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Archive for aprile 2008

la città sognata dallo scirocco (Pedro Cano)

  L’apocalisse è cominciata tra le sei e le sei e trentacinque. Dalle fessure scendeva cotone idrofilo, che s’è disteso, uniforme, sullo Stretto. Il cielo era così basso che bisognava scostarlo con le mani, per uscire di casa o aprire lo sportello della macchina: continuavo a sbatterci la fronte, e lui niente, s’appendeva ai fili, strisciava sul cruscotto, s’acciambellava tra i pedali.
  Il mare era bianco come il latte, e la Calabria s’era avvicinata tanto che c’aveva sorpassati, e viaggiava per suo conto. In certi brevi strappi del cotone potevamo vederne le radici penzolare quasi fino a terra, mentre scorreva col suo corpo d’altipiano dalle ossa forti sopra di noi. Cantinati, scale a chiocciola, radici di ficus o di lampioni: vedevamo la Calabria da sotto, come di solito devono vederla i mostri marini o gli abitatori della lava, o al limite quelli che stanno dall’altra parte del pianeta, a testa in giù, coi capelli verso la Croce del Sud e l’acqua dei lavandini che gira al contrario nello scarico.
  Noi, intanto, eravamo scesi di cinque o sei piedi sotto il livello del mare, senza che questo alterasse poi tanto la città sonnambula e sottomarina. Le macchine si sfioravano appena, incolonnate nell’ingorgo delle nove, delle undici, delle dodici e dell’una e mezza: una brina salata faceva salire la temperatura anche a venticinque, ventisei o trentotto gradi. I cantieri erano conche dove nuotavano pesci gatto, barracuda, anche marmitte divelte dai grandi camion del movimento terra, quelli che stanno aspettando l’affare del Ponte Sullo Stretto, i camion di penelope che porteranno la sabbia, il cotone, i frammenti di palazzina avanti e indietro, avanti e indietro per centinaia d’anni.
  Gli odori, che hanno cominciato la stagione per conto loro, e già fanno prove squisite quando meno te lo aspetti, si mescolavano e tendevano verso il basso, schiacciando i suoni proprio a terra: una città odorosa, suo malgrado, atterrava la città rumorosa e la teneva giù.
  Sono passata sull’argine, annusando una traccia inequivocabile di zagare misteriose, di mandorli, di magnolie preistoriche di quelle che protendono liane nella piazza, e ogni tanto risucchiano dentro la loro cupola carnivora un passante, di solito un crocerista coi sandali sui calzini o un visitatore che voleva comprare un chilo di pignolata. A noi no, non ci toccano: se pigliano uno di noi, per sbaglio, lo sputano fuori subito.
 Attorno alla fontana ci sono quasi certamente varianti cittadine di peschi e mandorli, che ci rallegrano di soprassalto quando usciamo dalla curva, e persino oggi foravano il cotone idrofilo, col loro rosa porpora e i rami di cristalli di legno. Sono oscuramente amici, anche se temibili e pericolosi a loro volta.
  Tanto, il tracciato delle strade sta cambiando: l’asfalto s’è consumato da almeno due legislature e cominciano ad apparire le massicciate, i pietrischi, le forre, i canali della città vecchia, che caparbiamente resiste ai cambiamenti, e si ostina a restare, strisciando sotto i basamenti delle palazzine nuove, sotto le traversine del tram surreale che porta da nessuna parte a nessun’altra, quando non si allagano gli argini e i coccodrilli cominciano a strisciare fuori, guardando con occhi assopiti i palmizi.
 Davanti all’orto botanico, i cui alberi escono solo in certe notti particolarmente afose, scavalcando la casa del custode e il muro di cinta, s’è aperta una fossa in cui le automobili precipitano tutti i giorni: stendendosi a terra e guardando giù dal buco si vedono chiaramente assi rotte, polene di navi perdute, depositi chiusi a chiave e dimenticati, falde di acqua salata o dolce, o anche di olio vegetale, idrocarburi aromatici, vino colore del mare, nafta delle navi, acque bianche dei colli.
 Oggi ne sono cadute venti o trenta: non abbiamo sentito nulla, perché lo scirocco avvolge suono per suono, ma le abbiamo viste sprofondare, davanti alla pompa di benzina. Domani saranno sugli alberi di qualche città di sotto, appese come frutti di latta.

E’ che oggi è stato un giorno d’apocalisse, di quelli d’uno scirocco argentato, soprannaturale.  Il sole era una luna, il mare un cielo lattiginoso, il cielo era posato sui colli e sui davanzali, le navi attraversavano gli incroci e le auto precipitavano nei mondi di sotto e accanto. Anche il sangue si fa pesante, in questi giorni (specie se, come il mio, ha poco ferro e non sa volare), e i pensieri strisciano dappertutto, che bisogna mettersi le galosce. I pesci, in compenso, nuotano liberi nell’aria, almeno loro, per una volta.

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i carciofi sono rose, ma consapevoli

  Mamma, ho fatto i carciofi ripieni.
Sì, li ho scelti come dicevi tu: violetta, ma spinosi. Protesi, ma chiusi. D’un verde soprannaturale, un verde carne di mostro. Sono fiori animali, i carciofi. Non si limitano a essere, loro si comportano. Basta vedere l’aria che prendono quando li metti in una boccia di vetro con l’acqua.
 Sì, mamma, tu riempivi la casa di fiori-non fiori: i carciofi, il prezzemolo, le zucche, le patate americane che fiorivano a cascata sopra le librerie. Poi, quando ti regalavo le rose, sbuffavi e le facevi morire. “Sono già morte” dicevi tu, ma era la tua natura assassina che parlava. E comunque era vero: arrivavano congelate dall’Olanda, stecchite.
 Le uniche rose che ti piacevano erano quelle rubate, selvatiche, prepotenti peggio dei carciofi. Allora potevi farle sopravvivere per mesi, nutrendole solo del tuo sguardo succulento (ma era un incantesimo, e io non sentivo le parole).
Avevano colori inverosimili, d’altronde. Nero albicocca, viola temporale, azzurro pesca. Verde carciofo.
 “Sono pieni d’acqua amara” dicevi, e li sbucciavi col coltellino, i carciofi, poi li tuffavi in una tiana d’acqua e limoni tagliati. L’acqua diventava marrone scuro. Io pure, mamma, certe volte diventavo marrone scuro: mi lasciavi a macerare nella mia propria acqua di rancore, e aggiungevi pure il limone. Io ero adolescente, e le acque scure m’erano familiari. No, non era dolore. Era un dolore del corpo, piuttosto, di quelli che identificavo come malattie mortali, ogni giorno una diversa. E tu ogni giorno facevi la magia, e mi guarivi.
 In realtà era il mio corpo che sfuggiva al tuo, e non se ne dava pace. Mi chiamava altrove, e non poteva perdonarselo. Mi voleva bella, pronta per altri futuri, e non si rassegnava. Nemmeno tu, mamma.
  Così tu sbucciavi veloce, un giro dopo l’altro, e tuffavi nell’acqua acida, dove restavamo in silenzio anche per mesi e per anni. Ma prima mi avevi mostrato una cosa che dovevo sapere: il cuore era un inganno. C’era tanta di quella paglia, attorno.
 “Guarda, si fa così”: afferravi un cucchiaino e col manico scavavi in un attimo il cuore del carciofo. Lo facevi sempre, con tutti i cuori. Ma tu toglievi la paglia, io lo so. E poi le cicatrici si chiudevano, e tutti a dire: mmmmmh che delizia questo cuore. Era un cuore scavato e rosolato, spremuto dell’acqua amara.
Non servono a niente, i cuori con tutta la paglia e l’amaro. Il tuo, quando moristi, era così puro e netto che si rifiutò d’accettare la morte per quasi una notte. Avevi passato una vita a togliergli paglia e acqua, paglia e acqua. E noi vedevamo solo il gesto delle tue mani abili, e pensavamo che tu fossi spietata. Sì, lo eri. Come lo sono gli angeli, i demoni, le gardenie, i carciofi.
 Poi ti voltavi, e preparavi la mollica consata: mollica di pane vero, che macinavi da sola, usando i resti del pane. Ti mancava, fare il pane. La pasta, la croce sulla forma prima d’infornarla. E non usavi mai il coltello: “Il pane si spezza con le mani”. E’ fatto apposta. E’ l’alimento più umano, perché sazia prima lo spirito, il gesto.
 Io non taglio mai il pane, e tutti mi guardano male, ma io so quello che faccio, e il pane poi è contento.
Mollica, formaggio grattugiato, prezzemolo, aglio, olio. La farcia.
Tu scavavi e poi farcivi. Aprivi e chiudevi le ferite, con le stesse mani.
Foglia per foglia, e poi abbondante nel cuore scavato: per farcire ci vuole un vero senso dell’abbondanza, che è solo un’altra forma dell’amore. Farcivi furiosamente, come a stipare in quel cuore tutto quello che avremmo potuto perdere, quello che avremmo dovuto conservare, e non separarcene mai più.
  Ho farcito tutti i carciofi, ci ho messo dentro la tua furia amorosa che faceva il vuoto per fare il pieno. Mollica, formaggio, prezzemolo. Tre anni di malattia, quella Pasqua sul terrazzo, guardando lo Stretto con un’intensità da far tremolare l’aria e muovere i gelsomini chiusi. Ci ho messo tutte le volte che ho preso il traghetto, compresa l’ultima col cuore che mi raschiava la gola, (la paglia era già venuta via, restava la prima pelle). E tutte le volte che l’avevo preso, sì, ma per fuggire da te, dal tuo coltello, dalla tua acqua amara. Prezzemolo, aglio, olio. Ti lasciavo nelle tiane d’acqua marrone, nella penombra della casa che s’era fatta stanca. La paglia accumulata negli angoli con gli anni s’era schiacciata, adattata. Non la vedevamo neanche più.
  Li ho fatti cuocere nel loro stesso vapore, per un sacco di tempo non calcolabile. “Ci vuole il tempo che ci vuole” dicevi tu, ma non era reticenza. Era che non glielo potevi spiegare, come facevi tu a misurare il tempo. I carciofi cuocciono il tempo di un’adolescenza. Il tempo d’un vaso impastato di dolore. Il tempo d’una rosa selvatica rubata all’inferno. Il tempo d’un traghetto in un giorno di scirocco. Il tempo americano nella pendola e il tempo spagnolo del coltello. Il tempo delle mollette, del soffritto, del rammendo. Il tempo della distanza.
Mi tocco il cuore, oggi, mamma. E’ ripieno.

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