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Archive for settembre 2013

Onda di sangue e cioccolato. E ho detto tutto

Onda di sangue e cioccolato. E ho detto tutto

L’autunno in Calabria è una stagione metafisica, che ricorda molto la politica italiana dell’ultimo anno: si ammazza il maiale, che pure si era cresciuto con amore, come uno di famiglia, come un candidato presidente della Repubblica del Pd; si vendemmia tutti assieme, con un rito collettivo-pagano che potrebbe ricordare un’assemblea del Pd, dal momento che le cose migliori si fanno con i piedi; si celebrano i morti, con un accanimento capace di riportarli in vita, come fossero Forza Italia o Bossi segretario della Lega. Soprattutto si fanno le bottiglie di conserva di pomodoro e, appena arriva il suo tempo, si prepara il sanguinaccio. Che rispettivamente sarebbero le primarie e le larghe intese, è evidente.

Me lo spiegava l’altro giorno zia Mariella, che prepara l’autunno già da Ferragosto – che da noi, si sa, è “capo d’inverno”. D’altronde, se non avessimo la capacità di vedere l’inverno a 40 gradi non potremmo apprezzare le sfumature metafisiche del governo Letta e della realtà rovesciata che viviamo: le larghe intese che sono strette discordie, i moderati col machete, i responsabili minatorii, le tasse fenice che risorgono dalle loro ceneri, il nobel per la pace che fa la guerra, il condannato che diventa perseguitato, l’applicazione della legge che diventa accanimento, il tentativo di salvare un posto al senato a chi in senato non ci mette piede, le aziende il cui nome finisce in… “Italia” che diventano straniere (tranne, purtroppo, Trenitalia), eccetera eccetera…

Zia Mariella è Gran Sacerdotessa e Demiurga del sanguinaccio, appunto. E comincia a progettarlo mesi prima, come se fosse l’invasione della Polonia o un videomessaggio di Berlusconi.
Le larghe intese – mi diceva la zia – sono proprio questo: far stare assieme il sangue di maiale e il cioccolato, lo strutto e il cedro, il vino cotto e il rum.Ti pare facile?”.
A me, in effetti, non pare nemmeno possibile, ma quella dell’impossibile è una categoria che non mi sento di adoperare, non sotto il governo Letta e il regno Napolitano.

Zia, ma tu ci riesci” obiettavo: non sono sicura che sia propriamente un cibo, il sanguinaccio di zia Mariella, e nemmeno che sia del tutto legale, ma è oggettivamente una cosa miracolosa. Per stomaci forti, eh (anche se vorrei vedere chi ha lo stomaco delicato, dopo 17 anni di berlusconismo e due talk-show ogni sera), ma miracoloso.

Certo che ci riesco: sono femmina, calabrese e non ho paura di niente. Io me lo merito” rispondeva quella donna smisurata, che fa di qualunque cosa una cosa personale, quindi politica e dunque etica, come dovrebbe essere.

Così, al momento giusto, col sangue caldo di sacrificio (quella del maiale non è una macellazione: è un sacrificio che propizia tutto un anno), il vino cotto (che è un altro rito cominciato dalla vendemmia o anche prima, cent’anni fa, quando il nonno piantò la vigna sul crinale tisico della montagna e lei lo ricompensò per la caparbietà e la fiducia) e anche gli ingredienti di fuori, quelli stranieri come Alitalia o Telecom (che la zia ha sempre chiamato Telecòm, rimpiangendo la Sip e il telefono a disco), ovvero la cioccolata (che per noi, da quando le zie vennero liberate nel ’45, è il cibo degli americani, assieme con la gingomma) e il rum (che non merita un posto tra i liquori veri, che per le zie sono il nocino solforoso, il ratafià malvagio e il limoncello segreto), e un tot di ingredienti sconosciuti (lune piene, maledizioni, incanti, speranze, accanimenti, pensieri) la zia prepara il sanguinaccio. La crema ossimoro, la crema sacrificio, la crema di Persefone.

Quando ce la presenta, fresca di calderone e sortilegio, ci sorprende sempre: è buona e temibile. Fa venire voglia di rifiutarla e di mangiarla tutta. Mette in imbarazzo il nostro senso delle proporzioni, persino della giustizia, certo dell’appropriatezza: eppure non possiamo dirle no.

Ma vuol dire che le larghe intese possono pure riuscire?” ho chiesto infine io, pensierosa: gli aneddoti delle zie sono bifronti, spesso, e sofisti come loro.
Certo che no – m’ha detto lei con una lieve smorfia – le larghe intese sono una sciocchezza, una pezza peggiore del buco, una promessa di paralisi. Il mio sanguinaccio è un’altra cosa. Non è una finzione d’armonie impossibile ma anche inutile: è un miracolo, che non si deve spiegare”.

Confortata dall’esistenza di un inspiegabile vero, e migliore di quello che viviamo in questo momento, me ne sono andata. Dedicherò la prima coppa di sanguinaccio a Enrico Letta, quest’anno.

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La Sicilia e lo Stretto da lassù

La Sicilia e lo Stretto da lassù

Questa è  la mia rubrica “La bellezza ci salverà” che esce sulla Gazzetta del Sud ogni volta che m’accorgo d’una qualche forma di bellezza (che siano le foto di Luca Parmitano, il discorso di Malala, la catena umana di bagnanti che salvano i migranti e sono salvati da loro, alcune parole di papa Francesco, eccetera eccetera) che dev’essere riconosciuta, vista, amata per quel che è: la nostra salvezza.

Quanto sei bella, Terra, quando ti possiamo guardare da lontano! Quando siamo così distanti da non vedere noi stessi, i tuoi abitanti rissosi e pieni di pretese, mangiatori di spazio, accaparratori di suolo, acque, terre e isole, sfruttatori di mari e monti, accumulatori di cementi, aggregatori di città grandiose e/o disperate, drizzatori di Concordie ma anche di muri, scavatori di pozzi ma anche di trincee, a fasi alterne costruttori di paesi, strade e ponti e poi distruttori delle medesime cose, con le medesime mani, i medesimi strumenti.

Quanto sei bello, pianeta nostro, quando possiamo vederti come se non ci fossimo, come se potesse parlare solo la tua plurimillenaria bellezza, forgiata da acque e fuochi primordiali, levigata e scolpita da fiumi e piogge, sconvolta e rotta da cataclismi. Quando il tuo volto colossale ci appare così puro, perfetto, imperturbabile. E tutto questo succede – in questi giorni in cui, pure, la Terra è attraversata da venti di guerra, movimenti d’armi e nuvole chimiche, migrazioni tragiche, dolori che trafiggono interi continenti – attraverso le foto che Luca Parmitano, l’astronauta catanese di Paternò che da maggio è in missione nella Stazione spaziale internazionale, twitta per noi dallo spazio.

Solo le foto – dei luoghi più diversi – e poche righe: «I colori di una tavola di Moebius tra Afghanistan e Pakistan»; «Le lunghe ombre dell’alba sembrano imitare le acque che scorrono nella sabbia, nel sud dell’Australia»; «L’indescrivibile bellezza dei paesi alpini»; «Volare al tramonto sul Mediterraneo»: «Sicilia, un’isola di luce, un faro per questo viaggiatore». Ma l’effetto è sempre travolgente. Perché ci restituisce uno stupore così puro, un’ammirazione così composta e vivida, un senso delle cose così nitido che è impossibile restare indifferenti.

Perché ci fa vedere i luoghi da una prospettiva diversa, rimescolando linee, confini, geografie, certezze: la delicatezza dei colori è quello che si nota per prima cosa, guardando dall’alto luoghi che in questo momento sono foschi scenari di guerra; il miracolo dell’accordo di terre e acque gemella paesi attraversati dalla discordia, divisi da secoli. Come se il pianeta avesse una sua idea diversa, una sua logica superiore, una sua capacità d’armonizzare che noi non conosciamo, ma che forse alcuni «viaggiatori», come Luca, possono cogliere e condividere.

E vien voglia di volergli bene, a questo pianeta che sappiamo pieno di fratture e divisioni, di ferite e cicatrici, quando lo sguardo di Luca Parmitano ce lo mostra, invece, così integro e magnifico, così capace di bellezze e armonie sempre diverse, sempre uguali. Dovremmo essere alla sua altezza. Come se fossimo tutti lassù, con Luca.

(Gazzetta del Sud, domenica 15 settembre)

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Uno dei vincitori IgNobel esulta dopo l'annuncio.

Uno dei vincitori IgNobel esulta dopo l’annuncio.

 

Assegnati gli IgNobel italiani: abbiamo in esclusiva l’elenco dei premiati.

 

Premio per la Fisica: al Pdl per i fondamentali esperimenti di speculanabasi, o arrampicamento sugli specchi, in difesa del loro leader pregiudicato.

 

Premio per la Chimica: al Pd per l’invenzione del secolo, il solvente definitivo di elettorato di sinistra.

 

Premio per la Giurisprudenza: ai tanti che hanno votato entusiasti la Legge Severino e ora la trovano incostituzionale, pessima, inutile, inapplicabile ecc. ecc.

 

Premio per la Pace: a Daniela Santanché (che fino all’ultimo è stata in ballottaggio con le mine antiuomo, ma poi ha vinto, con i complimenti della giuria).

 

Premio per la Medicina: a Silvio Berlusconi, per il più riuscito esperimento di rianimazione di elettorato clinicamente morto e per i risultati conseguiti in tanti anni di gestione di partito in stato vegetativo.

 

Premio per l’Economia: all’Imu, l’unica tassa-fenice capace di non essere amata da nessuno ma votata da tutti, di risorgere dalle sue ceneri sotto forma di altre tasse.

 

Premio per la LettAratura: a Giorgio Napolitano, per la sua opera fondamentale “Le Mille e una Letta”, con la quale, novello Sheherazade, continua a prendere tempo raccontandoci la favola delle larghe intese indispensabili al Paese.

 

 

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Tutto comincia con un tweet. Anzi, con tanti tweet. Perché voi lo sapete, amici miei, che la vostra brioscia è bulimica, ma soprattutto crede fermamente che in ogni circostanza in cui una parola può essere detta, allora deve essere detta. O tweettata o feisbuccata. Così mi capitava, spesso e volentieri, seguendo In onda, la trasmissione di Luca Telese – che per inciso era stato il mio direttore quando,con zie, bauli e cappelliere, avevo traslocato dall'”Unità” a “Pubblico” – che m’avvenisse di twettare.

Perché, capite, quando una #Meloni dice che “Il Italia sono successe cose molto strane”, è importante che qualcuno scriva “Sì, e si chiamano centrodestra”. Quando si parla di #guerrachirurgica non puoi fare a meno di ricordare che “L’unica guerra chirurgica mai vinta davvero è quella della Santanchè”. I tweet sono un contrappunto, un monito, un urlo, un controcanto sempre divertente, talora necessario. Spesso i miei tweet finivano in sovrimpressione, come quelli di tanti altri, ma certo con una fidelizzazione impressionante, paragonabile solo a quella di mio nipote con gli episodi di Peppa Pig.

Bene, immaginate la mia sorpresa quando mi contatta uno degli autori del programma: “Ma se ti invitiamo vieni? Dai, è l’ultima puntata, è il tuo premio fedeltà”. Io in trasmissione? E perché mai, chiedo. “Dai, sarà divertente”, elude lui. Beh, questo sì. Ma chi altro ci sarà? “Dai, c’è Roberto D’Agostino“. E lì m’era suonato un campanello d’allarme: il buon Dagospia è risaputamente uno di quei mostri alla Sgarbi, un Cariddi televisivo che a una personcina delicata come me ispira un certo qual terrore. Ma era pur vero che non c’era alcun bisogno di spaventarsi: io, in fondo, avrei avuto la mia piccola particina, senza necessariamente entrare in contatto con lui.
Sbagliatissimo: quando c’è Cariddi, nessun navigante si salva, per quanto lontano cerchi di passare . Errore fondamentale, per una che vive sullo Stretto e i mostri, da Scilla al Ponte di bugie, li conosce tutti da anni.

Eccomi: La7 esiste veramente.

Eccomi: La7 esiste veramente.

È stata ybris, dunque: non dovevo lasciare la mia confortevole nicchia foderata di tweet e status, il mio habitat dove i mostri ci sono, sì, ma sono quelli del parco zoologico della politica: li devi subire comunque, ma almeno stanno dentro il recinto.

Mi raccomando: voglio lo stesso cerone di Berlusconi.  Quello che cancella pure le fedine penali.

Mi raccomando: voglio lo stesso cerone di Berlusconi. Quello che cancella pure le fedine penali.

Vista la differenza?

Vista la differenza?

Invece, dopo una sequenza di cose e persone deliziose (Ilaria e Margherita, le maghe di trucco e parrucco, i tecnici microfonogeni, le ragazze dello staff: la gente che lavora è sempre la migliore, la più seria), un bel saluto di Luca Telese, mi trovo vicino questo soggetto.

Oddio e chi è, Saruman?

Oddio e chi è, Saruman?

Io stavo fotografando tutto, come un giapponese di provincia: la sala trucco, lo studio ancora addormentato, la sedia della Santanchè (che ho spolverato personalmente, come Silvio con Travaglio, perché non si sa mai quali brutte malattie uno può prendere…).

Su questa sedia sedette la Santanchè: l'ho spolverata, non si sa mai... (cit)

Su questa sedia sedette la Santanchè: l’ho spolverata, non si sa mai… (cit)

Sono così gli studi televisivi quando nessuno li guarda.

Sono così gli studi televisivi quando nessuno li guarda.

Nel mio impeto Superquark fotografo anche (chiedendo il permesso) le scarpe di pitone viola con quindici centimetri di punta dell’ospite d’onore. Armi improprie. O forse assolutamente proprie.

Scarpe di pitone (o pitonessa, non so) viola.

Scarpe di pitone (o pitonessa, non so) viola.

Alla mia richiesta di fotografare l’altro oggetto impressionante che aveva portato con sé, un portacellulare con tirapugni, il tipo mi dice “Aho, mo’ hai rotto il cazzo”.

Portacellulare con tirapugni: mai più senza. Specie se intendi la comunicazione come combattimento.

Portacellulare con tirapugni: mai più senza. Specie se intendi la comunicazione come combattimento.

Ok, riconosco che sono stata molesta come un giapponese in viaggio di nozze ai fori romani, ma non mi pare sia il caso di rispondere così. Viene fuori, dalle profondità ottocentesche del mio essere, una cosa del tipo “Non è questo il modo di rivolgersi a una signora…”. Mi guarda come se gli avessi parlato in sanscrito, perché probabilmente è così. Noi giapponesi calabresi di provincia, abituati alle buone maniere e alla gentilezza anche immotivata, siamo sicuramente un popolo a lui incomprensibile. In effetti, anche lui lo è a noi.

E non sono la barba pettinata, i tatuaggi pure sui lobi delle orecchie, la catena che pende dal fianco, le scarpe armate, il tirapugni: quelli sono abiti di scena, provocazioni, la divisa da guru metallaro fashion kitsch attempato. Non è quello, che mi turba. È la sensazione che in lui non sia presente alcuna residua traccia di umanità, nemmeno piccolissima. Come se avessi incontrato il nonno di Voldemort.

Questo è Voldemort. Il nipote.

Questo è Voldemort. Il nipote.

E io, così ottocentesca, provinciale, tutta d’un pezzo. Io così calabrese di provincia, giapponese che continua a combattere nella giungla, credendo nella gentilezza e nell’ironia, anche tagliente ma sempre assolutamente umana, io così convinta che si parla in tv, o si scrive, per testimoniare un’idea, un pensiero, un tentativo di capire, e non solo per celebrare se stessi, io mi trovo senza difese.
Sbagliatissimo. La tv è un trappolone che non risparmia nemmeno chi lo tende: è impossibile entrarci senza restarne coinvolti, presi nel gioco del colosseo, nella schermata playstation in cui ciascuno usa le sue armi e vince uno solo. Purtroppo le mie armi non erano quelle giuste, soprattutto la più giusta di esse: non voler avere le armi, non voler combattere. In tv può vincere davvero solo la diserzione, ora lo so.

Sicché il resto del tempo è una specie di incubo: Draco Malfoy Spia, che credeva di essere ospite unico e one man band della puntata finale (che in effetti si intitolava “Dagoshow” e non poteva esser più chiaro di così),  si trova accanto una blogger sconosciuta, per giunta calabrese (“ti poteva andare peggio” mi sibila, gli rispondo “sì, potevo nascere romana. Potevo nascere maschio”. Penso: “Potevo nascere te”). Che diamine, è chiaro che dovevano sedergli vicino quantomeno Lady Gaga.

E così, senza un brandello di talento, un briciolo di passione, una traccia di cuore e intelletto,  il nonno di Voldemort pontifica, vaticina, delinea scenari d’apocalisse. Napolitano, Renzi, Berlusconi. Le banche, la finanza, i poteri occulti. L’Italia è morta, l’Europa è in coma, l’America ha chiuso. Ai Voldemort piacciono le macerie: loro vengono bene, in foto, tra le rovine. Le Costa Concordia coricate un un fianco sono sempre più belle, per loro, di qualunque nave ben salda in mare, anche piccola. Cerca di riempire tutto lo spazio possibile, il nonno di Voldemort. I suoi horcrux – il tirapugni, le scarpe rostrate – scintillano debolmente nella luce buia dello studio. L’Ego satura l’ambiente, senza che lo stesso Telese faccia nulla: è il suo stile di conduttore, mettere tutti assieme nell’arena e vedere che succede. I talk sono solo una forma di reality. Io mi sento totalmente fuori posto, un cestino di criceti nella gabbia dell’anaconda.
I riferimenti alle mie zie, archetipi viventi del rispetto eppure della diversità, della politica senza usufrutto e della condotta senza spettacolo, disgustano il nonno di Voldemort. Le parole “bellezza, luce, speranza, ideali” gli fanno l’effetto che fa l’aglio a Sallusti, l’effetto che fa la giustizia a Berlusconi.

Sto per pronunciare la parola "speranza". Quasi Avada Kedavra

Sto per pronunciare la parola “speranza”. Quasi Avada Kedavra

Quando – e lo so, sono più Luna Lovegood che Harry Potter, e mi sta benissimo – dico che non si può chiudere così l’ultima puntata d’una lunga serie di trasmissioni-narrazioni, senza un raggio di speranza, una parola di bellezza, mi dice “retorica da quattro soldi”.

Sì, lui il sanscrito non lo capirà mai.

(link alla puntata in Inonda del 7 settembre 2013:  http://www.la7.tv/richplayer/index.html?assetid=50360782 )

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blind_justice

Abbiamo avuto in esclusiva la bozza d’un riservatissimo documento diffuso in queste ore tra parlamentari e giuristi delle larghe intese: lo scopo è quello di confezionare finalmente leggi che soddisfino pienamente il principio di non-divisività così caro al nostro Paese e al suo Re, evitare situazioni penose come quelle in cui la legge Severino (e la magistratura partenopea e comunista) ci hanno cacciati e, finalmente, uscire dal cul(flaccido)-de-sac in cui siamo piombati.

I principi fondamentali a cui deve obbedire una buona legge:

  1. Retroattività e postattività La legge non deve essere retroattiva ma nemmeno postattiva: dev’essere applicabile ad horas, ma anche ex horas, ex post ma anche ad post, in post e sub post (detta anche legge suppost), secondo come la si voglia orientare nel tempo e nello spazio.
  2. Estinzione retroattiva. Alla bisogna, la legge può causare l’estinzione retroattiva del reato: lo scopo è applicarla tante volte da arrivare alla cancellazione per intero del codice penale (con effetti ancora più oggettivamente dirompenti di qualsiasi decreto svuota-carceri e/o amnistia).
  3. Riserva selettiva. La legge deve prevedere riserve selettive producibili al momento (secondo principio della termodinamica giuridica: nulla si crea nulla si distrugge ma tutto si deforma): può escludere, ad esempio, tutti i condannati il cui cognome comincia per B, o che abbiano almeno un figlio il cui nome comincia con Pier, o che siano stati presidenti del consiglio per almeno tre volte, o che possiedano almeno un vulcano e un segretario di partito il cui nome cominci per A e che sia solito arrivare di corsa quando gli si fischia.
  4. Intermittenza costituzionale. Una buona legge deve essere intermittente; costituzionale/incostituzionale, costituzionale/incostituzionale, a intervalli definibili secondo i casi, le maggioranze parlamentari e la larghezza delle intese.
  5. Metafisica. La legge deve ritenere l’incandidabilità e/o l‘interdizione dai pubblici uffici anzitutto una categoria dello spirito.
  6. Reversibilità. La legge può essere nello stesso tempo penale ma anche civile o amministrativa. Persino nessuna delle tre: nel caso la si può considerare regolamento condominiale, scala C, istruzione d’uso per il funzionamento del decoder digitale, bugiardino per farmaco antiemetico.
  7. Ikea. La legge dev’essere componibile e scomponibile a piacimento: può avere un numero variabile di articoli e commi, provvisti eventualmente di coperture, scaffali supplementari, accessori interni e concorso esterno. Utilizzabili anche gli appositi sostegni parlamentari, non inclusi nella confezione.
  8. Elasticità della pena e/o sanzione. Le sanzioni possono andare da un buffetto sulla guancia alla decapitazione sulla pubblica piazza, secondo fasce orarie, effemeridi, ciclo lunare e mestruale. I soggetti possono essere inclusi o esclusi secondo l’illogica insiemistica, la prostaferesi, il colesterolo hdl, l’indice di traffico sulla Salerno Reggio.
  9. Autocancellazione. La legge dev’essere all’occorrenza autocancellante, per cui si possa invocare l’autocancellazione retroattiva, con ricusazione delle opinioni espresse e dei voti dati da coloro che l’avevano auspicata/scritta/voluta/votata e, in casi estremi, applicazione di incantesimo Oblivion sulla popolazione (che ha mostrato, negli ultimi vent’anni, di essere già matura per l’applicazione di questo fondamentale principio di civiltà e democrazia).
  10. Commutazione. La legge deve funzionare secondo la proprietà commutativa: qualsiasi reato e/o pena si può commutare nel suo esatto opposto. Ad esempio, un frodatore fiscale si può considerare benefattore delle finanze d’un altro Paese (di solito svantaggiato: Antigua, Bermuda), e dunque benemerito membro della Finanzieri Senza Frontiere. In tal caso la sanzione potrebbe essere la ricandidatura a leader d’un partito e la consegna delle chiavi di Palazzo Chigi.

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