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Archive for dicembre 2009

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la casa delle zie tra i mondi

Alla cena di Natale eravamo centotré, inclusi gli animali domestici (le miciazze, gli acari, mia cognata e lo iorksciair terriè del Cinese), i morti, i finto viventi e i vicini derelitti. Ché a Natale non si chiude la porta in faccia a nessuno, e le zie hanno una specie di mensa caritas almeno fino all’epifania, che non ti puoi affacciare nel loro giardino e dire: “commare c’avrei un languorino” che loro t’ammollano una porzione di lasagne, uova come viene viene, un petrale benedetto e un sorso di nocino solforoso.

Tanto, le zie cucinano ininterrottamente dal 19, ma non so di quale mese preciso.

E’ che a Natale, finalmente, ci parliamo. Ovviamente, ciascuno con le parole che può e che ha. Zia Vanda, per lo più, si esprime in petrali: tira la pasta con duecento uova e fiordifarina, li farcisce di fichi secchi, mandorle, vino cotto, amore feroce, nocciole, pensieri, scorza d’arancia, preghiere, li cuoce in forno a temperature sconosciute, li glassa di bianco e di rosa, con la granella colorata e i diavolini d’argento. Zia Mariella amministra la giustizia, divide i pani e i pesci e probabilmente li moltiplica: i pacchetti per i nipoti degenerati, per i bisnipoti ingrati, per le cugine amorose, per la vicine commari, per i nemici e per gli alleati. Zia Enza pulisce i carciofi – che è come fare il confessore o lo psicanalista – e impasta polpette che poi distribuisce così, girando attorno al tavolo col vassoio e imboccando gli ospiti, ed è ovviamente una comunione familiare, in cui si viene compresi e assolti, quali che siano i tuoi peccati o i tuoi pensieri.

I morti vengono sempre, e hanno sempre fame: mio padre, che è uomo retorico e aristotelico, fa discorsi, mia madre sta in disparte con lo scialle e la faccia assorta (non sopporta la morte, e si considera ancora offesa personalmente), altre file di sedie sullo sfondo ospitano non so bene chi, cugini col cappello e bisnonni leggendari e anche ospiti di passaggio, che non hanno fatto in tempo a raggiungere altre tavole, o forse sono stati catturati dal cerchio inossidabile che stringe tutti noi. Mangiano pensieri, briciole, sguardi che cadono di lato, desideri.

Mia cognata pure, mangia tutto e ne chiede ancora. Puoi darle ogni cosa, gamberi caponata benzina verde chiavi inglesi da sedici. Con la bocca stretta dipinta di vermiglio, la pelliccia di Crudelia Demon che non si toglie neanche a tavola (è segretamente convinta che vogliamo derubarla, non si persuade che mio fratello gliel’abbiamo regalato senza nulla a pretendere e avremmo qualche difficoltà a riaccettarlo indietro) e la borsetta di pelle umana appesa alla sedia, mia cognata mangia fino all’alba del giorno dopo, fermandosi solo per aprire i regali (quest’anno le ho regalato il “Galateo” di Monsignor Della Casa, con un biglietto del tipo: “Cara M., come sai detesto i regali inutili. So che questo ti sarà utilissimo. Con stima e simpatia”) e tentare di assaggiare il polistirolo delle imbottiture.

Ogni tanto scendono le vicine-commari, che fanno parte della famiglia almeno quanto la moglie di mio cugino, o anche molto di più: Franca di sopra, Teresa la cartomante, Nuccia di sotto, la fidanzata del prete, Rina senza uomo, Milleunanotte.

I cugini sono molti: trentotto si chiamano Stefano, venticinque Michele. Stefano è il nostro santo preferito, dopo il nonno, Togliatti, Padre Pio e Che Guevara. I nostri Stefani sono molto belli, di solito: hanno polsi sottili, chiome abbondanti e voci musicali. Portano i segni della famiglia: le sopracciglia unite, i denti luccicanti, le ossa piene di presentimento.

Mangiamo tutti ogni cosa: i pesci, i pani, le polpette. Il capitone, i tortellini, il babà alla panna. Mangiamo il fatto di essere così vicini, così identici da non poterci quasi sopportare. Mangiamo la distanza che di solito ci separa e qualche volta ci salva. Mangiamo il mistero di amarci nonostante e soprattutto. Mangiamo il fatto di essere così pochi, così tanti, così circondati dal buio, così caparbi a volerci.  

Mia trisnonna Carmosina appare verso mezzanotte, scendendo come una colomba di centocinque anni dal soffitto, bianca come lo zucchero o gli angeli, in posa benedicente.

Prendiamo la sua benedizione e la spezziamo e la mangiamo. Per tutto l’anno.  

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Eppure il Re non è nudo.
Il fermoimmagine che lo mostra insanguinato, stravolto, è perturbante perché non l’avevamo mai visto così: la sua faccia sorridente, pervasiva, onnipresente, era il logo del suo prodotto rassicurante, il marchio Democrazia & Libertà in unica soluzione. La sua faccia insistita, coi lineamenti e gli occhi stirati dai troppi lifting, il fondotinta arancione, le rughe stuccate, il mogano dei capelli nuovi. Tutto un accurato mosaico che ieri è sembrato andare in pezzi, sconcertandoci.
Noi, che per antica disciplina e intimo convincimento abbiamo orrore del sangue, ci siamo trovati a contemplare quel sangue con stupore, e – orrore supremo – a non considerarlo assurdo, nel crescendo di violenza che già da tempo arrossa i nostri cieli. Violenza verbale, violenza mediatica, violenza istituzionale.

Abbiamo assistito a moltissime morti civili, e non poche morti fisiche: penso a Boffo e penso a Stefano Cucchi (la ricordate, quella faccia da cristo martoriato?). Penso ai migranti respinti e seppelliti nell’acqua, lavati via come si fa con la cattiva coscienza.  Penso ai disoccupati accampati sui tetti. 
Penso al tentativo di legittimare, con le ronde, l’istinto giustizialista, fornendo pure i manganelli ai volenterosi.

Penso agli innumerevoli cecchini che hanno sparato un po’ dovunque e su chiunque: sul Presidente della Repubblica, sulla Consulta, sul Presidente della Camera, sulla magistratura. Sulla Costituzione. Penso al fuoco amico, contro gli alleati rei di non condividere l’eterno clima da gita aziendale e di non ridere alle barzellette del capo.  

Penso all’accanimento contro chi, semplicemente, non è d’accordo, crede in altre cose, vuole un altro modo. Penso al dileggio, ai “più belli che intelligenti”.
Penso ai titoli urlati di alcuni giornali, che spessissimo s’accompagnano ad altrettante caricature del Capo, sempre strabordante e sorridente, sempre a sorreggere, letteralmente sulla sua pelle, tutto l’apparato del Potere.
Penso a quest’orribile transustanziazione che il Capo ha voluto con tutte le sue forze: il corpo dello Stato sono io, è il mio. E le altre autorità sono emanazioni deboli, inconsistenti, irrilevanti, talora fastidiose.

Tutta questa violenza simbolica ieri ha trovato il suo zenit, con la forza irresistibile dei simboli.
Una mente debole, sovreccitata, sovresposta come tutte le nostre a questa tempesta d’immagine e a questa quotidiana ferocia, ha cercato di rompere lo schermo, usando una statuetta del duomo di Milano: nessuno avrebbe potuto immaginare un’arma del genere.

La maschera è andata in pezzi: il sorriso attentamente costruito ma in qualche modo anche connaturato s’è tramutato in stupore traumatico. Io sono certa che fosse stupore autentico: “Ma allora c’è qualcuno che non mi ama? Ma è possibile?”.

La corsa verso l’auto, la ressa, e poi il colpo di coda, l’obiettiva – enorme, riconosciamolo – capacità del Capo: non copritemi, non asciugatemi, voglio tornare là fuori. A celebrare lo stesso rito d’appartenenza e comunione con la folla. Con l’istinto di chi mostra e offre tutto, getta tutto nel sacro graal dell’immagine, anche la propria sofferenza.

Il patto è rinsaldato, era sotto il duomo ma era nel solito colosseo dove si divora e si viene divorati, e si battono le mani e si agita il pollice verso.

L’assalitore, mormorando “Io non sono nessuno” – che è cosa tragicamente vera, in questo dramma delle identità  – viene trascinato via. Pover’uomo. Gli cercheranno mandanti e segreti, giornaletti porno sotto al letto e file nel computer. 
Intanto, la maschera del  Capo è andata in pezzi, e sotto c’era un’altra maschera, nuova di zecca.

Il Re non è capace di nudità.

 

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