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Archive for settembre 2008

... e ho detto tutto...

  E lo so che non ve ne può fregare di meno, ma io ci sono stata male, per Paul Newman. Era uno dei miei amori, quando il mondo si divideva ancora in paulnewmaniste e robertredfordiste: loro due  già erano in là con gli anni, ma i loro film erano – come sono – giovanissimi.
Non so voi, ma l’adolescenza mi si è chiarita di parecchio, quando ho visto La lunga estate calda: ho scoperto che c’era un incendiario, sotto la pelle che scottava senza preavviso né significato, e che con tutta probabilità, ma misteriosa connessione, c’entravano gli occhi azzurri, il muso spaccone ma incongruamente indifeso di Paul, nel cui broncio naturale s’annidava un’imprecisata fragilità.

  Non posso dire che lo amavo: piuttosto, lo subivo interamente, come si fa col peso d’un immaginario soverchiante. E come soverchiava, lui: quando – poniamo – s’inseguiva per le stanze, in quella danza di desiderio trattenuto, d’una frustrazione che non capivo ma riconoscevo, con la gatta Liz che scottava.

Insomma, io non credo che sia morto.
E ne approfitto per fare un bilancio, di vivi e morti.

Sono indiscutibilmente vivi:

Marlon Brando: lo posso sentire distintamente sul terrazzo, mentre dà da mangiare ai piccioni di Fronte del porto. Il cuoio del suo berretto fa un odore riconoscibile, e il subbuglio che mette. E’ della stessa famiglia di Paul, sono fratelli di schermo, di feromone, di cose non dette e raccolte in un punto imprecisabile tra le labbra e le sopracciglia, per esempio.

Einstein: lo si incontra dappertutto. Sono quasi certa che sia lui, con una paglietta sfondata e un bastone da passeggio, sul lungomare di Reggio Calabria, a contare le specie di insetti ignoti nei buchi delle piante millenarie.

James Stewart: lui sta per lo più seduto al bar, in compagnia di quel suo amico, Harvey. Se gli chiedi perché sta sempre lì a perdere tempo ti risponde che sta lavorando. Il suo lavoro è credere nei miracoli.

Che Guevara: a volte mi chiede se ho da accendere, e io devo rubare l’accendigas dal cassetto della cucina, e ricordargli che non si fuma in casa. Lui se ne frega, e continua a leggere Goethe a piedi nudi, con un sibilo impercettibile nei polmoni. O forse è il foro della pallottola, nel petto. Hai la maglia bucata, gli dico. Sapessi il cuore, mi risponde invariabilmente.

Totò: è una specie di zio, da sempre. Hai aperto la parente? Mi chiede qualche volta. Sì, zio totò. E chiudila allora, mi fa dall’altra stanza. Io sorrido, e chiudo lo sportello della zia. 


Leonardo: sta costruendo un’Arca molto laboriosa, che riassume tutte le sue macchine da guerra e da bellezza, con una polena Monna Lisa che gli consentirà di solcare i cieli, e molte biciclette stellari che ci consentiranno di girare attorno alle costellazioni, e prenderne nota per i suoi disegni a china.

Osvaldo Pugliese: suona i suoi tanghi ogni sera, spostando appena la rosa rossa posata sul pianoforte. La yumba rompe i muri della dittatura, piano piano, in quattro quarti.

Mia trisnonna Carmosina: dà ordini come se avesse ancora ottant’anni, e una famiglia mezza umana e mezza no a sua completa disposizione. Legge il futuro, e, cosa più sorprendente, il passato. Non il suo, ovviamente.

Sandra Dee: ha sempre una media di sedici anni, e ci rammenta che il mondo ha, costantemente, sedici anni, vaniglia e legno verde.

Jane Austen: è un punto di riferimento per noi ragazze. Basta sollevare il telefono e chiamarla: conosce tutto degli uomini e delle donne. Quindi non ci sorprende che continui a non maritarsi. “Figuriamoci – dice lei – devo ancora finire il capitolo".

Pablo Neruda: se, poniamo il caso, ti serve una parola, lui ce l’ha. Una parola banale come “cesta”, “ciliegio”, “gatto”: cercala, e poi vedi cos’è capace di farci, lui. Passa il suo tempo in un terrazzo invaso da rose carnivore, polene sospirose e sale oceanico, ma non ti dirà mai che non ha tempo per te o la tua collezione di domande.

Sono incontestabilmente morti:

Gabriel García Márquez: morì appena finito di scrivere L’amore ai tempi del colera, e fu portato via in segreto da aironi azzurri e scimmie equatoriali. Qualcun altro continuò a scrivere libri in caduta, come le macerie di una casa amata. Ora c’è pure uno che compie gli anni e fa gesti d’arcivescovo dai balconi, ma non sa niente del portico sigillato dalle gardenie dove noi lo aspettavamo ogni pomeriggio.

Ralph Fiennes: morì durante la lavorazione del Paziente inglese. Lo seppellirono nella grotta, assieme ai graffiti e alla lettera di lei piena di fiumi e alberi che risalgono le vite.  

Meg Ryan: ha conosciuto Harry, ha avuto un sacco d’insonnia ed è rimasta vittima d’un cappuccino rovente in un sobborgo residenziale.

JK Rowling: ha cominciato col rifarsi le tette, poi è passata alle cosce, alle mani, i piedi, le orecchie, i fianchi, gli aggettivi, il naso, gli zigomi, gli avambracci, gli avverbi di modo, i verbi indicativi, poi i congiuntivi, la pancia, il collo, il sedere, la schiena. Il giorno che ha perso pure l’ultimo pezzettino davvero suo, ha finito di scrivere Harry.

Salinger: è morto più o meno negli anni Cinquanta. Ma non diteglielo. Lui non ne sa niente, e comunque non sarebbe d’accordo.

Juliette Binoche: poverina, che pena mi fa. Cerca di nascondere il pallore sotto ceroni, commedie, interviste visàvis. Niente. E’ cerulea, com’era nel Film blu, dove è ancora seppellita, malgrado lei tenti di scalare gli specchi e uscire, ogni volta.

In effetti, l’elenco sarebbe ancora lungo, ma c’è anche tanta gente che di sicuro non conoscete (miei colleghi, molti parenti, diversi politici, intere città). Comunque vi invito a farlo: contate i vivi e i morti, contateli. Sarà sorprendente, sapere quanta gente morta cammina in giro, e quanta gente è così viva che la morte non ci può nulla. Nulla.

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Un giorno sarò come lei, Rosie (Norman Rockwell)

  Prima o poi capita, nella vita di una donna. Il punto è che non sempre sei preparata. Non sai bene cosa dire, come dirlo. Non sai, soprattutto, quali gesti fare. Così ti umetti le labbra, balbetti, sembri sempre nervosa, e si capisce che è la prima volta che lo fai.
Entrare in un negozio di ferramenta, si capisce.
Uno dei pochi luoghi in cui la separazione e la differenza tra i sessi appaiono chiarissimi. 
  Ci vado mandata dal Beffardo Carpentiere, quello che devi prenotare un mese prima, e arriva coi guanti chirurgici e l’aria di chi le ha già viste tutte, e le tue mensole, o i tuoi tasselli, o i tuoi imbotti non lo spaventano certo. Mentre è chiaro che terrorizzano te.
 Così mi presento da A.A. Ferramenta – colori – maniglieria (maniglieria?), il negozio più ricco del quartiere, appena ristrutturato con gran profusione di legni e faretti. Un sushi-bar, in pratica.
Entriamo in sei, e subito c’è da prendere il numerino per il turno: ho il 21, e siamo fermi al 95. C’è un dibattito in corso, sull’utilità delle viti autofilettanti a croce. Ci sono quelli che sostengono che solo i rivetti, sempre autofilettanti, possono risolvere la situazione. E io che ero all’oscuro di tutto.
  Perché lì non si va per comprare qualcosa: si va per esporre delicati problemi di convivenza e adattamento all’ambiente. C’è qualcosa di epico, e assieme di darwiniano, in quegli uomini radunati come per un comizio curiato, un’assemblea della pallacorda o una sessione delle Nazioni Unite. Presiede i lavori il Ragioniere Enzo, il proprietario elegantissimo – camicia con le cifre ricamate e gemelli d’argento. A lui ci si rivolge solo per i casi disperati, lui fa una faccia da neurochirurgo di E.R. e si stringe nelle spalle: “Ci stiamo provando”.
  Una maniglia bronzé per un baule antico? Una zincatura (o qualsiasi trattamento galvanico superficiale, eh)? Un anello di rasamento per cuscinetti ram? Il Ragioniere o i suoi Assistenti possono risolvere tutto. Basta mettersi in fila, e credere.
  Il mio vicino di posto chiede un pacco di piedi da undici: lo guardo ammirata. Sorride. Poi tocca a un vecchietto all’apparenza inoffensivo, che chiede qualcosa sottovoce, all’orecchio del Ragioniere. Il Ragioniere fa un cenno appena, con la sua sapienza millenaria di homo faber, e s’allontana. Rimane un tempo indefinibile nei sotterranei del negozio, dove possono entrare solo i fortunati, e si racconta di chilometri e chilometri di maniglie, bulloni e persino scaffalature in alluminio anodizzato. C’è chi non ne è più uscito.
  Quando risale, il Ragioniere porta una scatola in mano: la folla gli fa ala spontaneamente, in silenzio. Il Ragioniere arriva alla cassa, poggia la scatola sul bancone, si drizza impercettibilmente: la liturgia è al suo culmine. Apre con cura, ed estrae un Transformer giallo. Lo guardo affascinata: la sua struttura aliena e complessa ha qualcosa di geniale. Mi aspetto che si muova e parli: la folla sembra aspettare con me il miracolo.
Invece è il ragioniere, che salmodia: “Un’elettrofresatrice da duemila watt” . Un sommesso “ooohhhh” sale da quella folla di uomini rudi, il cui testosterone è andato crescendo durante la lunga attesa nel negozio delle meraviglie, e la fede nella capacità umana d’opporsi al destino, solo armati di elettrofresatrici e bulloni da dieci.
 Il fortunato acquirente china il capo, sorridendo di modestia e soddisfazione, quelli attorno si congratulano: a Ginevra c’avranno anche il ciclotrone, ma volete mettere?
 Mentre l’uomo esce il Ragioniere s’avvicina a me, e ha già capito l’universo di smarrimento che mi porto dentro. Ma è un pastore di anime, e sa cosa fare: si china appena: “Mi dica tutto”.
Io gli ho aperto il mio cuore, lì davanti a tutti.
Domani forse ci torno.

 

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la paura non vi fa paura?

  Avevate voglia di nuvole? Io sì, disperatamente. E siccome c’è un angelo, al DDD, Dipartimento Desideri Del cavolo, molto molto efficiente (dopo la circolare Brunetta si sono dati anche loro una regolata), ecco che ieri lo Stretto s’è esibito nella più grande parata di nuvole preautunnali mai vista, e oggi – oggi – è stato aperto Blog&Nuvole .
  Blog&Nuvole nasce da un bisogno (sì, disperato, come quello delle nuvole in genere) di salvare le scritture della rete, che è bella ampia e ricca ma passa e si autocancella una ‘nticchia, come le nuvole, e ne restano solo impressioni di bellezza e d’assurdo, come le nuvole.
 Allora Lucia (cronomoto) e Cristina (fruscii) si sono dette: ma cosa sono le nuvole, dove vanno le nuvole? E hanno inventato, appunto, Blog&Nuvole, che è un concorso ma mica una cosa alla Miss Italia, per le scritture di coscia lunga e tatuaggino sul malleolo e "tantibacioniamammà". No, no. Una cosa molto poetica, un po’ visionaria, molto eccitante come sfida.
 Si tratta di mettere assieme scritture – che per loro natura sono nuvole – e fumetti – che sono ancora più nuvole delle scritture. Un esperimento che è stato già tentato con sei “storie guida”, che saranno pubblicate da oggi.
  Ebbene, lo confesso, una delle storie è mia. Niente di che, ma l’ha presa sotto la sua matita Stefano Misesti, che è un genio. Stefano non è un disegnatore, è un inventore di mondi. Mondi di omini coi pesci in testa, di canguri con paure nel marsupio, di condomini nei risvolti delle giacche, di aerei-pesce che nuotano nel cielo. 


  Stefano ha un tocco poetico e assurdo di cui – io credo – c’è molto bisogno. Se una nuvola potesse disegnare, sarebbe Stefano.
Insomma, qui metto la mia storia, e solo un frammento delle nove tavole di Stefano: il resto è lì, tra le altre nuvole di Blog&Nuvole.
 Ah, per giunta si vince: 500 euro, una pubblicazione e, comunque, la sonora ribalta della Triennale di Milano, grazie alla Triennale medesima e alla Fondazione Cologni dei Mestieri d’arte. Mica cotica, diceva un blogger-ei fu.
Buone nuvole a tutti.

Il Portapaura

La paura sta raggomitolata nel suo spazio. Ma per fortuna esistono appositi porta-paura, dappertutto. Quelli da viaggio, per esempio. Dalla notte prima – del viaggio – e a volte prima ancora, si aprono automaticamente, e lasciano uscire incubi, aerei caduti che volano con l’ala rotta nel corridoio, scheletri, valigie rubate, strade dal nome incomprensibile, malattie tropicali, metropolitane bloccate, tassisti di Lisbona, rapinatori col coltello.
Il porta-paura da viaggio è come un bagaglio a mano, e si può comodamente portare con sé. Però spesso non vale la pena: le paure da viaggio di solito finiscono alla partenza, e si corre il rischio di trascinarsi appresso un porta-paura perfettamente vuoto.
Le paure più comode stanno in un taschino, sono sottili come un carta di credito: paura di finire i soldi, di cadere sul marciapiede, di mettere il piede su una cacca di cane. Ma quelle le perdi subito, o scadono, se non le usi entro una certa data.
Le paure da ufficio si possono mettere nell’armadietto, ma solo se la serratura funziona: quelli del turno di notte rubano tutto. La più voluminosa, però, a volte non entra nemmeno lì, e tocca lasciarla in garage, con l’antifurto: la paura di non farcela. La paura d’avere sbagliato lavoro, che dopo vent’anni è molto più grande, conviene gonfiarla dall’apposito beccuccio, e lasciarla ondeggiare fuori dalla finestra. Nei giorni di scirocco, però, può volare via.
I porta-paure da passeggio sono anche molto eleganti: di pelle, di camoscio, di nabuk. La paura di non essere abbastanza bella, abbastanza femmina, abbastanza sicura, abbastanza alla moda.
La paura della notte non conviene metterla in un porta-paura, primo perché in genere sei a casa, e puoi pure lasciarla ai piedi del letto, o al limite sul balcone, se fa troppo rumore o ha bisogno di bere o fare pipì; secondo, perché ancora non ne hanno inventati di così grandi. Non fidatevi, di quelli che dicono: i nostri porta-paura possono portare qualsiasi paura. Non è vero.

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l'estate libera sparvieri di luce

  Che io oggi vorrei proprio scrivere un consuntivo di quest’estate, coi suoi uccellacci neri e le sue mariecristine, e invece no. L’estate, appollaiata sul balcone, mi fa “no” col ditino.
Non sono ancora finita, che credi?
Ma prima o poi dovrai finire: stanno cominciando le scuole, fra poco porteranno i panettoni al supermercato. E ci sono già i vestiti invernali, nelle vetrine. A proposito, quest’anno si usa il viola.
Bella forza, sono anni di penitenza
.
E tu che ne sai, di penitenza?  Le dico schermandomi gli occhi, perché oggi è una giornata di luce ostile e diffusa, con lo scirocco che sfuma i contorni di tutte le cose e infila microscopici specchi nelle bolle d’aria, e tutti riflettono il cielo nebbioso di chiarià insopportabile.
  Lei non risponde, fa un gesto neghittoso dei suoi e vola sul balcone vicino, come un angelo pavone dalle piume azzuroviola (ah, ecco).

Comunque. Principio l’inventario irragionato dell’estate fin qui trascorsa (lei si volta con quella faccia di gorgone bella, mentre scrivo: le faccio un cenno, essì, ho capito ho capito).

  PROFEZIE, UCCELLACCI E UCCELLINI

 L’estate di Cassandra è cominciata con l’autotrasloco, il trasloco endogeno: dalla  stanza del caos al resto della casa. Una guerra civile. Un naufragio. Come se la casa fosse esplosa e continuasse ad eruttare vite, dispense, perline, appunti non decifrabili, monete, tagliaunghie, sottocoppe, graffette.
  E io che, ogni giorno, con una pazienza minerale che non so da dove mi viene (dall’Aspromonte, suppongo), mi metto a dividere il grano dal loglio, e poi a riconsiderare il loglio e rimetterlo nel mucchio del grano, trovandomi esattamente al punto di partenza. Il fatto è che non riesco fisicamente a staccarmi dalle cose: la casa è fatta di cose appiccicose, non tutte visibili, che ti restano addosso. Moriremo come tartarughe ciclopiche, con case e case incollate addosso.
  Insomma, a un certo punto arrivo – facendomi strada tra mucchi di fotografie, golfini, matite e custodie vuote di cd – a una borsa preziosa. Ci sono le mie foto più amate: quelle di mia madre da ragazza, quelle in bianco e nero del mio periodo grigio, quelle di mio figlio piccolo, quelle inclassificabili piene di morti e vivi. C’è molto di più, in effetti. Bollette, cedole di stipendi del ’93, bottoni enigmatici, gessetti spezzati.
  Alcune foto le metto da parte: le mie zie al completo, coi canini che scintillano. Io piccolissima e loro vestite a lutto. Mio padre giovane davanti a una pupa di ghiaccio (erano gli anni Cinquanta e le donne erano pure ipotesi di fantasia). Mio padre, mia madre e in mezzo il Cinese.
  Il Cinese è un mezzo parente, non molto caro anzi quasi per niente. La cosa più significativa che si può dire di lui è che ha gli occhi a mandorla e ama dirigere il valzer di Strauss con la forchetta, mentre è a tavola. Immagino sia tutto.
E io, chissà perché, resto a fissarlo, lì stretto tra i miei genitori, che sono neri e brillanti, e mi dico: ma guarda il Cinese.
 Intanto, mentre frugo nella borsa, che è profonda anni e anni, comincio a sentire un odore sempre più forte. Dolciastro, sgradevole. Insopportabile. Mi guardo attorno, guardo la miciazza che, accanto a me, s’è ridestata dal suo sonno di gatto diurno, e ha le vibrisse tese. Dentro quella borsa c’è qualcosa.
L’odore è sempre più forte e mellifluo. Ha qualcosa di irrimediabile.
E no, non viene da fuori. E poi la miciazza è inequivocabile: gira attorno alla borsa, coi suoi cerchi da barracuda peloso. Miagola storto e profondo.
Insomma, credo di capire.
Un cadavere, certamente. Sogguardo, e vedo qualcosa di molto grosso, e nero. Forse non proprio un mammifero, ma.
  Non ho il coraggio di andare fino in fondo – anche se ho visto un sacco di telefilm e adoro Tempe Brennan – e aspetto rinforzi.
Quando – sono le due ed è appena finito il telegiornale – arriva il mio ex marito, col suo completo da becchino, mi sembra il più adatto. Lo lascio solo con la miciazza e la borsa.
  Resto fuori dalla porta dieci minuti, a torcermi le mani e pensare alla sepoltura.
Quando esce, persino lui è sconcertato:
Ma sai cosa c’era lì dentro?
Non sono nemmeno sicura di volerlo sapere
.
No, lo devi sapere, mi fa lui positivista.
Dai, dillo, sospiro io.
Fa una faccia strana, deglutisce: C’è un… uccellino.
Morto? dico io che mi aspetto sempre di tutto.
Certo.
Ah.
 In effetti non è un uccellino, è più una gazza robusta, nera con qualche penna bianca, ma non lo saprò mai con certezza perché non partecipo alla rimozione del cadavere: se la vedono lui, la miciazza e il bambino, positivista e necrofilo come spontaneamente i bambini.
 Alle tre è finita, e io singhiozzando porto nel bidone tutte le mie foto più care.
Alle cinque mi chiama zia Mariella: Hai saputo?
No zia, cosa
.
E’ morto il Cinese. Improvvisamente, alle tre.

1- continua

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il bosone vola come icaro

Dio aveva smarrito un bosone. Gli era caduto dalle mani malferme, una notte ch’era troppo stanco o aveva esagerato con la Malvasia. Lo cercava dappertutto, ché il rischio era che loro trovassero gli uomini, che hanno talento per trovare cose che non sanno usare, e magari si fanno pure male.
  Il bosone, che era rotondo e liscio, era scivolato dal polsino di Dio ed era caduto esattamente nel centro dello Stretto, in un punto imprecisato d’una notte estiva. Lo Stretto da millenni inghiottiva di tutto, e non gl’aveva fatto impressione: era più preoccupato per le aste di metallo che gli ingegneri delle misurazioni gli stavano drizzando vicino a Capo Peloro, dove doveva posarsi uno dei pilastri di cemento del Ponte.
  Era stato irrequieto tutta l’estate, lo Stretto, perché sentiva – pur nel torpore solito che avvolgeva le anime sulle due sponde, come un turbante di scirocco – che c’era preoccupazione, e incertezza, e brividi di diversa natura che lui, che mica guardava i telegiornali, non poteva decifrare appieno. Non era per il Ponte, beninteso: la gente si bagnava con costumi rattoppati e sogni mortificati d’ogni genere, che lo Stretto tentava di contrastare producendo correnti geometriche e alternate, giochi d’acqua, flussi salini. Un metro caldo e un metro freddo, a fasce a onde a scacchiera: le acque erano un miracolo di costruzione ed estro, e avevano lo stesso potere consolatorio di sempre. Alla faccia del bosone, che aveva ritirato le ali e s’era adagiato sotto una foresta di Gorgonie gialle e rosse particolarmente irrequiete, che s'agitavano tutto il giorno secondo i flussi montanti e scendenti. D'altronde, le acque sanno tutto, nella misteriosa circolazione planetaria di informazioni e sali minerali: sapevano degli orsi naufraghi verso Nord, dei ghiacci sciolti che portavano messaggi confusi e un tantino disperati fino ai barracuda dell'oceano, delle coste sbriciolate che tornavano in sabbia, intenzioni, brodo primordiale.
  Qualcuno però lo sospettava, che un bosone fosse smarrito da qualche parte: la distrazione di Dio era leggendaria. Dopotutto, non aveva dimenticato un sacco di avanzi in giro per il mondo (armi da fuoco, scherzi da prete, ornitorinchi, Calderoli, leptoni, odi tribali, dittature, gravitoni, siccità, pestilenze, varietà del sabato sera)? Lo cercavano da ogni parte, compreso un tunnel sotterraneo dalle parti di Ginevra pieno di correnti d’aria e con un gran puzzo di gomma bruciata.
 “Tsè” disse Dio, che non aveva mai avuto simpatia per gli svizzeri e nemmeno gli piaceva l’emmenthal (ma i buchi sì). Ma all’ora convenuta pure lui si piazzò davanti alla Cnn per vedere l’esperimento: quando parlavano di lui in tivù si compiaceva sempre.
Il bosone, intanto, guardava la pancia delle navi e s’aggiustava nella sabbia del fondale. Si sentiva in vacanza.

La verità è che ho avuto anche io paura, come tutti. Non che creda agli scienziati. Appunto. A nessuno scienziato. Ma è stata un'estate strana, piena di sogni premonitori e uccelli morti, segni nelle acque e nei cieli e cose di natura epocale che succedevano ogni giorno, come un'apocalisse domestica. E oggi sono lì a farsi venire i buchi neri: il pianeta non se lo merita, ma forse noi sì.

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