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Archive for the ‘Geografio’ Category

 

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L’ultimo a salire a bordo fu Donald Trump: era il più grosso, e l’imbarcazione s’inclinò pericolosamente da un lato. La giovane signora Trudeau lanciò un urletto, e Melania Trump la fulminò con lo sguardo, mentre stoicamente cercava di mantenersi in equilibrio sulle Louboutin tacco dodici. Per quanto ispirato allo stile Jacqueline, il tailleur celeste – che in effetti faceva uno strepitoso effetto ton-sur-ton, in quella giornata d’azzurro inequivocabile che il cielo siciliano di maggio spingeva in tutti gli angoli delle cose – non era la mise più adatta da indossare, quella mattina. Andava meglio agli uomini: grisaglia o fresco di lana, i loro abiti sembravano più confortevoli, sotto i pesanti giubbotti di salvataggio. Shinzo Abe indossava il suo, di taglia piccola, con disciplina nipponica, mentre Emmanuel Macron continuava ad agitarsi, e a tirare giù le maniche del completo blu, con gesto nervoso. Al suo fianco, Brigitte lo osservava al suo solito modo, attento ma non materno, e lo sosteneva semplicemente appoggiandosi a lui. Quei due sembravano sempre una sola persona. I Trump, invece, fecero oscillare ancora a lungo il barcone, nel tentativo di sistemarsi come se fossero seduti su qualche poltrona del club: Melania con una scheggia del legno tirò un filo dei collant, e fu quasi possibile leggerla, la parola che le affiorò alle labbra, rigorosamente serrate in un sorriso Chanel Rouge Allure Velvet d’una meravigliosa tonalità fucsia. Accanto a lei, Theresa May sistemò nervosamente una ciocca bianca dietro l’orecchio. I Gentiloni si tenevano le mani, senza guardare nessuno.

Vuole partire?” disse in un tedesco durissimo Angela Merkel, e lo scafista le rivolse una specie di ghigno da cui lei distolse subito lo sguardo.

Sulla spiaggia di Mazzarò un applauso partì dalle migliaia di persone che s’erano assiepate fin dal mattino presto, per vedere quella cosa prodigiosa del G7. Anche l’Isola Bella era piena di gente, e qualcuno s’era arrampicato fino in cima e agitava bandiere per salutare i Grandi della Terra che salpavano. Erano bandiere arcobaleno, e rosse, e celesti, e qualcuna pure gialla, coi tratti di Giulio Regeni, un altro martire che la folla di martiri aveva riconosciuto come suo.

C’erano libici, ghanesi, eritrei. C’erano siriani, senegalesi, nigeriani, somali. C’era tutta l’Africa profonda e c’era l’Asia dolente. C’erano, tra loro, anche profughi in patria: siciliani senza lavoro, calabresi senza casa, meridionali e settentrionali senza futuro. Formavano un’unica massa indistinta: i Piccoli della Terra. E c’erano molti bambini, tra loro, piccoli dei Piccoli. Sopravvissuti a deserti di sabbia e di mare, nati sotto tende, in mezzo a binari, passati attraverso tunnel di filo spinato e altre forme di muro.

I Piccoli guardavano i Grandi, stipati come erano stati loro, poco o molto tempo fa – molti siciliani, e calabresi, e meridionali e settentrionali erano figli, o nipoti, di emigranti, e quelle scene le portavano comunque dentro. E poi, per migrare e restare senza radici non occorre muoversi, a volte.
Il barcone oscillava sul mare cristallino, dove potevi contare le pietre del fondale una per una, e i gabbiani facevano girotondi stridendo, come se fosse una festa marina, e in un certo senso lo era.
I Grandi avevano preso il posto dei Piccoli, per provare quello che succedeva loro da mesi e da anni, e cercare di capire.

Quando il barcone si mosse, infine, qualcuno urlò più forte, e tutti applaudirono. Buon viaggio!”, aveva detto.
Melania Trump serrò le belle labbra velvet fucsia, e guardò fissa verso la prua. Tra poco sarebbero stati in mezzo al mare. Anche loro.

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curde

Noi calabresi, sentendo magnificare le donne dell’Est proprio per quelle cose contro cui lottiamo da anni, tipo considerare l’uomo un essere superiore, perdonargli tutto e fare di tutto perché possa sentirsi sultano di un harem privato, dove circolano solo cose marmoree in perizoma ma capaci di fare un ragù di capra che levati, abbiamo cominciato una ricerca, come dire, cardinale.
La Calabria dell’Est è soprattutto Crotone, e l’avamposto di Capo Colonna che scruta il mare verso Oriente. A Crotone una volta c’erano le fabbriche, ora ci sono i call center: le operaie sono diventate operatrici, poi precarie. Come, d’altronde, in tutta Italia. No, non sono quelle che proponeva la Perego.
Passato il mare, più a Est ci sono le donne greche: le abbiamo viste scendere in piazza Syntagma e fare la fila ai bancomat. Ora sono impegnate: devono sopravvivere, ma al modo delle donne, che comprende far sopravvivere tutti – mariti, figli, genitori, parenti stretti e non, amici, gatti, cani, ogni specie di creatura domestica o selvatica che faccia parte della famiglia. No, non ci siamo.
Salendo, in effetti c’è un vasto mondo di donne dell’Est: le ceche, slovene, moldave, polacche, russe, ucraine, o almeno quelle che non si sono spostate all’Ovest per lavorare, o quelle che non hanno sposato Donald Trump. E no, anche loro non sono proprio quelle di “Parliamone sabato”. Lavorano, studiano, portano pesanti eredità del passato; e lì le nonne non sono state angeli del focolare ma cittadine dell’impero sovietico trattate come uomini. Probabilmente è più vicina a quella balorda idea della cucinatrice sfornatrice di figli compiacitrice di maschi mia nonna, di una qualsiasi nonna ucraina.

Non abbiamo scelta: andando ancora a Est arriviamo dritti in Asia, e lì sono cose amare. In Arabia, Yemen, Iran, Afghanistan, Pakistan le donne combattono con la schiavitù da secoli: le donne che sono ultime degli ultimi, in luoghi in cui gli ultimi sono tantissimi. Le donne velate e violate. Velate dagli stati teocratici, dove il velo è segregazione, esclusione dallo spazio pubblico. Le donne violate e assassinate nell’India misogina e repressa. Le donne che appartengono all’uomo, anche giuridicamente, e hanno bisogno d’un guardiano o un tutore. E d’essere invisibili, per mostrare modestia e non turbare l’autocontrollo del maschio (che, follemente, è “superiore” alla femmina ma poi fa tanta fatica a controllarsi e quella che deve controllarsi fino a sparire è lei. Boh: nelle questioni dei diritti civili femminili l’ossimoro è una figura chiave). No, non sembrano le spensierate dee marmoree in perizoma.
Non parliamo poi delle combattenti curde: belle, forti, guerriere. Pari, soprattutto (bisognerebbe organizzare seminari maschili da qualunque Paese a Kobane, per dire: tornerebbero redenti, e il pianeta migliorerebbe).

Non resta che andare ancora a Est.
Le donne cinesi, dopo secoli di decimazioni (le neonate venivano soppresse, e persino negli anni 80 la legge “del figlio unico” ha mietuto milioni di vittime. Femmine) e mutilazioni (sapete cosa significa “Loto d’oro”? Probabilmente nessuna Paola Perego ne parlerà mai. Googlatelo), sono arrivate allo status di cittadine. Schiave anche loro, prima del comunismo, ora del capitalismo turbo (capitalismo capto ferum victorem cepit, diciamo): quelle non uccise alla nascita sono spesso solo braccia (ma non gambe e piedi, sempre per quella faccenda del “Loto d’oro”) da lavoro.
Certo, forse le giapponesi piacerebbero nella trasmissione di Paola Perego: ma non tutte, le giapponesi. Le geishe giapponesi. Loro sì che sembrano proprio quelle del vademecum: compiacciono, sono sexy, non frignano, non pretendono, perdonano. Peccato che siano (state) delle professioniste, e quindi non vale.

Non ci resta che continuare a cercarle, queste donne dell’Est. Passato l’Oceano, ci troviamo in America. Pardon, nelle Americhe: quelle delle brasiliane che passano ballando il samba e quelle delle argentine che passano ballando il tango e quelle delle messicane che passano il confine per fare da colf nelle case delle protagoniste di “Sex and the City” (tanto per restare nel target di “Parliamone sabato”). No, niente da fare: questo Est non ci convince.
Non resta che proseguire: c’è un Atlantico di mezzo, lo stesso mare che le navi degli emigranti (si chiamavano così un secolo fa quelli che oggi si chiamano “migranti economici”) percorrevano al contrario: verso Ovest. Ma siamo tutti l’Ovest o l’Est di qualcun altro.

Infatti, di Est in Est, torniamo nella nostra parte del mondo: è l’occipite dell’Africa che ci viene incontro. L’Africa carica di dolori, di schiavi, vecchi e nuovi, di donne mutilate, di donne zittite, di donne cancellate: seppellite vive nella miseria, nello sfruttamento, nella colonia assoluta. Sì, quel tocco di schiavitù che il “decalogo” pereghiano raccomandava c’è senz’altro, ma non è proprio quello.
E ci ritroviamo al punto di partenza, di Est in Est, senza aver trovato nulla: è molto strano, ma a volte i luoghi comuni non stanno né in cielo né in terra.

Firmato: una donna dell’Est, Sud, Nord, Ovest

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Io la Salerno Reggio non ve la posso spiegare. Perché dove voi vedete un’autostrada, anzi una specie di autostrada, io vedo tutte le Calabrie che conosco e che ho attraversato.
La Calabria di quando andavamo a Bagnara, che è un paese anfibio: mezzo di riva e mezzo di colle, come ce ne sono tanti, che non si capisce se s’arrampicano o scivolano, non si capisce se il movimento è verso le ossa grosse dell’Aspromonte, in alto eppure nascosti, come ci si nasconde solo in Aspromonte,o in basso e verso le villette a pelo d’acqua, coi mattoni forati bene in vista e i pilastri già pronti per la prossima soletta – che abbronzature, in quelle terrazze spudorate, affacciate dentro il mare che, per vendetta, depositava il suo broncio salino dappertutto, e ci ossidava i tubi i metalli e un poco l’anima. La Calabria dei sapituri che ti dicono “no, qui esci e tagli e poi ritorni da lì”, perché la Calabria è fitta di sottopassaggi e vie misteriose che non coincidono mai coi tracciati, le mappe, le intenzioni.
La Calabria di quando dovevamo andare a Tropea e guidavo io, e con mio figlio ci siamo persi per ore e ore in mezzo a un nulla sterminato dove di vivo c’erano solo gli incendi che covavano tra la stoppie, certi insetti preistorici che si stampavano sui finestrini lasciando ali e antenne e cotenne spesse un dito, certi viottoli strani che solo Siri poteva prendere per strade percorribili (ma in Calabria è così: solo chi segue le mappe non può percorrerla, nemmeno capirla da lontano, sapere la cosa fondamentale: dove non puoi andare, cosa non puoi fare). Una Calabria non misurabile, dove non ci sono nemmeno i pali della luce e la notte dev’essere quella materia di pece che era centomila anni fa, quando l’Aspromonte era giovane ma già più vecchio di gran parte della Terra, come la sua acqua canterina e gelida. La Calabria dei paesini dalle consonanti greche, abitati da popoli estinti.
E dove voi vedete gallerie buie, angoli storti, pendenze, ponti sospesi su valli senza fondo io vedo la Simca Mille di mio padre che arranca carica di ottimismo e boom economico, e assapora tutto quell’asfalto e quei chilometri tesi verso il futuro, che allora puntava a Nord, dove c’erano le meraviglie meccaniche e finanziarie e industriali.

Dove voi vedete viadotti pericolosi io vedo una sfida ai venti ma soprattutto all’indole pietrosa di noi calabresi – c’è questa contesa della natura che non si rassegna e dell’uomo che rischia, anche se è calabrese e piuttosto tende a ripararsi, a chiudersi e diventare una pietra, su cui la ruota della Storia può passare ma che non si rompe, lascia solo lividi ben nascosti, per pudore e decoro antico.

Dove voi vedete erbazze che crescono a ciuffi sulla carreggiata o nascondono i cartelli, io vedo l’imperio originario che non si può chetare, quella mansuetudine che spacca il cemento solo con la propria forza di sopravvivenza.

E dove voi vedete cartelli coi fori dei proiettili (se ce ne sono ancora) allora, forse, lì vediamo la stessa cosa, ma io un po’ di più e un po’ peggio, perché lì mi vergogno, perché so chi circola su quei tornanti, e a chi appartengono quei camion che spostano terra, attrezzi, persone. Tutte merci di un’economia sfuggente, invisibile, che è assolutamente perfetta per quel luogo sfuggente, invisibile, non misurabile.

Voi dite Salerno-Reggio e io sorrido perché per voi è uno scandalo, per me un mito. Un mito orribile come Scilla, i Ciclopi o il Vecchio della Montagna, ma un mito fondativo della mia sventurata terra. Voi vedete una strada stramba, che sembra allontanare invece che avvicinare (e in parte è così, per il vecchio paradosso: ciò che guardi e vedi nelle sue esatte proporzioni è lontano da te, ciò che ti avvolge è invisibile), io vedo una spina dorsale di quel corpo dell’Italia che mi avevano insegnato da piccola, e pazienza se è un corpo sbilenco, inadeguato, senza equilibrio: era mio, era nostro, era una promessa.

Io non so se saranno mai chiusi tutti i cantieri: forse non è possibile, dal momento che la Salerno-Reggio è un luogo metafisico e non reale, dove il tempo scorre in un altro modo e le ere geologiche finiscono e ricominciano e non se ne verrà mai a capo.

Io non so se sarà mai finita la Salerno-Reggio, ma mi sembra che, se pure dovesse – nei prossimi duecento anni, non uno di meno – diventare un’autostrada svizzera, io non smetterò mai di vederla com’è, così storta, sbagliata, a picco, cogli occhi socchiusi, omertosa, difficile, interrotta, a strapiombo o infossata, come una cosa viva, una leggenda vivente, come la Calabria che vista dallo Stretto, sapete, sembra un drago azzurro che dorme, e sogna cose di draghi, orribili, meravigliose.

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Gli abiti erano contenti fin dal mattino: avevano percepito, sia pure nell’aria sciroccosa e vorticante di ceneri vulcaniche, che c’era qualcosa in arrivo. No, non solo qualcuno che se li portasse a casa: il momento che molti abiti (ma non tutti) attendono, ovvero quando saranno adottati, e prenderanno la forma d’una vita (e di fianchi, spalle, dolori, attese, entusiasmi, torsi, indecisioni e scelte). Percepivano, con le loro anime di stoffa, che c’erano altri incontri da fare, che altri sguardi li avrebbero percorsi, sia pure così di profilo e piatti (le loro molte dimensioni dovremo scoprirle dopo, da soli a soli) come ci appaiono nell’anta esposta del negozio, un armadio sfavillante e nuovo di zecca, senza porte.

 Dalla stessa parte delle polveri di vulcano era in arrivo lei, Elvira Seminara. Con le sue parole tagliate e cucite, le sue collane di recupero, i suoi abiti manifesto: nessuna delle cose che porta o tocca smette di raccontare storie. Zittirla è praticamente impossibile. Quindi è molto più saggio darle la parola, anzi le parole, e l’attenzione completa di abiti, donne, collane, uomini, cose.

 E’ successo a Messina, in una domenica improbabile in cui dicembre fa l’aprile, lo scirocco apre le vocali, il cielo s’annuvola senza motivo. E’ successo in un luogo che di rado ospita parole, non sempre ospita cose; un negozio di moda. Abiti tutto attorno per parlare di come abitiamo gli abiti, e di come ne siamo abitati: tutte cose che Elvira, che di mestiere – dice – fa la “cantascorie”, vive come se non si potesse fare altrimenti (non si può, in effetti), e che ha messo – oltre che nelle collane, nei cassetti, nelle persone – anche in un libro molto bello, “Atlante degli abiti smessi”.

Elvira, io, la mia amica attrice Maria Pia, la libraia Daniela e svariate decine di donne, ma anche uomini, ci siamo incontrati in mezzo agli abiti, che frullavano d’impazienza sulle loro grucce. Ma il pubblico era più vasto di quanto sembrasse.

C’erano frange, una quantità di frange, talora dissimulate: sono tempi frangiati, i nostri, si disfano sull’orlo, si mostrano per quello che sono: orditi senza trama. Un leopardo e un breschwantz finti che si guardavano, ovviamente in cagnesco: questa cosa di fingersi animali gli ha preso la mano, anzi la zampa. C’era una mantella nera, molto assorta. Quattro giri di perle false, di ottimo umore: che solo la perla vera è meditabonda e di indole acquatica e volubile. Un abito giallone anni Settanta: coraggioso, esplicito, davvero libero. Indossato con tacchi da dominatrice, perché gli abiti servono anche a difenderci e fortificarci, a trovare trucchi contro le nostre debolezze. C’erano, a guardarli, due stivaletti ottocenteschi, bassi, coi lacci incrociati: visioni del mondo, certo, ma soprattutto visioni di sé. Con le scarpe è inevitabile. Quindi c’erano stivali cingolati e ballerine bicolori, perché nessuna strada è identica a un’altra. Molte collane: ho colto lo sguardo esatto d’un fiore marrone di bachelite.
Io portavo uno scialle fatto dalla mia amica Antonella: mi ha guardata per mesi, prima di dirmi quello che pensa di me attraverso quell’oggetto che mi somiglia. E non aveva importanza che fosse incongruo, così casalingo e artigianale, in mezzo a quei tessuti di pregio e lavorazioni sofisticate: aveva una sua voce così personale, così forte, che una sciarpa di seta ha cominciato a parlarci, e non la smettevano più. 

Come parlava forte la blusa di Elvira,  stampata a pezzi di Settecento spagnolo, di cui poi lei ci ha raccontato la storia: non ci sono parole e non ci sono abiti che non vengano da qualche parte e vadano chissà dove, per tramite nostro, del nostro corpo e del nostro armadio e della nostra vita che è entrambe le cose, un corpo e un armadio.

Elvira ha parlato di molte cose: del dolore, del recupero, del tempo. Di Christian Boltanski, che colleziona abiti smessi e cuori vivi (come ciascuno di noi, dunque). Della bellezza, che in giapponese si dice con cinquanta parole diverse, di cui la più bella è wabi-sabi: non c’erano molti esempi, nel negozio rutilante di perfezioni intonse (con due modelle perfette all’ingresso), di bellezza wabisabica, così nostalgica, imperfetta, caduca. Così pallida, umbratile, malinconica. Ma ce n’era sempre abbastanza da fiorire, come le succede di solito, oltre le griffe e i tacchi, oltre la pelle stampata a cocco, oltre le regole squillanti della moda come commercio, business, imperativo di consumo.

Erano nella collana-salsiccia di Elvira, dove si mescolavano cucchiaini, giocattoli, dadi, bulloni, fiori di metallo, perline; erano nel libro di Elvira, dove si mescolavano sentimenti, storie, frammenti di vite proprie e altrui, immagini, idee, versi; erano nella voce di Maria Pia, che fa scoccare dalla ritrosia una perfetta sfrontatezza; erano nell’emozione delle parole, che dovunque vanno si trovano la loro strada per arrivarti al cuore e tirargli le code del soprabito. Perché i cuori sono come noi: si vestono, per rivelarsi.

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coda

Caro Matteo Renzi,

ti scrivo guardando, dal mio balcone, proprio il punto esatto in cui dovrebbe sorgere il Ponte. E’ lì all’imboccatura, nel punto più stretto dello Stretto, dove i piloni gemelli si fronteggiano e sembrano curvarsi – c’è questa continua illusione ottica, nella luce pesante del Sud – come in un inchino reciproco. La costa illuminata conduce a quel punto cieco e buio, dove le correnti s’incapricciano, i garofali girano, la rema sale e scende e l’orcaferone – brutta bestia scodata – si nasconde dappertutto. In questi quarant’anni e passa s’ è nascosto anche dietro le parole, dietro un sacco di carte bollate, di delibere e ddl e progetti. E un mucchio di discorsi e manifestini elettorali. Ma l’orcaferone ha un bel nascondersi: il suo tanfo lo rivela al mondo.

Sai di cosa odora l’orcaferone? Di acquedotti bucati, di colline franose, di argini cementati. Di serbatoi inservibili, di spiagge requisite, di rifiuti abbandonati. Di chilometri di guardrail che recintano lo Stretto. Di cassonetti stracolmi, di sacco del territorio. Di un binario triste e solitario, unico, che consente di arrivare da qui a Marsala in sole nove ore (cambiando tre volte), o a Ragusa in sette ore (ma devi prendere pure un autobus). Sempre che non frani nulla, lungo il percorso (sai, qui i cavalcavia, le strade, le condotte hanno una malattia strana: si chiama materiale impoverito, o anche controlli fasulli. E’ mortale, di solito).

Se poi vai ad Agrigento (e lì è persino troppo facile: solo un cambio e appena cinque ore e mezza) puoi anche portarti appresso una bottiglia d’acqua da regalare a quelli che l’acqua la vedono solo nei giorni dispari, o nelle ore pari, o anche meno. Sarà un regalo gradito. Ma certo, non per adesso: qui a Messina ci sono quartieri in cui negli ultimi 15 giorni l’acqua è arrivata una o nessuna volta. Chi ce l’ha ogni giorno, magari da mezzanotte alle tre, è fortunato e non deve lamentarsi (e comunque l’ente che sta gestendo tutto questo pubblica ogni giorno le liste dei serbatoi cittadini con gli orari di erogazione e l’avvertenza che se l’acqua non arriva ai piani alti o ai condomini alti perché non c’è pressione loro sono molto rammaricati. Molto). 

Certo, Matteo Renzi, anche senza un tuo tweet – tranquillo, ci ha pensato Fiorello – ormai siamo un caso nazionale e ogni giorno ci sono servizi sulle tv che ci mostrano sempre la stessa cosa: due, cinque, sette operai chini su un tubo, in un dirupo fangoso, che guardano preoccupati. Sarebbe la poderosa macchina dell’emergenza (l’orcaferone, nascosto anche lì attorno, se la ride).

Altrove, una squadra altrettanto folta testa bypass che non tengono (ma abbiamo visto tutti, a Gazebo, la notte della nave cisterna, il tubo marcio, la creatività meridionale con cui si è rimediato, con stracci e fazzoletti che almeno fanno tanto colore).

Ma passerà, certo che passerà: e mica siamo gufi e piagnoni. Potremo tornare alla nostra vita quotidiana lavandoci ogni volta che vogliamo: che diamine, questi sono i privilegi del Terzo Millennio. Potremo tornare ai nostri ospedali dove cadono gli ascensori e i presidenti si fanno fare lo sbiancamento anale a nostre spese, alle autostrade che si spaccano, alle spiagge vuote il 5 settembre (mentre in Normandia, pensa, ci fanno i bagni fino a novembre). Agli aliscafi sempre più ridotti, alle navi più rade, alle rade che s’insabbiano. Orcaferone maledetto, la colpa è sempre sua.

L’orcaferone, in giacca e cravatta, un’infinità di volte ci ha raccontato che il Ponte avrebbe risolto tutti i nostri problemi: la sua gittata di cemento cancellerà sì un poco di spiagge, due o tre ecosistemi, la bellezza dello Stretto (ma vuoi mettere il Ponte di Brooklyn? Chi se le filava, prima, quelle sponde insulse?), ma che vuoi che sia? Noi vogliamo un Ponte-Expo, un evento degli eventi, un albero della vita rovesciato che colleghi due sponde che non sono unite da cento milioni di anni ma separate (separate? e chi lo dice che i ponti uniscono e gli stretti dividono?). Vogliamo un Ponte delle meraviglie, con Cocacola che sponsorizza il vino antico, McDonald che sponsorizza le cotolette di spatola (conosci la spatola, Matteo Renzi? Lo chiamano pesce-sciabola, è pieno di Omega Tre; chissà se si potrà pescare ancora, sotto il Ponte), Lehman Brothers che sponsorizza i nuovi schiavi. Un Ponte di bugie, d’altronde, esiste già da moltissimi anni, e lega queste sponde con tutta una specie di buio, di vuoto, di nulla. 

Probabilmente, mettere a frutto questa bellezza che ci ritroviamo senza rovinarla sarebbe davvero troppo. E poi l’orcaferone ha questo di speciale: lui ci vuole vivere in mezzo allo sfacelo, al caos mortifero, alla bruttezza. All’orcaferone piace moltissimo l’Expo

Finirà che lo eleggeremo, alle prossime elezioni. Ancora.

Questo perché ieri si è discusso e lottato a lungo sul Ponte di cui parlava Renzi: lo so, ha detto “prima le emergenze e poi si farà, perché il mondo ce lo chiede, di essere stupito”. E se non lo capisci da solo, Matteo Renzi, quanto oscena sia un’affermazione del genere alle orecchie di chi da 15 giorni si lava quando può, con la bottiglia sul catino; se non lo capisci da solo, Matteo Renzi, quanto sia sconveniente, e di nuovo oscena, la pretesa di fare qualcosa di grande e bello in un posto dove c’è GIA’ qualcosa di grandissimo e  bellissimo, solo che non hai, non avete occhi per vederlo, allora io non te lo posso spiegare.
Chiama l’orcaferone, magari te lo dice lui. 

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mamma

La colpa è tutta di Nanni Moretti.
Io ero lì, tranquilla (insomma), a lavorare. Sì, è vero: avevo il cuore già perciato (per non parlanti la koinè meridionale: perciato vuol dire bucato, ma con un surplus di dolore, di forza cruda nel fare quel buco, di spargimento di sangue) per la faccenda di Andrea Cisternino, il fotografo italiano che s’era messo in mente di proteggere cani e gatti in Ucraina, dove nessuno protegge nemmeno gli uomini, e una banda di degenerati ha incendiato il suo Rifugio Italia, facendo bruciare vivi 75 tra cani e gatti, creature indifese che avevano appena preso a fidarsi degli uomini (sbagliatissimo, dalla prima selce scheggiata in qui). Insomma, il mio cuore, molto facilmente perciabile, era appunto più perciato del solito, quando mi capita tra le mani tutto un lunghissimo pezzo dell’Ansa sul nuovo film di Moretti, regista che io ho in somma antipatia da quando mi ricordo, praticamente dalla collina di “Ecce Bombo” (unica scena che salvo perché l’ho vissuta per circa quindici anni, ogni estate nel rifugio cistercense di Bagnara dove i miei mi rinchiudevano a fare a tu per tu con un’alba che non arrivava mai, e restavamo eccebombati per sempre).

Mia madre” parla di sua madre, ma voi lo sapete che con la parola “madre” non ci sono possessivi che tengano: la madre è sempre lei, unica, imprescindibile e variamente incarnata o disincarnata. Così, lì in redazione, dove l’unica cosa viva (a parte me, e spesso nemmeno) è una stenta piantina di edera presa solo per la sua tenacia calabrese e fuori luogo, lì in redazione, sopraffatta dal chiacchiericcio delle televisioni, dai ronzii delle macchine che presto siederanno alla scrivania al nostro posto (anzi, talora è già così: per copincollare non occorre strettamente un cervello, o ne basta uno di leghista o di computer ottuso), dai colleghi che parlano di calcio, di fantacalcio o di scommesse sul calcio, lì mi sono trovata a leggere di sua (mia, nostra, vostra, loro) madre, ricoverata e terminale con due figli inetti accanto, al capezzale estremo dove chiunque è inetto. Ricoverata e indisciplinata, come tutte le donne (le madri) che non si rassegnano eppure non possono gestire la ribellione alla dittatura dei farmaci, delle flebo, delle visite, della vita così come viene spogliata, numerata e resa inerme dall’ospedale.

Leggevo che lui nel film c’è ma non è solo lui (bella scoperta: nei libri gli autori sono tutto, dalle virgole agli avverbi di modo, mica nel cinema è diverso): lui è un pezzetto di Margherita Buy, l’unica donna alla quale riconosco più nevrosi di me, lui è anche lui proprio, quell’odioso figuro col naso a becco e la voce nasalmorettiana che sembra dica sempre “D’Alema, dici qualcosa di sinistra” (“Nanni, fai qualcosa di cinema”), lui è anche la madre in quel letto ultimo, spaesata come tutte le madri sottratte al loro mondo, immensa come tutte le madri che tanto il mondo lo portano dove vogliono loro, e non noi.

Mi sono ritrovata all’ospedale di Reggio Calabria, dieci anni fa, impegnata nello stesso pellegrinaggio senza frutto, nella stessa finzione di cura, nella stessa attesa inconfessabile. Inetta come tutti, nevrotica come tutti, ferita e incapace come tutti. E oggi, col cuore ancora perciato (ché i cuori non si richiudono mai e portano tutti i segni delle ferite, tutti i buchi ai quali puoi appendere ciondoli, palline di Natale e lacrime rapprese), ho una voglia di vedere mia madre così pressante e irragionevole che sto male. Vorrei fare cose senza senso: scavare il cielo con le mani, rompere il terreno fino al magma, fare qualcosa di fisico per avvicinarmi a lei, perché quest’assenza così protratta, così assoluta, non è da lei. Mia (tua, sua, nostra, vostra, loro) madre era una donna onnipresente, persino oppressiva. Volitiva, caparbia, irriducibile. Rocciosa, in qualche modo. Eppure nebulosa, caliginosa, traboccante di sogni, presentimenti, premonizioni così rarefatte da essere incomprensibili. Mia madre è una figura geometrica che non riuscirò mai a definire (una cosa come il “geoide”, la forma della Terra, che non è uguale a nulla se non a se stessa: come mia, tua, sua, nostra, vostra, loro madre), un’equazione che non torna. Mia madre la voglio così tanto, adesso, che mi manca il respiro per la rabbia, per il furore che questa cosa assurda, la morte, s’è inventata.
La morte non ce l’ha, una madre.

(insomma, anche stavolta la colpa è di Moretti, Poi non dite che non ve lo avevo detto)
(ps: nella foto, mia madre sorpresa in un raro momento in cui non odiava, o amava con eccesso di furore, la vita)

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Auguri per tutti.

Auguri shalabayevi ad Alfano e auguri congolesi a Bonino.
Auguri ai quarantenni che comandano: Letta, che dice di avere 40 anni, ne ha quasi 50 e ne dimostra 60, e Napolitano, che 40 anni ce li ha più di due volte.
Auguri brunetti a Brunetta (“e quanto hai speso per i regali? Quanto hai speso? Quanto? Quanto hai speso? Quanto?”).
Auguri al porcellum di cui ci siamo sbarazzati per via giudiziaria. Quello che di nome fa Silvio.
Auguri telefonici alla Cancellieri: chiamo da tre giorni, ma è sempre occupato.
Auguri telefonici pure a Obama: anche se non lo chiamo, mi risponde sempre lui. Auguri telefonici agli stalker: Chiara Tim, foca e pinguino Vodafone, Vanessa e Giorgio Wind. Ora sapete perché ho il contratto con 3.
Auguri alla stabilità: quando sarà completamente realizzata vorrà dire che saremo tutti morti.
Auguri ai miei candidati di quest’anno, uno eletto e uno no (ma non so a chi sia andata peggio): Renato Accorinti, sindaco zen di Messina, e Pippo Civati, deputato zen del Pd. Ah, ci sarebbero pure gli ApeEscape: io li ho votati, ma ha vinto quel democristiano di Michele.
Auguri a Stefano Rodotà, che in un mondo perfetto è il mio presidente della Repubblica (con Maurizio Landini presidente del Consiglio ed Enrico Berlinguer segretario del Pci)(lo so, Berlinguer è morto e pure il Pci, ma ci sono esattamente le stesse probabilità che succeda).
Auguri alle mie cause perse: la vittoria è continuare a insistere. Ma che fatica.
Auguri ai miei compagni di strada, soprattutto virtuali: loro non lo sanno, ma mi aiutano a resistere anche solo stando al mio fianco, testo contro testo. Testoni che non siamo altro.
Auguri a chi pensava di stare seduto dalla parte del torto. Ed era vero.
Auguri alla bellezza, perché accetti di salvarci. Anche a nostra insaputa.
Auguri a voi, che siete arrivati in fondo a quest’elenco. Il mondo è di chi salta gli elenchi, ma la bellezza preferisce quelli che li leggono fino alla fine.

Auguri

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