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Archive for agosto 2006

pesci, canzoni, notti: la Vita secondo Chagall

 La pioggia è venuta anche lei al concerto. La pioggia tanta e frettolosa di fine agosto.
C’aveva provato fin da subito, appena la banda aveva ricominciato a suonare il rock, ma non c’erano nuvole che bastassero. Gocce grosse, a tempo col rullante e coi bassi, e noialtri, platea di ex adolescenti, che battevamo il piede, c’agitavamo sulle sedie, guardati con apprensione dalle hostess di vent’anni col rimmel e i tacchi e la faccia vagamente dubbiosa: ma chi è questo
Fossati?
 In effetti, questo Fossati è un signore ultracinquantenne con un carniere di canzoni, alcune ancora sanguinanti, altre legate come aquiloni e altissime sulle nostre teste, altre ancorate dentro la falce del porto, mezze navi mezze balene, mezze isole mezzi vascelli, a dondolare nell’acqua nera. Alcune le portavamo in tasca, come coralli o piccole pietre levigate: le toccavamo con la mano, ogni tanto, ricevendone un oscuro conforto. Altre le succhiavamo, come caramelle o piccoli semi.
 Su una ci ho litigato a morte, un sacco di volte, perché sembra fatta apposta: "La costruzione di un amore" divide gli uomini e le donne, senza rimedio. Sarà perché è storta e spezzata, ed è una costruzione che somiglia a una ragionata distruzione. Sarà perché finisce con un "sì", che è la parola più difficile del mondo. Sarà perché si possono costruire solo altari di sabbia in riva al mare (e questo spiace alla natura ingegneristica dei maschi, che vedono campate d’acquedotti e contrafforti di muraglia dove noialtre vediamo girasoli, o canneti oppure niente). Sarà perché è una canzone assolutamente verticale, e ci fa guardare così in alto e così in fondo al cielo che ci cadiamo dentro ogni volta.
Però questa ieri notte mica l’ha suonata. Ho il sospetto che non gli piaccia nemmeno tanto.
Il che spiegherebbe tante cose: i maschi, gli altari, i versi che si spezzano, i "sì" che suonano come "no", anzi che sono "no", i cieli vicini e poi d’improvviso lontani, i palazzi a cento piani che crollano dentro se stessi in trenta secondi.

 Però ieri sera non eravamo divisi in maschi e femmine, piuttosto in vecchi e giovani. I giovani si distinguevano da noi perché non c’erano. Noi non ci distinguevamo da noi stessi, in compenso, perché "La canzone popolare" ci ha fatto venire una cosa qui, alla bocca dell’anima, o al flessura del colon, non so, nemmeno l’Ulivo avesse vinto con cinquanta punti di distacco, e non fossero mai, mai venuti gli anni vischiosi della teledemocrazia, e noi fossimo ancora quelli che eravamo. 
 

 Ha cantato un sacco di cose, il signor Fossati: cose con poche navi, devo dire. Essì che lui è un genovese di quelli delle colline, che le navi le vedono venire di lontano, e ne avvertono in pieno la fragranza di mare e di cambiamento. Di più, lui è fissato col mare: lo vede crescere attorno ai muri, brulicare come un ininterrotto pensiero fin da Pavia e da Alessandria, fin sui polpastrelli: il mare è necessario. I posti davanti al mare sono dappertutto, d’altronde: c’è sempre un mare che guardiamo e che ci guarda.
 Ma invece, ieri sera c’erano mari ostili nelle sue canzoni: l’arcangelo Gabriele li solcava su barche di disperazione, restando schiacciato nella porta tra i mondi. L’arcangelo Gabriele, il messaggero, stavolta portava una notizia nuova: se stesso. E mentre Fossati cantava, di certo dalle parti di Lampedusa o di Pozzallo stavano sbarcando di nascosto, gli arcangeli, incrudeliti dal sale e dalla sete. Gabriele sorvolava basso e pensoso la platea, e le nuvole provavano già a piovere, senza risultato.
 Agosto marciva piano con la grazia d’una rosa, con un basso odore di pozzanghera e rimpianto, e Fossati – che deve averlo sentito, perché le città si manifestano dapprima con gli odori – ha cantato certe sue vecchie canzoni di pietra scura e muschio, quelle scavate proprio dentro. Le nuvole stesse corrugavano la fronte, e provavano nuovamente a piovere, perché l’aria era già un’initerrotta circolazione di ricordi e acque lontane.

 Alla fine, doveva succedere – e d’altronde eravamo già zuppi di memoria e rime dispari e dissonanze magnifiche. E’ uscito per l’ultimo dei tanti "bis", e noi avevamo appena invaso il campo e pacifici e carnivori, come sempre, ci agitavamo e tendevamo le mani e gridavamo "Ivano, Ivano" o forse niente, proprio sotto il palco, sotto le sue "converse" nere (o forse era lui che aveva gridato tutti i nostri nomi, canzone dopo canzone, ed era venuto sotto il nostro palco, e s’agitava e tendeva le mani, non so).
Stava cantando "C’è tempo", perché non ce n’era più di tempo: l’aveva finite lui, le sue ore di musica, e noi avevamo finito il nostro da un pezzo, da almeno quindici o vent’anni. E lui a insistere: "c’è tempo, c’è tempo, c’è tempo, per questo mare infinito di gente". E noi a gridare: "Ivano, Ivano", sventolando mani e pezzi di tempo.
 E quando ha detto, anzi ha cantato con la sua voce piena di fessure e accadimenti, "dio, è proprio tanto che piove", le nuvole si sono decise, e sono venute anche loro lì, sul palco.
Un acquazzone assoluto, definitivo.
Il tempo è diventato uno solo, lui che cantava e si riempiva la bocca e gli occhiali di pioggia, e la musica sciolta dappertutto, tanta e frettolosa, nei capelli, nei vestiti, nelle scarpe, nei ricordi, nello sguardo, nella borsa, nella memoria, nelle tasche. 
Tre minuti: una canzone di pioggia irresistibile, che ci ha inzuppati tutti, noi e lui, e non sapevamo chi cantasse o piovesse chi.

Avviso ai naviganti: forse voi non lo sapete, ma Fossati vi è necessario. Quindi, se lo conoscete andatevi ad ascoltare di corsa qualche canzone settembrina e brumosa, qualche canzone che parla d’impossibile con competenza; se non lo conoscete, conoscetelo. Io cominciai con "La pioggia di marzo", captata per caso dall’autoradio d’un ex (e, al momento, è la cosa migliore, probabilmente l’unica, che mi resta di lui. Mi indispettisce, questo lascito, perché vorremmo sempre che le cose migliori c’arrivassero dalle persone migliori, ma di solito non accade così, e forse c’è una giustizia superiore, o sottostante), e fu una folgorazione. La pioggia di marzo è un esempio di traduzione infedele e dunque perfetta: nel ritornello, dove l’originale (in portoghese) dice "sao as aguas de março fechando o verao è a promessa de vida no teu coraçao" lui traduce con: "è la pioggia di marzo, è quello che è, la speranza di vita che porti con te". Ecco.

Io ricomincerei, adesso, con L’uomo coi capelli da ragazzo, e non solo perché, a un certo punto, dice "Qui il ricordo non è uomo
e il più delle volte nemmeno donna
qui è il tempo che sta seduto
a mettere i numeri in colonna
Non per tracciare una rotta
che non si può dare una via
quando ad un acuto dolore segue
una più acuta fantasia". A un acuto dolore segue una fantasia: mi sembra un pensiero perfetto, assoluto. E c’è dentro ogni mio andirivieni, ogni domanda. E nessuna risposta che non sia lo sparire della musica, dentro.

Poi non tralascerei "Lindbergh", perché il dolore del volo è la stessa cosa della sua ebbrezza. E a questo punto sono necessari, anche, Discanto e Carte da decifrare . Giusto per chiarire a noi stessi di cosa si vive, e su cosa ci si affatica. Mi ricorda, per giunta, un vecchio discorso di  mappe e carte interiori. Ma ne esistono forse di altre? 

 

 

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 La murena morta guardò la folla di bagnanti: stavano sul bagnasciuga e gridavano. Il mare era sporco, stanco, schiumoso: era il lato b dell’estate, quello che comincia la notte di Ferragosto. La mattina dopo la luce rotola verso il basso, e il sole diventa d’un giallo maturo e gigantesco.
La murena morta era dal lato sbagliato dell’estate, e si faceva portare dalla corrente. In spiaggia l’aspettavano, ansiosi.
"E’ un copertone!". "No, è un legno". "Ma no, è una murena".
E la murena morta li guardava con gli occhi rotondi socchiusi, i bei fiori marroni sul dorso che appassivano nell’acqua.
 I bambini non avevano mai visto una murena, e probabilmente anche la murena non aveva mai visto i bambini: lei vedeva solo buchi nella roccia, scie di preda, il sole sottomarino dentro le bolle d’acqua. I bambini erano mostruosi, per la murena morta, che pure gli somigliava: anche loro vedevano buchi, scie, bolle dove nessun altro poteva vederle. La morte li eccitava, dentro e fuori la murena. Una cosa misteriosa accomunava la murena morta e i bambini, ed era crudele come l’estate finita, la corrente, la pelle finemente istoriata della murena che andava smagliandosi.
 I bambini l’aspettavano, ma la murena morta non si decideva ad andare da loro. Non s’avvicinava e non s’allontanava, restava nell’acqua, il corpo di seta marina allungato sulle onde.
"Ma è viva" diceva qualcuno, che non capiva i movimenti del mare, la reticenza dell’acqua e della murena.
"No, è morta" dicevano altri che sapevano i segni della morte: nessuna creatura – tranne forse gli uomini – resta così a dondolare. Le creature nell’acqua sono fulmini di carne viva, frecce di carne compatta, con un sapore salato e aspro.
A un certo punto qualcuno s’è fatto avanti, ha raggiunto la murena morta che contemplava la spiaggia, l’ha tirata fino a riva: i fiori del dorso si aprivano e si chiudevano, fiocchi di neve marina, arabeschi, pietra, scritture scomparse dal mondo ma non dal mare.
 I bambini hanno guardato la murena, e la murena ha visto i bambini studiare la sua morte marrone e salina, la sua morte dagli occhi fissi, d’un nero assoluto, nel lato sbagliato dell’estate. La spiaggia era tutta inclinata verso la murena morta, che veniva trascinata sotto le docce del lido, rotolava verso la fine dell’estate, come la spiaggia, il sole, la luce, la gente che correva a vedere la murena morta. L’isola intera pendeva da un lato, il lato della murena morta che guardava agosto negli occhi, e appassivano insieme, come fiori di sale sulla pietra.

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