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Archive for febbraio 2007

sognando nella sala wagner (Federico Zandomeneghi, Al caffè, 1884)

 Wagner sonnecchiava nella penombra. Ho chiesto permesso, con una voce così sottile che s’è persa prima dello stipite, e la porta c’ha cigolato sopra, vecchia di cardini venerabili. Wagner non s’è svegliato, d’altronde: è restato sulla poltrona, avvolto nella giacca di velluto e passamanerie dorate, a dormire sopra qualche sogno di scale armoniche ascendenti, o di Nibelunghi. La primavera incontinente di Palermo, intanto, s’infiltrava sin nel centro della stanza: la profusione di turchese e verde che preparava il contrattacco al tramonto stillava impercettibile dalla commessura del soffitto, dai rosoni di gesso, dalla testa di fanciulla in marmo cristallino, dal pianoforte a coda dai nervi scoperti e il suono d’osso.
 Ho tossicchiato, per svegliarlo, mentre giravo per la Sala Wagner, dentro l’albergo, il Grand Hotel et De Palmes, piantato nella storia di Palermo come una palma secolare, connesso misteriosamente ai suoi passaggi segreti (uno porta alla chiesa anglicana di fronte, angolare e puntuta, recintata fittamente, che alza le sue vette e offre i suoi miracoli di persuasione pure di notte). Wagner dormiva con un russare basso, piacevole, la barba bionda sul mento teutone, pensieri indecifrabili, e in qualche modo greci e latini, sulla sua fronte vasta.
 Ho rubato una carpetta di fogli, sui quali non è apparso nulla: eppure credevo che la fuga di parole e suoni che s’avvertiva distintamente – quando le porte creavano correnti nei saloni – potesse in qualche modo imprimersi. Il vecchio piano scordato gemeva nell’angolo, ossuto e scortecciato ma ancora potente: l’abbiamo tentato, ma non accettava se non musiche antiche, musiche riconoscibili per lui e le sue giunture stanche. L’oro pallido del Reno si poggiava sulla foce dei fiumi siciliani mezzi asciutti, nel riverbero del tardo pomeriggio di sabato, prezioso come seta vecchia.
 In fondo alla sala si faceva vento con un libretto d’opera il barone Di Stefano.
“Voscienza benedica” ho provato a dirgli col mio accento dello Stretto.
S’è subito alzato in piedi e ha accennato un baciamano tiepido, perfetto di cottura. Ho sorriso, e mi mancava un ventaglio.
“Comodo…” ho detto, un poco rossa in faccia: non so trattare coi nobili siciliani, così radicati e arcaici, così barocchi e bruschi di finezze.
Ha fatto un lieve inchino, ha mormorato: “Barone Giuseppe Di Stefano di Castelvetrano ai suoi comandi”. Son stata tentata di chiedergli di svegliare Wagner, o almeno di portarmi a vedere una lezione di politica di Crispi – in un qualche salone d’intorno – o ad assaggiare una delle dodici portate servite, quella sera, a Vittorio Emanuele Orlando.
Il barone, ch’è vissuto cinquant’anni senza mai uscire dall’albergo, perché aveva paura che fuori l’ammazzassero – era come una chiesa, una chiesa laica, o forse no, sacra d’una religione più antica, con palme, corsi d’acqua, offerte di fumo e sangue, divinità brune acquattate nel basamento del palazzo, nella roccia sottostante – sapeva tutto, conosceva ogni cosa. Passava i saloni in rassegna, sera dopo sera, e riceveva gli amici: Guttuso che rubava un ricciolo liberty e lo disfaceva in ferro e fuoco, Maria Callas, la faccia di Persefone, che beveva succo d’arance amare e tenebre mediterranee. Ma se gli dicevano: “Barone, andiamo, andiamo fuori” diventava pallido, e diceva: “Ennò, che io sto bene qua”. Le stagioni gli giravano intorno, al barone e all’albergo e a Wagner addormentato nella sala, e poi di nuovo.
 Ieri era primavera, la primavera selvatica di Palermo. La pietra rosa assorbiva la luce rosa e la restituiva, contrastando i turchesi e i verdi della spianata sul lungomare, dopo la foresta d’alberi maestri del porto, dopo il deposito delle locomotive, dopo la foce secca del fiume.
Avevo appuntamento con Leonardo e le sue macchine drizzate nel laboratorio: anche lui stava in un angolo, assorto in calcoli scritti col sangue su un codice. Nel mezzo della trigonometria fiorivano l’occhio della Gioconda, un giunto cardanico, una bicicletta, un deltaplano, una macchina del tempo. Le sue macchine ricostruite (dagli artigiani, in legno, corda, canapi, ferro) macinavano movimento, combattevano l’impossibile e lo vincevano. Il loro tramestìo era identico a quello d’uno sciame, d’un alveare, del sonno lieve di Wagner nella sala vuota, davanti al barone assorto nella sua propria, ronzante condanna.

Sono stata due giorni a Palermo, perché dovevo visitare questa mostra di queste macchine qui,  e perché ne avevo bisogno, e ogni volta m’emoziona. Non finirà mai di dirmi cose, cose immense e incredibili alle quali credo sempre.
(ah, ho anche comprato due buccellati, farciti di luce rosa, primavere di grano, inverni canditi, lastrico, una casa di colombe, balconi liberty che sporgono nell’ombra, marmellata d’arance, acanti, terracotta).

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Elogio dell'ombra

 La mia ombra è migliore di me.
La guardo, quando lei non lo sa, la vedo vivere la sua vita sul selciato, sul fianco della nave o del muro, sul lastrico bianco della piazza, o ancora meno, sul vai e vieni del cancello, sulla porta, sulla striscia d’asfalto, sui cartelli: sebbene spezzata, inclinata di più gradi, attraversata di continuo dalle altre forme, dagli spigoli vivi delle cose a molteplici dimensioni, conserva quella sua qualità indivisibile. Le invidio la sua imperturbabile densità, la sua concretezza.
 Avanza danzando; l’orlo della gonna, i capelli, i lembi leggieri di ciò che io sono s’accordano spontaneamente alla sua musica intima, al suo confortevole buio, alla sua soave assenza di peso.
La guardo, le sussurro: sei bellissima. Fossi io, come te.
I suoi contorni sono netti, la sua figura non ha equivoci. E laddove la luce è più forte, lei è più solida, più densa di sé. Come io non riuscirò mai a essere.
Io avverto gli interstizi tra i pensieri, tra le molecole sconnesse dei ricordi – sono atomi, globuli, filamenti, stringhe di codici – tra la commessura fitta del corpo, i suoi strati infiniti, la sua minuziosa fattura piena di vuoti elaborati, anse, cellette, nascondigli. Ma lei no.
 Conosco i suoi pensieri, per quante volte l’ho vista fissare un punto, da qualche parte nell’angolo irregolare dell’orizzonte: conosco il suo profilo meglio del mio, so che non ha cedimenti. Eppure so che i suoi soli sono molteplici, e inclinano fino all’impossibile il piano della terra. Così come le sue notti sono elaborate, a seconda di cosa le rischiari, cosa la faccia sorgere dal luogo in cui resta acquattata, che è prossimo a me ma non è esattamente me.
 La ricordo immensa, sul bastione del porto d’una città di mare, una città stretta e lunga, dove le ombre sole potevano allargarsi fino alla lanterna, fino al basamento della muraglia, fino all’orlo basso della luna. Mi sovrastava, raggiungendo la punta del bigo incoronato di gabbiani.
 L’ho vista minuscola e lontana, dentro il tunnel stretto d’una canicola, piccola fino a sparire nel predominio di mezzogiorno, quando le ombre sono lame confitte, indistinguibili. L’ho vista asciugarsi nella piazza abbagliante della città di pietra, sul confine orientale dell’isola: la pietra gialla beveva l’ombra a vaste sorsate, e in breve ha svuotato la piazza, che è rimasta ad ardere a lunghe fiammate, insostenibile pure agli dei. Lei s’è estinta senza un lamento.
 Una volta l’ho vista ballare sulla facciata d’un palazzo umbertino, nella città confusa: perdevo il ritmo per guardare lei, che coi suoi passi d’ombra avanzava nell’ombra della musica, entrava negli stipiti, nelle lesene, nelle cornici attente dei semipilastri, nelle battute in controtempo, negli angoli castigliani della melodia, nelle parole che si sporgevano in fuori, e proiettavano di certo una qualche ombra.
 “Guarda, c’è la mia ombra” dico a chi è con me. E mi perdo a guardarne lo splendore, la nitidezza, il convincimento.
Piego il capo da un lato, lei fa lo stesso, ma non mi restituisce lo sguardo. Lei sì, che è capace di guardare oltre me.

tí dé tís? tí d’oú tis? skiâs ónar ánthrōpos. Non credo che le ombre siano la parte fuggevole di noi. Siamo noi che fuggiamo via da tutto, e non saremo mai colmi e univoci come loro.

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Amore si svegliò, già col mal di testa.
Era stato il margarita doppio, sotto la crosta di sale, forse, o i vapori di neon del videobar. Forse era stato il timballo di tortelli di zucca, o il sushi di pescecane, o il brasato di muflone. Forse era stato il vino di uve nere di Borgogna passato in barrique, invecchiato e caricato di tannini e polifenoli pesanti.
Amore non s’era nemmeno spogliato, dormiva in un disordine di lenzuoli, abiti, telecomandi: la t-shirt smilza sollevata sugli addominali, i piedi nudi, l’impermeabile di pelle matrix confuso con le federe di seta cruda. Attorno puzzavano i cartoni di pizza, i cestini di carta del ristorante cantonese, le buste unte di hamburger e senape. Scarafaggi solitari abitavano quella città di croste e bicchieri scompagnati.
Eppure l’avevano festeggiato.
S’erano comprati di tutto: rose rosse, profilattici, gioielli da polso. Avevano mandato cartoline, spedito auguri online e firmato cedole di carte di credito. Qualcuno aveva pure fatto scorta di viagra – che ieri lo davano senza ricetta, in omaggio a lui, Amore – e se n’erano fatte di viaggi, quelle molecole blu di metilene, dentro arterie strette e vene soggiogate, a pompare i corpi cavernosi e le immaginazioni. Persino lui, Amore, aveva dovuto approvare, ed era apparso, con la sua faccia sorridente di giovinetto antico, sulla pubblicità delle case di riposo.
E comunque c’era stato un traffico straordinario di saliva, ormoni e archi riflessi dell’eccitazione, dalle parti basse della corteccia. In alcune strade lo sferragliare di gonadi era così acuto che spaventava i randagi, e sovrastava persino i videopoker e i rumori del traffico.
I film erano quelli giusti: da Un amore splendido a Notte prima degli esami due, e Amore aveva avuto un gran daffare, a sistemare le luci, suggerire le parti, dare il ciak, mescolare con le dita affusolate la colonna sonora. Aveva pure firmato di suo pugno centinaia di libri, per lo più aforismi e frasi celebri, ma anche canti carcerari di Alda Merini, sonetti oscuri di Garcia Lorca e odi di cipolla cruda, miele e petali di rosa carnivora scritte da Pablo Neruda. Per non parlare degli sms: ne aveva spediti quindici o sedici milioni, per un totale di ventotto miliardi di “k” e più del doppio di “tvb”.
Era stanco, Amore.
Se n’era tornato tutto solo, nel suo appartamento della cintura periferica. Nemmeno aveva acceso la luce, che tanto c’era la tivvù in stand-by, e lo schermo azzurrino del Mac che tremolava: trentasette milioni di email avevano per oggetto, soggetto o complemento necessario Amore, e il server gliele aveva recapitate. Le cancellò una a una, mentre la notte maturava velocemente e gli amanti rotolavano nei letti, meridiano dopo meridiano. Quando lo schermo fu vuoto, esalò un lieve bip, e Amore crollò sul divano letto, facendo franare una pila di dvd porno e fazzolettini usati.

Prima di piombare in un sonno di pece nera, Amore pensò fuggevolmente a Psiche, quella stronza. Si strofinò distrattamente l’omero, dove il chirurgo plastico aveva cancellato la cicatrice, prima di fare la liposuzione e risistemare le fasce muscolari. La pelle bruna – s’era fatto la lampada solo il giorno prima – era liscia, senza ricordi. “Gliela faccio vedere io, l’anno prossimo” bofonchiò, già dentro il sonno. Non sognò niente, quella notte.

Balle. In realtà è stato il più bel San Valentino della mia vita, ma intimista e alla rovescia (niente mufloni, sushi e soprattutto viagra). Piuttosto, mi viene difficile pensare ad Amore senza vederlo come uno del Grande Fratello, un amico degli Amici o un velino coi bicipiti che fa pubblicità agli occhiali da sole. Da quando Psiche l’ha lasciato se la passa malissimo, ma – come tutti i maschi – continua a raccontarsela, e a proclamarsi felice. Poveretto. Dovrebbe proprio trovarsi una ragazza.

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