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Archive for marzo 2013

Magritte Corde sensible

Con l’acqua il paese di mia madre cominciava e finiva.
Cominciava con la fontana dell’Acqua medicinale, che aveva sette virtù: faceva i denti bianchi, catturava la luna, dava sapore al pane, curava la gotta, la mossa di stomaco, la risipola e i sogni veritieri, ma non poteva nulla contro il malanimo. La fontana era dopo la curva, circondata da pietre e felci preistoriche.
Dove andiamo? Andiamo all’acqua medicinale.
E così io e le mie cugine passeggiavamo fino all’acqua e poi indietro, dopo aver bevuto alle cannelle di ferro, che erano sempre appannate come di brina, perché l’acqua era gelida, e veniva da un altro mondo, molto più antico del nostro. Infatti non aveva sapore d’acqua: era amara come l’erba, o forse salata come i castagni, o scura come certi boschi impenetrabili che circondavano da ogni lato il paese. Aveva un sapore sottile, diritto in fondo, inspiegabile.
Questa è acqua buona, dicevano a noi di città, ridendo coi loro denti bianchissimi e sgranati.
Sì, annuivamo noi, il mento gocciolante e la bocca intorpidita.
L’acqua, intanto, scendeva nei nostri organismi cittadini, pesante come la salute delle pietre, della valle e della montagna, che risaputamente sono immortali, e più vecchie di dio.

Il paese finiva all’argine della fiumara, invece, che era acqua cattiva, incostante e femmina.
Appariva, spariva, spingeva la sua lingua di detriti dentro il sottobosco, spaventava gli animali e insidiava le case.
La fiumara ci odia tutti… e qualche giorno… , diceva mia nonna, che aveva il gusto delle catastrofi. Diceva che la sentiva scorrere sotto terra, sotto la strada, sotto la casa, e qualche giorno si sarebbe portata via tutto il paese. La sentiva anche d’estate, quando diventava un ruscello o anche meno, un niente, un ricordo, una sete d’acqua e pietre spaccate dalla rabbia e dal sole.
Lei diceva che un ventre d’acqua tiene ogni cosa, e tutto finisce e comincia lì. Come il paese.

Questo per rammentare che oggi è la Giornata dell’acqua.
Perché, dai tempi di mia nonna, l’acqua s’è trasformata. Ora gira in vestiti di pvc anche molto eleganti, e la invitano ai convegni degli ambientalisti, la fanno recitare negli spot. Ora ne hanno paura, non perché è troppa ma perché non ce n’è abbastanza. Ora si può parlare dell’acqua secondo la percentuale di sodio, gli oligoelementi e il ph. Il punto è che è rimasta a scorrere là sotto, e la possiamo sentire, lontana e minacciosa.
E mi viene in mente anche un’altra acqua, di cui m’hanno parlato ma che non ho mai visto o toccato: l’acqua delle saline di Trapani. Anche quella col sale è una guerra antica. Lo si deve attirare fuori dal mare, farlo venire in superficie, bianco come la luce. Così l’acqua passa la sua via crucis per perdersi, sparire, tornare altrove, dappertutto.
E l’acqua non è inodore, incolore e insapore. L’acqua può avere un sacco di nomi. Acqua crura, acqua fatta, acqua marciùsa, acqua matri, acqua ‘nciuri, acqua sarchia, acqua vergini: tutti i nomi dell’acqua delle saline, l’acqua tormentata e spinta via dagli uomini. L’acqua che – secondo mia nonna – prima o poi si vendicherà.
Chissà, fra centomila anni il mondo sarà un cristallo di sale, e l’acqua una corona di ghiacci, in sogno.

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Pronto?”.
E allora?”.
Papà?”.
Papà”.
Papà… ma da dove chiami?”.
Oh non lo so. Non importa. Come stai?”.
Papà, ma come…come è possibile?”.
Non è possibile, forse”.
Ma tu non credevi alle cose impossibili”.
Ma tu sì”.
Sì, io sì. E quindi non può essere, che mi stai dando ragione”.
Sarà un’altra cosa impossibile”.
Oh, papà”.
Uh, non piangere, non so quanto possiamo parlare”.
Sei felice, soffri, ti manchiamo?”.
No, no, le domande le faccio io: siete felici, soffrite, vi manco?”.
Papà ma che dici: certo che ci manchi, mi manchi tutti i giorni. All’inizio non sapevo come avrei potuto fare a continuare”.
Poi si continua. Oh, anche qui, si continua”.
Lì dove?”.
Niente di che, non ha importanza”.
Sì che ce l’ha. Ma c’è mamma, con te? Dove sei, che posto è?”.
Ah, mamma, sì, l’ho intravista. Sai, qui ognuno sta per conto suo”.
Come per conto suo? E il nonno? E la nonna?”.
Ho detto che le domande le faccio io. Mio nipote è cresciuto, mi pensa?”.
Sai come sono i ragazzi, dimenticano tutto… “.
No, quelli sono gli adulti. O i morti”.
Non dire quella parola!”.
Va bene, non dico più “adulti””.
Papà! Ma ti sembra il caso di scherzare?”.
Onestamente sì. A te no?”.
Beh sì, hai sempre ragione tu”.
No, non può essere, che mi stai dando ragione”.
Sarà un’altra cosa impossibile. Oh papà”.
Dai, basta singhiozzi che non ti capisco, la linea è disturbata. Raccontami le altre cose: com’è il mondo, è migliorato? Tu sei sempre comunista?”.
Certo che no, certo che sì: il mondo è peggiorato, e io sono comunista sempre più invano”.
Semmai sempre più a proposito. Un mondo che non ha bisogno di comunisti è un mondo perfetto”.
Papà! Non lo avresti mai detto, questo”.
L’ho sempre pensato, solo che ora posso dirlo”.
Ma da dove parli, con che cosa stai parlando?”.
Uffa, non ha importanza: ho una voce, no?”.
La tua voce, papà. Sai quanto mi manca: la voce è la cosa che se ne va prima, eppure che resta, là in fondo. Pensavo che non l’avrei risentita mai”.
La voce è un’impronta, sai: qui ce le prendono quando entriamo”.
Ma lì dove?”.
E scrivi ancora?”.
Certo che scrivo. Come potrei consolarmi, altrimenti. Non c’è consolazione, papà”.
Sì che c’è. Ora lo so che c’è”.
Tu sei consolato? Sei felice?”.
Felice? Che parola bizzarra. Nessuno sano di mente può essere felice. Poi se è pure morto”.
Non dire quella parola!”.
Va bene, non dico più “felice””.
Oh papà”.
E basta, non posso sentirti piangere. Dimmi qualcosa di ridicolo: chi governa lì?”.
In questo momento quasi nessuno. Abbiamo fatto le elezioni ma forse ci ribecchiamo un governo tecnico, se va bene”.
Tecnico? Tutti i governi devono essere tecnici, sEE sono buoni governi”.
Ma qui non abbiamo buoni governi dai tempi dei comizi curiati, papà”.
E tu per chi hai votato?”.
Sempre per quelli che perdono”.
Ne hanno più bisogno, allora”.
Papà, ma che mi fai dire, chissenefrega. Sto parlando con te! Dopo otto anni!”.
Appunto, vuoi piangermi addosso tutto il tempo? Il Cavaliere che fa?”.
Ti prego, non ricominciare. Non voglio litigare con te come prima. E poi ci sono un sacco di cose che non hai visto e non sai. Altro che imprenditore illuminato e giustiziere della magistratura”.
Oh lo so, lo so”.
E come fai a saperlo? Lì leggete i giornali?”.
Figurati. La cosa più materiale che c’è qui è qualche nebulosa”.
Qui la cosa più chiara che c’è è qualche nebulosa…”
Ecco, ora va meglio, se riesci a scherzare. Comunque lo so: la crisi, la povertà, la paura. Queste cose arrivano pure qui senza giornali”.
Ma lì dove, papà? E ora che succede?”.
Niente, ci salutiamo e tu vai a preparare il pranzo. Sai ancora cucinare, no?”.
Oh papà, pensi che ora tutto tornerà come prima?”.
Certo. Succede praticamente da sempre. Fidati. Ora devo chiudere”.
Papà, aspetta. Mi chiamerai ancora?”.
Non so, forse sì, ma forse no. Qui è strano”.
Papà, ti voglio bene”.
Lo so, anche io. Ciao figlia”.
Non mi avevi mai chiamata figlia”.
Le cose impossibili succedono, figlia”.

clic

Per la festa del Papà, che era ieri, mi sono regalata una telefonata impossibile. Perché le cose impossibili, almeno, le puoi scrivere per farle succedere.

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La sera in cui cenò con dio, Carmosina aveva addosso la sua migliore cappottina di panno scuro. La borsetta aveva manici d’osso, e dentro un fazzoletto con l’orlo di merletto che faceva odore di canfora e ala ripiegata, un portamonete con la chiusura d’oro falso e una foto sfocata di Stefano adolescente – una macchia bruna in mezzo a nuvole di luce, destinata a sbiadire molto presto.
Lisabetta aveva insistito per appuntarle in testa il velo di pizzo nero, quello per la chiesa, e le aveva cacciato in mano il rosario di granati che luccicavano come more di gelso. Ma Carmosina s’era tolta il velo: “Vado da dio, non dal signor parroco” aveva detto con dignità ostile, e uscendo aveva appeso il rosario a un ramo della mimosa. I grani oscillavano appena, al vento del crepuscolo che muoveva la cenere gialla dei fiori.
Carmosina s’era incamminata, sui tacchi quadrati delle scarpe buone, l’orlo di mussolina che sfiorava gli stinchi. Era certa della direzione da prendere.
La sera infatti era triste ma trasparente, e la casa di dio si poteva vedere con chiarezza, come accade nelle terre di montagna dove l’aria è così sottile che non basta a celare l’universo.
Gabriele la guardò camminare nel vialetto, e le sue ali d’angelo s’agitavano pensosamente, muovendo la polvere nella soffitta, con un vento d’apprensione gelosa che fece piangere nella culla il figlio di Lisabetta, e nessuno riuscì a consolarlo per ore, nemmeno con l’infuso di finocchio, nemmeno con lo zucchero spalmato sui labbruzzi.
Carmosina sentì lo sguardo dell’angelo, come sempre sentiva sulla nuca lo sguardo della morte, e non si voltò apposta, ma strinse i denti al suo modo, che era un sorriso e una minaccia. Camminò diritta come la riga delle calze, ripassandosi due o tre cose che voleva dire da un pezzo, a dio.

Lisabetta aveva avuto l’idea balzana che dio parlasse in latino, e allora sì – diceva – che le ci sarebbe voluto il signor parroco, per capire, ma Carmosina fece una smorfia e sussurrò che, semmai, dio avrebbe parlato come le gazze, o i lupi d’inverno, o gli stipiti della casa che cigolavano di dolori immaginari, e come parlava nonna Vincenza, che il mattino in cui compì centocinque anni si drizzò sul letto – le trecce raccolte sul capo come una corona, pizzi da imperatrice sulla camicia da notte e una luce imperiosa negli occhi – e cominciò, in una lingua sconosciuta ma irresistibile, tutta sibili e schiocchi e comandi, certi discorsi lunghissimi e complicati che nessuno capiva ma che alla fine convincevano tutti, meglio del vescovo. Allora il parroco s’era impressionato, e aveva detto che la vecchia parlava la lingua di Babele, e forse era indemoniata e bisognava finirla a colpi di croce dentro il cimitero, per essere sicuri, e Pietro gli aveva risposto, limpido, che se avesse toccato sua madre l’avrebbe crocifisso a testa in giù, come San Pietro, al centro del pollaio.
In realtà, dentro di sé Carmosina era convinta che dio parlasse in francese: da quando aveva sentito Basilio recitare versi pieni di erre arrotolate e parole veloci, tutte accentate come se il mondo fosse una cosa piena di gioia e di fretta, aveva pensato che dio avesse inventato quella lingua solo per sé.
Quando giunse a casa di dio, Carmosina tirò un sospiro, drizzò la testa e suonò alla porta. “Vualà” pensò.

Dio era una signora di mezz’età, con un sorriso divertito.
Aveva un petto abbondante che scappava dalle trine, uno sguardo nocciola di imprecisabile profondità e una messinpiega freschissima. Dio aveva i capelli biondo scuro, tinti, a onde educate che coprivano appena il collo.
“Benvenuta” le disse semplicemente, e Carmosina – che pure aveva avuto cinque parti e due uomini, e un angelo, e una suocera, e non si stupiva più di niente – ne fu un po’ scossa, tanto che le mancarono le parole. Ma dio era assolutamente amichevole, e la stanza calda d’odore di minestra e forse polvere, come certe stanze antiche dove l’odore del tempo si deposita sotto i sofà, sui tappeti e nella patina ch’ingiallisce i centrini e ossida l’argento della cioccolatiera.
Carmosina, dubbiosa, fece un lieve inchino ma subito drizzò la testa.
“Buonasera a voi” rispose educata, e le dispiacque di non poterle dire quel “bonsuàr” che s’era portato ripiegato nella borsetta, col fazzoletto e il portamonete.
Dio dovette accorgersene, perché di colpo – mentre le si avvicinava di due passi – divenne un giovanotto coi baffetti sottili e le ciglia piene di stelle, che con voce di perfetto velluto le porse un “Enchanté” che la fece sussultare.
Carmosina sospirò forte, il seno come un animale bianco che si muoveva da solo nel corsetto, e rispose, tirando fuori il suo “bonsuàr”, che faceva un leggero odore di canfora e gelsomino. Lateralmente, dio considerò che quella di maschi e femmine era una delle migliori idee che avesse avuto, mentre Carmosina pensò che forse preferiva quella coetanea con lo sguardo sapiente, al giovanotto demonio con le basette affilate come un tango.
In quell’istante, dio tornò a essere la signora compìta, tranne che per quell’ironia nocciola che le scaldava gli occhi. Con gesto educato ma morbido, dio invitò Carmosina a sedersi a tavola, su una delle sedie dall’alto schienale intagliato. Carmosina accettò con un cenno, ravviò la gonna e sedette un po’ rigida alla tavola di dio.

Dio le sedette davanti, oltre il tavolo di noce sul quale luccicavano piatti di maiolica e posate d’argento del servizio buono. In un cestino c’era un pane scuro di trama fitta, in una caraffa di cristallo un vino rosso come un cuore.
“Pane… e vino…” sussurrò, colta da improvvisa comprensione, Carmosina.
“Credevo che piacessero, a voi uomini” disse dio serissima, o forse una piccola ruga le animò per un attimo la guancia,e Carmosina sentì che stava scherzando, al modo impercettibile delle donne.
“Infatti agli uomini piacciono – disse Carmosina, dagli occhi neri una luce di rimando al lampo nocciola di dio – le donne preferiscono le brioches”. Il sorriso si perse nel riflesso opaco del coltello, mentre tagliava il pane per tutte e due.

Carmosina versò il vino, che era denso come sangue, o succo di gelsi neri, e le venne di dire un “amen” che dio sembrò accettare con cortesia piegando appena la testa, e la luce della lampada a gas le disegnò un riflesso d’oro sull’onda dei capelli.
Mangiarono quel pane, e bevvero quel vino, e anni dopo ancora Carmosina non sapeva dire che sapore avessero, o forse non voleva dirlo, perché in cuor suo era convinta d’aver sentito sapore di sangue, e di placenta grassa, e delle carni macerate dei neonati, e forse delle pallide carni dei morti quando bisognava vestirli.
“Volevo sapere perché ci fai morire” disse semplicemente Carmosina, che in mente aveva lo sguardo predestinato di Stefano, e il fiato delle anime che si radunavano alla fossa, e l’ombra violetta della barba che scuriva le guance di suo padre, al secondo giorno di veglia funebre.
Dio la guardò e le disse: “Sicura che vuoi saperlo?”.
Carmosina non era sicura, ma non le sembrava bello mentire a dio, così rispose sollevando, vaga,  una spalla.
“Si muore perché non c’è vita abbastanza per tutti” le confidò dio, con un sospiro e un vago odore di cipria.
“Ma tu sei immortale, e gli angeli pure” obiettò Carmosina piena d’ardore, come avrebbe fatto alla riunione di partito, quando Pietro la portava a parlare di socialismo e rivoluzione e fratellanza universale e finiva che facevano tutti a pugni.
“Questo lo pensi tu” rispose educatamente dio, ravviandosi un ricciolo con la mano – aveva un leggero smalto malva sulle unghie allungate. “Si tratta solo di durate diverse: non c’è vita che duri per sempre…” aggiunse.
“Per fortuna” pensarono all’unisono.

Per qualche minuto ancora mangiarono in silenzio, mentre Carmosina masticava un’altra domanda col pane.
“E perché si deve soffrire?” disse di colpo, mentre dio beveva con gli occhi socchiusi nell’alone del vino.
Dio allora posò il calice e divenne un cerbiatto ferito, dal cui fianco ansante stillava un sangue chiaro e leggero. Quindi divenne un castagno, di quelli dietro la casa, le cui braccia artigliavano tormentose certe notti di vento, mentre ogni foglia gemeva con la sua propria voce. Fu, ancora, un marinaio sfregiato che guarda un’isola lontana come una donna coricata, e poi una stella marina secca che si sgretolava in polvere arancio. Fu una croce di pietruzze sulla tomba dimenticata d’un bambino, e una promessa che rotolava via come un anello che rotola in un angolo. Fu uno scorpione femmina che divora i suoi piccoli, e poi un pescespada che fende la corrente, pazzo di dolore, mentre le sirene cantano per nessuno nella notte vuota.
“Perché sì” le rispose, poggiando – di nuovo donna – la mano curata sul tavolo.
Carmosina pensò che dio era come Pietro, che faceva finta di sapere tutto ma non sapeva nulla: non era colpa sua se s’era trovato lì, in quella casa di pietra alta sulle nuvole, a sentire il rumore eterno delle cose. Non diverso da lei, da noi.
“E tu, come lo trovi il mondo?” le chiese dio, che vedeva tutto ma aveva obiettivamente qualche difficoltà a guardare l’anima delle donne, dove qualcosa sempre restava celato.

Carmosina ci pensò, portando alla bocca un dito, poi disse due parole, guardando dio ben dritto negli occhi. Lo aveva sempre pensato, d’altronde: “Mediocolo strafottuto”.

Dedicato a quella sfilata di porpore e oro zecchino che in questo momento dovrebbe essere la Chiesa, raccolta a percepire la volontà di dio. Se dio c’è, è femmina e trova grottesco tutto quello sfarzo: la Chiesa, se c’è, non è lì, non è quella, non sono loro.
Io, comunque, credo che dio non esista. Anche se mia bisnonna Carmosina lo ha incontrato. Ma, come Carmosina, credo in un sacco di cose inspiegabili. Forse anche questa.

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