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Archive for maggio 2009

il nano in costume da statista

 Erano nel torrido studio televisivo: il Papi Satan (papi satan aleppe) in posa ieratica, coi begli occhi cinesi socchiusi per il riverbero delle luci e i punti del lifting, una mano di mogano sui capelli in ricrescita staminale, otto strati di fondotinta arancio scuro che minimizzavano le rughe;
 Il Bravo Conduttore in posa deferente, leggermente flesso (non sta bene essere alti nella stessa stanza del Papi), con tutti i melanomi benigni in fermento sul largo volto benitesco, un filo di bava sottile sul mento, le mani appiccicose giunte sul petto, con evidente, unta umiltà;
 il Giornalista di Sinistra, con la forfora di due settimane tra i capelli saleepepe e lo sformato (il completino giallo febbre suina);
il Grande Direttore fresco di messinpiega;
il Direttore Così Così;
il Pubblico Entusiasta.

Tema del giorno, le risposte del Papi agli italiani ansiosi: ricostruiremo l’Abruzzo, la crisi economica ci divorerà, ti sei davvero trombato una minorenne? Una puntata fiume, un Papithon di beneficenza (si poteva chiamare per offrire in diretta il proprio voto per le europee, le politiche, le comunali, le condominiali: una immensa gara di solidarietà alla quale un popolo generoso come quello italiano non poteva non rispondere).
 Perché il giornalismo è stare dalla parte di chi non ha voce, ha precisato in apertura il Bravo Conduttore, disponendo sul tavolino un plastico del ristorante di Casoria, i certificati d’assunzione dei sette cuochi e degli otto inservienti, di cui tre extracomunitari e due quote rosa, uno stato di famiglia della bella Lo, ehm, No, un campione di cute prelevato al padre per la prova del Dna e una boccetta del colore esatto delle meches della madre.

  Il dibattito è entrato subito nel vivo: il Bravo Conduttore chinava il capo, e il Papi parlava col cuore in mano (lo avevano estratto poco prima a un volontario, felice di immolarsi per la riuscita della cerimonia: alla vedova erano stati consegnati spillino e portatelefonino con la griffe del nuovo partito). Il Giornalista di Sinistra, nelle pause, sorrideva alla telecamera e si lisciava i capelli. Il Grande Direttore taceva austero dallo schermo gigante. Il Direttore Così Così assentiva muovendo le manine.
 Papi ha fatto piazza pulita di ogni domanda.
Un inganno, una trappola: veline non ce ne sono mai state, nelle liste del Pdl. Solo donne preparate ma gradevoli. E poi, con quel popò di veloni che ci sono già in circolazione, mica c’era tanto posto.
 Un inganno, una trappola: Veronica, amata e onorata, si è lasciata infinocchiare da qualche amica comunista, o forse ha letto troppe gazzette della sinistra facendo il manicure. Peccato, perché il Papi la ama con tutto il cuore (il cuore, intanto, sanguinava copiosamente in diretta, sotto le zoommate di fotografi e telecamere). Peccato, perché un amore così puro, i cui accenti soavi sono stati descritti solo da pochi poeti (Catullo, Guido Guinizelli, Jacques Prévert, Vittorio Feltri), non meritava questo affronto. Maledetti comunisti nemici della famiglia.
 Il Grande Direttore, qui, ha avuto un sussulto, s’è riavuto dallo stato narcolettico e ha detto che, forse, per un Presidente Plenipotenziario sarebbe meglio non andare alle feste e ai matrimoni (per tacer dei funerali), e soprattutto non farsi fotografare con gente vestita male (uno per tutti, quel cafone con la maglietta "Io so’ napoletano").
 Togliere la gggente a Papi? Ma siamo pazzi? Il Bravo Conduttore ha avuto un mancamento, il Giornalista di Sinistra ha accennato un movimento mimico facciale, il Direttore Così Così ha mosso le manine.
 "Io devo essere me stesso: e mi farò fotografare con tutti, cuochi e camerieri. Anche più alti di me" ha promesso Papi a telecamere riunite.
Il Pubblico Entusiasta era in piedi.
E poi, s’è mai visto, dai tempi di Humbert Humbert, un seduttore di minorenni che si fa fotografare con mamma e papà, coi nonni e gli amici d’infanzia della piccola Lo? L’adulterio è solo psicologico. Un trucco mentale della sinistra.
Un fotoshop psichico.
Credetemi – ha detto il Papi guardando dritto nella telecamera, dritto nel cuore degli italiani – credetemi, guardatemi, a me gli occhi (ma qui lo schermo s’è fatto strano, ha cominciato tutto a girare e non ci sono cronache attendibili sui minuti successivi di trasmissione)…

 Alla ripresa, un crescendo rossiniano: un milione di abitazioni per abruzzesi, due milioni di nuovi turisti in giro per le foreste abruzzesi, tre milioni di posti di lavoro per orsi marsicani, lupi silani, coyote molisani. Dentiere agli affamati, bicchieri di carta agli assetati, reality ai demoralizzati.
 E la crisi, la crisi? E’ solo psicologica, mentale, psichica. Basta convincersi che non c’è. Se ci fosse, d’altronde, lo sapremmo. Se ci fosse, guadagneremmo di meno o per niente. Se ci fosse, perderemmo il lavoro. Se ci fosse, i nostri stipendi sarebbero una coperta sempre più corta. Se ci fosse, pagheremmo due mozzarelle e una fettina di prosciutto quaranta euro. Se ci fosse, pagheremmo cifre spaventose per luce, acqua e gas. Tutto questo succede, forse?
 Il Giornalista di Sinistra intanto si grattava la forfora, il Grande Direttore taceva austero dallo schermo gigante, il Direttore Così Così agitava le manine.
Un trionfo.
Oggi, i sondaggi dicono che il Papi vincerà il prossimo Mondiale, il G8, la Coppa dei Campioni e il Conclave.
Beh, se li merita.

pubblicato solo oggi, ma scritto a caldo ieri mattina presto, dopo essermi fatta esorcizzare da zia Mariella con aceto e garofani rossi; "Zia, è grave: stava convincendo anche me…". "Tranquilla, non possono farci niente… ", e intanto agitava i garofani urlando: "Vade retro!" con voce spaventosa…

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guttuso, l'occupazione delle terre: tempi in cui c'erano terre, e chi le voleva

  L’ho visto in piedi accanto al letto, e non avevo capito bene se fosse un pezzo di sogno rimasto fuori (quando non si sbrigano a passare dalla porta di corno, a volte mi restano in casa per ore. Una volta dovetti ospitare per due settimane Anubi, vestito da motociclista, che litigava con la miciazza e mi spaventava i gelsomini). Tanto che gli ho detto subito: “Oggi non è giornata, tornatene indietro”, lui non ha fatto una piega e l’ho ritrovato tale e quale due ore dopo, quando ormai mezzogiorno dilagava e la miciazza grattava per uscire (sì, ha convincimenti da cane).
  Era mio nonno, col fazzoletto rosso al collo e la bandiera del piccì.
“Nonno, che ci fate voi qui?” gli ho chiesto incerta: quando morì avevo due anni e so di lui solo quello che m’hanno raccontato.
Che era molto calabrese, comunista, testardo.
Che aveva pistole col calcio d’argento, una grafia sghemba, soltanto parole d’onore. Che ogni volta che c’era una sfilata del Fascio, il maresciallo se lo prendeva sottobraccio e lo chiudeva nel pollaio (non c’erano celle, in paese: solo pollai, confessionali e un’aula scolastica).
“Voi non vi dovete offendere, don Stefano, è solo per precauzione”, gli diceva quell’uomo pratico e in fondo dispiaciuto. Mio nonno non s’offendeva, si portava il Manifesto del partito comunista e lo sottolineava con la matita per ore, fino a strappare la carta ma tanto lo conosceva a memoria.
 Ora non l’aveva portato, il Manifesto, ma la bandiera sì. Quella grossa, da due metri. L’avevano cucita le zie per attaccarla al bastone da forestali e picchiatori che il nonno s’ostinava a non voler lasciare, malgrado la Repubblica si fosse distesa, vasta azzurra e luminosa, anche sul riottoso Aspromonte (lasciando un sacco di buchi, avremmo scoperto dopo).
 Così il nonno si portava in corteo il bastone e la bandiera, come un monito interiore o un talismano (nella mia famiglia siamo molto sensibili ai talismani, a volte sposiamo persino qualcuno, come talismano)(non funziona mai).
Insomma, il nonno era lì, con bastone e fazzoletto.
“Non sono tuo nonno” ha precisato con voce gentile. “Io sono il fantasma del Primo Maggio passato”.
 Persino la miciazza ha trasalito, sensibile com’è agli ectoplasmi e alle illusioni.
“Ah” ho detto drizzandomi nella confusione di lenzuola, rimasugli di sogno, scirocco, uova di gatto (le depone ovunque), risentimenti, telecomandi, bioccoli, pulviscolo atmosferico e non.
“Dove sono i cortei?” mi ha chiesto, vagamente minaccioso, agitando la bandiera-bastone.
“Niente cortei” ho detto deglutendo, “Però c’è il concertone”.
“Concertone? Suonano Bandiera rossa? Suonano L’internazionale?”.
“Io… veramente non lo so, nonno…”
”Non sono tuo nonno”.
“Comunque suonano di sicuro una cover di “Albachiara”. C’è Vasco”.
“Il partigiano Vasco?”.
“Ehm, no nonno, Rossi”.
“Beh, almeno sono rossi”.
“Almeno” ho detto imbarazzata, ma avevo in mente Franceschini vestito da capostazione.
“E tu perché non sei in piazza? Sei la vergogna di famiglia”.
“Ehi, tu non sei mio nonno”.
A queste parole ha cominciato a sbiadire ed è scomparso: solo la sua voce severa ha resistito un poco, con un’eco: “Dovete resistere, dovete andare in piazza”, e avrei giurato che l’ultima frase fosse: “Dovete usare il bastone”, ma non ne sono sicura.

  Due minuti dopo ho chiamato zia Mariella: “Zia, ho sognato il nonno”.
Dalla casa della zia si sentiva lo strepito del grammofono: lo accende solo il Primo Maggio, e ascolta per ore “Bandiera rossa”.
“Aveva il fazzoletto e la bandiera?” m’ha chiesto.
“Come lo sai?”.
“Lo fa sempre, il Primo maggio. E’ incazzato, poverino, dice che ve ne andate tutti al mare, e lui si domanda perché ha combattuto ed è rimasto tutte quelle ore nel pollaio… “.
“Ha ragione, zia”.
“Vai, vai in piazza così è contento, che domani gli porto i fiori e glielo racconto”.

 Ma io, che sono degenerata, mi sono voltata dall’altra parte: dalla città saliva un silenzio bellissimo, dove il vento di scirocco correva libero per chilometri, impigliandosi a caso solo nei fantasmi degli alberi e nelle antenne satellitari.
 Dopo un poco mi sono svegliata di nuovo di soprassalto.
C’era ancora qualcuno accanto al letto.
“Sei di nuovo tu, nonno?”.
“Ma mi consenta, che cos’è, fuori di testa?” m’ha fatto una vocetta che mi pareva di conoscere.
Era Silvio. In doppiopetto blu, scarpe col sopralzo, fondotinta arancione e cravatta di Marinella.
“Silvio?” ho esclamato inorridita, e la miciazza s’è disposta soffiando in posizione d’attacco, come quando entrano tafani dal balcone.
“Silvio? Non sono Silvio. Mi consenta, sono il fantasma del Primo Maggio futuro…", m’ha risposto, non senza un certo dispetto meneghino nelle consonanti.
“Nonno” mi sono messa a urlare, “Nonno, nonno, porta la bandiera, presto”.
Ho visto qualcosa di confuso, che poteva essere la miciazza o il bastone del nonno o la bandiera, e un rumore come di grammofono, o delle pantofole da guerra della zia, o una folata più forte di scirocco che sembravano voci, o anche un coro.
Di colpo, nella stanza non c’era più nessuno.
Mi sono vestita e sono scesa in piazza. Domani mi compro un bastone.

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