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Archive for novembre 2005

letto sfatto pieno di gesti bianchi

 “Signora, lì non si può entrare” m’ha fatto, perplesso, Masino l’operaio, indicando la stanza in fondo al corridoio.
“Come, non è aperta?” ho replicato, ma vedevo da me che la porta era scostata, e la luce, filtrata due volte dalla veranda e dai vetri colorati – l’unica stranezza nell’architettura civile e umbertina del palazzo, l’unica mossa falsa del liberty in punta di piedi che si teneva in bilico sui terremoti, sulla sintassi di voragine che regolava da sempre quei luoghi – si stampava al contrario sulla parete di fronte. Nel punto esatto in cui si posava, mostrava talenti da caleidoscopio. Avevamo frammenti della Sainte Chapelle (in quel momento del giorno in cui il sole accende tutte le vetrate e ti ritrovi trafitto da centinaia di colori incandescenti), banchise antartiche, officine di Murano, lanterne magiche viste da dentro. Era il nostro punto di cedimento, da cui s’infilavano di soppiatto tutte le cose irregolari. Era il nostro ombelico, il nostro occhio sacro.
Un punto necessario in ogni casa.

 E oggi il punto era esattamente lì, dov’è sempre stato. Vedere riflessa sul muro – in quel punto preciso – la concentrazione dei cristalli, la loro seria fronte di piombo, la qualità sonora della loro trasparenza m’aveva confortata. Le porte, gli occhi restavano aperti.

 E invece no.
Quando ho fatto per entrare nella stanza in fondo sono rimbalzata fuori. Una massa morbida e trasparente non mi consentiva d’entrare. Ho provato spingendo avanti un braccio, in un gesto d’interrogazione e resa che speravo la stanza apprezzasse. Niente. Ho provato con le braccia inerti lungo i fianchi – come forse nessuno aveva mai affrontato una soglia, nella mia casa e nella mia famiglia – con le braccia strette e conserte, con le mani unite come per una preghiera un po’ sbilenca (da noi si pregava coi pugni chiusi, semmai, con la faccia di lato, con le mani spalancate, col coltello). Ho dato pure un calcio, a un certo punto.

 Masino, incoraggiato dai miei tentativi, ha provato lui pure. Professionale, ha tentato una spallata, una spinta, un attacco a testa bassa. La stanza lo respingeva.
S’è pure inventato una finta di corpo, mentre parlava con me di colpo s’è voltato nell’aria, con la grazia d’un Nijinsky terribilmente pesante, e ha sferrato una sforbiciata che ha fatto rumore di metalli. Niente da fare.
 
 Ci siamo guardati nella penombra del corridoio. Il punto luminoso, l’omphalos ardeva per suo conto, guardandoci di rimando.

 Lo so. Avevo fatto male a raccogliere tutti i gesti dentro quella stanza. S’erano incollati, trasparenti e semiliquidi com’erano adesso, aeriformi e lievemente opachi com’erano prima. Li avevo raccolti dappertutto: appesi agli stipiti, sulle cime degli armadi, dietro il battiscopa. Tra le coperte – moltissimi – negli angoli, nei punti di svolta che la mappa sensibile della casa segnava con discreti segni di riconoscimento. Sui balconi, attorno alla bocca dei vasistas, lungo la vetrata panoramica. Attorno alle soglie, molti: gesti d’indecisione, passi che andavano e venivano, passi che non si decidevano a entrare, che non riuscivano a uscire. Sotto il trespolo delle flebo, sul letto antidecubito, attorno alla sedia a rotelle. Gesti forti, gesti nascosti (che prendono moltissimo spazio, vaporosi e incogniti come sono), gesti accennati. S’erano appiccicati tutti assieme, e ora non c’era più spazio per gesti nuovi. Non lì dentro.

“Signora – m’ha detto Masino Nijinsky, comprendendo – era proprio ora d’andare via”.

 

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INTENZIONI

autoritratto della casa

 Ho capito cosa non va in quella casa. Sono le intenzioni.
Lei aveva intenzioni di castello, di palazzo, d’un salone nell’altro, di scenografie barocche che si spalancavano su un mare vergine.
Lui costruiva solo per distruggere, per affermare il suo proprio spazio, per piegare le ragioni della materia e della vita alla sua volontà e alle sue mani: indistinguibili, peraltro, nella tensione delle nocche.
Lui ha costruito la casa, lei l’ha svolta e arredata, e le loro intenzioni erano così dissimili che la casa pendeva tutta da un lato, tutta sghemba, e i figli si raccoglievano ora su un angolo ora sull’altro, assieme a vortici di foglie secche, mattonelle spaiate, pannelli di sughero. 
 

Certo, c’era la piscina, che almeno lei era rettangolare e inequivocabile, lo sguardo fisso rotto in cinquemila piastrelle, l’odore di cloro che galleggiava a quattro centrimetri dal bordo, la scaletta cromata dove le parallele potevano ignorarsi, dentro e fuori dall’acqua.
Ma attorno divampava il prato, furioso e incolto fino al parapetto. Sopra s’agitavano gli eucalipti prigionieri, che si stracciavano continuamente le vesti perché ricordavano la casa di prima. La palma solitaria, controvento, s’era fissata invece con la finestra del secondo piano, la oscurava come un piccolo sole nero fiorito in cima ad un giunco, una liana, un’invenzione di lui che s’inventava i giardini, le vetrate e i portici persino dove non era possibile, non era credibile, non era vero.
 Lei, allora, per ripicca s’era occupata gli spazi angolari, i passaggi, tutte le cornici con le fotografie. Lampadari pieni di gocce, monetari intarsiati, tavolini napoleonici, appliques carnivore cresciute a dismisura sulla boiserie di noce classico. Tutto un percorso da castellana che non finiva da nessuna parte, anche se lei s’illudeva finisse nel centro della casa, nella foto dove apparivano ancora in quattro – la bambina sarebbe arrivata tardiva e piena di broncio – e sembravano pure felici, a giudicare dalle mani e dagli occhi.
Invece quella foto era precisamente il punto di fuga.

 Non so cosa accadde per anni, perché le foto non raccontano tutto, anche meno delle persone e molto molto meno dei fatti. Gardenie, separazioni, cambi di residenza, biliardo, manutenzione. Matrimoni, pubertà, divorzi. E la carta da parati si screpolava, e le funi di tiraggio e contrappeso ch’avevano drizzato negli anni non tenevano più.

 Ieri notte m’è sembrato di capire tutto, sotto lo scirocco che batteva dita gigantesche sulle pareti e discuteva con la pioggia. Io che ormai frequento solo case che muoiono.
Le intenzioni, ecco cosa. Le intenzioni di lei stracciate negli angoli, con la fodera capovolta, l’imbottitura sparsa a terra. Le intenzioni di lui rifugiate nel tetto da cattedrale, così grande e verde da raccogliere tutti i respiri della casa, in un immenso monumento d’aria a suo modo immortale. Le intenzioni.

sì, ho visitato un’altra casa in fin di vita, ed era pure notte e scirocco. ho constatato di persona il punto di vista della vetrata anni Cinquanta, del tavolo di biliardo, della scala, delle piastrelle con centomila occhi, del deposito di giocattoli rotti. è ora che mi metta a visitare cantieri, penso.

 

 

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arco, indubbiamente

 Che poi li vedi come passano, tutti col naso in su. E si girano, pure, quando m’hanno oltrepassato. Che una volta uno ha sbandato ed è finito contro un albero, e me lo sono ritrovato appollaiato addosso, costernato e senza peso, a guardare in giù, stavolta, verso la macchia d’olio, sangue e catrame. E poi se n’è volato via, lento, con le spalle curve e un senso di spreco e rimpianto che sarebbe stato una cosa amara nella bocca, se avesse ancora avuto una bocca e un senso dell’amaro.

 Loro mi guardano perché credono che io sia una soglia. Che sotto il mio arco di ferro e di ruggine si compiano quei miracoli di distanza e trasformazione che loro non sanno fare. Che davvero esista una cosa come il quarantacinquesimo parallelo, e tutte le altre linee che attraversano e dividono la terra, che è sferica come la sorte, e rotola e in ogni punto è perfettamente uguale, invece.

 Prendi quei due. La donna con una bellezza stanchissima negli angoli del viso, e l’uomo richiuso. Quelli sull’auto scura, che avanza veloce e posso quasi sentire – nel silenzio tra loro – quel respiro di bufera, di sciame, di temporale che viene dai loro pensieri. Lei è protesa verso di lui, e fugge e gli sta immobile accanto; lui vorrebbe fermarsi, e la trascina verso di sé e l’abbandona a ogni svolta. Quello che li lega io non so comprenderlo, perché non vado oltre il ferro dei miei legamenti, e l’abbraccio d’asfalto, pietrisco e roccia viva delle mie fondamenta. Ma posso sentire l’avanzare d’incendio, i vortici che si portano dentro.

 Così come sento – ma è una bruciatura costante e superficiale – uno sguardo lontanissimo che viene da lì, dall’area di servizio. Quello sì che è un luogo in cui i destini possono rimescolarsi e compiersi, e lo fanno – nei percorsi traccianti degli sguardi, dei gesti di cui loro nemmeno s’accorgono, e che io vedo da qui, come scie luminose di pneumatici sulle strade bagnate di notte.
Lì c’è un uomo che mi guarda, che percorre ogni giorno tutto il mio arco di ferro. Sento il suo desiderio, non diversamente da una grandine, da una canicola.
Spinge con tutte le sue forze contro di me, perché vorrebbe oltrepassarmi e fare in modo che io lo tocchi, col potere fasullo del quarantacinquesimo parallelo, del ferro e della distanza.
Io, che se potessi mi schioderei da qui e li lascerei da soli, a fare da soli, senza linee né soglie né speranze piene di ruggini.
 M’è pure venuto vicino, una volta. Dai, passa, passa: glielo urlavo come cinquecento rondini, come una scarica di fulmini, come un motore a ventotto cilindri, come un’impastatrice con la bocca piena. Come un uomo. Non ce l’ha fatta.

 Anche stanotte, non ce l’ha fatta. Ed è tornato a guardarmi, a bussare con le nocche su tutta la mia superficie. E loro nemmeno, nemmeno quei due ce l’hanno fatta.

 E tutti a pensare che io, io possa farcela, a cambiarli.
Non sanno che sono loro. Che ogni volta che mi guardano, e passano, convertono una molecola infinitesimale del mio ferro in ruggine, in vapore, in sublimato di ferro e desiderio e distanza. Che ogni volta sono un po’ meno solido, un po’ meno reale, un po’ più vicino alla soglia di miracolo e trasformazione che loro vorrebbero che io fossi.
 Sono loro che – quando passano – mi cambiano.

Vabbé, lo ammetto. Sono recidiva. Ma mica potevo sottrarmi. Effe qui ha raccontato una storia. Partiva da un punto, il parallelo 45 (facciamo finta, ché mica esistono i punti, i paralleli e le storie che partono o arrivano in un punto). E allora, nei commenti, shemale e flounder hanno raccontato altri punti. Adesso, con questo, siamo a quattro punti. Ma la media inglese non la so.

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cosa evapora?

 Ora che è quasi vuota, restano appesi per lo più i rumori. Sono difficili da scorticare via, domani proveremo con l’aceto bianco, poi non resterà che la butilammina, col suo odore volatile, tossico e definitivo, oppure l’acqua di Lourdes.
 Nell’ingresso, dove non c’è più il tavolo di noce e nessuno rincasa e lascia cadere le chiavi nel piattino celeste, resta quel suono armonioso di maiolica, di ritorno e consuetudine. Lo si sentiva, d’altronde, fin dall’ultima stanza, e sapevamo per certo che c’eravamo tutti, e quel che il giorno aveva disfatto la casa e la notte potevano rifare. Così si tesseva la tela interminabile, e ognuno la chiamava a modo suo. Io la chiamavo prigione, e tentavo senza sorte i catenacci a maglia grossa che vedevo pendere sui vetri delle finestre, attorno ai balconi. Mi lasciavano a stento affacciarmi.
 Mio fratello vedeva linee d’ombra, d’un color prugna scuro, recriminazione e secondogenitura. Le scostava di malavoglia, con la spalla, ma non passava mai oltre. Ho il sospetto che se le sia portate dietro, nella sua casa luccicante e stereofonica e commercialista.
 Mio padre vedeva infissi, usi civici, linee di demarcazione, confini millesimali: la sua spontanea geometria era un enigma serio, per la giungla sinestetica e primordiale che mia madre e le mie zie mi prospettavano come reale. 
 

Non so cosa vedesse mia madre, ma continuava a sistemare e risistemare il mondo, mattina e sera, negli orari in cui erano sole, lei e la casa, e si dicevano cose che nessuno poteva sentire.
Oggi trovo tracce di quel dialogo senza fine, in certi luoghi nascosti.
Fanno un rumore lieve di ruggini, d’acqua imprigionata, di vento, di polvere e segreto. Fanno un odore impressionante di mamma – che qualche volta io mi nascondevo a respirare nel suo armadio proibito: una ginestra lontanissima, soffocata da lavanda, antitarme e legno nuovo. “Mamma, il sudore è la gente che evapora?” le ho chiesto un giorno, il naso affondato nella sua vestaglia rossa per sopravvivere all’abbandono. Lei, a centosette chilometri di distanza, nel paese dove faceva il medico condotto con indennità di cavalcatura, aveva annuito.

Il rumore è la casa che evapora.

sì, sto svuotando la casa vuota dei miei. non è bello, lo so, e lei non è d’accordo. è una sepoltura al contrario, in cui tutto viene alla luce, i segreti sono svelati, le ombre sciolte. e poi di nuovo: ciò che è stato disfatto, usato, svolto si deve riavvolgere, richiudere, imballare. non so a quale capo del percorso mi troverò, alla fine. il buio non fa che capovolgersi nella luce, e viceversa.

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zio antonio converte i demoni

 “Si sarà indovato da qualche parte” diceva, alzando un poco le spalle.
Indovarsi non era come tornare a casa, ma nemmeno come trovarsi in un altrove. Era trovarsi in un dove, semmai, un dove scelto e perseguito oltre il proprio dove naturale. Un dove che valeva di più.
Non si trovavano spesso, cose perfettamente indovate, né tantomeno persone.  

 Zia Cuncia, s’era indovata. A Busto, dove c’era una colonia di stefaniti, e ogni mese s’aggiungeva una famiglia. Zia Cuncia, perplessa, s’era messa in cammino con le calze nuove e le immaginette di San Cristoforo, protettore dei viaggiatori, di Sant’Agata, protettrice contro tutti i pericoli, e di Sant’Andrea Avellino, protettore contro la morte improvvisa.
Non finivano di stupirsi, i paesani, delle case tutte uguali e del tempo indecifrabile, e se non erano al lavoro se ne stavano chiusi dentro, vegliati dalle immagini di tutti i morti e di San Giorgio uccisore del drago.
Però erano indovati, diceva zia Cuncia, e bisognava crederle.
 Lei aveva portato trecce di cipolla rossa, un tombolo e tutta la sua scienza dei santi: nessuno, degli stefaniti indovati a Busto, doveva girare senza protezione.

 San Ferdinando terzo Re proteggeva i costruttori, e portandolo in tasca non potevi cadere dall’impalcatura o iscriverti al sindacato. Santa Barbara proteggeva persino i vigili del fuoco, lei che aveva confidenza coi fulmini e con la giustizia, e chi usava la fiamma ossidrica doveva portarla vicino al cuore, e invocarla almeno sette volte, prima di calarsi la maschera, quando la maschera c’era, ché al cantiere mancava sempre tutto e bisognava arrangiarsi.
 Così, quando portarono a casa Bartolo con gli occhi pieni di schegge, che piangeva sangue e s’era bagnato i pantaloni dalla paura, zia Cuncia disse che non aveva addosso Santa Lucia, e forse ormai nemmeno Cosma e Damiano, i santi medici e chirurghi, potevano aiutarlo. Bartolo, infatti, se ne tornò al Sud cieco e pieno di ruggine, con un disegno di punti di ferro sulla faccia, che i nipotini qualche volta gli chiedevano cosa fosse, e lui rispondeva: quella è la fabbrica. E pure dentro gli occhi, la vedeva, ricamata di ferro e sangue suo.
Però ogni anno, il 13 dicembre, Bartolo faceva dire la messa alla Santa della Vista, quella per cui si mangiano pani di farina di ceci e ciccioli di grasso saltati nella padella di rame: sembrano piccoli occhi, grassi e callosi e con un odore di fumo e sacrificio.

 Una volta, zia Cuncia litigò con Santa Rita. Vincenzina era appena morta, mangiata viva dal male, scavata dal dolore e dai medici. Ogni notte le mani pietose delle sorelle le chiudevano le piaghe, piangendo lacrime salate che sigillavano le ferite. Ogni giorno la scienza le riapriva, con la sua batteria di forbici ricurve e bisturi d’acciaio. Ogni notte cadevano novene e rosari, come olive dall’albero, e ogni giorno il frantoio della corsia girava e faceva olio e sangue.
 Zia Cuncia non glielo perdonò. Chiusa nella stanza da letto, davanti al tabernacolo, glielo disse, a Santa Rita, che quello non se l’aspettava, e che non era giusto.
“Ti ho fatto qualche cosa?” gridava zia Cuncia.
“Ti ho mancato di rispetto?” incalzava.
La voce della santa non riuscivamo a sentirla, ché subito zia Cuncia ricominciava: “Questo non me lo meritavo, e tu lo sai”.
 Non si parlarono più per molto tempo.

 Siamo pagani, nella mia famiglia, da generazioni: i nostri santi dagli occhi fosforescenti proteggono ogni cosa. Le partorienti, i castagni, il filo del coltello. Le ragazze da marito, le vedove, il vino nuovo.
Non c’è ancora, un santo protettore degli indovamenti. Ma zia Cuncia – che ha novantanove anni e una cataratta spessa che la protegge dal mondo, nemmeno fosse Santa Lucia – non dispera di trovarlo. L’eternità, dopotutto, è un indovamento come un altro.

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FERRO

il ferro mangia gli spaghetti

 Non gli piaceva, quell’uomo.
Se gli capitava d’incontrarlo, nelle fughe a mezzo della piazza, tra i vicoli, allo scantonare della strada, passando veloce alla punta del muro, dove gli uomini s’appoggiavano col tacco e stavano a conversare, le braccia conserte e gli occhi nascosti, si sentiva tutto sottosopra.
 “M’è passata la serpe, qui” diceva alla vecchia strofinandosi il petto, una volta a casa. Lei serrava le labbra, e con indecifrabile amore gli tracciava un segno, una croce storta, un sortilegio che metteva in fuga la serpe. Il petto scarno e bianco dell’orfano si sollevava in un sospiro. Poi era la solita sera, la luce poca che si cagliava, come i fiati e l’odore spesso di cavolo, di notte, di legno e pane vecchio.
Qualche volta lo guardava, poi, quel nipote. Dormiva smemorato come gli innocenti, la fronte chiara e liscia, le palpebre trasparenti attraverso cui pulsavano vene e sogni sottili. Non era usa alla pietà, la vecchia, ma nel suo cuore scardinato allora passava un vento, una serpe, e doveva andarsene strofinandosi il petto.

 “Ma come si chiama, quello?” le aveva chiesto un giorno il bambino. L’uomo era passato, enorme e sofferente, il collo di toro schiacciato nel colletto, le guance d’un rosso irsuto, gli occhi spremuti in fuori da qualche malanimo o da una malattia del profondo. Ansimava, o respirava come se soffocasse ad ogni passo, ma quando il bambino era uscito sull’uscio, richiamato dalla nota bassa di quell’ansito, s’era fermato in perfetto silenzio e l’aveva guardato spalancando gli occhi. “Tu… tu…” gli aveva detto puntando il dito, con un odio e un terrore nello sguardo ch’avevano fatto fuggire l’orfano dentro casa, pieno di serpi, singhiozzando forte.
 Era dovuta uscire la vecchia sul bizzolo, con la faccia – lei sì – di veleno, a cacciare via quell’uomo, lontano verso la bocca dell’inferno. “Andatevene via, Ferro” gl’aveva sussurrato, facendo il segno ben alto nell’aria, tra loro. Poi c’erano volute un sacco di croci storte, per mandare via anche le serpi, una per una.
 La notte era stata di purgatorio e d’anime in pena: la vecchia aveva vegliato il bambino, e l’uomo aveva vegliato se stesso, tastandosi il petto.

 Ma tanto, la verità prima o poi arriva, strisciando come una serpe. E hai voglia a fare incantesimi.
Così fu il figlio del follatore, il bambino crudele che crocifiggeva le lucertole, a dirglielo. Giocavano un gioco complicato in mezzo alla polvere, sul curvone. Novembre era basso e carico d’acqua, di piombo e di castagne, e loro si contendevano il mondo intero e due ricci pieni. L’orfano aveva vinto, e all’altro era spiaciuto. Così glielo disse: “Il Ferro ha ammazzato tua madre”. Poi si voltò e fuggì, una smorfia o un sorriso nell’aria fredda color vinaccia.

 L’orfano tornò a casa, pallido, strofinandosi il petto.
“Chi è il Ferro?” chiese a bruciapelo alla vecchia, che tanto da tutto il giorno scopava presentimenti dalle tavole del pavimento.
“Chi è il Ferro?” ripetè, la voce sottile rotta in un belato.
La vecchia si masticava la voce e il cuore, per non parlare. Dietro alla schiena faceva il segno, la croce storta, una volta e due e cento, ma la serpe non scompariva.
“Chi è il Ferro?” disse ancora forse, o forse no, ma lei lo sentì lo stesso, perché quella domanda l’aveva sentita per sette anni, ogni giorno e ogni notte, strisciare nel petto come una serpe, pendere come una croce storta, sibilare dentro al novembre d’ogni sera.

 La vecchia fece ancora il segno, nell’aria, dritto davanti a sé, e lo disse.
“Il Ferro è tuo nonno”.

ok, vabbé. Ho partecipato – inguaribile come sono – alla nobile impresa di dar corpo alle ombre (e gli hombre) pensata da Herzog qui. Una delle ombre che m’erano rimaste a mezzo era questa, il figlio di Teresita, uccisa dall’amore feroce del padre, il Ferro, nell’immaginazione incandescente e amara di Corrado Alvaro, un Marquez delle Calabrie troppo dimenticato. Abbiate pietà (che tanto ognuno ha le ombre – e gli hombre – che si merita).

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mortali alle prese con l'assoluto

 (preliminarmente, vi consiglio di andare qui e cliccare sul pulsante, perché è la colonna sonora adatta)

 No, non è stato affatto un film dell’orrore. E’ la vita, che è dell’orrore. La vita col suo carico di amori decomposti e ricordi scomodi e cose che finiscono, inclusi noi stessi. La vita coi suoi pezzi schubertiani, le sue voliere, i suoi contrabassi. Parlo di Miriam si sveglia a mezzanotte, che già il titolo mette fuori strada, ma questa è la dura legge dello spettacolo, e dunque.
Però dire che è un film dell’orrore vuol dire essere poveri di spirito, ecco cosa.

 Vabbè, Miriam – che poi è una Catherine Deneuve troppo dolente per essere dark, troppo bella per essere davvero dolente – non si sveglia affatto a mezzanotte, anche se è una specie di vampira viva da sempre, però pianista e monogama: lei ama per almeno quattrocento anni. L’ultimo suo amore, per esempio – che poi è un David Bowie leggermente più asciutto del solito e quasi maschio – l’aveva trovato più o meno dalle parti di Barry Lyndon , in certe mattinate di violoncello e damasco a fiori d’oro e notti di candele e parrucche incipriate e fughe di Bach. No, dico. Se lo porta attraverso rivoluzioni francesi, industriali e russe, lumi a gas e velocipedi, fratelli Lumières e Sigmund Freud, fino ai giorni nostri, americani e microbiologici.

 Si amano. Si amano d’un patto segreto, che consiste nell’attirare nel loro cerchio di sangue malcapitati avventori. Si amano d’una complicità mortale, anzi immortale, anzi dell’immortalità tramata di morte che è degli amanti e degli dei. Si amano come una fame e una sete (che poi il titolo originale è “The hunger”, la brama che sta sotto la fame e la sete, e forse pure l’amore). Ma a noi questo non interessa.
A noi interessa sapere che il loro tempo è scaduto, e lui, David Bowie-John, comincia ad invecchiare. Perché questa è una delle condanne di lei: perdere l’amore, ogni volta. Portarlo per mano attraverso nebbie sanguigne, alcove, vele e fame e secoli, e poi perderlo. Non con meno dolore di quanto accada a chiunque, perché il cuore si spacca e poi rinasce a tutti noi, e non c’è morte o nascita che non diano dolore.
 Così, lui invecchia di cinque anni al minuto, apprendiamo nel laboratorio dove Susan Sarandon fa la scienziata del ventesimo secolo, seziona babbuini e scruta nei microscopi elettronici alla ricerca dell’immortalità. E ci mette qualche giorno, John, a invecchiare tutti i secoli di perfetta bellezza che ha attraversato. Ci mette molti clavicembali, cravatte di seta, agguati nei sottopassaggi, sesso di gocce e polpastrelli sotto la doccia. Ma non c’è niente da fare: Miriam non lo ama più, ed era quello, che lo teneva in vita. La fame dell’altro ci tiene in vita, dannazione. E quando l’altro è sazio, e guarda oltre, noi siamo finiti, cominciamo a invecchiare di cinque secoli al secondo, andiamo in pezzi e in polvere.

 John è alla fine: diventa una spoglia di cartone, con centomila pieghe agli occhi, le labbra un taglio, il sangue lentissimo nelle vene rugose e blu. Non muore, no. Ha gustato l’immortalità, l’illusione e pure il sangue di Miriam, quindi non può morire. Così lei, Miriam – infinitamente dolente, infinitamente straziata – lo compone con dolcezza in una cassa imbottita, lassù in cima alla casa, in una voliera piena di cielo e di colombi. Accanto, in altre casse, stanno gli amanti dei secoli di prima. “Siate buoni con lui stanotte, amori miei” dice lei voltando le spalle, e soffre accidenti, soffre come soffrono gli dei che non possono mettere fine a nulla, loro.
Poi scende le scale sui tacchi alti, incontro alla dottoressa attirata lì per via d’incantesimo e di Chopin. Sarà lei la sua prossima amante immortale, per un’altra, breve eternità.

 Ecco, il punto è proprio quella stanza degli amori decomposti. Larve di amori di secoli prima, mummie di amori rinsecchiti, prosciugati, quasi morti. No, non stanno in un luogo oscuro, ma sono ben seppelliti ugualmente nella chiarità smemorata della voliera, in cima alla casa, tra veli e colombe e una dimenticanza diffusa e morbida: la morte non è degli dei ma la nostalgia sì.

 Noi lo sappiamo dove stanno gli amori morti. Ci potremmo arrivare a occhi chiusi, e riconoscerli persino nella devastazione, persino nell’oblio, persino nella morte. Ogni tanto ci capita di sentirli, con quel loro sussurrare da mummie, da colombe, indistinguibili dai cigolìi della casa, della notte e della voliera.

 Che poi Miriam non ha fortuna, questa volta. La dottoressa, obbediente alla sua natura positivista, fa troppe domande, guarda il suo sangue al microscopio e queste cose non si fanno: l’amore da vicino è una cellula maligna, un cancro, una materia dissimile e divorante contro cui non esiste cura o riparo.
La dottoressa si ribella, uccide Miriam, le mummie si risvegliano: la rivolta della voliera è miserevole e tormentosa, forme bruciate che perdono foglie nere e non possono urlare dalle bocche senza carne (mi ricordano il paziente inglese, la spoglia disseccata con secoli di seta e grammofoni da scordare). I passati amori che rivendicano il loro diritto all’immortalità, al pasto di sangue, alla fame e alla sete.

 Poi, ovviamente, vince la forza più potente di tutte, oltre l’amore, la vita e pure la morte: la durata. La dottoressa prende il posto di Miriam, la vediamo in un futuro aerodinamico dai cieli alti e veloci, sospirosa e lenta e pianista com’era Miriam. E sappiamo che c’è ancora una voliera, nella sua vita.

 Ecco, la dannata voliera. Qualche notte le darò fuoco, e poi me ne pentirò.
Niente muore davvero, eccetto noi stessi.

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