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Archive for ottobre 2008

istantanea del matrimonio con galli e prestigiatore

   Proprio all’ingresso, tra i capitelli corinzi e i vetri fumé, c’era un invitato seduto tra le code del frac che ripeteva: “Sono molto grato che mi avete invitato al vostro sposalizio… e vi auguro che il primo figlio sia masculo e in salute… “
Io ho detto al mio fidanzato: “Guarda, c’è un invitato che parla da solo”.
Lui ha sorriso: “E’ Luca Brasi… “.
Sulla nave m’ero assopita, e sognavo il mio matrimonio preferito, quello di Connie Corleone. Sognavo d’essere Diane Keaton, però con la faccia (e il resto) di Jennifer Lopez, quando l’attracco m’ha svegliata coi suoi vapori di catrame. In effetti, era una premonizione: in sala c’era un sottofondo musicale inconfondibile: io e Michael, il mio fidanzato, ci siamo guardati e abbiamo annuito, e sulle note del Padrino parte I ci siamo diretti verso i dieci buffet allestiti per ingannare il tempo mentre gli sposi facevano il giro della provincia per le foto.
 Già il kebab di carne era finito, però zuppa di mais e speck ce n’era quanta ne volevi, e anche mozzarella filante e pecorino col miele. Al banco del sushi c’era la fila, e abbiamo ripiegato sulla torta fredda di salmone e il cocktail di frutta esotica e gamberetti. Intanto gli invitati affluivano senza interruzione, e le zie davano già i primi exit poll della cerimonia in chiesa, con uno share dell’ottantacinque per cento.
 Gli aiutanti del fotografo sistemavano i cavalletti nella trincea tutto attorno al tavolo degli sposi (le telecamere le aveva la troupe viaggiante, che a quell’ora stava riprendendo il lungomare, le rovine greche, le bifore moresche e le facciate tardocondominiali della via Marina), mentre le parenti anziane e di rispetto erano già sedute ai tavoli piccoli, quelli da venti.
 Dopo solo un’ora di antipasti – i fritti (palline di ricotta, frittelle di fiori di zucca, di neonata, di melanzane, di cavolfiore, di ala d’angelo, di spatola, di porcini, di drago cucciolo) venivano serviti in vassoi circolanti da camerieri squisitissimi (il che mi ricorda care memorie familiari: quando zia Enza gira attorno al tavolo con una zuppiera di polpette per ficcarle in bocca a chiunque, senza passare dal piatto o dal consenso) – i buffet erano ancora pieni e gli invitati nemmeno un poco, ma sono purtroppo arrivati gli sposi (già i fotografi avevano realizzato millecinquecento scatti, più i filmini).
 La folla ha preso posto con movenze da stadio: nell’ala destra gli sposi, il cui tavolo s’intravvedeva appena dietro lo schieramento di cavalletti e macchine da presa, e i parenti dello sposo (cioè noi), nella tribuna di sinistra quelli della sposa, a centrocampo gli amici, gli sconosciuti, gli indefinibili, il prete e i vip.
  Io ero proprio confinante col tavolo delle zie, sotto il quale c’erano gerle e borse di carta piene di qualsiasi cosa: macchine fotografiche, scialli, otto uova di gallina per mio figlio, ventagli, taccuini, collant di scorta, acqua di rose, guanti, medicine per il cuore, pile di ricambio, fazzoletti, torce, borotalco. Anche io avevo la mia busta, e l’ho aggiunta alle loro: avete mai visto quanto sono piccole le borsette da sera? E, onestamente, si può affrontare la vita senza bauli e cappelliere? No che non si può. E nemmeno un matrimonio.
  Io ero seduta accanto al prete, come sempre: le zie pensano che sia cosa buona e giusta, per la mia anima, o forse per la sua, e ormai non ci pensano nemmeno più, a spostarmi da qualche altra parte. Chessò, vicino a mia cognata scorpionessa (molto elegante, a pois bianchi, caviglie massello e scarpe a colonnetta), a mia cugina che telefona ai morti, allo zio prestigiatore. Così, tanto per cambiare.
  Zio Canalù, dicevamo: è stato quarant’anni in Cina, in Australia, a Singapore, in Canada, in Thailandia. Faceva spettacoli di prestidigitazione, compreso il più incredibile di tutti: nascere in Aspromonte e diventare un perfetto cosmopolita dall’accento variopinto. “Ohuu very naiiisss” mi diceva con la sua voce da Frank Sinatra e i suoi modi da Carnegie Hall. Era seduto accanto alla mamma dello sposo, la zia vedova, zia Lisa, che ha un nome quieto e gli occhi azzurri ma un’indole da incendio nei boschi. E lui, lo zio prestigiatore e italoamericano, lo zio poliglotta, le faceva apparire colombelle sotto il tovagliolo, e spuntare fiori dalle caraffe e dalle orecchie dei compari, ma soprattutto le faceva sparire ogni traccia di tristezza fin nell’angolo celeste alpino dell’occhio, chiamandola “Lisetta” con la esse scivolata e infondendole una mansuetudine soprannaturale. 
 

  Abbiamo mangiato Angus in salsa di Brunello, pasta fresca con zucca e pinoli, risotto al salmone e bergamotto, e bevuto di tutto, dal Gewurztraminer (che è il mio vino preferito pure se è bianco, ma perché ha un corpo di legno e una vertigine di profumi e una consistenza narrativa da rosso) al Colomba Platino, perché mica eravamo meno internazionali dello zio Canalù, noi.
 Intanto tutti si cambiavano di posto con tutti, gli sposi erano assediati dai fotografi (che poi sapranno tutto solo guardando le foto, mica prima: sul set non si capisce nemmeno la trama, figuriamoci) e le zie giravano per i tavoli a fare le nomination (ché i matrimoni sono tutti reality, e il pubblico da casa è determinante, mica solo la giuria tecnica).
  Al nostro tavolo, io, ecumenica, citavo il Cantico delle creature e il ministro Carfagna, mentre il prete firmava autografi e il nipote della signorina Pina ci abbagliava tutti col suo fermacravatta. I bambini avevano organizzato una guerra civile sui divani e la geografia politica dei tavoli cambiava a ogni istante, seguita dagli occhi ansiosi e analisti delle zie, tale e quale a Wall Street.
 Ma il meglio doveva ancora arrivare: il buffet dei dolci.
Cito testualmente dal menù (che in Calabria è una pubblicazione): torta mimosa, charlotte ai frutti di bosco, millefoglie, bavarese al cocco, alla fragola, al caffè, babà alla crema con frutta, nocciolata, semifreddi al cioccolato, alla mandorla, al pistacchio, crostata ai frutti di bosco con panna, tronchetto d’arancia, meringata alle fragole. A parte, il lago dei cigni con profiteroles e poi lei, il vero motivo (diciamo uno dei motivi) per cui non dirò mai di no a un matrimonio calabrese. La torta panna e peperoncino, di cui già si disse, e che non è un dolce, è un esperimento metafisico, una prova di fede, un patto d’alleanza con le forze oscure che ci motivano (l’amore, l’altruismo, il gusto di morte, l’errore, il coraggio, la purezza, il ricordo, la smemoratezza, la pietà).
  Era piccola, nascosta in un angolo, coi peperoncini apotropaici affondati in mezzo alla panna e puntati sulla folla. I cornetti portafortuna di tutti gli invitati (ognuno il suo, di varia forma e foggia e potere, ma lo avevamo tutti)(il mio era il corno rosso da mezzo, quello da battaglia, che prendeva buoni tre quarti della mia smilza borsina macramè) rispondevano al richiamo, in qualche modo.
  Siamo un popolo scaramantico e attento ai segni, per quanto vogliano farcelo dimenticare. Siamo un popolo antico e pieno di ferite, e non ci metteremmo mai contro la sorte. Non senza tutti gli accorgimenti possibili.
Così, quand’è arrivata la torta nuziale, che era una necropoli a grotticelle, un tempio etrusco, un mausoleo di alicarnasso (centinaia di tortine individuali avvolte nelle glassa e disposte in tre piani con terrazzamenti), è stato il diapason, e persino gli dei, lassù nel cielo profondamente viola, si sono compiaciuti.
  Io ho visto tracce di mia madre nel viso aperto di zia Lisetta, ho sentito la solita, disperata catena di sangue e rancori e somiglianze e differenze così spaventosamente intrecciata e presente, che oscillava nel buio, tesa verso la foresta familiare dell’Aspromonte e la foresta marina dello Stretto, entrambe nere e incombenti, e mi sono sentita vincere.
 Ho versato una lacrimuccia sola, piccola.
Gli dei se la sono leccata avidamente.

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