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Archive for febbraio 2010

C’è sempre una Clerici, o molte, nelle vite di ciascuno di noi.

Io ne ho conosciute quattro o cinque. Chessò, la vicina di casa, Francadisopra (le vicine, come voi ben sapete, si dividono in Francadisopra, Teresa la cartomante, Nucciadisotto, la fidanzata del prete, Milleunanotte), è precisa la Clerici ma coi capelli lisci: si fa la tinta con le vernici di automobili, si trucca coi lampostil, ma tanto c’ha la pelle d’un dinosauro carnivoro, che pure splende come un Botticelli al mattino, o una fresatrice nuova. Dice a tutti che c’ha una 42, ma non dice dove (la caviglia). Però è simpatica, Francadisopra. A piccole dosi ha un suo umorismo, un suo personalissimo kitsch assai vitale.
Come quando sostiene che basta appendere bene la biancheria e non occorre stirarla (e suo marito va in giro stropicciato come un exit poll delle primarie), quando dice che il rosso le sta bene, e infatti sembra che stia per prendere fuoco (e qualche volta di certo scoppierà un incendio, e brucerà tutta Francadisopra, illuminando il quartiere per ore e forse per giorni).

 Oppure la professoressa. Una Clerici malvagia, diciamo, con le tette a scoppio nel tailleur profilato d’alluminio. Perché, diciamolo, c’è anche qualcosa di malvagio, in quella donna, ma così glitterato, così riccioluto, così immerso in una nebula di Nonna Papera che quasi passa inosservato. La professoressa no, invece: ha le unghia fucsia ma rapaci, uno sguardo calcolatore mascherato da distratto, una vaghezza cinica che solo uno sguardo in 3D può smascherare.

  La sorella di mia cognata, poi. E’ burrosa, ma forse non è burro: è margarina, miscugli di policlici aromatici e grassi industriali trattati col colorante bianco. Veste solo di paillettes (e ce ne vogliono interi capannoni, per un abitino), con scollature pericolose come crepacci di San Fratello. Porta tacchi dodici che le ingrippano i polpacci, e ogni passo è un’invasione della Polonia: crede in un appeal definitivo, anzi micidiale. Come una mucca Carolina ogm con le zanne d’una tigre a sciabola.

 

 Infine, ci sono tante Clerici, e tutte ci fanno paura. Il fatto che all’Italia piaccia tanto (anche ieri Sanremo edizione "sauri & ope")(do you know "sauri & ope"?) fa pensare cose assai sinistre, anzi assai destre: che l’Italia sia pure lei una Clerici?

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danza in cerchIo: la vita è una maratona, ma più corta

LA SELEÇAO – La Prima Maratona di tango (la Maratangona, che un poco fa pensare a una Mara Maionchi disegnata da Fellini) mediterronea era cominciata almeno tre mesi prima: le maratone, per loro natura, durano un sacco di tempo, e cominciano dalle alchimie della selezione. Come l’Arca di Noè, i posti in prima fila a Sanremo o le feste a Palazzo Grazioli: il segreto sta nella composizione degli invitati. Il segreto, dicevano Oscar Schindler e Umberto Eco, sta nella lista.
 E così, mentre nelle sapienti cucine dell’organizzazione si aggiustavano gli ingredienti, ammettendo gli animali tangheri a coppie, come sull’arca (“due greci, due scandinavi, un australiano, due lussemburghesi, no meglio uno, ché il Lussemburgo è piccolo e tanto non devono riprodursi, due svizzeri, due messinesi, anzi no nessuno che tanto sono fuori dal Commonwealth tanguero, sono province selvagge, hic sunt leones, come Enna Trapani Pantelleria e il Burkina Faso. Due triestini, due padovani, due olandesi, due romani, due bellunesi, due francesi, cento spagnoli, trecento lèttoni èstoni gàttoni – che Sor Pampurio le fanciulle dell’Est le vuole a cento a cento, come Gheddafi, nelle sue tande. Due cinesi, per i rapporti cordiali con l’Oriente, un peruviano, un filippino. Due argentini porteñi dop, che eventualmente si può chiedere l’autografo e toccare le vesti, e forse pure esporli in una gabbia dorata al centro della milonga, e tirargli da mangiare ma poco che poi stanno male. Uff, la legge sulle minoranze etniche e le quote rosa: un paio di catanesi, qualche palermitano, pochi per carità, addirittura una calabrese. Etruschi no, non ce ne sono, gli esquimesi fanno i difficili e da Atlantide non si sono fatti vivi, accidenti a loro”), altrove fervevano i preparativi.
  Totò (farolit) e Peppino (io) progettavano il lungo viaggio che li avrebbe portati nel cuore di Palermo: ventotto ore a dorso di mulo, oppure ventisei sulla littorina, vestiti da milanesi, circondati da bauli e cappelliere dove, per sicurezza, avevano messo trentotto paia di scarpe da tango, sedici chili di pasta, quattro galline e dodici capocolli. Pronti a scendere, fermare una guardia e chiedere: Noio vulevon savuàr l’indriss de la milongh… Scusi, ma per tangare dove dobbiamo tangare, per dove dobbiamo tangare?

 Alla mitica milonga dei Candelai – dentro la Palermo porosa e barocca, sia pure infestata dai pub dove si mescolano meusa e house music (diciamo house meusa) – non chiesero loro nemmeno il passaporto (che Totò e Peppino s’erano preparati, in quei mesi, sentendo raccontare di immensi campi col filo spinato in cui si veniva divisi, e veniva tatuato un numero sul braccio, e qualcuna veniva condotta in un luogo orribile, lo chiamavano “panchina”, dove sarebbe stata costretta a restare per ore e ore… ), anzi annodarono loro un nastrino di velo al polso, consegnarono cioccolata modicana benedetta e li spinsero oltre i tendaggi di velluto.

LA MILONGA – Ora lo sappiamo tutti: la milonga non è un luogo, o almeno non è un luogo spontaneo. E’ piuttosto un accadimento (un accadimento terapeutico, diciamo). Un luogo deve costituirsi in milonga, deve coagularsi e assumere la sua orbita circolare, come un giovane pianeta. Ma ci sono luoghi più luoghi di altri: i Candelai è uno di questi.
 Ex mobilificio, ex bordello: il tango ama i luoghi antichi e stratificati, nutre le sue radici profonde attraverso gli strati saporiti di storie, vite, macerie e gioielli sepolti. I Candelai è un luogo irregolare, fitto, separato. Le sue tende di velluto chiudono fuori il tempo, i suoi mobili spaiati, accostati per caso e dissonanza, riflettono il meticciato prodigioso e creativo del tango. La sua fisionomia stravagante – la balaustra, le scale, i pilastri, le nicchie – disegna una geografia immediatamente congeniale, subito saturata dal tango, dalla musica (bellissima: i sette musicalizadores, un numero giustamente magico) che arrivava a inzuppare ogni angolo libero, dai passi che formicolavano dappertutto, anche tra la gente seduta – perché gli sguardi, in milonga, ballano come i piedi.

 Totò e Peppino, malgrado le gelide sciangazze (do you know sciangazza?) che talora tagliavano l’aria secondo l’incomprensibile meteorologia della milonga (l’equatore è polare, i tropici si toccano e si inseguono, come le schiene dei ballerini, che non devono incontrarsi mai ma inseguirsi sempre), fecero un “ooohhhh” di meraviglia. Qualche metro più in là, appoggiato ai parapetti fluo da cui s’affacciavano i maratoneti – le donne come al balcone a far calare la treccia – un maravigghiato da milonga stava a bocca aperta, come davanti al presepe.

 E ce n’era ben donde, anzi d’onda. Un’onda buena inarrestabile. In effetti, la Maratona è un mare, un piccolo oceano che non si ferma mai. Lo dicevamo tutti, entrando a qualsiasi ora del giorno o della notte: “Qui non è cambiato niente”. Perché il tempo, nella maratona, si ferma fuori dalle tende, fuori dal cerchio. E’ il resto del mondo, a scorrere oltre (e infatti Totò e Peppino uscirono che erano trascorsi trent’anni, Berlusconi era sempre presidente del Consiglio, arconte e pontefice massimo, Lombardo preparava un nuovo partito, si dovevano aprire i cantieri per il Ponte sullo Stretto e Pippo Baudo stava per presentare Sanremo).

DONNE, UOMINI E SARCHIAPONI – Ma dentro il cerchio, ah dentro il cerchio.
Le donne erano bellissime. Per lo più trentenni alabastrine dai polsi sottili e il fondoschiena orgoglioso, purtroppo talora deturpate dalla maligna moda del pantalone-pannolone (per tacer del tanguero in pannolone gigante, e pure arancione, che faceva venir voglia d’organizzare una colletta per comprargli un gessato di seconda mano). Ma la minoranza etnica anziana e strassata faceva la sua figura.
E maschi d’ogni tipologia: nordici illimitati, latini tascabili, pelati in odor di Famiglia Addams (zio Ocho, diciamo), lungocriniti, veroniani e varoniani. Cravatte espressioniste e pantaloni hiphop, giacche a tre bottoni e magliette della salute. Un maglione norvegese (la proprietaria, fanciullona bionda con seni e chiome da valchiria, si lamentava del freddo di Palermo: le vostre case sono fredde. I loro pinguini non potrebbero viverci).
E ogni tipo di tango: per lo più, almeno nel primo giorno (ma il tempo della maratona non è misurabile con strumenti umani: un giorno può durare duecento tande, ottocento ore di panchina, cinque minuti di conversazione, un sonno agitato sul sofà bassoimpero), un salon nevrotico con inquietudini nueviste, poi assestatosi in un salon moderato, mentre negli angoli fiorivano le enclave milonguere.
 Pochi, stupendi sgomitatori – vogatori mancati, un “due con” che percorreva la milonga come una piscina. E poi esteti da bordopista, compositori di haiku tangueri (uno per tutti: “Mancata una parada
                                                al suo piede sinistro.
                                                S’è fermata lo stesso”), vecchi navigatori di milonga, replicatori di tande, prestatori d’opera (“ma balli da ore, come fai?” “salto le milonghe” “ah”), ballerine assertive (“giuro che l’ho sentito: lei m’ha marcato un mezzo giro a sinistra” “E tu?” “E io l’ho fatto”), arcangeli Rubieli, maravigghiati di Candelai.

SOR PAMPURIO L’IMMANCABILE – E poi lui, Sor Pampurio (per chi non lo sapesse, qui cominciò la sua epopea):

Sor Pampurio è arcicontento del suo nuovo appuntamento
ché Palermo l’incorona duca della Maratona
Fa la lista degli ammessi, dei salvati e sottomessi
E poi regna tra i divani stretto fra i suoi pretoriani
Balla sì con degnazione, con la lettone o l’estone
Guata le altre con disprezzo: io qui sono il meglio pezzo…
Tu fanciulla fortunata, zitta e segui, o sei bannata…

E la milonga che, imperturbabile, percorreva la sua orbita ferma nel tempo, con la musica e le tende e le tande, e una sensazione come di tango infinito. C’era pure una tisana – lassù nel buffet dove si mescolavano gambi di sedano e mandarini, biscotti di mandorla e pomodoro, proprio come il tango là sotto – “per un tango infinito”. Chi l’ha bevuta dovrà tornare, come la melagrana dell’Ade.

ps: è stato molto bello, e io non sono ancora tornata del tutto. Un pezzetto è ancora alla maratona, e chissà quanto ci metterà, ad uscire.

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