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Archive for febbraio 2006

i nostri inconsci a letto

 Il mio ex marito sosteneva di non avere un inconscio. Infatti lo lasciava sempre in giro. Certe volte trovavo come un mucchietto di stracci in corridoio, che però si muoveva da solo. Mia madre allora faceva: ma di chi è questo sciammisso? E io: non è uno sciammisso, è l’inconscio di A. Ah, faceva lei, e gli dava un colpo di scopa. L’inconscio strisciava via e s’andava a nascondere sotto il letto.
A quel tempo io leggevo “Psicopatologia della vita quotidiana” prima di dormire, e facevo sogni complicati pieni di parole e facce che si scambiavano di posto. Qualche volta sentivo come un’oppressione, un incubo che mi si sedeva sul petto, e invece era l’inconscio di A. che mi si acciambellava addosso e faceva le fusa. Lo cacciavo via, mentre A. russava senz’accorgersi di nulla.
Subito dopo, nel mio sogno trovavo un sacco di peli e tutte le poltrone graffiate, e sognavo d’arrabbiarmi a morte e chiamare un accalappiacani, un tizio coi capelli grigi, la barba e il sigaro.
Al mattino provavo a chiedere ad A. cosa avesse sognato. Lui, impastato e ruvido, diceva cose del tipo: “Stanotte abbiamo preso la collina”, oppure “L’ho fatto secco al primo colpo”. Sognava più che altro lo sbarco in Normandia, o di uccidere Liberty Valance.
Che inconscio del cavolo, gli dicevo io. Pensa per te, faceva lui piccato, ti ho detto che io non ce l’ho, l’inconscio. Poi s’alzava, e uscendo dava un calcio a quel gomitolo di camicie vecchie che stava vicino alla porta, e che uggiolava sommessamente.

 In effetti non aveva inconscio e nemmeno sensi di colpa (che di solito vanno assieme, come Gianni e Pinotto, Stanlio e Ollio, Nietzsche e Marx).
Io ai miei dovevo dare da mangiare tutti i giorni, e lo sappiamo tutti che sensi di colpa belli grossi mangiano moltissimo, anche se poi passano molto molto tempo a digerire: gesti, parole sbagliate, parole giuste, dimenticanze, ritrosìe, ricordi, denaro, matite, pagine di libro, fotografie, relazioni, figurine, infatuazioni, scolapasta. I miei sensi di colpa mangiavano di tutto. Con la mia amica del cuore litigavamo sempre, perché lei sosteneva che bisogna farli stare a dieta: Guarda me – faceva – solo sceneggiati tivù, gli do’, tanto loro non lo sanno. Intanto erano magri da fare spavento, i suoi sensi di colpa, che io li avrei portati dal dottore, per quanto mi facevano pena.
A casa mia sono stati sempre ipernutriti, invece. Mia madre, di nascosto, gli dava le vitamine e i biscottini, e loro le si strusciavano sulle caviglie. L’amavano.

 Per la verità anche mio padre sosteneva che la psicanalisi se l’erano inventata i parrucchieri, ed era una cosa da donnette. Io gli facevo il conto delle sue resistenze, gli descrivevo nei dettagli il suo complesso materno e lui, alla fine – mi lasciava parlare perché mi adorava, in effetti, anche se ero femmina – m’allungava cinquantamila lire e mi diceva: sei stata brava, ora comprati un foulard, o un libro, se proprio devi. Io davo una sistemata veloce al mio complesso d’Edipo – lo portavo come un push-up un po’ scomodo, ma molto visibile – e uscivo a comprarmi un libro, o un foulard.

 D’altronde, del complesso di Edipo lo sapevano proprio tutti. Una volta la bottegaia del paese di mia mamma, trecento anime più le pecore, a proposito del figlio minore di mastro Gaetano, il calzolaio, disse, compuntissima e con lo sguardo scientifico e divinatorio, a mia zia la vedova e a me, che stavamo comprando fascelle di ricotta e abitini della Madonna contro il malocchio: "Si sapi, ‘u figghiolu avi ‘na picca d’Edipo". Noi annuimmo. In effetti era vero.

 Nemmeno mia madre credeva all’esistenza dell’inconscio. Per lei esistevano i morti che camminavano nel soggiorno, i presentimenti che camminavano nelle ossa, l’azione del simile sul simile, la meteoropatia e più in generale la misteriosa corrispondenza tra lo scirocco, il malumore e la maionese, ma non proprio l’inconscio. Se ne vedeva uno dimenticato a terra, da qualche parte, s’affrettava a metterlo nella cesta della biancheria da lavare o, peggio, nella spazzatura. Qualche volta, dopo il lavaggio, s’erano talmente rovinati e ristretti che nessuno riconosceva il suo, e ce li scambiavamo. Lei sosteneva che non si leggevano bene le istruzioni sull’etichetta, che era scritto troppo piccolo, che aveva finito l’ammorbidente, e io le dicevo che invece erano solo fraintendimenti e lapsus, e le raccontavo la storia del medico che, per tre volte, aveva prescritto dosi eccessive di belladonna a tre sue anziane pazienti (in effetti, era chiaro che stava prescrivendo a sé l’incesto, o tutt’al più il matricidio, e a sua madre l’impossibile metamorfosi in una bella donna…). Lei rideva, e diceva che i medici – lei era medico – hanno un brutta grafia, e questo giustifica tutto. Poi, nel dubbio, aggiungeva una doppia dose di candeggina al bucato e segnava nella lista della spesa, con una grafia impossibile, "belladonna".

 Certe volte, per sbaglio, quando eravamo in vacanza, l’inconscio di A. restava fuori di casa, di notte, e chissà dove se n’andava. Lo trovavo io al mattino dopo, che raspava dietro la porta, affamato, e gli mettevo una ciotolina di lexotan nell’angolo del terrazzo. Ora penso che avrei fatto meglio a mettere candeggina, o al limite belladonna.

 Per non parlare delle fobie. Quasi tutte le mie zie sono fobiche. Hanno paura delle malattie, dell’automobile e dei piani alti. Dell’aereo, degli squali bianchi e del terremoto.
 Una tiene un elenco di malattie appeso sul frigorifero, con un breve riassunto dei sintomi. Un’altra legge ogni giorno dieci pagine dell’Enciclopedia medica, e quando è il tempo compra vaccini per tutti e li offre in salotto, su una guantierina d’argento. Una volta il marito – un ipocondriaco che qualche volta ha avuto pure i dolori mestruali – per sbaglio le diede venti gocce di collirio su una zolletta di zucchero. La zia si sentì tanto bene che da allora consiglia a tutti piccole dosi di “Stilla” prima dei pasti.
Mia madre, che aveva un talento per i soprannomi, da allora li chiamò, lei e mio zio, “i Placebbo”, con due b. Li chiamiamo tutti così ancora adesso. Però sono una coppia felice.

 A Natale, quando in casa eravamo trentacinque o quaranta, c’era una tale confusione di inconsci, fobie e fissazioni che non si capiva niente, e ogni tanto mio padre era costretto a fare l’appello. Mia cugina, che si succhiava ancora il dito a trentasette anni, per errore diventava sonnambula, ed entrava nei sogni di mio cognato, che s’affrettava a rimuoverla tutta intera, in pagliaccetto e autoreggenti così com’era, e li sorprendeva mia madre, che s’era beccata l’insonnia di mia zia – la quale, invece, si stava sognando i miei ragni e i miei esami di maturità – e camminava per il corridoio inciampando in mucchi di biancheria, sciammissi, cestini, vascelli fatti di fiammiferi e castelli di carte (ché ognuno c’aveva l’inconscio fatto a modo suo) e urlava “questa casa non è un albergo, è una clinica” e minacciava di dimetterli tutti l’indomani. L’indomani, per fortuna, aveva rimosso anche lei.
 La mattina di Natale io interpretavo i sogni di tutti, e la nonna mi dava la paghetta.

Aderisco con queste trepide memorie familiari alla, pur conclusa, meritoria Settimana del Revisionismo Froidiano del benemerito sogniebisogni  (nick intensamente froidiano, come si vede), che vi invito a leggere. Se il sintomo persiste, consultare il medico.

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CERCHI

ritratto di Tinchitè. di profilo

 In piazza XX Settembre il tempo è un cerchio chiuso. Se lo dividono bambini e pensionati: le altalene, le carte napoletane disegnano altri cerchi, e altri ancora, senza fine apparente. Lo scirocco – che è pure un cerchio – resta appoggiato sui rami alti dei pini marittimi, pesando un poco verso il basso, filando come nebbia, la nostra nebbia salata che rallenta ulteriormente il tempo.
 Oggi il vento è di malumore, fa volare da sotto le gonne e i fogli. Le ossa sensibili, i nervi, i vecchi rancori fanno male come denti nuovi e tutti cercano con lo sguardo qualcuno a cui dare la colpa. Un filo di risentimento e rabbia usata, un filo di lampadina interiore fulminato, avvolge tutti, dentro e fuori la piazza: è grigio ma è rosso, brucia e impaccia i movimenti più del vento rasoterra. Piccoli gesti di guerra strappano e rammendano il filo, qua e là. Ce lo passiamo dalle mani veloci – tirando il carrello, dando il resto, afferrando il giornale, il bavero, il tagliando del parcheggio – ce lo avvolgiamo attorno, lo tiriamo a strappo, portandolo con noi.
 Nella piazza passeggiano in cerchio anche i piccioni, orribili piccioni cittadini e accattoni color cemento. Sono grassi e puzzano di nafta, e da un pezzo non trovano da mangiare, perché la gente ha paura e non gli porta più le croste di pane. Passeggiano e becchettano con l’aria interrogativa degli uccelli, che è di quelli capitati lì per caso, quando sono a terra.

 Oggi, però, c’era qualcuno con una busta di pane raffermo.
Era Tinchitè, il pazzo del quartiere. Ha cinquant’anni, dodici anni, cent’anni, le mani grosse, una raggiera di capelli grigi accesa attorno alla testa. Ha i vestiti ispidi, la faccia ispida e cammina strascicando i piedi. Ogni tanto sparisce, e ricompare dopo una settimana, un mese o un anno, e se qualcuno gli chiede: “Unni avi stato, lei, Tinchitè?”, lui risponde sempre: “Mi circava ‘u sinnaco, co’ rispetto parlanno”. E fa la faccia misteriosa, e s’allontana, perché deve conservare il segreto.

 Stamattina Tinchitè dava da mangiare agli uccelli: sbriciolava panini interi e i piccioni – grigi e ispidi come lui – correvano a beccare. I cerchi concentrici della piazza si sono interrotti. I pensionati lo guardavano, e anche i bambini.
“Tinchitè, ma chi sta facenno, lei?” gli ha detto il bottegaio uscendo sulla soglia – che è un cerchio – un po’ per scherzo e un po’ no, un po’ per pace e un po’ per guerra, che oggi era un giorno di guerra.
“’Nci dugnu ‘a mangiari, picchì?” ha detto Tinchitè, sereno.
“E picchì ‘nci dugna ‘a mangiari? Nun nno sape, lei, chi ssu pericolosi, chi pòrtunu malatìi?”, e li guardava brutto, ma a distanza. I piccioni beccavano senza accorgersi di lui: il loro mondo era un piccolo cerchio di briciole.
 Tinchitè allora ha fatto un sorriso sovrumano, s’è avvicinato al bottegaio e gl’ha detto: “Yò spero chi morunu tutti. Tutti. E cca ristamu sulu nui, yò e iddi”. Ha fatto una giravolta, un cerchio che s’è formato ed è rimasto dentro la piazza, cadendo con un leggero rumore. Ha indicato i piccioni, grigi polverosi e raggianti, come lui. Poi ha tirato un’altra manata di briciole, un po’ in aria un po’ a terra, disegnando come un cerchio.  

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 Io lo volevo sposare, Darcy. Era la mia personale versione del principe azzurro: un principe azzurro domato, persuaso, ricondotto. Un principe azzurro alla pari – perché lui aveva i pani e io i gigli – simmetrico. E poi era bello, misterioso, con una nota dolente e superba.
 Lo volevo sposare fin da quando ho letto Orgoglio e pregiudizio, la prima volta: la migliore versione mai scritta di Cenerentola che, si sa, è la migliore favola del mondo, quella garantita.
Ho chiamato Darcy un gatto, un geranio bianco e anche un fidanzato (ma lui non lo sapeva)(anzi, per la verità nemmeno lo era). Per molto tempo la seduzione per me è stata la mascella forte di Lawrence Olivier, che stringe i denti per dichiarare a Elizabeth il suo amore controverso e permaloso nell’arcaico film degli anni Quaranta, quando il mondo intero lo disegnava Walt Disney e si potevano vivere quante vite si voleva tra i titoli di testa e i titoli di coda.

 Elizabeth Bennet è povera, orgogliosa e afflitta da una famiglia impossibile (suppergiù nell’adolescenza dobbiamo apprendere l’arte difficilissima di amare senza giudicare, e mica ci riusciamo subito), Fitzwilliam Darcy è nobile, straricco e supercilioso. Niente può condurre l’uno verso l’altra, anzi tutto – nel gioco dei quattro cantoni, o quadriglia nella sala grande, della società – concorre a tenerli ben distinti e separati.
Dunque, una storia impossibile. Le mie preferite.

 E poi c’è la fata madrina. La Parola. La Parola crea i vestiti illusori del ballo – l’orgoglio e il pregiudizio. La Parola crea l’errore, e l’errore è ciò che muove il mondo (che altrimenti sarebbe immobile e chiuso in se stesso, nelle sue geometrie preordinate: i ricchi sposerebbero solo i ricchi, Cenerentola resterebbe in cucina, Darwin non avrebbe scoperto un accidente e io non avrei niente da scrivere sul blog).
 La Parola crea scarpette di pelliccia che diventano di vetro (lo sapete, vero, che nella versione originale la scarpetta era di vaio, pelliccia, vair, divinamente frainteso in verre e diventato vetro? e poi dite che non è l’errore a creare i mondi?), crea principi che fraintendono le intenzioni delle fanciulle, e fanciulle che fraintendono l’orgoglio dei princìpi.
 La Parola trucca la distanza – che talvolta è incolmabile – finge modi comuni a chi non ha nulla in comune (la madre di Elizabeth e la sorella stronza di Bingley, il cugino curato di campagna e la zia ricca di città, il signor Calderoli e un ministro della Repubblica).
 La Parola alimenta l’equivoco: Darcy fa una dichiarazione d’amore che è una dichiarazione di guerra e incomunicabilità, zia Catherine de Bourg usa la cortesia come altri la baionetta, due negazioni affermano e due affermazioni possono negare qualsiasi cosa.
Persino il padre di Elizabeth, l’eccentrico signor Bennet – colui che è, manifestamente, fuori da ogni discorso sociale –  mette su un bellissimo esempio di “doppio legame” : “Lizzy cara, ti si presenta una scelta molto difficile: se non sposi il signor Collins tua madre non ti parlerà mai più; se lo sposi, non ti parlerò mai più io”. E ditemi se non è genio, questo, cent’anni prima di Freud (altro cantore di Cenerentola: i sogni son desideri… ) e duecento prima di Bateson.

Certo, nel filmetto in giro per adesso la Parola è la grande, vera Cenerentola. Siccome ha studiato su Barry Lyndon e Ang Lee, il regista compone i suoi quadretti per Settecento e candele, marsine e clavicembali. Sono tutti in posa per un Watteau, da una scena all’altra, da una festa galante all’altra, e i brevi intermezzi di campagna inglese sono idealizzati, patinati e pastorizzati da un’ottima colonna sonora come per uno spot del thè deteinato (che poi è buono e, si sa, fa bene qui e fa bene qui).
 La Parola non gonfia orgogli e non genera pregiudizi: sta seduta in un angolo a fare tappezzeria, mesta nelle  sue crinoline di ragazza povera. La Parola non trasforma Cenerentola – che qui è tale Keira Knightley, una top model  piovuta per sbaglio nel Settecento, dove continua ad aggirarsi zigomi in fuori e petto in dentro, sbagliata come un orologio al polso di un pellerossa, come un leghista al Governo, come una ragazza povera al ballo dei ricchi. La Parola non si traveste – come la terribile zia de Bourg (che pure qui è Judi Dench, mica cotica), maestra nell’arte di dire una cosa per affermarne il contrario – la Parola non si spoglia. La Parola non fa il suo mestiere: creare le relazioni tra le cose, dove vero e falso sono solo differenti sensi di marcia.
Per tacere di Darcy, che era molto più espressivo il mio geranio bianco.

 Ah signora mia, le bugie non le fanno più come quelle d’una volta…

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io pensierosa a letto dentro un quadro di Bacon

 Insomma, stamattina mi sveglio, entro nel bagno e mi guardo allo specchio – non che volessi vedere qualcosa di speciale, e nemmeno, sinceramente, m’andava di vedere più di tanto i segni del sonno che rimangono attorno agli occhi, le rughe che ho ereditato da mio padre e quelle che ho preso da mia madre, che combattono tra loro, angoli in giù e in su, rifiuti e accoglienze, mari e montagne, e poi le linee che non appartengono né a lui né a lei, sono sottotraccia, appartegono semmai più alla terra comune, impastata di centinaia, migliaia di facce sciolte, cera persa di cui non si conserva memoria ma le cui forme navigano nel tempo, attraverso le nostre facce, e nemmeno lo sappiamo, e poi ancora le linee che non appartengono a nessuno, nemmeno a me, l’implosione di sguardi dentro cui circoliamo tutti ogni giorno, le nostre immagini affastellate che compongono una figura nella quale ci riconosciamo, che crediamo sia una figura, in realtà è un caleidoscopio, una sequenza, un diagramma, un sudoku dell’esistenza e dello sguardo.
 Insomma, nella luce color stoviglia della mattina presto sollevo appena gli occhi e mi guardo di sfuggita, per caso, come quando sei solo con te stesso e le apparenze sono tutte rivolte in dentro, come certi fiori chiusi.
Ecco. Non c’ero.
 No, non che non ci fossi per nulla. C’ero certamente perché quello che vedevo aveva comunque un’aria familiare, e la mia vestaglia verde. E poi non c’era nessun altro, nel mio bagno, di mattina presto, e quella dovevo per forza essere io.
 Ero io, e dopo un momento di sgomento ho cominciato a guardarmi con attenzione. Ho pure acceso la luce quella sopra lo specchio, quella che non accendo mai perché fabbrica ombre che non voglio vedere, scovano ogni amarezza, i giorni come compassi e l’acqua raccolta nel fondo degli occhi, e invece i capelli no, i capelli che sono neri come quelli di mia madre e di mia nonna (che morì a centocinque anni senza un filo di grigio, nera e netta e ostinata, convinta che se una cosa ti sforzi d’ignorarla non esiste, anche i capelli bianchi o la vecchiaia o l’arte moderna, tanto che lei morì di colpo e di dispetto, ma sarebbe durata altri centocinque anni, o anche millecinque, se non avesse litigato con dio e avesse avuto un picasso al posto dell’anima senza saperlo), i capelli diventano anche loro acqua passata, grigioperla, color bozzolo o cenere o non so cos’altro.
 Invece oggi nemmeno quella luce riusciva a trovare la mia faccia, ricomporla come me la ricordavo, aggiustata con pazienza nel corso di anni, sonni, veglie, abitudini, usi, convinzioni. Le sopracciglia, forse, un poco, somigliavano alle mie, spartite come ali, e di certo il neo vicino al labbro c’era ancora, perché vedevo la linea di caduta, l’idea di piacere e imperfezione che m’ha sempre suggerito.
 Cercavo gli occhi e le labbra, più che altro, che sono la bussola e il sestante della gente, le finestre per spiare dentro, ma non riuscivo a distinguerli. Specie le labbra. Siamo gente di labbra strette e sottili, consumate dalle sillabe e a volte dal silenzio, ma io no. Mi consolavo così, quando non volevo assomigliare a nessuno: sono le labbra a dare la forma alle parole. Ma stamattina nello specchio non c’erano parole e non c’erano labbra. C’erano punti di sutura e sottili cicatrici bianche. C’erano le parole voltate dentro se stesse, finalmente con la faccia al muro, liberate dalla necessità di raccontare qualcosa.
 Ecco, la mia faccia non diceva nulla. Taceva con tanta ostinazione che non era più riconoscibile. Come fosse un fatto, non un’immagine (ma noi siamo forse un fascio di fatti che sedimentano in immagini?).
 Per sicurezza mi sono aggiustata la frangetta e ho messo gli orecchini, quelli rossi. Chissà, potrebbe bastare. Non se ne accorgerà nessuno che io, da oggi, non ci sono più.

Partecipo in questo modo indegno e autobiografico alla Settimana artistica  dedicata a Francis Bacon, pittore di Figure che ho sempre trovato altamente indigesto. Il mio ex marito lo adorava, è pure corso a Basilea – altra terra inospitale, piena di angoli acuti eppure ottusi e di cristalli di ghiaccio tra le sillabe – a vedere una mostra-mostro dalla quale è tornato tedesco ed esaltato. Io, allora, gli tappezzavo la casa di Klimt, per fargli alzare la glicemia (Giuditta Salomé  l’aspettava in bagno, per dire. La Nuda veritas si burlava di lui nel camerino, il gomitolo di vergini dormienti gli tingeva di lilla e seta leggera la camera da letto). Lui rispondeva lasciandomi immagini di Lucien Freud come trabocchetti nel corridoio: una volta stavo per cadere in una sala settoria, mi sono fermata solo sul bordo. Una sottile guerra figurativa si svolgeva tra noi, e non si facevano prigionieri.
 Oggi non ho avuto cuore di mettere davvero in primo piano un ritratto di Bacon, una delle sue Figure implose, una delle sue pitture aptiche e deleuziane (ovviamente il saggio del Saggio "Logica della sensazione"  era sempre sul comodino, a trasmetterci incubi sottili.  Io ogni tanto ci poggiavo sopra un Tolkien, o anche un Manuel Scorza, per controsortilegio).
Diciamo che, per quanto riguarda Bacon, io ho già dato.  Assai.

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I SEI CIGNI

Leda parla con uno dei cigni. il cigno non risponde

 Il primo dei cigni voleva vedere i ministri seduti negli angoli: nella conca leggermente dorata di Taormina convenivano mostrine e baffi d’acciaio, la primavera precoce veniva fatta a pezzi dalle pale dei rotori, elicotteri di ferro filato salivano e scendevano lungo la costa. Il cigno guardava in giù, verso la punta del Faro, i laghi salati a forma di occhio dove maturavano le cozze, e volava più veloce, diretto verso le bouganville e i pergolati dopo Capo Sant’Alessio.

 Il secondo cigno voleva atterrare sulle portaerei, piatte ed enormi, che avevano preso il posto dello Stretto, un immenso ponte color ingranaggio, con vaste scritte in cirillico che si specchiavano al contrario nell’acqua. La gente si raccoglieva muta alla banchina del porto, dove una città meccanica s’era ormeggiata al posto delle navi da crociera, con banderuole di bronzo, giunti cardanici e una foresta d’alberi maestri.
“Ma quando arriva il ministro russo?”
“Ora arriva, dal mare”
“E cosa farà?”
“Camminerà sulle acque, fino all’altra sponda”
E la gente aspettava, seduta sulle seggioline, in fila sul molo, coi fazzoletti in testa per ripararsi dal sole. La gente qui aspetta sempre.

 Il terzo cigno veniva dal passato, dal 1908. Volava da un secolo in tondo sull’Europa, cercando la Palazzata, l’arco della Porta Marina, il Duomo distrutto tre volte e ricresciuto al suo posto, le navi coricate su un lato. Cercava novantamila persone che gli mancavano, e non poteva posarsi in alcun luogo, perché la terra s’era aperta e voltata in fuori, e s’era mangiata tutto, ché era una terra sempre affamata. Sentiva, a ogni mezzogiorno, i rintocchi d’oro del campanile, il canto del leone e del gallo che saliva dalla piazza, la storia che avanzava con un piccolo passo, leggero e meccanico, e un impercettibile rimbalzo all’indietro, sicché l’orologio era sempre due o tre anni, quattro lune, novanta centimetri e un mondo indietro.

 Il quarto cigno si chiamava Giuseppina, e aveva gli occhi pieni di lacrime e cenere. Le avevano preso il marito e poi il figlio, e le avevano detto di stare in silenzio. Il marito dormiva in fondo a un pozzo di cemento, cogli occhi ciechi chiusi da foglie di fango e la bocca cucita a punti larghi. Il figlio non si sapeva nemmeno dov’era: dicevano soffocato e poi sciolto in una vasca color verde brillante, con un odore d’ammoniaca e di mosto, in qualche campagna di salnitro, molto lontano da lì. Sicché a Giuseppina, a forza di silenzio, erano spuntate le ali, e i cigni – che sono muti fin quasi alla fine – l’avevano presa con sé.

 Il quinto cigno era un corvo, bianco.

 Il sesto cigno era tutto nero, con occhi d’argento. Toccando terra diventava un uomo dallo sguardo penetrante, pieno di domande sottili, silenzi e ossa sensitive che predicevano il tempo. Aveva studiato ogni cosa, e tutto il resto l’aveva visto volando a bassa quota sulle città. Parlava con gli dei, quando capitava, volando accanto al loro immenso corpo di condor sopra i bracci di mare o vicino alle paludi. Ma preferiva gli uomini, per il tempo che li seguiva come un’ombra corta, il gusto d’oltranza della lotta e dell’ingiusto, la sensibilità delle mani. Amava visitare terre tempestose, cuori segreti pieni di sangue vivo, spianate di colonne mangiate torno a torno dalla luce: per questo si trovava sullo Stretto, faglia dei mondi, l’altra notte.

I sei cigni dello stormo regale sono caduti qua e là sulla Sicilia, portando morbo e spavento. Un settimo è stato ucciso a bastonate nel giardino di San Cataldo: non aveva mai volato in vita sua.

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Genova vista da Genova

 Un grande acquario. Grandissimo, a Genova.
Li han messi tutti lì, i blog e i piccoli editori, e la gente passava a guardare e toccare e li vedeva oltre il vetro, che tacevano immersi in silenzi pieni di bollicine oppure filavano leggeri, proiettando ombre di squalo sul fondo della vasca, o inarcando dorsi e sorrisi da delfino, in cerchi a pelo d’acqua, spruzzando gioiosi dallo sfiatatoio, o allargando bracci di corallo, che è una pietra senziente, una pietra animale che sogna d’essere un gioiello che sogna d’essere una donna che sogna d’essere una stella, e stelle marine – anche blog stellamarina, c’erano, nelle vasche, il nome scientifico è blogstars webbensis – stelle polari arricciate color ghiaccio, inavvicinabili, e stelle di carne, e stelle di cartone, e stelle di stelle, precipitate da qualche firmamento e sommerse da popolazioni di sardine, ma anche, all’opposto, stelle salite in cieli di carta – c’era un editore che lo diceva, un pesce persico lacustre e palustre e d’acqua dolce, anche se si fingeva pesce d’oceano, e diceva che no, le stelle marine restano marine e forse nemmeno esistono, e per favore non confondiamo le acque coi cieli, e i laghi coi mari, e che quando sente la parola “blog” a lui gli s’arricciano le pinne, e va nuotare nei fondali delle Biblioteche ad assorbire odore di manoscritti del Mar Morto (ecco, ci sono anche pesci del Mar Morto, pesci salini ciechi e senza carne) – e c’erano piccolissimi piraña con oro sporco sul corpo, e pesci picasso disegnati a mirò, e magnifici scorfani incompresi da tutti, e un pulsare di tulle nella vasca delle meduse, e  placidi  anemoni di mare in forma di papavero – e qualcuno ha detto narké, che è narcosi e narcisismo, e voleva dire anestesia ma tutti abbiamo capito sinestesia, e siamo stati d’accordo, coi nostri lunghi sensi ottici e tattili e tattici diffusi come impulsi nell’acqua – pesci blogger della Fossa delle Marianne, pesci debolmente luminosi, pesci che avvertono l’odore d’una goccia di sangue a chilometri di distanza, pesci-counter e pesci-link e pesci-feed e pesci-roll e pesci nemo – Nettuno o Nessuno , che sono pur sempre storie di mare che Genova, città di sartie e cordami e ponteggi, se le racconta di continuo – e riccinascosti dagli aculei disposti a diadema, e  flounder dai gilet pieni di bottoni, perline, frammenti di specchio, mercanzia di mare della Genova dei banchi e del consolato della seta, Genova di mercanzie e scambi – e qualcuno ha pensato che i blog sono Eufemia, la città dove ci si scambia la memoria, dove “a ogni parola che uno dice, come “lupo”, “sorella”, “tesoro nascosto”, “battaglia”, “scabbia”, “amanti”, gli altri raccontano ognuno la sua storia di lupi, di sorelle, di tesori, di scabbia, di amanti, di battaglie” – e pesci zop che tiravano dadi e giravano carte e giocavano battaglie navali, e ogni volta il finale cambiava, il galeone s’inabissava e spargeva il suo contenuto di dobloni di cioccolata e bandiere di Jolly Rogers, oppure risaliva in cielo in forma di nube e ripioveva giù nell’acqua, addosso alle mante vestite da sera, alla ritrosìa materna dello squalo nutrice, al battito enigmatico dei cavallucci marini, a pesci Nero+  di ardesia lavorata a fuoco, a bellissimi pesci senza nome, Untitled  si leggeva nel loro manto grigio e setoso, scritto in rune o ideogrammi, che portavano figli e uova e movimenti sinuosi in giro per i fondali, e ne raccoglievano plancton, nutrimenti marini e terrestri, che ritrasformavano in stelle, impulsi, segni, onde, che raggiungevano il  Bigo, il fascio di bracci di carico che moltiplica la natura di naviglio, l’ininterrotta supposizione mediterranea della città, e si sollevavano in alto sull’ascensore panoramico da cui si vedeva Genova medievale e futurista e risorgimentale e colombiana e resistente e portuale e aristocratica e superba fino alle ossa di porfido sprofondate nel basamento liquido del mar ligure, consunte e resistenti, calviniane e sanguinete, e contiane e fossatiane – Bella Signora nostra che appari e scompari, vedi come poco sappiamo di te – e c’era chi proponeva: i blog sono un porto – il porto più grande segnalato da girandole piene di vento, facciate dipinte a colori, affacci d’ansia e torri costiere e immaginazioni che si scontrano: chi viene dal mare vedrà le dune e le alture e bisacce e acqua dolce e mura di calce, chi viene da terra vedrà pinnacoli e maniche a vento e carene e gru e polene protese – e c’era chi giurava: i blog sono un bicchiere  mezzo pieno, per qualcuno mezzo pieno d’acqua, per qualcuno mezzo pieno di polvere d’oro, e c’era chi ribatte
va: i blog sono un immenso rorschach, guardate e riconoscetevi, e la gente guardava, attraverso Genova e pagine e memorie e riconosceva nick e vedeva in trasparenza i nomi, gli  scialli , i ventagli, gli incagli, i ritagli, i giochi e i  giocatori, i  disturbi postraumatici delle amarezze, gli amaretti, i dolcetti, gli scherzetti, gli intelletti , gli effetti ma anche gli  affetti .
Ah, non dimentichiamo i bianchetti (cotti a piastra e serviti su un letto di patate schiacciate, nell’Osteria del Vico Palla) e ovviamente la  focaccia , per piacere.

 Tutto questo per dire che sono stata a Genova, ho visto l’Acquario e Inedita, ho visto amici indispensabili e altri che non vedevo da una vita (tutta la vita, in effetti), ho visto psichiatri ballare la pizzica e editori (alcuni) ballare da soli, ho comprato un numero spropositato di libri e uno l’ho ricevuto in regalo (e ha a che fare con gli occhi dell’anima , per giunta), ho sentito un bellissimo elogio della distanza e ho mangiato cose molto buone. Ho pure conosciuto un oste di nome Walter, e non dirò altro (ma chi c’era, sa di cosa parlo)(giusto per confermare la diffusa opinione che i blogger si parlino addosso come iniziati che non finiscono da nessuna parte). 

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