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Archive for maggio 2013

jep

No, dico, ma che mestiere fa Jep Gambardella, per vivere in una casa vista Colosseo? Il ministro a sua insaputa di un governo Berlusconi? Certo non il giornalista. D’arte e cultura, per giunta, suvvia.
No, dico, quando nel mezzo di un film – in questo caso “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino, e nemmeno nel mezzo, diciamo quasi all’inizio – ti vengono domande del cavolo come quella di cui sopra, allora vuol dire che qualcosa non funziona. Che non c’è quella cosa lì, la “sospensione d’incredulità”. Quella per cui – poniamo – ti sembra del tutto possibile che un personaggio di Tarantino si liberi da una tomba, o uccida (da sola) cento giapponesi cattivi e molto incazzati in un night club. Ma Jep Gambardella – appunto il protagonista del film, ma è difficile chiamarlo protagonista di qualcosa, dal momento che per tutto il film continua a non succedere assolutamente nulla, ma con molto spreco di risorse – non mi sospende l’incredulità. Anzi. Diciamo che me la raddoppia.

 E ancora non ho visto Verdone con la faccia da Verdone, ma più depresso, e la Ferilli col corpo da Ferilli e l’accento da “Beato chi se lo fa il sofà”, ma più malinconica. E poi suore, nane, fenicotteri fotoshoppati (il momento National Geographic del film, e nemmeno l’unico), bambine isteriche coinvolte in performance d’arte moderna che sarebbero da Telefono azzurro, adulte nevrotiche coinvolte in performance di vita moderna che sarebbero da 118, artiste imbroglione, colf filippine inutilmente materne, vicini di casa arrestati dalla Dia (che con l’appartamento vista Colosseo obiettivamente fanno pendant), persino funerali indistinguibili dalle feste o dalle cene con tanto di cardinale masterchef umano come Bastianich.

 Filo conduttore – ma diciamo meglio semiconduttore, o anche nulliconduttore – di tutto ciò è questo Jep Gambardella (che già è un nome che l’incredulità me la fa vibrare come un rivelatore di bugie a un comizio di Berlusconi), il quale – apprendiamo – abita a Roma da una quarantina d’anni ma continua a parlare un napoletano da sketch di Carosello, tranne quando fa la voce narrante (no, non possiamo onestamente dire “narrante”: diciamo la voce “errante”) e introspettiva (ma non si sa di cosa). Jep (cioè Toni Servillo, ormai unico attore del cinema italiano: prima o poi vedremo un film in cui Servillo fa tutte le parti, comparse comprese) la sa lunga, ridacchia, tace, esercita una sua umbratile pietas, continua a dribblare assurde domande sul suo romanzo estinto (dal titolo ancora più inverosimile del nome dello scrittore, “L’apparato umano”)(e poi, a parte quelli di Dan Brown, nessuno ricorda i romanzi dell’anno scorso, figuriamoci quelli di quarant’anni fa), rintuzza una radical chic (Galatea Ranzi) che nemmeno Moretti vorrebbe in un suo film, vive flash-back, contempla – assorto e metaforico – la “Costa Concordia” coricata su un fianco, né viva né morta, solo colossale; contempla – dissolto e catatonico – Roma l’Eterna coricata su un fianco, né viva né morta, solo colossale, pazzesca, indicibile.

 Nello sfiorarsi – senza prendersi mai, senza potersi nemmeno comprendere – tra la vacuità insopportabile (e anche parecchio cretina, invero) del mondo di Jep e dei suoi amici (un campionario di tardone e ninfette, freaks e modelli che in realtà appartengono a una sola categoria, quella dei nuovi mostri) e il magnifico contenitore millenario che è Roma – coi suoi cieli, i suoi sampietrini, i suoi muschi, le sue statue senzienti, i suoi capitelli crollati, i suoi palazzi sbarrati, i suoi nobili cupi e i plebei vitali – occasionalmente, in mezzo al grottesco che implode e diventa ridicolo, in mezzo all’impalpabile che sfuma e diventa inconsistente, Sorrentino azzecca immagini, tocca corde, semina cose a sua insaputa. E noi spettatori – equamente divisi in scettici (io) e volenterosi (sempre io) – magari le raccogliamo, e ce le giriamo tra le mani, e riconosciamo una citazione, uno scorcio, un frammento di sensazione.

 Ma poi appare (e sparisce) la giraffa, in mezzo ai Fori. E la suora, la centesima suora (ora, caro Sorrentino, mi dispiace dovertelo dire, ma non puoi mettere in un solo film tutte le suore che Fellini ha filmato in una intera esistenza. Non si fa. E’ bulimia). La suora sdentata, centenaria e che si ciba di radici. Anzi, sembra fatta di radici. La suora-X Men che con un soffio fa volare tutto lo stormo di fenicotteri che si erano provvisoriamente posati sul terrazzo vista Colosseo (che mica sono scemi, i fenicotteri).

 Allora ti dici: no, grazie. Ti ricordi che non si è mai detto che per mettere in scena il vuoto occorre il vuoto. Anzi. E rimetti giù quelle cosine che avevi accidentalmente preso, rimetti giù le tue buone intenzioni, e dici “s’è fatto tardi”. Che tu mica sei Jep Gambardella, e fai l’alba per poi dolertene, come se fosse una condanna alla dolce vita (signora mia, è uno sporco lavoro non fare un cazzo, ma qualcuno deve pur farlo). Ed esci, mentre la suora sdentata s’arrampica sulla Scala Santa, sperando di non sognartela di notte, come quando mangi peperonata feroce.

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Mamma, sono nata così diversa da te.
  Nel mio uovo protetto, dentro i perenni anni Cinquanta della Calabria (sono durati almeno trent’anni, lì, prima di sboccare direttamente negli orridi Ottanta), dentro la tua giovinezza inconoscibile, ombrosa, irregolare come le punte dei tuoi capelli. Eri madre come gli animali del bosco, la faggeta, il ragno del davanzale. Eri madre come certe dee pericolose, che divorano i figli o li imbandiscono ai mariti meschini. Eri madre con punte di ferro acuminate, paure che si svegliavano di notte e camminavano sui balconi, coi fantasmi che si raccoglievano nel tinello, dove tu non volevi entrare dopo l’imbrunire. Eri madre in un certo modo selvatico e illuminista: non mi hai mai fatto vaccinare per il vaiolo, e io invidiavo quella cicatrice rotonda che avevano proprio tutti sul braccio, e io no.
  E io no. E io no. E io no. Sono le prime parole che ricordo con in mezzo “io”. Mi hai dato il tuo io sempre escluso, sofferente, subalterno.
  Mi nascondevi e mi esponevi, e io soffrivo in ogni caso: avrei voluto allontanarti, ma non sarei sopravvissuta senza di te.
  Tutti i figli si cibano delle madri: il latte segna solo l’inizio di quel patto di cannibalismo e devozione. A te il latte finì subito, perché non ci credevi, perché era nero, velenoso almeno quanto te, necessario per sopravvivere nel mondo delle tarantole, delle trappole, degli abissi in cui ti aggiravi e che io intuivo dalla tua voce spaventata.
  Certe volte, di notte, anch’io mi trovo in quel mondo: cibarsi di qualcuno vuol dire ereditarne ogni cosa, le forze e le angosce. Alle radici minerali della mia anima condivisa (la condividiamo con stirpi, generazioni, con tutte le madri che ci hanno precedute, in una catena interminabile e potente, che ci appaia o no) ci sono gli stessi archi di pietra, camminamenti stretti, gole e voragini, e tutte le sorgenti del Nilo.

 

Mamma, sono nata così uguale a te.
 Quando, di rado, dormivamo vicine, gli dei ronzanti sul sonno dei mortali – invidiosi della loro pace effimera ma totale – non ci distinguevano: lo facevano solo le zanzare, che sono più pratiche, e infierivano su di te, attratte dalla composizione misteriosamente dolce del tuo sangue rovente, e ignoravano me, che avevo ereditato quella qualità aristotelica del sangue di papà che le teneva lontane. Ma il mio sangue era comunque più simile al tuo, col suo gusto per le tempeste nelle tempie e nei polsi. Il punto d’ebollizione era lo stesso: bastava, basta una sola parola, un gesto, uno sguardo. Il nostro sangue tempestoso era identico, avremmo potuto scambiarcelo. Ferro, sale, rame vecchio, alloro: il nostro sangue sapeva di molte cose. Tu, verso la fine, ne perdesti moltissimo, e mi sentivo come se lo avessi perso io stessa, perché lo riconoscevo, sia pure diluito dalle trasfusioni e fatto amaro dalle medicine.
 Io reagisco, come te, ad altri farmaci: certe mattinate d’acciaio celeste sullo Stretto, certi accordi misteriosi con creature vive o immaginarie o tutte e due, certi ricordi puramente animali, inesprimibili. Io porto, come te, le stesse stimmate invisibili, le ingiustizie palesi della natura e della Storia nel nostro corpo di femmine, femmine calabresi, femmine calabresi del Novecento, femmine calabresi del Novecento italiano. Io trascino le stesse corde, gli stessi pesi, le stesse invisibili architetture di dolore. Io entro, salutata da angeli inesprimibili, nelle stesse cupole di gioia che nessun altro può comprendere ma io nemmeno, non interamente.

 

Mamma, oggi mi sento così simile a te da non vedere dove finisci tu, dove tu sei finita, e dove io sono cominciata, dove mi ricomincio ogni giorno.
 Mamma, oggi mi sento così diversa da te da pensare che i secoli hanno sbagliato e la natura e gli dei, e dobbiamo andare a capo, di nuovo, e non ce la faccio, non ce la faccio a ricominciare il mondo tutta da sola, come facevi tu.

 

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