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Care sorelle,
non sapete con quanto gusto uso questa parola così vasta, tanto da comprendere le suore dei conventi (che si chiamano così), le combattenti laicissime di un’altra epoca (quando la “sorellanza” era un legame politico, anzitutto), le consanguinee vere ed elettive, nell’enorme illusione d’essere tutte imparentate, le donne, un unico ceppo di segno XX, la doppia incognita che ha sempre segnato la vita di chi è nata femmina su questo pianeta maschio.

Care sorelle, non posso fare a meno di riflettere sull’ultimo contrappello collettivo lanciato appena ieri. Quello delle cento francesi, di cui la più rappresentativa è Catherine Deneuve, non solo perché la più famosa, ma perché – anche – in qualche modo esemplare: bellissima ma anche molto brava, di quelle creature fantastiche ma il cui splendore non è soltanto un gioco di forme o di luci su lineamenti perfetti.

Ebbene, m’ha lasciata un po’ perplessa.
Perché vedete, mie adorate, se condivido senz’altro l’idea che un femminismo odiante e castrante sia una sciocchezza (oltre al fatto, ben noto, che se vai per castrare sarai castrato, anzi lo sei già, nel cervello, e questo credo non ci debba appartenere), e che i climi da caccia alle streghe (anzi, in questo caso agli stregoni) siano sempre i peggiori per l’umanità, purtuttavia non posso accettare una semantica così poco accorta da forgiare lo slogan “libertà d’importunarci”.

In italiano corrente “importunare” – che presumo sia letterale traduzione del verbo francese corrispondente – vuol dire “disturbare, infastidire qualcuno in modo assillante”. Cioè molestare.
Io non do a nessuno il diritto di molestarmi. E vorrei che qualcuno mi spiegasse in quale punto del rispettivo campo semantico “importunare” e “corteggiare” coincidono o si toccano (anche fuggevolmente, anche con una mano sul ginocchio, anche con una strusciata rapida)(esempi, manco a dirlo, di “atteggiamenti importuni” e giammai di “corteggiamento”).

Care sorelle, se può essere giusto e forse necessario (si sa, anche gli uomini più complessi restano creature semplici) precisare “uè, ragazzi, mo’ mica ci dovete diventare imbranati e per la paura di essere denunciati di chissà cosa non ci dovete provare”, purtuttavia ciò non corrisponde, e mai potrà corrispondere, a un “vabbè, molestateci, poi sapremo riconoscere quelli buoni”.
No, sorella Catherine, quell’ “importunare” non mi piace, non mi va giù, non funziona. Non è proponibile. Soprattutto, non è spendibile in questo momento, in questo clima finalmente, sanamente reattivo e consapevole. Con tutto quello che i momenti consapevoli e reattivi portano con sé.

Né mi piace una frase come: “La donna, oggi, può vigilare affinché il suo stipendio sia uguale a quello di un uomo, ma non sentirsi traumatizzata per tutta la vita se qualcuno le si struscia contro nella metropolitana”. Per tutta la vita no, ma fino alla fermata, il tempo di stanare lo strusciatore ed esporlo quantomeno al pubblico ludibrio magari sì, però.
Perché vedete, care sorelle, sorella Catherine, il nostro mondo è ancora talmente diseguale, e mica solo negli stipendi, per noi, e tutto comincia proprio da lì, da quel furto di pochi secondi di autonomia sessuale, da quel riaffermare, in pochi centimetri (di solito, considerando chi sono gli strusciatori, veramente pochissimi), una delle leggi non scritte che hanno fatto girare tutto il mondo fino a pochissimi anni fa, e tuttora fanno girare una sua enorme parte.
Chi si struscia contro una donna, in metropolitana, sta riaffermando l’antico, odioso pregiudizio, l’antica, odiosa inferiorità del corpo e del sesso femminile, l’antica, odiosa supremazia del maschile. Anche la faccenda degli stipendi, sorelle, viene da lì.

Certo, sorella Catherine, voi dite bene denunciando la campagna di delazioni e accuse senza possibilità di replica, e gli schizzi di fango che stanno colpendo un po’ ovunque. E’ ovvio che non basta che una donna accusi un uomo purchessia (di solito un uomo di potere e una donna che in qualche misura da quel potere è stata danneggiata) perché le sue accuse siano valide, anche se in questo momento sembra accada per tutti e indiscriminatamente. Ma vi ricordo che viviamo nello stesso mondo in cui per millenni è stato così al contrario: bastava essere un uomo e accusare di qualunque cosa una donna (adulterio, stregoneria, libertà di pensiero, satanismo, sessualità, ostentazione di caviglia o di capelli, bizzarria, ribellione) per essere creduto. Ancora ciò succede – oggi e qui – in un numero di Paesi sconcertante.

Io sono certa, sorelle, che tutte noi vogliamo un mondo migliore. Quello in cui gli uomini ci corteggiano, o noi corteggiamo loro, e non c’è violenza da nessuna parte. Quello in cui sono chiari i confini tra le cose (tra i campi semantici delle cose), in cui lo stupro è un crimine e basta e la molestia non è un corteggiamento goffo ma un abuso di potere, in cui se accusi qualcuno, uomo o donna, devi provare le tue accuse, in cui nessuno si struscia addosso a qualcun altro in metropolitana, in cui le relazioni sessuali (le più primordiali tra tutte quelle che sperimentiamo nella vita) sono armoniose e consensuali in qualunque aspetto, anche il più selvaggio. Ma ci dovremo arrivare, e a occhio e croce ci dobbiamo pensare noi, perché i maschi non sono portati.

Quindi pesatele bene, le parole, se dovete dire qualcosa in questo magico momento. Questo momento in cui qualcuno ha paura delle donne, finalmente. Perché non mi dispiace, un mondo in cui hanno paura delle donne – sì, di tutte le donne, indiscriminatamente – gli uomini come Weinstein, o come gli assassini delle donne, o gli stupratori, o i molestatori, o tutti coloro che ancora oggi ci mutilano, ci rinchiudono, ci coprono di veli fino agli occhi, ci impediscono di studiare e di ballare, di ridere e di guidare.
Purtroppo, siamo ancora dentro quel mondo lì, quello della metropolitana, quello dell’accappatoio, quello del cedolino di stipendio che segna cifre diverse.

Ciao, sorelle.

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asia-harvey

Cara Asia Argento,

comincio col dirti che tu non mi eri mai stata particolarmente simpatica. Mi eri sempre sembrata poco più di una starlette, aiutata da un cognome famoso, e disinibita ma soprattutto a favore di telecamera. Sai, la mia generazione – che pure è quella che più ha lottato contro moralismi e inibizioni e divieti – ha sviluppato tutto un suo moralismo e inibizione verso quelle più giovani e disinibite, ma con un sospetto di tornaconto e/o narcisismo che a noi, madri fondatrici della disinibizione, suona inaccettabile. Ti chiedo scusa di questo, ma te lo dico perché forse può aiutare un poco a comprendere questa vicenda, che nasce orribile in America tanti anni fa, ma assume qui, oggi, in Italia, tutta una sua sfumatura marroncina a cui concorrono firme famose, amazzoni del web e testate giornalistiche (sia pure di quelle avvezze alle patate bollenti, più che altro: i loro titoli di prima pagina sono ormai un sottogenere del trash). Ti chiedo scusa anche a nome loro.

Purtroppo, sei caduta anche tu nella famosa trappola che ogni giorno inghiotte tante di noi: il rovesciamento delle responsabilità. La colpa della violenza, della molestia, dell’abuso sono tuoi. E il linciaggio nei tuoi confronti è persino superiore, e di tanto, alla riprovazione nei confronti dell’autore di violenze, molestie, abusi. Peraltro c’avete proprio il fisico: tu bella, sensuale, trasgressiva; lui sfatto, butterato, con la silhouette da cinghiale strizzato negli smoking. Ecco imbastito il romanzaccio che colpisce la fantasia.

E anche la trama perfetta perché ciascuna di noi possa impersonale il ruolo migliore: quella-che-non-l-avrebbe-mai-tollerato. Quella che di fronte al maiale che chiede “un massaggio” (talmente vigliacco da non chiamare nemmeno le cose col loro nome, e sminuirle lì stesso, davanti alla vittima, mentre si apre l’accappatoio, suggerendo l’eufemismo come riparo per entrambi, come paravento) avrebbe messo il mondo al suo posto e fatto giustizia per tutte.

Io di me devo pensare che avrei detto di no, perché ne va della mia definizione di me. Devo pensare che avrei rifiutato il cinghiale e tutto il suo sistema (il solito, antico e consolidato: proprio quello in cui prosperano tanti che oggi ti stanno biasimando, proprio quello in cui tutto l’ipocrita star-system, che oggi è tutto un “ma io non sapevo, io non credevo, io non so perché ho taciuto”, è immerso fino al collo). Ma non ne sono mica sicura.

A 21 anni ero inimmaginabilmente cretina e fragile, e tante fragilità nel tempo si sono solo fatte più furbe. Guardo indietro, a quella me, con indulgenza e un certa tenerezza, e vorrei guardare te così, oggi. Quella di 21 anni che non sa fronteggiare il cinghiale e ci si sottomette, quella di 22 che continua a dargli sesso non desiderato – come fanno milioni di donne che non riescono a dire un “no” che fermi i cinghiali, e poi lo trasformano in tanti altri “sì” senza che questo renda la violenza meno violenta e disgustosa.
Vorrei abbracciare quella ragazza lontana, e tutte le altre: anche, oggi, quelle che – come me per cinque minuti – hanno pensato “ma io avrei detto no, lei perché non lo ha fatto, anzi poi ha continuato?”.

Per milioni di motivi (e se entrate per un solo pomeriggio in un centro antiviolenza – di quelli che esistono ancora – potreste conoscerne un certo numero). Per la definizione di sé, perpetrando quell’inganno di linguaggio che il cinghiale ha messo in scena con quella sua richiesta di “massaggio”, mica di sesso estorto.

Per la fragilità di chi si sente comunque solo, debole e perdente di fronte a un gigantesco sistema (che sì, ha le fattezze di un cinghiale in accappatoio, grande quanto Godzilla) che non gli consentirà di sopravvivere, dopo.

Per la paura di avere paura, di mostrarla, di doverla sostenere, poi, davanti all’istruttoria ininterrotta di media, pubblico, familiari, amici, coscienza.

Per non dover rispondere alle domande irrispettose, oscene, violente quanto la stessa violenza (vi ricordate la sentenza sui jeans? Vi ricordare Jodie Foster in “Sotto accusa”, violentata su un flipper da cinghiali che si erano sentiti provocati dal fatto che lei fosse provocante?).

Per non sentirsi dire “figliuola, ma tu volevi fare l’attrice: se avessi voluto fare la lavapiatti non ti sarebbe successo”. Dimenticando che invece succede anche a tante lavapiatti, che nemmeno vent’anni dopo lo potranno raccontare.

Per non ammettere che si sta aderendo a un sistema disgustoso, ma non si ha la forza di combatterlo e cercarne un altro (per inciso: sono molti anni che lo cerchiamo tutte, con risultati non incoraggianti, ma indispensabili. Ci auguriamo che anche la tua storia serva a questo)(per altro inciso: se anche esistono donne che credono nel sistema maschilista o lo usano per vantaggi personali, questo non assolve il maschilismo o condanna le donne, nemmeno quelle che lo sostengono. Sia ben chiaro).

Sei bella, sei famosa, fai una vita interessante, ma non baratterei nessuna delle tue fortune con una sola ora nel letto del cinghiale, cara Asia. Quindi, se c’è qualcuno ansioso di “farti espiare”, sappia che lo hai già fatto.

Tutta la mia solidarietà, dunque, cara Asia, di sorella maggiore che vorrebbe abbracciare non solo le vittime degli altri, ma anche le vittime di se stesse: a cominciare da quelle che si dicono “io avrei detto no” per rassicurarsi, e attaccano te per tranquillizzarsi, col solo effetto di sminuire le colpe dei cinghiali.
Sorelle, non è necessario. Facciamo un gesto di forza vera: riconosciamo le nostre debolezze e abbracciamole. E fanculo ai cinghiali.

 

 

 

 

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