore blu. Di qualcun altro, si capisce. Si devono conservare al buio, perché la luce le rovina, e maneggiare con cura. Una volta uno scrittore fu punto alla mano, da un’ora blu che aveva rubato e tenuto da parte per anni. L’aveva cresciuta a piume di pavone e grani d’incenso, e pensava di farne un capolavoro. Macché. Non riuscì più a comporre nemmeno una parola. Quando gli mettevano un foglio davanti sudava freddo, e riusciva a dire solo: preferirei di no.

Questo non vuol dire che non si possa rappresentare, un’ora blu. Qualche volta va in scena – e te n’accorgi perché è quell’alone, quella bolla, quel cerchio vagamente temporalesco che vi separa da tutto il resto – qualche volta qualcuno riesce a suonarla: ore blu sono con certezza in alcuni quartetti d’archi, in determinati accordi di bossa nova, in tutti i tanghi concepiti come una spirale, nel doppiofondo di molte canzoni.
E’ dubbio se gli dei possano maneggiare ore blu a loro piacimento. Qualcuno sostiene invece che amino accoppiarsi coi mortali per prendersi le loro, o averne in sorte.
Perché a volte nemmeno ti lasciano vivo, le ore blu.

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precipitazioni

Ve lo dicevo che finiva così.

Che un giorno, o una notte, avrebbero cominciato a piovere rose, e ad apparire arcangeli o ramarri, per annunciare salvezza o ferite (non riesco mai a distinguere).

Perché ogni gioia che s’annuncia ha un alone di dolore, da ogni ferita sgorgano fragole e il miele nasconde sempre il sale.

Tutto questo perché è uscito il secondo numero di sacripante!, e dovevo proprio annunciarvelo, in technicolor. C’è dentro una quantità di rose e cose, che nemmeno una cassetta di tempere, nemmeno un rimario mongelli, nemmeno il vocabolario degli angeli. Vabbé.

Insomma, leggetevelo, e poi – per cortesia – non ditemi niente. Che ho avuto una visita, stanotte, in cima alle scale. E ho la casa piena di petali scarlatti e affanni.

 

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il professore e la filosofia in abito da leonessa

Il professore scendeva in città ogni giorno, con la lambretta.
Le falde della giacca sventolavano, qualche volta la cravatta, e quasi sempre il fango gli schizzava di scuro i pantaloni e le scarpe di cuoio marrone. Macchie tra le altre macchie.
Ma il professore nemmeno se n’accorgeva.
La filosofia si vedeva appena, negli orli sdruciti da cui s’affacciava la fodera a righe, nei lacci spezzati, nell’ampia fronte attraversata da una ruga. La filosofia gli stava seduta sulla spalla come una scimmia, o un angelo di taglia piccola. Gli sussurrava continuamente qualcosa all’orecchio, e lui annuiva o dissentiva, e chiacchierava fitto con lei. Gesticolava, s’accalorava persino, perché non gli riusciva mai d’averla vinta.
La sua vita era una lunga contesa con l’irragionevolezza delle cose.
"E’ così semplice, la chimica" diceva scuotendo la testa, come rammaricato.
Lui, d’altronde, era così che c’era arrivato.
S’era laureato in chimica industriale, in una città del Nord di cui ricordava solo il vapore gelato sulle tempie, e un accento ostile dietro la porta del pensionato. Camminava per le strade ripetendosi la tavola periodica degli elementi: "Uno, idrogeno, deuterio e trizio. Due, elio; tre, litio…". Una di quelle sere guardò un lampione e la vide ferma lì. Lei, la filosofia.
Lui stava contando 89, l’attinio, che non ha alcun uso pratico ed è radioattivo, quando la filosofia lo fissò dritto negli occhi. Non si separarono mai più.
Sì, lui tornò a casa, chimico nell’industria di famiglia: nel casolare tra gli aranceti facevano sapone. Un sapone giallo che conservava il brivido caustico della soda ma pure l’oro pesante dell’olio d’oliva, un sapone che arrossava la pelle e la puliva due volte, un sapone brusco ch’accompagnava il gesto brusco di lavarsi senza guardare. Un sapone di miracolo: guariva la risipola, i paterecci, le ragadi.
Il professore però non usava sapone: "Lo sporco è categoriale" ci diceva, e noi guardavamo senza dire niente il colletto rigato d’unto, i capelli appiccicosi e le unghie nere. La filosofia, scarmigliata sulla sua spalla, con la faccia da sfinge e un forte odore di gallina, annuiva.

S’alzava all’alba, nel casolare del sapone, il professore, quando l’aria sottile non tratteneva la luce e il bordo dell’isola splendeva come metallo. Gli operai facevano girare le pale nei calderoni, e l’odore del sapone era l’odore del mattino, già secco e giallo fino in cima. Il professore s’affacciava, respirava forte quell’odore di combusto e grasso vergine e tornava a scrivere.
Scriveva degli errori dei filosofi, e della necessità d’usare simboli astratti al posto delle parole: l’odore del sapone e della filosofia saturava la casa e gli s’attaccava ai vestiti. Faceva suonare il grammofono, qualche volta, e la voce di Caruso apriva larghe brecce nella tavola periodica degli elementi. Al piano di sotto, intanto, il sapone ribolliva con un mormorìo profondo e medicinale.

Alle nove in punto il professore scendeva in città, la filosofia ben stretta a lui sul sellino.
Era felice.

ps: post che salda un debito con una persona cara: G. V., filosofo e fabbricante di sapone, è stato il suo professore. Ho dimenticato che aveva il viso – bello, un po’ scolpito, un Wittgenstein siciliano immerso in se stesso come certe piante – pieno di tagli, segni d’inchiostro e sbaffi di gesso. Non credeva che ci si può scrivere addosso, o che non si può fare altro.
 

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