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Archive for marzo 2008

i limoni di pedro cano, i miei preferiti da mangiare col sale, l'aceto e i sospiri

   La primavera eccita i baronti.
Penso che sia perché è una stagione furiosa e infiammata, e loro queste cose le sentono. E’ scirocco da una settimana, e la polvere di polline e sale che copre tutte le cose in fermento arriva fino ai loro nidi, nelle stanze del caos. Come i gerani di vedetta sui terrazzi, come le bouganville attente e carnivore, come le piante tropicali dal tronco spinoso che s’affacciano oltre il recinto dell’Orto botanico, anche i baronti – che pure hanno un corpo d’ombre, di stracci, di ricordi tenuti assieme malamente – fioriscono in qualche loro strana maniera.
Almeno, smettono tutte le loro abitudini invernali: le lotte serali con la gatta – che di solito impazzisce e salta sui letti, fa a balzi il corridoio, si lancia dai tavoli per afferrarli – le conversazioni perfettamente silenziose in cucina, quando io rimino la salsa e penso ai morti, il disordine che aggiungono ai nostri disordini, per quanto questi siano metodici e sorvegliati. In primavera amano gli agguati, negli angoli degli specchi, nello sgabuzzino delle scope, in mezzo alla collezione di sassi del salotto.
  I baronti si scoprono burloni e un poco assassini, a primavera. Smettono pure quei loro tramestìi da soffitta, il loro strascicare da cantinato: amano di più la vista, in primavera, che pure è una stagione aromatica con un ricco corpo di spezie calabro-africane e certe cose che proust sarebbe morto stecchito nel suo lettino foderato di sughero: agavi, felci primordiali, limoni rasposi, tigli che cominciano a rimescolarsi anche se da fuori sembrano sempre grigi urbani e impenetrabili. Le fresie no, che sono d’allevamento. Ma pure loro gettano lanci da sirena odorosa, quando gli vai vicino.
 I baronti sono sensibili agli odori, certo, anzi c’è chi dice che sia il loro senso principale. Ma io so che il loro senso principale è la fame, la smania. Nemmeno fossero vivi.
  E comunque dev’essere per questo che dormono quasi tutta l’estate, perché il caldo li dissecca e l’aria è talmente nutriente che comunque non hanno bisogno nemmeno d’andarsene in giro, per mangiare. Ma a primavera no. Cavalcano le onde d’aria selvagge, i cavalloni di rinascita e ormoni che si gonfiano. Si eccitano al pigolìo delle gemme che aspettano di rompere, nei punti designati, il guscio dei rami, dei fusti, delle cortecce. Bevono di nascosto dalla ciotola della micia e dalle piante. Catturano i calabroni confondendoli con falsi segnali animali.
  Sanno che la primavera è violenta, come sarebbero loro se solo avessero più corpo, se solo la gente ci credesse appena un poco di più (noi no, noi ci crediamo talmente che viviamo con loro da innumerevoli generazioni, e ancora non sappiamo se ci piacciono o ci disturbano, come i veri parenti).
Così la micia è attonita e non gioca più di notte, gli specchi sono popolatissimi, la stanza del caos cambia ogni giorno e basta attardare un passo per sentire il corridoio riempirsi di fruscìi.
  I baronti sono persino felici, a primavera. Forse perché, in fondo, ormai non devono difendersi più. 


  Parlavamo di primavere, con un caro amico, l’altro giorno. E riflettevo su tutte queste tempeste che non lasciano in pace nessuno. Chi lo dice che è una stagione quieta e contemplativa? E’ rissosa, la primavera. Si piglia le questioni. Fa a botte con ogni impossibilità: di nascere, di fiorire, di spaccare il guscio, il legno, il cemento. Mi sento una specie di Dafne, a primavera. E Dafne, si sa, era una creatura assolutamente tragica. Che dite, saranno gli ormoni?

 

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la dispensa immaginaria della spesa immaginaria: serve per vivere

  Sono andata a fare la spesa. Era uno dei supermercati dell’anima: certi luoghi di pellegrinaggio dove torno a contemplare le olive aspromontane, le uova di quaglia, il formaggio greco con la scritta in greco, mio padre che spinge il carrello carico di roba inutile, tra cui un set completo di cacciaviti e trenta prese scart, mia madre che compra diciotto bottiglie di tisana di rosa canina e fiori d’arancio (ma non le berrà mai: lei fa come me, compra le idee, il garbo, la promessa delle cose, e volete dire davvero che quella non sazia più di tutto?). Ho incrociato me stessa al liceo, che scopriva le orecchiette pugliesi al dente: a casa mia la pasta si mangiava insopportabile e scotta, come la faceva mia nonna che metteva a bollire la vita anche per ore, nel tentativo d’ammorbidirla. La pasta scuoceva, la vita mai. Poi c’ero io negli anni dell’ospedale, quando mi rifugiavo al supermercato tra un turno e l’altro, e compravo salviette bagnate, cuscini da collo, cioccolata disperata, molti fazzolettini di carta e spray disinfettanti. Il cuore mi batteva così forte che a volte bloccava le ruote del carrello, e l’angoscia pulsava come una porta meccanica, come un jingle, come un registratore di cassa.
  Prendo tre di tutto, per sicurezza: tre amori, tre morti, tre chili d’uva spina. Cartelle dal dorso duro, per quando mi verrà voglia d’archiviare le foto e le lettere (in che ordine? lo stesso dei corridoi: prima patatine fritte, volani, macchine per l’arcobaleno, portarotoli, yogurt alla paprika, libri su padrepio, cerette, poi caffè e zucchero di canna, mozzarelle, pepato fresco o stagionato, poi carni rosse e bianche, d’angelo di sirena di manzo argentino di grifone, e quattro tipi di pane, con la giuggulena, coi sesami, col rancore, col coltello), molta frutta e verdura, perché in un’altra vita, la prossima, voglio mangiarne cinque porzioni al giorno.
  Compro tre chili di zucchine, tre mazzi di carote, sei melanzane violetta, peperoni rossi e gialli, per il colore (mia madre faceva le teglie e stendeva il bucato secondo i colori: ha fatto anche una figlia bruna e un figlio biondo per lo stesso motivo, solo che non ci volevano stare, distesi nella teglia a strati alternati, ed è venuto un pasticcio). Un sacco di patate nuove, col loro aspetto di cera fresca. Tutte le clementine che trovo. Tarocchi – arance e carte: leggo il futuro negli spicchi, mangio impiccati e temperanze, spruzzo gli amanti col succo acidulo e li divoro, a volte taglio la polpa al vivo, e la buccia è un unico nastro arancione, che collega il passato col futuro, e noi ci camminiamo sopra, dondolando. I broccoli, certo: so tante cose sui broccoli che non ho bisogno di mangiarli. So che si deve mettere un pezzetto di pane bagnato nell’aceto sul coperchio, prima di cuocerli. So che mia madre faceva cuocere la pasta nella loro stessa acqua, che era verde, e aveva proprietà misteriose. Resuscitava i morti, rimescolava i pensieri. Battezzava le case. Oppure si possono saltare coll’olio, l’aglio e il peperoncino, e poi affogare nel vino. Né rosso né bianco: il vino nero, ci vuole. Allora i broccoli cominciano a dire cose, cose. Cose di rami, di radici. Cose zitte. Cose con certi occhi.
Io forse non ci faccio niente, con queste verdure. Le tengo lì.
Come i cinquanta pacchi di pasta, i rotoli d’alluminio, pellicola e carta da forno. I pacchi di sale, grosso e fino, la salsa delle bottiglie, l’olio. Il riso, e ora pure l’orzo, il farro, il grano. I fichi secchi, le noci. Provviste per la guerra.
  Le facciamo sempre così, tante, tantissime, dieci sacchi, mille bottiglie, tremila quintali, perché la paura della guerra, della fame che aveva mia madre ci metteremo centocinquant’anni, per finirla tutta.
Ma la cuociamo al dente, però. Tiene meglio il sugo.

L’ho sempre sospettato, ma ora lo so. Io faccio una spesa immaginaria (anche se la pago in euri veri), per tutta la famiglia, anche quella morta e lontana, anche quella finta, anche quella che non so, non c’è, non vuole. Devo dare da mangiare a un sacco di bocche, non tutte mie (ma anche mie). E allora compro, compro. Non mi sazio mai, di non saziarmi. Immagino le ricette che potrei fare, le leggo pure e qualche volte le ricopio, le attacco sul frigorifero coi magneti a forma di panini, caffettiere, pacchi di riso. Saziano anche loro. La mia amica dice che "è la farcia", calabra e irrimediabile. Non lo so. La farcia è la superficie delle cose. E non si finisce mai. Mai.  

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