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Archive for maggio 2011

Gli alberi della vita

Che io me lo sono sempre chiesto: dov'è quel preciso punto, quel preciso momento. Quello in cui la nostra storia privata – i nostri morti, i nostri amati, i nostri figli così identici e difformi, le nostre giornate qualunque, né sole né pioggia – diventano una storia di tutti, la storia di tutti. Ci deve essere un passaggio, mi son sempre detta: ed è da lì che s'infilano – dannati loro – scrittori e registi e musicisti e profeti, e raccontano una storia e una sola – nel mondo delle infinite storie possibili, accadute, improbabili, immaginate, volute, irrealizzabili – e quella diventa la storia, la mia, la tua.
Io lo sento, qualche volta. In quei momenti, rari, in cui tacciono i linguaggi con cui ci raccontiamo e ci rappresentiamo e ci traduciamo di continuo: allora percepisci il rumore di fondo della vita, che non è esattamente il cuore e non è esattamente il respiro, ma un fruscìo remoto, una nota indistinguibile e profonda che di solito è coperta dallo strepito delle parole e delle emozioni, degli schiamazzi benedetti in cui la vita si manifesta e ci dichiara. Noi non lo sappiamo, ma ci muoviamo al ritmo di quella nota segreta: e non quando conquistiamo imperi, scriviamo la Divina commedia o acceleriamo le particelle subatomiche. Quando giriamo il sugo, giochiamo col gatto, ci dondoliamo sull'altalena, mostriamo una lucertola a un figlio. Quando facciamo quei cento milioni di gesti che tengono assieme le vite, le modellano come fa il mare coi sassi, e noi siamo convinti di non stare facendo nulla, ed è pure vero: è in tutto quel nulla che l'anima prende il suo posto e assume la sua forma.
  Di questo nulla denso come brodo primordiale – dal momento che non c'è differenza tra un girasole e una cometa, tra un brontosauro e mia cognata (soprattutto), tra il mio cuore e un riccio di mare – di questo nulla senza trama ma soprattutto senza ordito, di questo nulla che sta tra caos e ordine (e il nostro cuore senziente, pasciuto a linguaggi, sente terribilmente quel bilico), di questo nulla così pieno e generoso parla il film bugiardo e disarmante di Malick, "L'albero della vita".
  Bugiardo fino dal titolo: la vita è tutta uguale, tutta fronde e tutta radici, tutta spinta e impeto e tutta caduta e morte. L'albero è una delle forme in cui, copiando la natura, ci raccontiamo storie di un prima e di un dopo, di una finalità che mette radici, e sboccia, e fruttifica.
  L'albero è la madre, che nel film non ha un'età riconoscibile perché la cronologia non ha importanza (e infatti è tutta scombinata, se ci si mette a calcolarla col regolo dei giorni): l'albero è  la mano fresca sulla fronte, la sua gioia di ragazza, il fruscìo della sua gonna profumata che chiude fuori la notte e la paura.
L'albero è il padre, corteccia dura e spigolo, nerbo, linfa egoista, ambizione di crescita e dominio, lotta sorda sul limitare dei rami e nell'intrico delle radici. Competizione, disciplina, comando e resa.
L'albero sono i figli, diseguali, teneri, crudeli, incerti, oscillanti di continuo tra il buio e la luce dell'albero, il suo riparo e la sua sfida, la sua bellezza e la sua impietà.
Non c'è storia, all'ombra dell'albero, o non c'è una storia: Malick evita accuratamente ogni cosa che, seguendo il nostro naturale istinto, si costituisca in trama, in narrazione. Perché la narrazione è quello che ci differenzia, ci delinea e ci separa dal flusso ininterrotto e uguale della vita.
   Sicché vediamo, senza che si possano distinguere, e soffrendone, letteralmente ogni cosa: il big bang e il furto d'una sottoveste, il circolo oceanico dei pesci martello e una torta di compleanno, la galassia che si schiude e un lumino acceso in cucina.
Noi non lo sappiamo, ma stiamo disimparando i linguaggi: è necessario, a Malick, per condurci dove lui ritiene.
  Soffriamo, perché il pensiero che giudica e distingue, il pensiero che organizza e struttura, il pensiero che è il naturale servo del tempo – come lui taglia, seziona, decapita e mette in riga – il pensiero, che ha fame d’intreccio e scelta, muore d’inedia.
Il pensiero tenta d'organizzare brandelli di storia: è una famiglia, con tre figli, il padre frustrato e violento, la madre dolce e indifesa. Uno dei figli (quale? quando? come?) muore. Non è vero nulla di tutto questo. O se lo è, non ha alcuna importanza.
Importante è percepire la sottile corrente che lega tutte le cose, i movimenti di galassia dell'amore e del dolore, il nostro ondeggiare nel dubbio come le alghe nell’oceano originario, come flabelli della cellula nel mare di dentro. Il nostro rivolgerci a dio, o al padre, o all'albero: è lo stesso, sono solo nomi che il pensiero deve distinguere e conferire. Nessuno risponde, o tutto. Ma nessuno domanda, infine.
   E quando appare la spiaggia delle anime, luogo lungo e sabbioso dove tutti s'incontrano con tutti, i figli e i padri passati e futuri, i morti e i vivi, e s'abbracciano e si perdonano, senza parole, senza pensiero, stringendosi tra loro come fossero un albero, che non sa di sé, ecco, proprio lì mi son messa a piangere, e nemmeno io sapevo perché. E non dovevo saperlo: non c'era nulla da sapere, non più di quando accarezzo il mio gatto, guardo mio figlio.
 
  Infine, non è precisamente un film. Non so cosa sia, invero, e penso sia pure sgradevole e megalomane e spaventosamente ingenuo. Ma ha qualcosa di impossibile a dirsi. Forse era questo che voleva: consegnarci una possibilità, finalmente, di non dire.
 
Malick, creatura elusiva che avevo molto amato ai tempi miracolosi del Giorni del cielo e della Sottile linea rossa, stavolta ha provato il salto nel buio: dissolvere il linguaggio e le sue reti, affermare il prima del linguaggio. Di solito, è operazione che riesce a dio e forse nemmeno a lui: prima del “fiat lux” non c’erano opere che potessero parlare del luogo dove non c’è opera né immagine. Ma il cuore, il nostro vasto cuore primordiale, afferra anche le cose non dette, non compitate. Lì è la nostra salvezza, il nostro poter essere albero. Il resto sono immagini da superquark.

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Tricolotorino

LA CONGIURA
 
Il piccione lo sapeva, e lo sapeva il vulcano. Lo sapevano gerani e foglie di salvia. Lo sapevano le scarpe a pois. Lo sapeva il lastrico ortogonale di Torino, lo sapevano i tricolori (Torino ha una quantità spaventosa di tricolori, come se una vittoria alla finale dei Mondiali fosse esplosa nel perimetro cittadino: se Roma è la Capitale burina e pigliatutto, Torino è la Capitale Anziana, pensionata ma mai dimessa, ancora diritta e in esercizio col suo Cavour che, se stai attento, t'attraversa la strada e ti saluta pure).
Lo sapevano, che non si deve chiedere troppo. Ma la Brioscia mica lo sapeva che stava chiedendo una cospirazione all'impossibile: andare a Torino, nel covo della Trebisonda, nel cuore di San Salvario – e per giunta nei giorni libreschi e pleonastici del Salone – a presentare la sua creatura, "Lezioni di tango raccontate da una principiante", le sembrava una cosa normale, che non integrava necessariamente i patti col destino.
E invece.
Il vulcano congiurò da subito: dall'autostrada, alle cinque del mattino, sfoggiava una mantella di neve fresca e un gioiello di fuoco vivo. Una delle bocche s'era spalancata, di notte, e pioveva cenere su tutta la città: la pioggia di cenere è come la mafia, non te ne accorgi nemmeno, senti appena un disagio, un fastidio, un polverìo che diventa un fango scuro e scivoloso sulle suole, copre fittissimo le strade, le ali degli aerei, le piste degli aeroporti, i lenzuoli stesi e l'umore degli angeli. Si può morire di cenere, senza saperlo.
  Ma all'aeroporto lo sapevano, e chiusero i cancelli in faccia alla Brioscia speranzosa, che aveva passato tutta la sua breve nottata a rimpicciolire i bagagli e misurare le boccette di bagnoschiuma. Infine, nella borsa di Brioscia Poppins stavano cinque abitini da tango, tre paia di scarpe, taccuini ripieni, saponette, fazzolettini bagnati, breviari, lampade pieghevoli, scrivanie di noce, polli arrosto, colbacchi di pelo, cartine del Piemonte, corni rossi da mezzo.
  Ora, chi abita sullo Stretto ha due opzioni per partire e cambiare di sponda: prendere la nave di Ulisse, quando passa di lì, oppure indovinare l'orario di una delle Caronti. Ulisse era in ritardo, e così la Brioscia tentò di prendere la Caronte. Ma la congiura congiurava ancora: arrivato il suo turno, le chiusero il ponte di carico in faccia.
La Brioscianon aveva altra scelta (e non per nulla è la nipote di zia Mariella): evocare la prefica tragediatora che è in lei e supplicare i rudi marinai, come se fosse sul palcoscenico di Siracusa. Greci, fenici, arabi e normanni: nessuno resiste ai temi della lamentazione eschilea, se ben condotti. Fecero salire la Brioscia di sguincio, e lei – dopo aver baciato il marinaio più rude – potè involarsi verso la Capitale Anziana, non senza altri incontri degni di nota.
 
LA BISNONNA
 
Avete presente una bisnonna ottimista e di sinistra? Ecco, era proprio accanto alla Brioscia, che era seduta nel suo solito sedile di spine. Piccola, coi capelli bianchi in piega meticolosa, le gambe traditore distese (e la sedia a rotelle ad aspettarla allo scalo), la bisnonna ammirava Napolitano come i ragazzi i Tokyo Hotel, parlava di Garibaldi come di uno scapestrato coetaneo (e forse era pure vero, visto che a Roma l'aspettavano cinque generazioni che lei s'accingeva a benedire, laica matriarca e risorgimentale). Disse alla Broscia, parlando pasionaria delle elezioni imminenti: speriamo, stavolta speriamo. Solo una ragazza di cent'anni poteva vedere con tanta chiarezza il futuro prossimo, poteva avere ancora naso per la speranza.
 
LA NONNA DI SANDRINE BONNAIRE
 
Squisita tutta, immersa in una bellezza ancora imperativa pure se trascorsa, la nonna di Sandrine Bonnaire camminava diritta verso l'imbarco. Aveva un abito francese, una borsa francese, una bocca francese (ma sandali italiani). E il profumo più buono del mondo: cominciava come un Botticelli, e poi diventava un Balthus. Profondeva fiori e frutti, e poi ti portava in un qualche buio parlante dal quale non potevi staccarti. Un profumo come quello delle gardenie: illimitato, oscuro e rimescolatore. 
Per fortuna, la nonna di Sandrine Bonnaire era seduta proprio davanti alla Brioscia, che passò tutto il viaggio a sniffarla (ovviamente non si trattenne e le domandò cosa fosse, quella meraviglia, ricevendone il dono di una parola meravigliosa: "Womanity")(secondo Thierry Mugler, nella womanità ci sono sentori di latte, di fico, di legno, persino di caviale: è la nota animale, profonda, che scoppia subito dopo le ninfee da impressionisti, l'illusione fiorita)(mica scemo, questo Mugler).
 
LA TREBISONDA
 
La Trebisondanon è tecnicamente una libreria. E' piuttosto un rifugio per libri e lettori, un luogo di bonaccia e scambio, un porto senza flutti ma con tutte le storie. I libri sono scelti uno a uno, sono piuttosto coinquilini e fratelli, compagni di strada e pensionanti. La libraia, infatti, la molto sofonisba Malvina, è una sovrintendente e una cuoca, una giardiniera e una comandantessa. Salpa tutte le mattine, sulla sua nave dalle grandi vetrate da cui si vedono coccodrilli, volumi alati, grappoli di lampade e che resta accesa come un bastimento fino a notte fonda galleggiando nel bacino di San Salvario.
Qualche volta però la libreria sembra una rupe, abitata da un bosco di libri, o una voliera d'idee sulla cima d'una collina: ed è per questo, ne siamo certi, che i piccioni continuano a entrarci.  
 

IL PICCIONE
 
Ero l’ombra del beccofrusone ucciso
dal falso azzurro nel vetro:
ero il fumo denso di peli bruciati – e io
vivevo, volavo, nel cielo riflesso.
E dall’interno, poi, avrei duplicato
me stesso…
(Vladimir Nabokov, “Fuoco pallido”)
 
Il piccione s'era già fatto un giro al Salone del libro, e lo aveva trovato – come ogni altro essere vivente – del tutto inospitale. Così aveva deciso di cercarsi altri luoghi, e aveva trovato nel suo giro la Trebisonda, dove proprio quel pomeriggio s'erano dati appuntamento la Brioscia, i tangueri, il tango e un sacco di amici. Il piccione ­– o era un beccofrusone tentato dall’illusione dell’azzurro, come noi e come mastro Nabokov, che lo cantò nei distici eroici di “Fuoco pallido”? – con la riservatezza dei pennuti sabaudi, non ritenne di presentarsi, e si ritirò a razzolare in una vetrina. Fu forse l'unico dei presenti a non scattare una foto col telefonino, e di questo gli siamo ancora grati.
  Quando cercò di uscire, però, il suo (il nostro) destino beccofrusonico lo prese: la vetrata lo ingannò, gli spezzò il volo e lì la giornata tornò in bilico, come al mattino sui vortici di cenere, in balìa delle potenze ultraumane che cospirano, e dell’ostinazione delle nostre illusioni.
S’alzarono in tanti, gli imposero le mani e il piccione si risanò di colpo – perché le librerie sono luoghi magici frequentati da cerusici e condottieri e guaritori – zampettò fuori colmo di bipede dignità e poi si lanciò in un volo nitido.
Gli dei erano con noi. Il beccofrusone pure.
 
 
IL TANGO
 
Che il tango mica ha bisogno di precauzioni: si prende i luoghi come si prende le persone. Lo hanno portato, nella sua culla di canapi e satin, di pizzi macramè e carta di giornale, i tangueri di Desdelalma: Nando e Fiore, Marco e Monica hanno battezzato il parquet ballando sospiri di bandoneon e frecce di violino, traspiè indiavolati che mordevano i garretti e tanghi telepatici tutti intenzione e sguardo.
  Anche la Brioscia, sventurata, ballò: ma era a sua insaputa. Un tango preterintenzionale di cui ancora chiede venia ai presenti e al dio Gardel.
 
 
EFFE

 
Herzog Effe non è tecnicamente una persona, ma un'icona. Un blogger spretato ma mai scomunicato, uno scrittore eretico e retroverso i cui continenti di parole sono ancora visibili in tutte le carte nautiche del web. Appartato e sfuggente come una Greta Garbo, saggio e indecifrabile come l'oracolo di Delfi, provocatore come un Andrè Breton ma più sabaudo, ha portato alla Trebisonda – dove ormai confluivano piccioni, vulcani, bisnonne e milongueri – il suo tocco fescennino-situazionista, tenendo una prolusione dadaista ma savoiarda, omerica ma gechegè. Infine, ha mostrato l'autore-tipo, che dopo l'alpino-tipo  aveva invaso in quei giorni assalonati le strade di Torino: un pallone gonfiato. Lo ha giustiziato con un secco colpo di spillo: il web che si vendica di tutta la cattiva letteratura che disbosca l'Amazzonia e ci fracassa i cabbasisi. Tiè.
 
LADY ALESSANDRA
 
Solo lei – in arte Alessandra Terni – poteva leggere il libercolo della Brioscia come fosse Beckett, o Sofocle, e farlo credere agli altri. Solo lei poteva dare corpo e volume e vita alle parole, che hanno cominciato a muoversi e zampettare per tutta la libreria, e la gente le prendeva e le faceva volare via, come col piccione, come con i beccofrusoni, e in breve San Salvario è stato pieno di creature alate, tutte figlie sue, che facevano un rumore delizioso, come una tempesta di passeri.

 
LA HOME PAGE
 
Diciamolo: non era una presentazione di libro, ma una home page di facebook in un giorno feriale. E la Brioscia, estasiata, si aggirava a cliccare "mi piace", "mi piace", "mi piace".  E quanto le piacevano, quegli avatar diventati abbracci, quelle parole diventate voce, quei frammenti che si componevano: lo sguardo da lago di montagna di Sabrina, la sfrontata timidezza di Egle, il nocciolo siciliano dentro la sabaudezza di Gabriella, l’ironia nocciola di Loka (che poi avrebbe fondato, a tavola, un incomprensibile comitato anti-Occhetto, col mio editore stalinista non pentito), lo sguardo di Carlo B. che vede tutto, anche l’invisibile, e lo sguardo di Carlo M. che aggiunge invisibile a tutte le cose.  E che emozione Giorgio, il più torinese dei torinesi, giornalista totale, memoria vivente e camminante della città, podista dei ricordi metropolitani, cicerone alla rovescia, che mostra parmigiani e rampe di lancio delle auto e soprattutto le storie nascoste sotto le storie. E Gloria, la lettrice soave carica di biscotti da spezzare e dividere come sorrisi.  E Mariusso Pappù, artista multiforme e arconte di San Salvario. E l'ardimentoso Renato, nipote onorario delle zie calabre. E Augusto, che è scappato a inseguire la politica, e ha fatto bene, perché la politica non si può lasciare sola nemmeno per un momento (guardate quello che accade in un Parlamento, sennò). E, poiché ogni tanto fb fa il suo dovere, c'era anche il mio antico compagno di scuola, Enzo, con cui dividemmo una gita scolastica nell’Italia che s’apprestava a diventare atroce, ma noi eravamo così pieni di futuro da non accorgercene.
 Che emozione diventare tutti umani, restare umani perché lo schermo non è un modo per nascondersi ma per rivelarsi meglio, nel 5D dell'anima. E quando tutto quello che sospetti di una persona, dai suoi aggettivi ai suoi occhi si compone in una folgorante u(ma)nità allora è un piccolo miracolo. Ce ne furono, quella sera, di miracoli. Parola di piccione.
 

IL SALONE DEL LIBRO
 
La Brioscia non era preparata al gigantismo lingottesco, ma la parte di farcitrice calabra che è in lei s'emozionava solo al pensarlo, un luogo dove ci sono TUTTI i libri. Un luogo mitologico, come possono essere le cucine del Paradiso, le pasticcerie torinesi, alcuni letti.
  Anzitutto il Lingotto: uno di quei luoghi ridestinati, perché la storia è fatta di cambiamenti d'uso, d'intenzioni e ripensamenti che plasmano le terre e gli edifici. Degli operai non resta nulla, in apparenza, né delle storie d'ingiustizia e dolore di tutte le grandi fabbriche, gli immensi luoghi concentrazionari del lavoro, perché non esiste il capitalismo buono, e il suo carburante sono pur sempre il sudore e la fatica e la vita che si consuma un tanto al giorno, mensa compresa. Dei rombi delle auto resta l'eco, invece, nelle rampe maestose che conducono all'autodromo sul tetto: da lì le automobili volavano in tutta l'Italia e fuori, uccelli di lamiera messaggeri del boom economico.
  Ora volano i libri, in quegli spazi. E più dei libri il circo e il carrozzone dei libri: il suo carico di ufficistampa, editores, sensali e paraninfi. I suoi mondadoroni, i suoi einauditi. I suoi ValerioMassimoManfredi e IsabellaBossiFedrigotti, i suoi autori falsi venduti in brossura, i suoi non-autori spacciati negli angoli alle scolaresche.
  Ma c'è anche l'incanto, dei libri: l'edizione oscura della "Visita del capitano Stormfield in Paradiso" di Mark Twain. "Il libro delle domande" di Neruda, che la Brioscia era convinta non esistesse, era convinta di avere immaginato in una notte di tregenda al fianco d'un fidanzato falso in una vita malcapitata. I libri tanti, piccoli, ardimentosi che ti vengono a tirare per la giacchetta. I libri incubati dai giovani editori, i libri che si difendono con le unghie e con i denti, perché nascere libro nell'Italia di Berlusconi e Bondi è peggio che nascere donna a Kabul o nero nell'Alabama del 1930. I libri necessari, perché sono la nostra trincea, uno dei modi per restare umani, e anche di più: divinamente umani.
  Il Salone è un inferno con dentro un paradiso con dentro un inferno con dentro un paradiso. Gli amici e le luci da capannone per galline ovaiole. Le idee che allargano le ali e le rilegature del nulla. Lo spreco e la sapienza. Il caos e il caos.
 
 
IL PROFESSORE

 
Quando gli chiesero di firmare la ricevuta della carta di credito e gli porsero una penna, si sdegnò: "Io porto sempre una penna. E lo dico pure ai miei studenti: un uomo deve portare sempre con sé la penna. E' quello che ci distingue dai sudditi, la penna. La nostra spada".
 
 
 
L'BIRICHIN
 
  Perché non ne possiamo più della cucina troppo intelligente. Perché quella è roba da milanesi. Perché la cucina è accoglienza e condivisione e attenzione e piacere. Perché le ricette antiche non sono vecchie ma solo sapienti. Perché si può cercare sempre un asparago nell'uovo. Perché le mamme sono sacerdotesse, e solo loro sanno cose misteriose come scegliere le verdure più buone o chiudere con un "plin" esatto gli agnolotti o conoscere il preciso punto di cottura del riso. Perché lo chef, invece, non è un sacerdote ma solo un pilota. Perché la fassona è una prova dell'esistenza di alcuni dei, e trattarla col coltello è gesto di venerazione e rispetto. Perché il bunet è un succedaneo del latte materno: ti deve consolare e nutrire.
  Tutte queste cose Nicola Batavia, che dirige L'Birichin come un capitano di pescherecci coraggiosi, le sa. E per questo la Brioscia tornerà a mangiare lì.
 
TORINO
 
Gran Torino. Sintattica ma di cuore. Capitale ma militante. Tricolore ma con gusto. Francese ma piemontese. Operaia ma di classe. Fassina ma di sinistra.
Meravigliosa da mangiare: la Brioscia è scesa personalmente nelle cantine di EatItaly dove stanno a riflettere per anni i prosciutti e i parmigiani, e i loro pensieri cagliano l'aria, così nutriente che ti sazi solo a respirarla. E ci sono botti parlanti, e mucche meccaniche, e allevamenti di biscotti e campi interi seminati a pasta di semola di grano duro.
 Il suo fiume, a ben guardare, è di cioccolata, e le panchine di wafer. E le nuvole, le nuvole sono panna fresca.
E poi è una città tropicale ma precisa, dove il monsone passa sempre alle sei in punto e fioriscono mazzi di biciclette, quando è stagione.
Tornando al Sud da quei tropici sabaudi, la Brioscia dovette indossare di nuovo il golfino, e le calze pesanti, che evidentemente l'Italia sta cambiando di posto, e tutto si capovolge e si scambia, chessò, come una Moratti con un Pisapia.
 
 
 
 
 
 

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Zia Enza c'ha convocati, con carta e penna, attorno al tavolo del salotto, un luogo più misterioso del covo di Bin Laden (e dubito che i Navy Seals riuscirebbero ad espugnarlo con la stessa facilità). «Voglio fare testamento – ci ha detto – testamento biologico».
«Testamento? Tu?» è insorta zia Mariella, che è contraria per principio alla morte, e figuriamoci a una cosa prosaica come il testamento.
«Bi-o-lo-gi-co» ha scandito zia Enza.
«Ma sai cosa significa?» ha insistito la sorella, inalberata nemmeno fosse del consiglio dei vescovi.
«Certo che sì – ha fatto, piccata, zia Enza – per questo voglio farlo».
«Ma non è legale» ha tentato zia Mariella.
«Perché, le nomine dei sottosegretari invece… » ha ribattuto, incontrovertibile, zia Enza.
«E allora?» abbiamo chiesto all'unisono.
«Allora, ecco le mie volontà biologiche – ha detto la zia, con sovrannaturale serenità – . Lascio l'acqua a tutti, per annaffiarci i giardini e far crescere i pensieri, perché l'acqua è di tutti. La lascio in tutte le sue forme (e che qualcuno ci provi, a dire che sono sue e privatizzarle): lascio le nuvole a voialtri, per guardarle e restare capaci di meraviglia; lascio l'arcobaleno ai vecchi, la pioggia ai castagni e i ghiacciai agli orsi polari. Lascio il sole e il vento a chi ne farà energia pulita. Lascio la terra a tutti quelli che vogliono tornare. Lascio il cielo a chi crede solo alle divisioni di questa terra. Lascio il mare a chi ha bisogno di musica e coscienza, a chi deve fuggire e non ha altra strada se non le onde nere di notte, a chi non ha una riva a cui affacciarsi. Lascio il corpo come involucro del cuore, come forma intera dell'anima: non salvate mai il mio corpo, nuocendo alla bellezza della mia anima».
Abbiamo scritto tutto. Se non è legale, è certamente giusto.

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Anastasia e Genoveffa al Royal Wedding

“Niente, oggi?” si sporgeva dalle scale condominiali commare Franca-di-sopra.
“No, niente” rispondevano le zie da sotto.
“Che peccato” commentava la commare ritirandosi a malincuore.
Dopo tanti giorni d'abbuffata mediatica, tra principi, beati, pippe, concertoni, Obama e Osama, oggi è un giorno insulso, appena movimentato dalle elezioni amministrative che in Calabria sono una cosa biblica, come l'invasione delle cavallette.
Le zie hanno seguito tutto, compatibilmente con gli impegni istituzionali, ché il Primo Maggio si celebrano le cerimonie laico-animiste in onore del nonno, coi garofani rossi sulla tomba e il grammofono che suona “Bandiera rossa” e “L'internazionale” fin dal mattino presto. Quest'anno, per giunta, s'è pure inceppato, cosa che reca presagi infausti almeno quanto il sangue di San Gennaro quando non si squaglia, e le zie hanno dovuto continuare da sole, cantando con voci di mondine calabresi, alpine e  aspromontane, tutti i canti della Resistenza.
Naturalmente il conflitto istituzionale ha infuriato di brutto: il laicismo repubblicano di zia Mariella la poneva in decisa opposizione rispetto al sentimentalismo dinastico del fronte zia Enza-commare Mille-e-una-notte, e non parliamo del cattolicesimo medianico di zia Lisabetta, che s'era ritirata nella sua stanza a conversare con Santa Rita fin dal giorno prima, appena finita la diretta dall'Abbazia di Westminster.
Diciamo che le convergenze più ampie si sono avute solo ieri, davanti alla foto tarocca ma spaventosa di Bin Laden (zia Mariella, persuasa dal cugino bello che si trattava di abile operazione non di intelligence ma di photoshop, ha commentato che ci sono verità simboliche più agevolmente raggiungibili da false verità. Il che è, indubbiamente, una verità).
Infine, lo scontro etico-politico è divampato (nell'ordine) sulle persone di:
le principessine di York, diversamente principesche nei loro costumini Disney-situazionisti;
Camilla l'Usurpatrice, avvicinata giustamente alla malvagia schiera dei cognati, seminatori di discordie e occasionalmente affittuari di Montecarlo;
la signora in giallo-Titti, Elisabetta II (“E poi voi dite a me che non posso vestirmi di fucsia” ha commentato piccata zia Enza, che ha uno spirito cromatico tutto britannico);
la principessa Diana, beatificata da tempo con rito anglicano-rotocalchico;
la mamma della sposa (“Ha le labbra sottili” ha detto zia Lisabetta, fautrice dell'infallibile metodo lombrosiano-oscarwildiano: solo i superficiali non si fermano alle apparenze);
il papa polacco (zia Mariella, teologa a sua insaputa, sosteneva che l'inferno è vuoto ma il paradiso pure, e se ci sono beati non vengono mai dalle stanze del Vaticano, ma dalle morti bianche, dal lavoro nero, dagli abissi di mare dei migranti e dagli abissi di male dei maltrattati, abusati, sfruttati, assassinati senza nome di tutto il resto del mondo, fuori dallo Stato Pontificio)(zia Lisabetta replicava che gliele aveva già cantate, quelle cose, a Santa Rita, e che comunque Karol – lei li chiama tutti per nome – aveva pur fatto cose egregie, e teso la mano)(“sì, la stessa che aveva dato a Pinochet” aveva risposto zia Mariella, colma di furore garibaldino);
il pastore tedesco;
la suora miracolata (sui miracoli è in corso un dibattito secolare, in casa delle zie, che credono al soprannaturale assai più che alla televisione, e non sbagliano; “I miracoli sono il photoshop degli dei” diceva ieri zia Mariella, forte delle sue nuove competenze informatiche);
Lamberto Sposini;
Gino Paoli, Francesco De Gregori e Lucio Dalla (a me che mi rammaricavo, perché quando le loro canzoni erano nuove, io già c'ero, zia Mariella ha risposto: “Nipote, quando “Bella ciao” era nuova, io già c'ero”);
Osama Bin Laden (che zia Enza si ostinava a chiamare Obama e che, concordemente, è stato proclamato il peggior caino del mondo moderno, dopo il cognato leghista. Tanto che, una volta accertato che la foto era falsa ma la notizia vera, le commari in sessione plenaria si sono preoccupate: chi è il nemico, adesso? Di nuovo i comunisti?).
Messe ai voti, le mozioni finali sono state tutte approvate:
la monarchia ci piace solo a Eurodisney;
soltanto un inglese poteva inventare il Cappellaio matto, e nei matrimoni reali questo si coglie con evidenza;
i beati veri non li fa nessuno, almeno quaggiù;
il concertone ci piace assai, ma senza liberatorie sarebbe pure meglio;
l'inno di Mameli si sente nella gola e anche nel naso;
Pasolini aveva già detto tutto;
i cieli forse sono vuoti, ma in compenso le terre sono pienissime, e certe isole ancora di più, ma ora non se ne parla;
l'informazione, a volte, è l'oppio dei popoli, ma con troppa informazione (“ho visto più io di quelli seduti a Westminster” si vantava zia Wanda detta Giuseppina, che pratica il ricongiungimento familiare solo nelle grandi occasioni; “ma non vedremo mai quello che è successo a Islamabad” replicava zia Mariella, in crisi di santommasite acuta) abbiamo più dubbi che certezze, il che forse resta pure un bene.

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